Diario, sabato 8 aprile
Stamattina il telefono ha squillato alle sette e mezza, proprio mentre stavo versando il caffè nelle tazze. Ho sentito il suono familiare provenire dalla camera da letto e mi si è stretto qualcosa dentro: quella sensazione che accade quando sai già in anticipo che sta per arrivare una brutta notizia.
Marco è uscito dalla camera con il telefono già allorecchio. Aveva indosso una maglietta bianca e i pantaloni della tuta, i capelli ancora arruffati: mi è sembrato così domestico, così tanto mio, che per un momento ho sentito una tenerezza tagliente. Ma solo per un attimo.
Sì, dimmi. Cosa succede? Di nuovo?
Mi ha guardata e poi ha distolto velatamente lo sguardo, quasi colpevole. Ho appoggiato la tazza sul tavolo con calma e ho cominciato a spalmare il pane col burro, nonostante non avessi già più fame.
Va bene, arrivo. Fra due ore, non prima. Sì, ok.
Ha posato il telefono e si è seduto con me. Ha preso la tazza, ha sorseggiato. Il silenzio in cucina era denso, quasi liquido; sentivo il ticchettio dellorologio nel corridoio.
Era Elisa, ha detto finalmente, come se non capissi.
Ho sentito.
Ha la perdita dacqua in bagno. Lidraulico dice che arriva solo stasera, nel frattempo lacqua sta allagando i vicini di sotto.
Marco, ho appoggiato il coltello sul tavolo, piano, senza rumore. Oggi è sabato. Dovevamo andare al mercato, e poi portare la torta dalla Martina, per il compleanno.
Faccio in tempo. Vado, chiudo lacqua. Non è niente di che.
Anche laltra volta non doveva essere niente di che. Sei rimasto da lei quattro ore, e poi siamo arrivati tardi al treno.
È rimasto in silenzio: un silenzio che diceva tutto più delle parole. Deciso era già deciso, ancora prima della discussione.
Anna, lei è da sola. Sai comè.
So. Sono tre anni ormai che lo so, Marco.
Ecco come trascorrono i sabati in casa Ferrari. Marco ha quarantotto anni, Anna io quarantasei, ne abbiamo vissuti sette insieme, i primi quattro quasi senza nuvole. Poi Elisa, la sua ex moglie, è tornata a Bologna dopo alcuni anni al sud, e qualcosa in quella nostra atmosfera placida e precisa ha cominciato a incrinarsi.
La nostra casa era davvero ben curata. Non tanto per i mobili di pregio o per un arredamento di tendenza, ma per quellinvisibile atmosfera che scarichi dalla porta e capisci: qui si sta bene insieme. Sui davanzali gerani e piante grasse. In cucina, profumo di caffè e cannella. Sopra il divano libri, foto di famiglia, quella piccola cavallina di legno che Marco aveva portato da una gita a Siena. Io amavo quella casa: cavevo messo dentro una parte di me, qualcosa che è difficile spiegare.
Ed è per questo che ogni telefonata di Elisa mi sembrava come uninfiltrazione, uno spiffero gelido attraverso la porta chiusa.
Marco è uscito poco prima delle nove. Ho finito il caffè da sola, con lo sguardo perso sulla nuvola lattiginosa del mattino, pensando che la felicità in famiglia si costruisce non solo sullamore, ma su qualcosa di altro, che non avevo ancora trovato le parole per dire.
Al mercato ci sono andata da sola. Ho preso un mazzetto di ravanelli, un po di aneto, la ricotta fresca. La signora della bancarella si lamentava del tempo, dei prezzi, dello sposo della figlia. Ascoltavo, annuivo: le storie delle altre famiglie da fuori sembrano sempre così semplici. Sai chi ha torto, cosa si dovrebbe fare, tutto è limpido. Solo con la tua storia non funziona mai così.
Per la festa da Martina poi ci siamo andati insieme. Marco è tornato a casa verso pranzo, con la faccia un po colpevole e un po affannata; aveva portato la torta con le roselline di crema che gli avevo chiesto il giorno prima. Ci teneva, lo vedevo e lapprezzavo, ma capivo anche che il tenere davvero a qualcuno non si misura nelle buone intenzioni.
A casa di mia sorella era tutto un caos festoso. Martina compiva diciotto anni: erano venute le sue amiche, ragazze rumorose che ridevano sui cellulari e parlavano in quel loro lessico che spesso mi sfugge. Marco, invece, parlava con mio cognato Franco: chiacchiere sui motori e attrezzi nuovi per il garage. Tutto come sempre.
Stefania, mia sorella maggiore, si è seduta vicino con un bicchiere di succo.
Sei strana oggi, ha osservato.
Un po stanca.
Oppure ti ha chiamato ancora Elisa?
Le ho lanciato unocchiata. Stefania, tre anni più di me, conosce bene la storia e non ha mai nascosto di pensare che Marco fosse troppo accondiscendente, pur essendo una brava persona.
Ha la perdita dacqua, le ho detto.
Certo. Le capita sempre qualcosa: perde, si rompe, salta. Basta che Marco sia nei paraggi.
Stefania, basta.
No, Anna. Perché sono tre anni che sopporti e chiedi e spieghi. È cambiato qualcosa?
Non ho risposto. Perché no, non è cambiato nulla.
Quella notte, mentre Marco dormiva, io fissavo il soffitto. Dal buio sentivo il suo respiro regolare. Lo amo, sì. Questo è fuori discussione. Lui è buono, affidabile, generoso, a volte anche divertente. Con lui sto bene. Solo che non sa dire di no. Non sa o non vuole? Non lho mai capito.
Elisa non era arrivata subito nella nostra vita. I primi anni stava lontano; Marco la nominava come si parla di qualcosa finito, senza alcun trasporto. Non avevano avuto figli insieme. Era stata una separazione pacifica, diceva lui. Io non ero gelosa del suo passato. Non sono mai stata una donna gelosa. Mi fidavo; e la fiducia, ho imparato, è la mia forza e la mia debolezza.
Quando Elisa è tornata, tutto ha preso a partire dalle piccole cose. Una telefonata per un aiuto nel trasloco. Poi per una questione di carte dellappartamento. Poi, sempre peggio: rubinetti che perdono, la macchina in panne, operai da ricevere, oppure semplicemente: passa un attimo che sei qui vicino. Marco ogni volta trovava spiegazioni diverse: che non può rifiutare, che lei è sola, che non ci mette niente. É solo aiuto umano, nessun sentimento, mi diceva.
Io cercavo di spiegare che non era questione di gelosia. Ero diventata la seconda scelta, i nostri progetti comuni sempre destinati a cedere ogni volta che lei chiamava. Marco ascoltava, annuiva. Poi, il telefono squillava di nuovo.
Una volta non ce lho fatta più.
Marco, mi sembra che per te quello che chiede lei conti più di ciò che chiedo io.
Ci rimase male. Disse che ero ingiusta. Che non si lascia sola una persona in difficoltà solo perché alla moglie non va bene. Pronunciò ex con tanta enfasi che avrebbe dovuto bastare.
Lì dentro qualcosa si è rotto. Non da rabbia, ma da una stanchezza combattuta e una decisione silenziosa: le parole non servono più. Gli spiegavo, discutevo, ma lui davvero non sentiva. Forse doveva provare cosa si provava.
E a maggio tornò a Bologna Paolo Bianchi, un amico dinfanzia. Siamo cresciuti nello stesso cortile a via Verdi, ognuno poi ha preso la sua strada. Lui aveva vissuto un po a Firenze, poi a Padova, lavorava come ingegnere, anche lui separato, senza figli. Ci sentivamo ogni tanto online. Quando tornò a Bologna mi scrisse per vedersi, un caffè, ricordare la vecchia acacia tagliata tanti anni fa.
Certo, vediamoci, gli risposi.
Abbiamo passato due ore in un bar. Paolo era cordiale, con humour e moderazione. Un po ingrassato, portava gli occhiali, ma negli occhi rimaneva quellironia leggera di allora. Parlavamo delle solite cose: amici, città cambiata, lavori (io, direttrice della biblioteca del quartiere, lui progettista). Mi disse che avevo sempre avuto il carattere giusto per custodire ciò che contava.
Tornai a casa di buon umore. Marco stava leggendo: chiedeva comera andata, risposi che era stato un incontro piacevole. Tornò al suo libro, senza aggiungere altro.
La settimana dopo chiamai Paolo.
Paolo, ho una richiesta particolare, gli dissi. Puoi passare domenica da noi? Avrei bisogno di un tuo aiuto tecnico: la finestra del balcone si incastra e Marco rimanda sempre
Era vera solo in parte; la finestra davvero faceva i capricci, ma non era solo per quello.
Paolo venne verso mezzogiorno, con una cassetta degli attrezzi e il succo di mela. Presentai Marco, si strinsero la mano, andarono a vedere la finestra, tornarono. Io misi su il caffè: si parlava come tra vecchi amici.
Niente di speciale, Paolo raccontava fatti di lavoro, di quando progettò un centro commerciale a Padova poi stravolto in cantiere, rideva di sé stesso. Un uomo semplice.
Ma vedevo Marco cambiare espressione: da gentile a leggermente teso, a monosillabico. Quando Paolo se ne andò, ci fu silenzio.
Simpatico, disse Marco, ma con la voce tesa.
Sì, molto. Siamo cresciuti insieme.
Già.
Pausa.
Vi vedete spesso?
Finora no, ma abita vicino, quindi… probabilmente sì.
Marco prese il giornale e fece finta di leggere. Lho osservato, pensando che tutto stava andando come avevo immaginato.
Settimana dopo, Paolo si offrì di nuovo di aiutare per il balcone. Io gli spiegai che era tutto a posto, lo invitai comunque. Conversazione breve e innocente, ma lasciai volutamente che Marco sentisse.
Quella sera fu stranamente silenzioso. Mangiavamo quasi senza parlare. Poi domandò, dun tratto:
Da quanto lo conosci?
Paolo? Da quando avevo sei anni, forse. Abitava nel portone accanto. Stessa scuola i primi anni poi suoi si spostarono.
E siete sempre stati in contatto?
Sporadicamente. Perché?
Silenzio.
Niente. Chiedevo.
Ma non era niente. Marco ci girò sopra per tutta la notte, senza riuscire a dormire. Io lo sapevo: così si sente, così fa male.
Invitai Paolo di nuovo, per tè stavolta. Passammo ore insieme, Paolo capace di far ridere anche Marco. Ma notavo come Marco si zittiva, o restava a osservare me e Paolo parlare il nostro dialetto da bambini.
Quando Paolo se ne andò, Marco mi disse:
Mi sento quasi a disagio. Viene spesso, tu ridi ed io non capisco cosa. Mi sento di troppo.
Lo guardai a lungo.
Paolo è solo, come dicevi di Elisa. Io aiuto, come te, nulla di male, no?
Gli venne uno sguardo lungo, in cui vidi la consapevolezza nascere, come una luce dietro la tenda.
Lhai fatto apposta.
Cosa?
Anna
Rimasti lì. Il frigorifero ronzava. Fuori, la pioggia. Ci guardavamo, e vedevo che finalmente qualcosa gli stava arrivando.
Non capivo come ti sentivi, disse infine. Ora credo di averlo capito.
È già qualcosa, risposi.
Non riuscimmo a parlare di più. Ma qualcosa si era mosso.
Arrivò una telefonata di Elisa a fine maggio, venerdì. Marco mi aiutava a preparare le valigie: dovevamo andare dalla mamma, alla casa di campagna in provincia di Modena, con il piccolo frutteto e la veranda vecchia. Era nostra tradizione, ci andavamo ogni estate, e io ci tenevo molto. La mamma, settantadue anni, preparava già torte e ci attendeva col cuore sulle labbra.
Il telefono squillò mentre Marco stava prendendo gli stivali di gomma dalla dispensa. Guardò lo schermo e io capii già tutto.
Elisa? Sì. Che cè? No, partiamo. Andiamo da mia suocera in campagna. Quando? Non sarebbe il caso
Continuavo a ripiegare i maglioni. Mani lisce, quasi orgogliose della fermezza.
Aspetta, disse Marco, uscendo in camera. La voce si allontanò, poi tornò.
Non alzai lo sguardo.
Vorrebbe che andassi domani mattina, ha problemi di parcheggi coi vicini, serve qualcuno che parli con lamministratore.
Capito.
Pensavo di passarci presto, file, poi raggiungerti
Marco. Lo guardai. Andiamo da mia mamma, domani. Insieme, al mattino.
Mi fissava.
So che chiede aiuto, continuai. Ma lo chiedo anche io. Ti chiedo di scegliere noi. Non per gelosia o per mancanza di compassione per Elisa. Ma non deve essere sempre così. Sei mio marito, e si va da mia mamma, insieme, e per me conta.
Lui tacque, poi prese il telefono.
Elisa, non verrò. No, non è temporaneo. È proprio così. Delega lamministratore, è loro lavoro. No… no. Basta. Ciao.
Lasciò il telefono. Rimase un po così. Poi raccolse gli stivali e li mise in valigia.
Lo osservavo piena di sentimenti misti: sollievo, fatica, affetto… e unombra di tristezza. Tre anni, una piccola e crudele strategia con Paolo, non sono sicura desserne orgogliosa.
Partimmo presto. In auto, lunghi silenzi al principio, poi Marco accese la radio e poi ancora la spense. I campi di maggio scorrevano, pieni di fiori.
Devo dirti una cosa, disse, tenendo gli occhi sulla strada.
Dimmi.
Con Paolo è stato spiacevole per me. Quando veniva sentivo di non appartenere più. Voi avevate un vostro mondo e io lo guardavo solo da fuori.
Guardavo il finestrino.
Ecco, sussurrai.
Ora capisco. Mi resta lamaro però: mi hai fatto sentire quello di proposito.
E a me quanto dispiace che tre anni di parole non siano bastati?
Annuì. Onestamente.
Hai ragione.
La casa della mamma ci accolse col profumo di campagna e la sua voce da dietro la rete del giardino: Maria Teresa, piccoletta e svelta, col grembiule scozzese e il sorriso caldo delle madri.
Siete arrivati! Gli strùdel erano in forno da stamattina. Marco, ti sei dimagrito?
Grazie, signora Maria Teresa, disse Marco, baciandola sulla guancia e prendendole di mano la borsa pesante che aveva portato incontro a noi.
Li guardavo e pensavo: è per questo che faccio tutto, non per vincere o avere ragione. Ma per questo: il grembiule della mamma, lodore della cucina, mio marito accanto, il giardino che fiorisce.
Rimasi sulla veranda a lungo. Si beveva tè, si mangiavano torte, la mamma raccontava dei gatti del vicino che avevano devastato il prezzemolo, diceva che il ciliegio prometteva frutti e che la vicina, la signora Ninuccia, aveva sposato finalmente un vedovo a sessantasette anni ed era tutta in festa. Marco ascoltava, rideva, aggiustava la sedia rotta del giardino. Era bello.
La sera, finito il chiasso, restammo sulle scale della veranda. Sopra i nostri capelli il cielo scuro, profumato di glicine, con qualche voce lontana.
Voglio parlare, disse Marco.
Dimmi.
Non andrò più da lei ad ogni chiamata. Era sbagliato, e in fondo lo sapevo. Ma mi dicevo: aiuto e basta. Invece anche quello ha un senso, per te.
Non risposi subito. Guardavo le stelle.
Non ti chiedo di essere cattivo verso di lei. Ha i suoi problemi, la sua vita. Se davvero ci fosse una vera emergenza, non mi opposso. Però, devessere una decisione nostra, non solo una sua chiamata.
Daccordo, rispose.
E poi, non voglio che pensi sia stata una meschina con te. Paolo è una persona in gamba e non volevo usarlo male. Gli ho spiegato, ha capito. Ah, ha detto che sei a posto.
Marco sorrise.
Unonorificenza.
Avevo solo bisogno che provassi. Le parole non bastavano. Questo invece…
Lui rifletté.
È servito. Anna, posso chiederti una cosa? Hai… hai mai pensato di andartene?
La domanda era bassa, fragile. Lo guardai.
Sì, ci ho pensato. Raramente, ma sì. Perché fa male. Quando qualcuno in cui credi ti fa soffrire a ripetizione, pensi forse proprio non vuole vedere.
Io vedevo, mormorò Marco. Solo che non volevo ammetterlo. Sarà vigliaccheria.
È mancanza dabitudine, corressi. Sei cresciuto col dovere di aiutare sempre. Non è male di per sé. Solo, non va bene se quelli accanto a te devono sempre aspettare.
Mi prese la mano, senza parole.
Restammo lì, nel fresco che aumentava, io con lo scialle ereditato, a respirare erba tagliata e quella nota sottile che si chiama inizio dellestate e dura pochissimi giorni.
Pensavo che la felicità in matrimonio non nasce una volta per tutte, ma ogni giorno: fatica, sforzo, a volte dolore. A volte bisogna usare parole scomode. A volte inventarsi esperienze che mostrino ciò che le parole non possono spiegare. Non è meno amore, è amore vero.
La mattina dopo la mamma fece i pancake, con panna fresca. La tavola era un brusìo: mamma raccontava dellorto, Marco che avrebbe sistemato il cancello, io che già prenotavo una giornata per le marmellate. Tutto normale. Ma proprio in quella normalità cera qualcosa di prezioso.
Dopo pranzo Marco aggiustava la staccionata, mamma riposava, io cercavo di leggere tra i rami già carichi delle piccole mele verdi, locchio cadeva sulla vecchia panchina dove lestate scorsa io e Marco avevamo bevuto il vino. Sulla mamma, che usciva a prendere aria domenicale.
La vita continuava. Forse era questa la risposta a tante domande.
Siamo tornati a Bologna la domenica. In casa faceva caldo, ho aperto la finestra, Marco ha sistemato le borse. Tutto come sempre, ma dentro era diventato più leggero.
Qualche giorno dopo Elisa ha richiamato. Io ero in cucina; ho sentito tutto.
Elisa, sto capendo. Se è urgente, chiama lemergenza idraulica. No, non passo. Non è rabbia, è che adesso il mio posto il fine settimana è a casa mia. Ti auguro il meglio.
È venuto in cucina con il telefono, mi ha chiesto:
Un caffè?
Volentieri.
Non cera altro da dire. Un silenzio diverso da quello di aprile: era il silenzio di due che stanno bene insieme.
Paolo passava ancora qualche volta; Marco un giorno lo ha invitato a una grigliata, hanno discusso di moto e di un vecchio film italiano che amavano entrambi. Li osservavo e pensavo: se le cose fossero andate diversamente, forse sarebbero amici.
Lestate è volata serena. Siamo tornati da mia mamma almeno altre due volte. Una volta, a luglio, Elisa ha mandato solo un messaggio, non ha chiamato: aveva un dubbio legale, Marco le ha dato un numero gratuito di consulenza. Tutto qui.
Ad agosto io e Marco, dopo anni, siamo andati in vacanza, da soli, tre giorni a Cesenatico. Mare caldo, spiaggia chiara, si mangiava bene. La sera lungomare, a parlare di tutto e di niente: di libri, di lavoro, di quel cane che forse un giorno prenderemo, di mia madre, di cambiare lavoro, del fatto che, per mantenere qualcosa, a volte bisogna lottare. Non con gli altri, con sé stessi.
Ecco cosè la fiducia e lamore: non assenza di problemi, non serenità assoluta. Solo questo: tu ci sei, io ci sono, ce labbiamo fatta e si va avanti.
Non lho mai raccontato a nessuno, tranne che a Stefania. Lei ha ascoltato, ha accennato un sorrisetto e poi:
E finalmente! Era ora.
Era, ho risposto.
Però niente più giochi così. Parla chiaro dora in poi.
Adesso posso. Adesso ascolta.
Non era una fine le storie di famiglia non finiscono mai davvero. La vita porta sempre nuove sfide. Forse Elisa tornerà a chiamare, forse arriverà altro. Sempre qualcosa arriverà.
Ma a settembre, mentre cenavamo e Marco mi raccontava ridendo una storia del collega e io pensavo solo che dovevo comprare il latte e chiamare la mamma, ho sentito così tanta, semplice felicità che mi sono fermata un secondo per fissare quellistante: la luce gialla del lampadario, il profumo della minestra, la sua voce, la nostra casa.
È per questo che vale la pena tenere stretto ciò che cè. È per questo che bisogna parlare, discutere, arrabbiarsi, perdonare e poi ancora spiegarsi.
Non sono consigli da psicologo, né ricette miracolose: è solo una storia vera. Di queste storie ce ne sono tante, ognuna con la sua Elisa, il suo Paolo, il suo giorno di scelta. È bello quando la scelta è quella giusta. E ancora più bello quando la si sceglie insieme.
Un sabato di ottobre sedevo alla finestra con una tazza di tè. Le foglie degli alberi erano gialle, arancio, il vento ogni tanto ne sollevava una. Marco tornò tardi dal lavoro, si appese il giubbotto nellingresso, si lavò le mani, entrò in cucina.
Come stai? mi chiese, sedendosi.
Bene. Vuoi una tazza di tè?
Sì, grazie.
Mi alzai, riempii la tazza, gliela misi davanti.
Marco, dissi.
Dimmi.
Sono contenta che siamo qui, insieme. Così, senza motivo. Contentissima.
Mi guardò, e nei suoi occhi si sciolse qualcosa.
Anchio, disse. Anche se a volte faccio lidiota.
Ogni tanto. Ma in fondo, no.






