Riflesso della forza
Matteo, ma che stai facendo? La voce di Caterina le rimbomba nelle orecchie, alta e tremante, come se non fosse davvero sua.
Lui non si volta subito. Sta al bancone del bar, una mano posata sui fianchi di quella donna. Alta, capelli corti, giubbino di pelle. Lei gli sussurra qualcosa allorecchio e lui sorride. Sorride in un modo che Caterina non vedeva da troppo tempo.
Matteo! ripete più forte.
Solo allora lui si gira. Prima lo stupore sul volto, poi il fastidio. Come se lei stesse disturbando qualcosa di importante.
Cate, da dove sbuchi?
Da dove? Sei stato tu a dirmi di venire alle otto e mezza! Ho ritirato il vestito in sartoria per te, pensavo ci saremmo visti…
La donna accanto si stacca, ma non ha paura: la guarda con curiosità, la squadra da capo a piedi, un giudizio tacito dietro quello sguardo lungo. Allimprovviso Caterina sente addosso il peso del suo vecchio montone, la borsa lisa, le radici bianche dei capelli che da tempo rimanda di tingere.
Lucia, è mia Matteo trattiene la parola come scusa …moglie. Caterina, dai, non qui.
Non qui? Quasi non riconosce la propria voce. Allora dove? A casa non torni mai, la notte rientri alle due, al mattino scappi, il cellulare non lo prendi mai…
Lucia accenna un sorriso tra il comprensivo e lo scettico. Fa più male del disprezzo.
Matteo, forse dovreste parlarne dice lei, calma. Io aspetto.
No, resta Matteo le prende la mano, con naturalezza, davanti agli occhi di Caterina. Cate, pensavo avessi capito. Te lho detto giovedì scorso. Io e Lucia
Eri ubriaco! Ho pensato che fossi solo sfogo…
Ero sobrio. E ti ho detto tutto.
Caterina ricorda quella sera. Lui era arrivato tardi, lei scaldava la cena. Qualcosa aveva detto, che era stanco, che la vita passava, che voleva… Lei non laveva neanche ascoltato davvero. Sembravano i soliti lamenti degli uomini di quelletà. Bastava resistere.
Ventotto anni, Matteo… Ventotto anni.
Proprio per questo lui sospira. Proprio per questo voglio vivere il resto in un altro modo.
Lucia gli mette la mano sulla spalla, sicura. Caterina guarda quella mano, il braccialetto di cuoio sottile, le unghie corte e senza smalto, e sente tutto dentro ribaltarsi.
Vai a casa, Cate dice Matteo, stanco. Domani passo, ne parliamo seriamente.
No.
Neanche lei si aspettava quella risposta. Né il passo in avanti, né la spinta maldestra a Lucia, proprio sul braccio.
Ma tu chi credi di essere? Troia!
Accade tutto in un lampo. Lucia le blocca il polso, la spinge contro il bancone. Non fa male, ma la presa è di ferro. Caterina non riesce a liberarsi; il braccio si intorpidisce, la spalla scricchiola.
Lasciala dice Matteo a bassa voce.
Lucia la libera. Caterina si allontana, massaggiandosi il polso. Tutti nel bar la fissano. Il barista, due uomini in un angolo, la cameriera col vassoio. Fissano proprio lei. La donna con il montone vecchio, che neanche riesce a colpire la rivale come si deve.
Scusa dice Lucia, impassibile. Un riflesso. Non volevo.
Caterina si volta e si affretta verso luscita. Inciampa, ma non piange. Non davanti a loro. Solo fuori, nellaria fredda di dicembre, appoggiata al muro con la porta del bar alle spalle, lascia finalmente scorrere le lacrime.
Fiocchi di neve grossi cadono lenti. Le luci natalizie si riflettono nella vetrina. Le persone passano, avvolte nelle sciarpe, nessuno si cura della donna che piange. A Milano nessuno si volta.
Per tornare a casa ci mette uneternità. Metro, autobus e poi a piedi nei cortili familiari. Lappartamento è buio; non accende la luce. Si spoglia nellingresso, lasciando il cappotto per terra. Si sdraia sul letto vestita.
Matteo non torna né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Chiama dopo tre giorni, sbrigativo. Dice che passerà nel weekend per prendere le sue cose, che la casa resta a lei, che manderà dei soldi. Come fosse una trattativa.
Caterina ascolta e annuisce, anche se lui non vede i suoi cenni. Poi riaggancia e si rimette a letto. Così passa una settimana. Poi unaltra ancora.
Lamica, Giulia, la chiama ogni giorno.
Cate, basta adesso. Alzati, vieni almeno a fare una passeggiata.
Non voglio.
Almeno mangi?
Sì.
Mente. Non mangia quasi nulla. Solo tè coi biscotti secchi, ogni tanto riscalda una minestrina. Lo stomaco si chiude solo a pensare al cibo.
Passa il tempo sui social. Trova il profilo di Lucia. Foto in palestra, in montagna, sulla moto. Le didascalie sono corte, sicure. “Allenamento” “Weekend” “Nuova sfida”. In una foto indossa i guantoni su un ring. I commenti sono pieni di ammirazione.
Caterina guarda tutto, scorre allindietro fino alle foto di cinque anni fa. Cerca un difetto, una debolezza, qualcosa che la renda meno invincibile. Non trova niente.
Una sera buia, si imbatte in un post di Lucia sul lavoro. Scopre che è unistruttrice di difesa personale e arti marziali miste, allena gruppi femminili. In una foto compare vicino a un cartellone: “Centro Arti Marziali Aracoeli. Corso femminile principianti”.
Caterina guarda a lungo quella foto. Poi posa il telefono e si osserva allo specchio in fondo al letto.
Il viso gonfio, i capelli spenti, le occhiaie. Cinquantotto anni. Un corpo che vive solo per andare al supermercato, lavare i piatti, stirare le camicie.
Quando aveva pensato lultima volta al suo corpo? Non al mal di schiena, alle scarpe strette, al dottore da vedere. Pensato-veramente. A come si muove, a come sente, a come vive.
Non se lo ricorda più.
Lucia aveva vinto non perché era più giovane o bella. Ma perché era più forte. Fisicamente più forte. Aveva fermato un braccio come si schiaccia una zanzara.
“Un riflesso”, aveva detto.
Il riflesso di un corpo abituato a difendersi. Che sa cosa significa non aver paura.
Caterina si alza dal letto e va verso la finestra. Sotto, i lampioni illuminano il cortile. Un ragazzino gioca col monopattino, la madre lo chiama da dentro il portone.
La vita va avanti.
La sua vita è finita quella sera, al bar. È finita la Caterina che aspettava il marito con la cena, sognava una vecchiaia insieme, nipoti futuri, viaggi con la pensione. Tutto dissolto in un momento.
E adesso?
Non lo sa. Ma sa che non può continuare a marcire a letto.
La mattina dopo Caterina si alza presto per la prima volta da tre settimane. Prepara due uova, si fa un caffè. Si siede al computer.
“Palestre principianti Milano”.
Una lista infinita: yoga, pilates, acquagym, danza. Troppo soffice. Vuole qualcosa che la renda meno vittima.
Cerca: “Difesa personale donne Milano”.
Dopo unora seleziona cinque centri nella zona di Lambrate e Città Studi. Uno a venti minuti a piedi, si chiama semplicemente: “Energia”.
Lannuncio dice: “Fitness, pugilato, allenamenti funzionali. Corsi base. Per tutte le età”.
Per tutte le età. Va bene.
Caterina prende in mano il telefono. Resta a fissare il numero, poi compone.
Palestra Energia, sono Francesca.
Buongiorno. Vorrei informazioni sui corsi per principianti.
Certo. Le interessa fitness, pugilato, stretching?
Pugilato dice Caterina, sorprendendo se stessa.
Perfetto. Abbiamo il corso femminile il martedì e il giovedì alle 19, istruttrice Carla. Prima lezione di prova gratuita.
E… sono tutte giovani?
La signora dallaltra parte esita.
Di tutte le età. Nel gruppo di Carla ci sono donne di quarantanni, cinquanta… Non si preoccupi. Carla ha esperienza, capisce tutto.
Grazie. Vengo giovedì.
Caterina chiude la chiamata e si siede. Le tremano le mani. Forse per paura, forse per ladrenalina, non sa.
Matteo torna sabato a prendere le sue cose. È solo, mette giacche, libri e documenti nelle scatole senza dire niente. Caterina guarda fuori dalla finestra. Non si volta.
I soldi te li giro dice lui chiudendo lultima scatola. Se serve qualcosa, chiamami.
Non mi serve nulla.
Caterina…
Vai via.
La porta si chiude piano, senza sbattere. Caterina si sente in una casa nuova, più grande, più vuota.
È un bene? Un male? Non sa.
Giovedì sera Caterina indossa vecchi pantaloni da tuta presi in fondo allarmadio, una maglia e giacca. Riempie una borraccia dacqua. Esce di casa mezzora prima.
La palestra è in un seminterrato di un edificio vecchio. Insegna semplice, niente loghi moderni. Dentro odora di sudore e tappetini. Allentrata una donna di trentanni col tablet.
Buonasera. Per il pugilato?
Sì, avevo chiamato. Caterina.
Prego, spogliatoio laggiù. Carla arriverà presto.
Nello spogliatoio ci sono tre donne: due giovani, una più anziana. Tutte cambiano in silenzio. Caterina si infila la maglietta vecchia e larga, e si sente ridicola. Cosa ci fa lì?
È la prima volta? le chiede lanziana, allacciandosi le scarpe.
Sì.
Non si preoccupi. Carla è brava, fa tutto gradualmente.
Caterina annuisce.
Nella palestra una decina di donne, età varie, sono alle sacche, ai pesi, riscaldamento.
Lallenatrice arriva dopo poco: bassa, tarchiata, capelli corti e una cicatrice sul sopracciglio. Sui 50 anni, forse di più.
Buonasera. Ci sono nuove?
Caterina alza la mano.
Nome?
Caterina.
Carla. Bene, Caterina, mettiti di lato, guarda come facciamo, poi entri. Dai, ragazze, riscaldamento.
I primi 30 minuti sono un inferno. Il corpo non obbedisce. Le braccia non salgono, le gambe si incrociano. Carla mostra come colpire il sacco: Caterina sbaglia tre volte di fila. Si vergogna.
Tranquilla le dice Carla avvicinandosi. È normale la prima volta. Riprova.
Caterina riprova. Il pugno colpisce il sacco insicura, ma va.
Così. Ancora.
Colpisce ancora, più volte. Prima piano, poi più convinta. Il sacco oscilla. Suda. Il respiro si fa corto.
Stop. Riposo.
Caterina si siede sulla panca. Il cuore martella. Tutto il corpo trema. Ma dentro sente qualcosa di nuovo. Rabbia? Motivazione?
Vita.
Dopo lallenamento torna a casa distrutta. Muscoli pesanti. Sotto la doccia guarda le sue mani: le nocche rosse, un livido al polso rimasto da quella sera.
Quasi guarito.
Torni ancora? le chiede Carla negli spogliatoi.
Sì risponde Caterina. Torno.
E torna. Il martedì dopo, e poi ancora. Settimana dopo settimana per due mesi.
Il corpo cambia piano. Prima smette di farle male al mattino. Poi i movimenti sono più leggeri. Poi sale al quinto piano senza fiato. Si guarda allo specchio: pancia appiattita, braccia più sode.
Ma la cosa più importante cambia dentro.
Non pensa più a Matteo. O meglio, ci pensa, ma senza pena né rabbia. Con serenità. Come a qualcuno che ha fatto parte della sua esistenza, e ora non cè più. Come linverno che finisce, come il film che termina.
Giulia nota i cambiamenti.
Sei dimagrita le dice al bar. E hai uno sguardo nuovo.
Vado in palestra.
Tu?
Sì.
Giulia ride, poi si interrompe.
Scusa. Non pensavo… non sei mai stata tipo da palestra.
Dicevo tante cose.
Silenzio. Giulia mescola nervosa il caffè.
Matteo ti ha chiamata?
No.
Ho sentito che vive con… Lucia.
Lo so.
Non ti importa?
Caterina ci pensa. Le importa? Certo che fa ancora male. Fa rabbia. A volte si sveglia di notte, spaesata. Poi ricorda tutto.
Ma non è più il dolore che uccide. Solo una botta che guarisce, lenta.
Non mi è indifferente dice sincera. Ma si sopravvive.
La primavera arriva allimprovviso. La neve sparisce in una settimana, la città si riempie di sole e pozzanghere. Caterina va agli allenamenti a piedi, quaranta minuti. Carla approva.
Camminare fa bene. Cardio senza stressare le ginocchia.
A marzo, dopo una lezione, Carla la chiama.
Hai fatto progressi. Vuoi provare un incontro leggero?
Cosa?
Sparring. Con casco, protezioni, minimo contatto. Serve a reagire a una persona vera.
Caterina ha paura. Ma accetta.
Il primo sparring è con Anna, la più grande del gruppo. Anna ha 52 anni, viene da due anni. Colpisce precisa, non forte, ma sicura.
Caterina becca qualche colpo, uno sulla spalla. Allinizio si irrigidisce, paura. Ma poi qualcosa scatta. Vede il pugno e alza la guardia. Contrattacca. Colpisce.
Anna ride.
Brava!
Dopo Caterina si scioglie. Trema, ma di gioia. Ce lha fatta. Il corpo ha imparato.
Niente male dice Carla sedendosi accanto. Per essere la prima volta, perfetta.
Avevo paura.
Tutte abbiamo paura. Ma tu non ti sei fermata.
Caterina la guarda.
Carla, perché hai iniziato a fare boxe?
Carla alza le spalle.
Storia lunga. Breve: mio marito era violento. Finché non ho imparato a difendermi. Sono scappata, sono venuta qui, volevo che nessuna aspettasse quanto ho aspettato io.
Caterina ascolta, in silenzio.
Anche tu hai una storia?
Sì. Lui non mi ha mai toccata. Mi ha solo lasciata.
Anche quello fa male.
Sì, però passa.
Carla annuisce e le batte una mano sulla spalla.
Passa. Piano piano, ma passa.
Ad aprile Caterina va finalmente dal parrucchiere. Si tinge i capelli, si taglia corti. Compra una giacca nuova, jeans e scarpe da ginnastica. Niente di caro, ma nuovi. Suoi.
Matteo versa i soldi a inizio mese come promesso. Lei non li spende. Li mette da parte. Per cosa, non sa.
Una sera, tornando dalla palestra, Caterina entra nel piccolo centro commerciale sotto casa per comprare acqua. Sale e la vede.
Lucia è davanti alla vetrina di un negozio sportivo. Da sola. Guarda le giacche, sicura come sempre.
Caterina si blocca. Il cuore le crolla. Vecchia paura, vecchio dolore. Vorrebbe girare i tacchi.
Ma non lo fa.
Avanza. Passo dopo passo.
Lucia solleva lo sguardo; la riconosce subito. Il volto si irrigidisce.
Caterina?
Ciao.
Restano a guardarsi. Lucia per prima abbassa lo sguardo, poi torna a fissarla.
Come stai? dice piano.
Bene.
Sei… cambiata. Sei dimagrita.
Vado in palestra.
Lucia annuisce.
Fa bene.
Silenzio pesante tra loro. Caterina vede davanti solo una donna stanca, occhiaie, rughe nuove.
E Matteo? chiede a sorpresa.
Lucia sorride amaro.
Matteo? Ci siamo lasciati due settimane fa.
Cosa?
Non ha funzionato. Lui voleva che fossi agita una mano insomma, una donna diversa. Ma non ero quella che lui voleva.
Caterina non sente nulla dentro. Né sollievo, né vendetta. Solo vuoto.
Scusa dice Lucia a sorpresa. Per quella sera. Per tutto.
Non serve.
Invece sì. Non volevo ferirti. Ma stavo bene con lui. Solo che non era come sembrava.
Caterina la squadra.
Sei una istruttrice di arti marziali, vero?
Lucia alza le sopracciglia.
Sì. Come lo sai?
Ho cercato su internet, dopo.
Perché?
Volevo capire chi eri. E ho capito che il problema non eri tu. La sconfitta non era per il marito. Era la mia, con me stessa. Da tanti anni.
Lucia la guarda per un po, poi annuisce.
Sei più saggia di me.
No. Solo più vecchia.
Sorridono, insieme, goffe.
Io devo andare dice Lucia. In bocca al lupo, Caterina.
Anche a te.
Lucia si allontana verso le scale mobili. Caterina la guarda andar via. Poi torna per la sua strada.
Fuori cè caldo. Maggio ormai regna. Gli alberi sono verdi, i bambini urlano nei cortili. Caterina cammina piano. Osserva tutto.
Il telefono vibra. Giulia.
“Come stai? Ci vediamo domani?”
Risponde: “Oggi no. Ho allenamento. Domani sì.”
“Perfetto!”
Rimette via il telefono. Rientra a casa, guarda le sue finestre al quinto piano. Ha lasciato la luce accesa.
Matteo si arrabbiava sempre: “Cate, la luce! Quanto consumi?” Adesso non importa. Tanto paga lei, ora. Sua casa, sua luce, suoi conti.
La sua vita.
Sulla panchina davanti al portone cè il vicino, il signor Vittorio. Dà da mangiare ai piccioni.
Buonasera, Caterina.
Buonasera, Vittorio.
Torni tardi.
Allenamento.
Brava. Alla tua età io ero già sul divano. Tu ti tieni in forma.
Caterina sorride.
Ci provo.
Salire cinque piani non la stanca. Si sveste, va in bagno, si fa una doccia calda.
Poi siede con una tisana, guardando la città dalla finestra.
Un anno fa pensava che sarebbe morta se Matteo lavesse lasciata. Pensava di non farcela, di non resistere allidea della solitudine.
Non è morta.
Ce lha fatta.
La vita va avanti. Diversa. Più dura. Sola. Ma sua.
Il telefono vibra ancora. Numero sconosciuto. Caterina risponde.
Pronto?
Caterina? Sono Carla, della palestra Energia.
Buonasera.
Senta, avrei una proposta. Cerco un assistente per i gruppi femminili del mattino. Solo assistere, aiutare le principianti. Paga poca, ma serve esperienza. Che ne dice?
Caterina resta in silenzio. Pensa ai dubbi. Aiuta le altre? Ma lei stessa ha appena imparato…
Non so se sono capace…
Lo sei dice Carla sicura. Sei passata dal niente a un buon livello in sei mesi. Capisci le paure, conosci le difficoltà. Proprio quello che serve. Non una superesperta, ma chi ha vissuto il cambiamento.
Devo pensarci.
Va bene. Ma deciditi presto. Si comincia tra due settimane.
Carla saluta. Caterina mette giù. Guarda le sue mani. Ora sono più forti, con i calli.
Sanno difendersi.
Magari possono insegnare anche ad altri?
Il giorno dopo, finito lallenamento, Caterina si avvicina a Carla.
Accetto. Ci provo.
Carla sorride forte.
Ottimo. Vieni lunedì, ti mostro tutto.
Il primo gruppo del sabato mattina: cinque donne. Due giovani, una di mezza età, due più anziane. Una, la più grande, è spaesata, chiusa in un angolo, coi pantaloni sformati.
Caterina si avvicina mentre Carla presenta lattività.
Buongiorno. Sono Caterina, assistente istruttrice.
Carla, dice piano laltra, senza guardarla.
Prima volta?
Sì. Mia figlia mi ha spinta. Dice che mi serve, se no mi abbandono.
Capisco. Anchio pensavo fosse inutile… si ferma. Non ha figli. Ma capisce cosa intende. È dura iniziare, lo so.
Paura di non farcela. Che le altre mi ridano dietro.
Caterina rivede se stessa, mesi fa. Spaventata e fragile.
Nessuno ride qui. Qui ci siamo passate tutte. E ce labbiamo fatta. Può riuscirci anche lei.
Carla le sorride debolmente. Negli occhi le si accende una speranza.
Davvero?
Davvero.
A fine lezione Carla si avvicina, mentre Caterina ripone i tappetini.
Grazie del sostegno.
Figurati.
Sembri fortissima. Hai fatto sempre sport?
Caterina ride.
No, sono arrivata qui sei mesi fa. Ero esattamente come te oggi.
Carla spalanca gli occhi.
Davvero?
Davvero.
Ma cosa è successo?
Caterina riflette. Che cosè successo? Marito andato, la vita crollata. Ma in fondo era iniziato molto prima. Quando si è dissolta vivendo per qualcun altro. Dimenticando chi fosse.
Ho perso me stessa dice. Sto cercando di ritrovarmi.
E ci sei riuscita?
Caterina guarda fuori. Il sole, la strada, la gente indaffarata.
Ci sto lavorando.
Carla annuisce.
Voglio provarci anchio.
Ci riuscirà. Basta non mollare.
A casa Caterina trova vecchie foto. Lalbum del matrimonio. Volti giovani, un abito bianco, sorrisi felici. Matteo le tiene la mano. Lei lo guarda innamorata.
Ventotto anni fa.
Le osserva a lungo. Senza nostalgia, né dolore. Solo come si guarda una storia che non ci appartiene più. Quella Caterina non esiste più. Neanche quel Matteo.
Cè solo lei. Adesso. Cinquantanove anni. Sola. Stanca. Più forte.
Il telefono squilla. Matteo.
Sorpresa. Non chiama da mesi. Solo bonifici.
Pronto?
Cate, ciao. Come va?
Bene. È successo qualcosa?
No, solo… volevo parlare. Non ci sentiamo da tanto.
Già.
Silenzio. Sospira.
Mi chiedevo… ci vediamo? Parliamo un po?
Su cosa?
Di noi. Di quello che cè stato. Magari abbiamo sbagliato a separarci…
Caterina lo ascolta, distante. Come una canzone passata.
Matteo, non voglio incontrarti.
Perché? Ho capito che ho fatto un errore. Con Lucia non ha funzionato. Ho pensato a te, alla nostra vita. Forse possiamo riprovare?
Una volta Caterina avrebbe pianto. O si sarebbe emozionata. O sarebbe stata furiosa. Ora cè solo stanchezza.
No, Matteo. Basta così.
Ma perché?
Sono cambiata. E non voglio tornare a quella vita.
Ma stavamo bene!
Forse tu. Io non lo so. Ero solo presente. Facevo da cornice alla tua vita.
Caterina, non è giusto
Può darsi. Ma è la mia verità.
Lui tace. Poi:
Mi odi?
No. Ma non ti amo più. Sei stato parte della mia vita. Ora quella parte è finita.
Quindi tutto finito?
Sì, Matteo. Finito.
Riaggancia. Si siede in salotto. Guarda lalbum di nozze. Lo rimette in un vecchio armadio, in alto.
Può restare lì. Da ricordo, non da zavorra.
A giugno Caterina va in campagna da sola. Cè la casetta vicino al Ticino, eredità della famiglia di Matteo. Dopo il divorzio lui aveva detto che non le interessava.
Non ci andava da due anni. Temeva i ricordi. Serate insieme, grigliate sotto le stelle.
Stavolta però decide di andare.
Il posto è in rovina. Erba alta, tetto che perde, odore di chiuso. Caterina apre tutto, pulisce, butta cose inutili.
Lavora senza fermarsi. Taglia lerba, dipinge il cancello, sistema il portico. Dolore alle ossa e vesciche sulle mani. Ma è un dolore buono, vivo.
La sera del secondo giorno sta sul portico col tè. Il sole tramonta dietro i pioppi. Uccelli cantano. Lontano abbaia un cane.
Tranquillità. Solitudine. Ma niente paura.
Accidenti dice una voce dietro.
Cè il vicino, signor Giuseppe, pensionato che vive lì tutto lanno.
Buonasera.
Ciao Caterina. Era da tanto che non ti vedevo. Sei sola?
Sì.
E Matteo?
Divorziati.
Giuseppe scuote la testa.
Eh Peccato, tutti questi anni insieme.
Succede…
Già. Ma forza. La vita è dura, ma si tira avanti. Io sono solo da quindici anni, da quando è mancata mia moglie. Ma non mi arrendo.
Si abitua?
Alla solitudine? Mai davvero. Ma ci si adatta. Si trovano aspetti positivi.
Quali?
Libertà risponde semplice. Fai quello che vuoi, quando vuoi. Nessun disturbo, nessun peso. Anche questa è felicità, in un certo senso.
Caterina riflette.
È vero.
Sicuro. Se hai bisogno, bussa. Ti aiuto io.
Grazie.
Lui se ne va. Caterina finisce il tè. Va a dormire presto, senza sogni.
Al mattino la svegliano gli uccelli. Si lava con lacqua del pozzo, fa ginnastica sul prato. Colazione sul portico.
Giornata limpida. Porta il pranzo e va nel bosco con lo zaino.
Il bosco la avvolge. Cammina piano sulle vecchie tracce. Raccoglie fragole selvatiche che questanno abbondano. Ripensa al viaggio fatto in sei mesi. Dalla disperazione allaccettazione. Dalla debolezza alla forza. Dalla dipendenza alla libertà.
Non è cambiata del tutto. Ma ha ricordato chi era. Prima del matrimonio, prima di annullarsi.
La giovane Caterina era coraggiosa. Voleva imparare, viaggiare, lavorare. Poi aveva incontrato Matteo, si era innamorata, sposata. Avrebbe avuto figli, se fosse stato possibile. E poi vivere per lui.
Era una brava moglie. Ma non era più nessuno.
E adesso? chiede a voce alta, sedendosi su un tronco caduto.
Nessuna risposta. Solo vento.
Prende il telefono. Cerca la vecchia chat con Giulia, di un anno fa:
“Giulia, a volte penso che la vita mi sia passata davanti. Non ho fatto niente di importante”.
Giulia allora aveva risposto:
“Caterina, non dire sciocchezze. Sei una moglie splendida. Vale molto”.
Allora ci aveva creduto. Si era accontentata.
Ora sa: non basta. Bisogna essere buoni anche con se stessi.
Arriva un messaggio da Carla:
“Cate, come va in campagna? Carla chiede di te. Ti sente mancare. Quando torni?”
Caterina sorride. Risponde:
“Bene qui. Ma torno dopodomani. Mi manca la palestra”.
Invia. Si alza e torna indietro.
Due settimane dopo incontra di nuovo Lucia. Al supermercato, alla cassa.
Lucia è davanti a lei, paga. Si volta, la vede. Sorpresa.
Di nuovo qui.
Pare di sì.
Escono insieme.
Come stai? chiede Lucia.
Bene. Tu?
Tutto ok. Lavoro, alleno. Si tira avanti.
Caterina annuisce.
Matteo mi ha chiamata dice. Un mese fa. Voleva tornare.
Lucia si rabbuia.
Davvero? E tu?
Ho detto di no.
Hai fatto bene pausa Lui è buono, ma debole. Gli serve sempre un appoggio. Prima tu, poi io. Ora cercherà qualcunaltra.
Non sono più affari miei.
No, non lo sono.
Silenzio. Lucia guarda lorologio.
Devo andare. Allenamento fra mezzora.
Vai.
Lucia muove un passo, poi si ferma.
Ti ammiro sai? Ce lhai fatta. Tante non ce la fanno.
Grazie.
Sul serio. In quel bar ti ho vista distrutta. Ora sei diversa. Forte.
Caterina la fissa.
Allora ti odiavo.
Lo so.
Ora no. Anzi, ti sono grata.
Lucia spalanca gli occhi.
Perché?
Perché hai distrutto lillusione che stavo bene. Che ero felice. Senza di te sarei rimasta addormentata fino alla morte.
Lucia resta in silenzio. Poi sorride, triste.
Allora prego. Anche se non volevo.
So che hai solo vissuto. Anchio ora vivo.
Si salutano. Caterina la guarda allontanarsi. Non con odio o invidia, solo guardando.
Poi si volta e torna a casa. Per le vie estive, tra bambini e musica dal bar.
La vita scorre. La sua.
Lautunno arriva silenziosa. Foglie gialle, giornate corte. Caterina continua in palestra, aiuta Carla con i corsi. Carla resta, perde peso, diventa più sicura. Le è grata.
Mi hai salvata dice.
No, ti sei salvata da sola. Io ero solo qui.
A ottobre Carla la invita a un corso da istruttrice.
Sei brava. Le altre ti ascoltano. Perché non ufficializzare?
Caterina è titubante. Costa fatica, tempo, soldi. Ma accetta.
Studia tre mesi. Non è facile. Teoria, pratica, esami. Ma ce la fa.
A gennaio, un anno esatto dopo il bar, riceve il certificato di istruttrice fitness e autodifesa base.
Carla la abbraccia.
Fiera di te.
Grazie, per tutto.
No, grazie a te. Hai fatto tutto da sola.
Quella sera, Caterina siede a casa, il certificato tra le mani. Legge il suo nome stampato.
Caterina Bianchi. Istruttrice.
Un anno fa era nessuno. Lasciata, spezzata, smarrita.
Ora è istruttrice. Aiuta altre donne a riscoprirsi, come lei ha fatto.
Il telefono squilla. Giulia.
Cate, sei a casa?
Sì.
Passo da te! Dobbiamo festeggiare!
Cosa?
Il tuo certificato! Carla me lha detto. Sei una grande!
Giulia porta una torta e del prosecco. Festeggiano in cucina.
A volte ti guardo e non ti riconosco dice Giulia. Sei intera, luminosa.
Mi sono ritrovata.
Che cosa?
Me stessa.
Giulia annuisce.
Non pensi più a Matteo?
Lho lasciato andare. Non è lo stesso che dimenticare. Ogni tanto mi manca, ma non per lui. Mi mancano i ricordi. Ma non ho più voglia di tornare indietro.
Brava, Giulia solleva il bicchiere per la tua nuova vita.
Per la nuova vita.
Bevono. Caterina guarda fuori: la neve, le luci.
Matteo sta da qualche parte, con i suoi drammi.
Lucia allena e vive la sua strada.
Ma qui cè Caterina. Cinquantanove anni. Sola. Libera. Forte.
Ed è abbastanza.
Una settimana dopo, dopo lallenamento mattutino, Caterina si siede sulla panchina nel parco vicino alla palestra. Beve caffè dal termos. Guarda chi corre, chi porta il cane, chi scia.
Accanto si siede una signora anziana. Avrà settantanni, col bastone e la pelliccia.
Posso?
Certo.
Stanno in silenzio. Poi la signora sospira:
Sono stanca. Abito lontano, ho fatto una bella camminata.
Si riposi.
Già la signora la osserva È della zona?
Sì.
Io sono da mia figlia. Badante alla nipote. Lei lavora, io tengo la piccola. Pesante per la mia età, ma si fa. Mia figlia è sola, marito via da poco.
Caterina annuisce.
Capisco.
Anche lei?
Sì. Un anno fa.
La signora scuote la testa.
Eh, questi uomini… Mia figlia si dispera, pensa che la vita sia finita. Io le dico sempre: “Vivi, non piangere. La vita cambia, non finisce.” Ma non ascolta.
Silenzio.
Ma lei, come ha fatto… quando è rimasta sola?
La signora ride.
Mio marito è morto. Trentanni fa. Avevo quarantanni. Pensavo fosse la fine. Invece no. Figli cresciuti, ho lavorato, ora sto coi nipoti. La vita va avanti, finché si respira si va avanti.
È vero.
Sì. Limportante è non arrendersi. Chi si stende sul divano è già morto dentro. Poi si lamenta che tutto scorre via.
Caterina sorride.
Sagge parole.
No, solo esperienza. Adesso vado. Buona fortuna.
Grazie.
La signora se ne va. Caterina resta ancora qualche minuto, poi si alza.
Torna a casa lungo il parco, tra bambini che giocano e negozi di quartiere.
Il telefono squilla. Carla.
Cate, dove sei?
Torno a casa.
Ottimo. Una signora mi ha chiamato, vuole iniziare palestra, ma ha paura. Dice che ha 55 anni, si sente troppo tardi. Le ho detto che parlerai tu con lei. Puoi?
Caterina si ferma. Guarda il cielo trasparente.
Certo. Dammi il numero.
Sei la migliore.
No, solo so cosa sente.
Prende il numero. Chiama.
Pronto? La voce è timida.
Buongiorno, sono Caterina. Ha chiamato la palestra “Energia”?
Sì volevo capire meglio. Ma non so… mai fatto sport, ormai letà…
Quanti anni ha?
Cinquantacinque.
Io cinquantanove. Ho iniziato un anno fa. Da zero.
Silenzio.
Davvero?
Davvero. Ed è la cosa migliore che abbia fatto. Non per il fisico. Ma perché ho ritrovato me stessa.
Se stessa?
Sì. Quella che avevo perso tanto tempo fa. Venga. Provi. Se non le piace, lasci perdere. Ma provi.
Ho paura…
Tutte ne abbiamo. Io stessa tremavo. Ma sono venuta. E non mi sono mai pentita.
Silenzio. Poi:
Vengo. Giovedì va bene?
Benissimo. Laspetto.
Grazie.
A presto.
Caterina chiude. Sorride. Riprende il cammino.
A casa prepara il pranzo, mangia, poi siede a leggere vicino alla finestra finché non fa buio.
Poi si alza, si guarda nello specchio dellingresso.
Il viso resta stanco. Le rughe ci sono sempre, anche i capelli bianchi. Ma lo sguardo è nuovo. Vivo. Limpido.
Lei cè. Vera.
Un anno fa pensava che la vita fosse finita. Che non valesse più niente. Che restava solo aspettare.
Invece no. La vita non è finita. Si è trasformata. Più difficile, più sola. Ma è la sua.
Non è una fine.
È l’inizio.
Caterina dice al proprio riflesso, piano Sei stata brava. Ce lhai fatta.
Il riflesso le sorride.







