Simona

Simona

Ma guarda chi si vede! E tu di chi sei?

Mi sono accovacciato davanti alla porta del mio appartamento. Il gatto mi ha ringhiato contro, incurvando la schiena magrissima e gonfiando quel poco di pelo ancora rimasto sulla coda.

Sei un tipo tosto, eh! Apprezzo. Amico mio, però io vorrei entrare a casa. Ho finito il turno, sono affamato e vorrei solo dormire. E tu, invece, da dove sbuchi?

Al suono della mia voce il gatto ha scattato, graffiandomi la scarpa con un colpo impacciato, che mi ha strappato solo un sorriso. Il tipo minaccioso cercava di rialzarsi dal tappetino.

Le zampette non ti reggono, eh? Non mi piaci per niente, amico mio. Sono diventato serio. Cè qualcosa che non va con te. Sei spelacchiato, pelle e ossa poveretto ehi! Che male cè a provare pena? Parlo da amico!

Sembra che lenergia rimasta al gatto fosse giusta giusta per un ultimo attacco: ha artigliato la mia scarpa, rimanendo attaccato, a malapena ringhiando, ormai incapace di muoversi.

Ho capito. Ho sospirato. Amico caro, che ne dici se ti offro un po di cibo? La mamma diceva sempre che un compagno affamato non è una buona compagnia. Lei era davvero saggia. Seguiamola, dai!

Lho staccato delicatamente dalla scarpa, passandolo da una mano allaltra: mi aspettavo un assalto, invece niente. Si è abbandonato sui miei avambracci come uno straccio, smettendo anche di soffiare.

Poverino, eh? La vita ti ha strapazzato. Ho tirato fuori le chiavi e aperto la porta. Entra, ormai ci sei.

Lappartamento mi ha accolto con un silenzio stantio. Tornare a casa non mi piaceva. La mamma non cera più, e restare solo in questo trilocale così grande unangoscia. Avevo chiuso la porta della stanza dei miei e del soggiorno, e vivevo quasi come un inquilino: dal letto al bagno, dal bagno alla cucina. Non pulivo quasi mai, tanto nessuno lasciava disordine. Per abitudine, dopo cena lavavo subito piatto e posate. Lo facevo per lei come aveva insegnato.

Mi mancava disperatamente la mamma, che era non solo colei che mi aveva dato la vita, ma anche la mia migliore amica. Solo a lei confidavo tutto quello che avevo dentro. Col tempo era diventata la persona a me più vicina in assoluto.

Mio padre se ne era andato di casa quando avevo tredici anni. Superare quella botta non fu facile. Non voleva più vedermi, aveva un altro figlio in una nuova famiglia, e io mi sentivo crollare la terra sotto i piedi: tutto il rancore lo riversavo su mia madre. Lei sopportava. Mi abbracciava, sorrideva. Una volta, persino, dopo che ero tornato a casa ubriaco, mi aveva fatto coricare in silenzio; seduta accanto a me, mi accarezzava la testa bagnata di sudore e piangeva, piano piano. Fu allora che capii che cercavo un colpevole sbagliato: lunica persona che avesse davvero bisogno di me era lei.

Cominciò una lunga, difficile riconciliazione. Con me stesso, con lei, e con il mondo intero. E sempre lei, accanto, a sostenermi

La mamma

Se nera andata solo sei mesi prima, e io non riuscivo ad accettare che ormai non mi avrebbe più accolto sulluscio, asciugandosi le mani sul grembiule, non mi avrebbe più abbracciato, sussurrandomi allorecchio una carezza, non mi avrebbe baciato la fronte e sussurrato: Come va, amore? Hai fame?

Darei qualsiasi cosa per poter rivivere ancora quellattimo, solo per poter fermare il tempo anche un istante

Ma ormai la mamma non cè più, e io non sono neanche riuscito a salutarla come si deve.

Quando lambulanza venne a prenderla perché tossiva così tanto da far paura, non mi sfiorava nemmeno il pensiero che fosse lultima volta che lavrei vista. Mi accorsi troppo tardi di quello che stava accadendo.

Ci siamo ammalati quasi insieme, nonostante tutte le precauzioni: mascherine, guanti, disinfettante. Ma io lho presa molta peggio. La febbre alta non scendeva, il mal di testa mi stordiva.

Lambulanza, chiamata da lei per me, si rifiutò di prendermi.

Sei giovane. Ti riprenderai. Non è grave. In ospedale rischia di prendere altro, aspetta qualche giorno.

Lei cercava ancora di curarmi: vegliando la notte, premurandosi che prendessi le medicine, trascurando totalmente se stessa. Quando io iniziai a stare meglio, lei non si alzava più. Allora toccò a me: chiamai il 118, e questa volta la portarono via senza esitare.

Non lho più rivista.

Dopo il quarantesimo giorno dalla sua scomparsa trovai, nel suo comodino, una lettera per me. Mamma detestava la tecnologia; le piaceva scrivere tutto a mano. Negli indirizzi delle sue lettere comparivano la sorella, qualche amica sparsa tra Torino e Napoli, e a volte anche io.

Scrivere mi aiuta a dire quello che penso, amore. Con le parole si sbaglia, sulla carta si pensa prima di farsi scappare una sciocchezza.

Tenevo da parte tutte le sue lettere. Non le rileggevo non ne avevo la forza ma mi bastava sapere che erano lì. Quella, lultima, la ricordavo quasi a memoria.

Mamma sapeva tutto di me, anche meglio di quanto facessi io. Sapeva che la mia ragazza, Lisa, mi avrebbe lasciato, che la disperazione sarebbe stata così forte da farmi perdere la voglia di vivere, e mi metteva in guardia dalle sciocchezze.

Matteo, tesoro, abbi cura di te! Sei la mia continuazione. Finché mi ricorderai, io ci sarò. E se mi ricorderanno anche i tuoi futuri figli, vivrò ancora di più. Forse non mi conosceranno di persona, ma tu parlerai loro di me, giusto? Fai sì che arrivino, quei bambini che siano un po come te! Testardi e buffi. Amavo vederti da piccolo, quando bussavi col cucchiaio sul tavolo per avere la pappa. O quando volevi fare tutto da solo e poi tornavi a piangermi addosso. La tua ostinazione, quando urlavi per non spegnere il computer e poi venivi a chiedere scusa, dicendo che mi volevi bene fino al cielo. Tutto questo ti auguro per il futuro! Non privarti della felicità per nessuno. La tua arriverà, anche se con fatica. E se Lisa resterà, sarà destino, ma io non credo sia la persona giusta per te. Manca lamore vero, cè abitudine e convenienza. Se un giorno ti dirà grazie per tutto e andrà via, lascia andare, augurale il meglio e non serbare rancore. Ha comunque speso il suo tempo con te, e il tempo è prezioso. Sii grato, per il tuo e per quello degli altri. Se qualcuno ti dedica tempo, vuol dire che conti qualcosa. Fallo anche tu, e saprai sempre di aver fatto bene.

Aveva ragione. Lisa se ne andò due mesi dopo la morte di mamma.

Non sparì subito provò ad aiutarmi come poteva ma poi andò via

Non era con me quando ci ammalammo. Un caso: era dai suoi, fuori città, e poi non poté tornare da me. Quando finalmente ci riuscì, mi prese la mano e mi fu accanto nel dolore del lutto.

Anche il nostro addio fu delicato. E, ricordando le parole di mia madre, riuscii a non arrabbiarmi. Restammo amici, ma il vuoto rimaneva. Colpevolizzavo me, Lisa, perfino mamma per essere andata via così presto. Avevo rabbia con chiunque.

Mi recavo al lavoro, cercavo di cucinare qualcosa con risultati spesso da buttare poi mi versavo un tè nella tazza che mi aveva regalato mamma, uscivo sul balcone e osservavo Torino addormentata, senza sapere cosa fare.

Forse proprio per questo, la comparsa di quella creatura mi strappò quasi un sollievo. Almeno avevo qualcosa da fare, una distrazione dal mio dolore.

Il gatto si ravvivò appena posai davanti a lui un piattino di latte. Una sottiletta dimenticata in frigo, invece, la scartò con disgusto.

Che raffinato! Nemmeno io lavrei mangiata le rimisi in frigo e mi inginocchiai davanti a lui, osservandolo mentre trangugiava il latte. Ti piace, eh? Scusa, per ora non ho altro per te. Se vuoi, resta

Non so perché glielho detto. Forse perché vedevo qualcosa di noi due insieme: entrambi randagi, dimenticati da tutti a parte una zia chissà dove, che mi avrà visto bambino forse una volta sola. Il gatto, invece, non aveva nessuno che potesse definirsi padrone.

Siamo una bella coppia, eh sfiorai la sua schiena magra, e il gatto si limitò a rabbrividire, accettando la carezza.

Quando il latte finì, mi guardò con uno sguardo che lasciava intendere chiaramente che il bis sarebbe stato gradito. Dopo la seconda razione, però, il felino mi stupì: si avviò allingresso e si mise a miagolare a squarciagola.

Amico, ma che caratterino! sospirai: il buonumore già se ne stava andando. Appena mi abitui allidea di non essere solo, mi scappi via? Sarà il destino? Fato, come diceva sempre qualcuno nei film che guardava mamma.

Vai pure! aprii la porta e lo lasciai andare Se hai fame, torna. Il latte non manca mai.

Non si voltò neanche. Scese le scale con una dignità quasi regale.

Neppure un saluto

Ancora una sera in solitudine Quante ne avevo già passate? Mai provato a contarle. Avrei potuto uscire a trovare amici, ormai era possibile di nuovo, ma non ne avevo voglia. Dopo che la mamma non cera più, capii che anche gli amici più cari possono dimenticare tutto e tutti, come se tu non fossi mai esistito. Solo Lisa si fece sentire, ogni tanto.

Chiamava, chiedeva come stessi. Bene, rispondevo, e la telefonata finiva lì. Sapevo che si sarebbe sposata, con uno molto più giusto per lei: lavoro sicuro, casa grande fuori città, sogni da realizzare senza troppe rinunce. E la capivo. La vita è una sola, mica si può replicare.

Così, finivo la mia tazza di tè ormai freddo, seduto in balcone, pensando che era ora di uscire dal buio. Basta nascondersi e compiangersi. Non si torna indietro, lorologio va avanti e, se non afferri il tuo attimo, lo perdi per sempre. E ti resta solo questo: luci accese nelle case di altri, tè freddo e un cuore che si gela, sempre di più.

Un venticello quasi estivo faceva ballare la tenda che invece di bianco era ormai grigia e da lavare. In cortile ragazzi strimpellavano una chitarra sgangherata. Sbuffando, sono andato in cucina a lavare la tazza. Stavo per aprire il rubinetto quando un rumore mi ha fatto bloccare.

Quel suono mi ha persino spaventato: proveniva dal corridoio, buio e silenzioso. Infastidito, ho sorriso. Da piccolo avevo paura del buio e la mamma mi aveva messo due lucine in camera e in corridoio.

Dai, Matteo, non esiste luomo nero mi diceva, ridendo. Chi te lha detto?

La maestra dasilo. Diceva che porta via i bambini cattivi.

E allora tu che paura hai? Sei sempre stato un bravo bambino!

Chissà perché mi venne in mente allora?

Forse perché luomo nero è arrivato! ho sussurrato con una tristezza ironica, accendendo la luce e avvicinandomi allingresso.

Veniva tutto dalla porta: qualcuno stava grattando, ogni tanto dava colpetti forti come se pretendesse di essere accolto.

Ho guardato dallo spioncino, ma non cera nessuno.

Oramai anche io sto impazzendo però ho aperto comunque.

Avevo già vissuto il peggio, che altro poteva andare storto?

Il gatto che aveva grattato la porta ha perso lequilibrio ma si è ripreso al volo. Poi, con una sorprendente naturalezza, ha acchiappato per la collottola un piccolo cucciolo e lha portato dentro casa.

Ma pensa te! Una sorpresa

Mi sono piegato e ho preso il dono fra le mani. Il micetto, sentendo il calore, ha iniziato a divincolarsi e miagolare.

Ma allora tu non sei un gatto, sei una gatta! osservavo la ospite trotterellare tra i miei piedi. E ora, che ci faccio con tutto questo ben di Dio?

Lei non si degnò di rispondermi, si voltò e se ne andò giù dalle scale. Non ebbi neanche il tempo di capire cosa stesse succedendo.

Sì, vabbè e la prole? Dove vai?

La risposta non tardò ad arrivare. Appena chiusi la porta, ecco di nuovo il solito graffio: la gatta tornava e non da sola.

Dopo il terzo cucciolo, mi appostai in attesa sui gradini. Ormai era chiaro: qualcosa, finalmente, stava cambiando nella mia vita. Non sapevo ancora dove mi avrebbe portato, ma già la novità era una boccata daria, qualcosa che minvitava a sorridere di cuore.

I cuccioli si agitavano tra le mie mani, frugando e spingendosi per trovare spazio, mentre io li accarezzavo e mi scioglievo di tenerezza.

La gatta tornò con il quinto cucciolo e si sedette accanto a me, con uno sguardo che sembrava chiedere allora?. A disagio sotto quegli occhi color miele, balbettai:

Cosa vuoi da me?! Pensi che siccome hai portato qui i tuoi piccoli, devo occuparmene io?

Lei strizzò gli occhi: giurerei che sorridesse. Poi si alzò, si stiracchiò e si avviò verso casa con passo pacifico ma deciso.

Raccolsi i gattini tra le braccia e la seguii.

Lei, senza vergogna, ispezionò corridoio, stanza da letto, cucina, annusando qui e lì; poi si piazzò in cucina come a dire fammi vedere cosa sai fare.

Ho capito! posai i piccoli a terra e presi un piattino. Dopo si pulisce, non ti preoccupare! Ci sono bambini in casa ora, hai ragione! E pure per voi troverò qualcosa Aspetta! Ci sono!

Lantica cesta della mamma quella che usava per andare al mercato tornava ora utilissima. Vi sistemai dentro una vecchia sciarpa: quella che da bambino usava per le mie otiti con impacchi caldi.

La gatta seguiva con attenzione i miei movimenti.

Così va bene? Ti piace? la avvicinai alla cesta e subito venne a strusciarsi sulla mia mano, accettando il regalo; poi, presa una piccola, saltò dentro la cesta.

Ottimo! Sistematevi pure, io vado a dormire. Domani lavoro ah! Dimenticavo!

Piazzai un vecchio vassoio di plastica accanto alla cesta: la gatta sembrò perplessa; ma una volta messe alcune salviettine sul fondo, capì subito: non era solo bella, ma pure sveglia. Andò lì, fece quel che doveva, saltò di nuovo nella cesta con i suoi piccoli.

Brava! Mi piacerebbe sapere come ti chiami non posso continuare a chiamarti solo la gatta. Hai un nome?

Nessuna risposta.

Va bene. Lo troveremo. Che ne dici di Minerva? O magari Marchesa?

Sbuffando, la gatta soffiò.

Ok, capito! Non ti piace. Porta pazienza, non ho mai avuto gatti, solo criceti e pesci rossi. Fammi imparare

Il suo sguardo fiero e deciso mi fece venire in mente una vecchia canzone che spesso mamma canticchiava: un motivetto un po strano, ma allegro che mi restava sempre in mente.

Simona! Eh? Che ne dici?

Silenzio.

Decisi che quello fosse un sì implicito. Spensi la luce e tornai in camera. Per la prima volta non avevo paura del silenzio in casa.

La mattina dopo mi svegliò uno strano solletico. Qualcuno mi respirava in faccia.

Lisa

Al suo posto, un miagolio offeso.

Simona, la gatta, era seduta vicino al cuscino e mi fissava in modo da farmi capire che era meglio alzarsi. Sembrava quasi una sveglia: proprio come mia madre, che passava le mattine a sorvegliarmi e svegliarmi sapeva che altrimenti sarei arrivato in ritardo ovunque.

Grazie

Allungai la mano, incerto: magari non le piaceva. Invece accettò le coccole, spingendomi la testa contro il palmo, poi saltò giù invitandomi a seguirla.

Quel giorno sorrisi senza motivo. Finalmente, qualcuno mi aspettava a casa. Anche se non era una persona, un motivo per tornare cera. Bisognava sistemare, comprare cibo vero: una madre allattante non campa di solo latte.

Il veterinario, appena la portai il primo sabato disponibile, alzò le sopracciglia:

Signore, ma così non si può trattare una bestia di razza! Guardi che condizioni!

È di razza?

Eccome! Ha anche il microchip. Possiamo trovare il proprietario. Lei non lo è, vero?

No, è arrivata da me da sola, in questo stato. I suoi piccoli?

Frutto della sua caduta: il padre non era certo di razza, ma un bel birbante. Guardi che meraviglia! Non amo i matrimoni misti ma qui la natura non ha sbagliato.

Simona osservava in silenzio, mentre il veterinario accarezzava i cuccioli. Non poteva sapere che aveva vissuto in un bell’appartamento elegante in centro Milano, da una giovane padrona.

Era stata regalata cucciola con un fiocco rosa. Le fecero qualche foto, poi la padrona se ne dimenticò, presa dai suoi impegni. Simona fu allevata dalle domestiche, a volte con lo straccio, a volte con una pedata. Aveva imparato presto che dagli umani non cè molto da aspettarsi. La conferma arrivò quando la padrona portò a casa il fidanzato: lui non sopportava i gatti, e al primo errore la prese e la buttò dal quinto piano.

Simona sopravvisse: atterrò su dei cespugli che attutirono la caduta. Rintontita, si nascose. Solo a notte inoltrata uscì e cercò di tornare a casa, ma sbagliava piano, sbagliava porta, finché vide la domestica che chiudeva per uscire. Corse a lei tutta felice, ma si beccò un calcio.

Via! Non ne posso più, solo sporco lasci, vattene!

Da lì, il buio e il trasporto in una busta lanciata vicino ai cassonetti della spazzatura: Qui sei a casa tua!

Non ci rimase: i cani, le macchine la spaventavano. Trovò ingresso in una cantina umida, ma almeno calda.

Poi, topi, un altro gatto che la faceva impazzire, e la maternità. Era ora di cambiare. Dormire poco, mangiare meno, paura di lasciare i cuccioli anche solo un minuto. Ma doveva cercare cibo: se lei aveva fame, anche i piccoli urlavano.

Così si mise a cercare un posto.

Io non fui il primo: altri lavevano cacciata, nessuno voleva una gatta stracciata e affamata.

Arrivò da me così: esasperata, sfibrata dalla fame, rabbiosa per la paura per i suoi cuccioli. Per quello tirava fuori gli artigli.

Io però lho capita. Ed è stato strano. Ormai si era convinta che nessuno importa a nessuno. Se non ti arrangi da solo, non aspettarti che qualcuno lo faccia per te.

Si calmò con fatica, allinizio girava nervosa mentre ero al lavoro, poi si abituò, accogliendo le mie carezze con sempre maggiore fiducia.

Col tempo, i gattini crebbero e si tranquillizzò.

Non sapeva che avevo chiamato la vecchia padrona. Appena le dissi ho trovato Simona, mi rispose con freddezza:

Non ho animali, non chiamatemi più!

Così, dopo quella telefonata, mi sentii ufficialmente il loro padrone.

Simona non saprà mai che mi ha regalato quello che mi mancava più di tutto: la sensazione di essere importante per qualcuno.

Passerà ancora un anno, e i suoi gattini troveranno casa, affidati a persone degne di fiducia. Uno di loro tornerà da me, con la ragazza che si occuperà del figlio di Simona.

Ragazza con mani calde proprio come le mie, che reagirà con ironia alle bizzarrie di Simona. La gatta la accetterà al primo colpo, sapendo che coloro che si amano si affidano solo a chi merita.

E una sera, mentre Simona sgriderà il suo ormai adulto cucciolo che graffia il divano nuovo, salirà sul balcone sulle mie ginocchia ad ascoltare la nostra quieta conversazione. Quattro mani la accarezzeranno, lei si metterà a fare le fusa, e poi io sobbalzerò sentendo mia moglie che mi bisbiglia una notizia allorecchio, mentre Simona, soddisfatta, capirà subito la novità.

Era ora. In questa casa lamore non sarà mai abbastanza. E spero davvero, ora più che mai, di avere anchio dei bambini: se sono stato capace di accogliere e amare dei piccoli di qualcun altropelosi e a striscesono sicuro che saprò amare ancor di più i miei. Saranno i gatti più felici del mondo, e Simona sarà la migliore delle maestre.

La solitudine si combatte così: accogliendo, senza paura, la vita che ti arriva sotto forma di sorprese. Hai bisogno damore? Prenditelo il coraggio di amare, allora.

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