Collezione della memoria
Chiara, hai messo ancora quella tovaglia? La voce di Assunta Valenti, la suocera, rimbombava nelluscio della cucina. Guardava la nuora con sdegno, come se lavesse colta in flagrante a fare qualcosa di sconveniente, e non semplicemente ad apparecchiare in vista del pranzo.
Chiara sollevò lo sguardo dai piatti. La tovaglia era bianca, col bordo celeste, un po consumata ma pulita. Laveva portata dalla casa dei suoi genitori due anni prima, quando si era trasferita lì.
Sì, rispose semplicemente. Cè qualcosa che non va?
Che non va? Assunta si avvicinò al tavolo, afferrò il bordo della tovaglia con due dita sollevandola appena, come se si trattasse di un vecchio straccio preso dal bidone della spazzatura. Questa qui, sul nostro tavolo? Noi siamo una famiglia per bene, Chiara. Abbiamo tovaglie nuove, comprate in negozio. Saprai bene dove sono riposte.
Lo so. Ma questa è ancora buona, mi dispiace buttarla.
Allora portatela via, nella tua roba. Assunta si raddrizzò e si sistemò il grembiule. E comunque, ieri hai salato troppo il minestrone. Marco lha mangiato in silenzio, lui è educato così, ma io me ne sono accorta.
Chiara non rispose. Tolse con cura la tovaglia, la piegò e la infilò nella borsa accanto al frigorifero. Poi prese unaltra tovaglia, color beige, stirata e perfettamente piegata, la stese sul tavolo e sistemò piatti e posate. Faceva tutto senza fretta, in silenzio. Assunta rimase ancora qualche momento accanto a lei, quasi aspettando una replica. Non arrivò, e allora la suocera se ne andò in soggiorno, dal suo grosso gatto rosso, Ginetto, che dormiva accoccolato sul divano.
Così era la loro vita da ormai due anni. Chiara Bianchi, moglie di Marco Esposito, ventotto anni, era arrivata lì da un paesino a trecento chilometri da Milano. Lì era cresciuta, lì aveva finito il liceo, lì lavorava in biblioteca. Aveva incontrato Marco a una festa di paese; lui era di città, lavorava in unimpresa edile, portava scarpe lucide e sapeva conversare con charme. Chiara era convinta fosse destino.
Forse era davvero destino, ma con qualche sorpresa.
La famiglia Esposito abitava in un ampio appartamento al quarto piano. Tre camere, una grande cucina, balcone che dava sul cortile interno. Assunta aveva la stanza più grande. Marco e Chiara dormivano nella camera intermedia. Il terzo locale era ufficialmente di Lucia, la figlia maggiore, che però ormai viveva col marito dallaltra parte di Milano, ma tornava spesso per recuperare qualcosa, per salutare, o semplicemente senza un vero motivo.
Lucia aveva trentadue anni e lavorava in unagenzia immobiliare. Vestiva elegante, parlava a voce alta, e quando guardava Chiara riusciva a farle sentire di troppo in casa, in cucina, in tutta la famiglia.
Chiara, porti ancora quei jeans vecchi? aveva detto Lucia una mattina, entrando in cucina a prepararsi il caffè. Sono sfibrati sulle ginocchia.
Sono in casa, aveva risposto Chiara.
E con ciò? Lucia prese la tazzina, ci versò il caffè e si mise alla finestra. Anche a casa si può essere presentabili. Guarda la mamma, è sempre sistemata dal mattino.
Anche io mi sono pettinata.
Davvero? Un sorrisetto che sapeva di veleno. Questo lo chiami pettinata?
Chiara aveva ignorato la provocazione, si era fatta il tè ed era tornata in camera. Sapeva da tempo che discutere con Lucia era inutile: lei aveva sempre una risposta pronta, più pungente della precedente.
Marco, in quelle situazioni, o non cera o faceva finta di leggere il cellulare. Una volta, quando erano rimasti soli, Chiara lo aveva affrontato.
Marco, hai sentito quello che mi ha detto Lucia? Eri lì.
Ho sentito, rispose senza alzare gli occhi dal telefono.
E allora?
È fatta così, lo sai.
Ma tu non le dici mai niente?
Lui tacque, poi sospirò.
Chiara, non facciamo drammi. Alla fine va tutto bene. Non farci caso.
Guardandolo, Chiara capiva che quello era il vero Marco: un po colpevole, un po stanco, ma sempre pronto a evitare ogni sforzo. Non era cattivo, no. Scelto sempre la strada più breve, meno faticosa. Così col capo, con sua madre, con la sorella. E con Chiara.
Lei non piangeva la notte, come si racconta spesso. Semplicemente, restava nel buio a pensare alla casa del nonno. A nonno Giovanni Bianchi, che ancora viveva nel borgo di San Martino, e che lei chiamava ogni domenica. Lui chiedeva: Tutto bene, Chiara? Sì, nonno. Va bene così. E con quel va bene così lei inspiegabilmente si sentiva più leggera.
Giovanni Bianchi aveva insegnato storia alle medie del paese per tutta la vita. Era in pensione da ventanni, aveva rifiutato di trasferirsi in città dalla figlia, cioè la madre di Chiara. Diceva che a una certa età cambiare aria non aveva senso: lì aveva lorto, i vicini, laria di casa. Ma soprattutto, anche se non lo diceva mai, lì aveva i suoi oggetti. Sua collezione, come la definiva la madre di Chiara con una punta dironia.
Il nonno raccoglieva tutto ciò che aveva a che fare con il passato. Libri antichi, manoscritti, crocifissi in legno scuro, brocche di terracotta, conocchie, cassette di betulla, cucchiai di legno con la vernice ormai screpolata. Parte di quegli oggetti proveniva dai genitori o da vicini che non sapevano dove metterli durante i traslochi. Alcuni li trovava lui stesso, altri li portavano a lui, sicuri che non li avrebbe buttati. Tre camere della casa erano piene di scaffali, ogni ripiano stipato di oggetti da custodire. E di ognuno conosceva la storia.
Da bambina, Chiara adorava passare lestate dal nonno. Lui la conduceva tra le stanze spiegando: Questa conocchia arriva dal villaggio vicino, ha centocinquantanni. Questa crocifissione, guarda bene, è dellOttocento, vedi comè dipinto il volto. E questo quaderno, Chiaretta, è il diario di un maestro del paese, scritto durante la guerra, annotava come insegnava ai bambini a leggere Chiara ascoltava: il nonno le pareva un custode, lunico capace di capire cosera davvero importante salvare.
Da grande, dopo essere stata assunta in biblioteca, le loro conversazioni si erano fatte più profonde: scambi di opinioni sulle letture, racconti di nuove scoperte. Era un periodo felice.
Poi Chiara si era sposata ed era andata in città dagli Esposito. Le telefonate con il nonno erano diventate il solo filo che la teneva legata a comera prima.
In febbraio, Giovanni aveva avuto unischemia. Chiara lo aveva saputo dalla madre, aveva chiesto qualche giorno di ferie ed era partita subito. Assunta, la suocera, alzò un sopracciglio:
Una settimana? domandò. Fra quindici giorni è lonomastico di Lucia. Devo preparare tutto.
Tornerò in tempo, rispose Chiara.
Vedremo.
Il nonno era in ospedale, piccolo e pallido, ma con occhi ancora vivi. Le prese la mano.
Sei dimagrita, le disse. Non ti trattano bene là?
Si, nonno, tutto a posto.
Va bene allora, sospirò lui. Ho scritto le cose, è venuto anche il notaio. Non ti preoccupare, tutto secondo legge.
Non parliamo di questo, nonno.
Chiara, bisogna. Le strinse la mano. Casa mia e tutto quello che cè dentro: tocca a te. Solo tu capivi il valore di certe cose. Gli altri vedevano solo vecchiume. Tu vedevi le storie. Questo conta.
Chiara voleva parlarne ancora, ma lui aveva già chiuso gli occhi, il discorso finito.
Giovanni Bianchi se ne andò alla fine di marzo, serenamente, nel sonno. Ai funerali Chiara cera sola, Marco aveva troppi impegni. Lei sedeva accanto alla madre, guardando la foto incorniciata del nonno, pensando che aveva vissuto bene: con discrezione, semplicemente, davvero.
Un mese dopo, Chiara ricevette i documenti: erede della casa di San Martino e di tutto il suo contenuto. Non disse niente agli Esposito, mise via le carte nel cassetto.
Assunta lo scoprì per caso: Chiara era al telefono con la madre in cucina, e la suocera, cercando il tè, sentì qualche parola su casa e eredità. Bastò quello.
Quella sera, quando Marco tornò e si mise a tavola per cena, Assunta entrò in cucina, pronta a pronunciare una sentenza.
Marco, ho saputo che il nonno di Chiara le ha lasciato qualcosa.
Marco guardò Chiara. Lei spalmava burro sul pane senza guardare nessuno.
Una casa, dicono, continuò Assunta. è vero, Chiara?
Sì, ho appena avuto i documenti.
E che ci farete, la venderete?
Non ho ancora deciso.
Non hai ancora deciso? Un paese, lì non valgono nulla Se ricavi qualcosa, comunque meglio che niente: i soldi non guastano mai.
Ci sono anche gli oggetti raccolti dal nonno, disse Chiara. Tutta la sua collezione.
Collezione? Il tono di Assunta cambiò. E che collezione sarebbe?
Oggetti antichi. Crocifissi, manoscritti, utensili di casa.
Un attimo di silenzio.
Vecchia ferraglia, probabilmente, disse Assunta, ma la voce si era fatta più attenta. Anche se, oggi cè chi cerca queste cose. Magari racimoli qualcosa.
Chiara finì di mangiare, ringraziò e si chiuse in camera. Ginetto la aspettava in corridoio, occhi gialli spalancati. Chiara, passando, gli accarezzò automaticamente la testolina.
La settimana dopo arrivò Lucia. Prese il solito caffè, poi come nulla si parlò di eredità.
Ehi, Chiara, ma la collezione del nonno era importante? chiese Lucia tra un sorso. Mamma dice che ci sono anche crocifissi.
Crocifissi, manoscritti, oggetti di vita quotidiana.
Ma i manoscritti sarebbero? Libri, cioè?
No, appunti scritti a mano. Diari, lettere. Alcuni di centanni fa.
Lucia rifletté.
Ho un cliente che commercia in antiquariato. Se vuoi ti metto in contatto, valuta tutto in un attimo e, se il prezzo è buono, compra tutto lui. Tanto tu non ci andrai mai a sistemare quella roba.
Invece sì, rispose Chiara, ferma.
Lucia la guardò, stupita dalla sicurezza della sorella acquisita.
Come vuoi. Poi non dire che nessuno ti aveva avvisata.
A maggio Chiara prese le ferie e andò a San Martino. Marco la accompagnò, ma svogliato: guardava fuori dal finestrino, mormorando che le strade nel navigatore nemmeno comparivano. Chiara fissava la campagna lombarda, i filari di pioppi, e sentiva un inspiegabile benessere.
La casa del nonno era allingresso del paese, seguita subito da boschi. Piccola ma solida, con i davanzali intagliati e ridipinti ogni tanto dal nonno. La vicina, la signora Maria, donna anziana e gentile, le consegnò le chiavi: Ho tenuto accesa la stufa ogni tanto durante linverno, così non prendeva umidità.
Chiara entrò e venne investita dallodore inconfondibile di casa del nonno: legno vecchio, polvere di libri e un soffio di erbe di campo. Rimase nellingresso per qualche secondo.
Quanta polvere, borbottò Marco alle sue spalle.
Non è polvere, è tempo, rispose Chiara e andò avanti.
Rimase lì tre giorni. Esplorava scaffali, prendeva appunti. Ogni oggetto le sembrava raccontare ancora la voce del nonno. Marco gironzolava in giardino, continuando le sue telefonate; il secondo giorno aveva già trovato una scusa per tornare in città. Chiara rimase sola, sentendo che solo così trovava un po di tregua.
Il terzo giorno telefonò al museo storico provinciale. Le passarono la dottoressa Giulia Romano, una curatrice dalla voce rapida che, sentita la descrizione dei manoscritti e degli oggetti, cambiò subito tono, diventando più interessata:
Manoscritti del Settecento? E crocifissi? Può inviarci delle foto?
Certo, se volete venire di persona, sono qui fino a fine settimana.
Dopo due giorni arrivarono: la stessa Giulia Romano, un anziano restauratore il signor Nicola e un giovane con la macchina fotografica. Giravano per le stanze, parlottando sottovoce; a volte si fermavano stupiti, si chiamavano lun laltro.
Questo è raro, disse Nicola, tenendo un piccolo crocifisso scurissimo tra le mani. Settecentesco, scuola lombarda. Come ne è venuto in possesso suo nonno?
Una vicina glielo regalò negli anni Settanta, rispose Chiara. Era un cimelio di famiglia, risalente alla bisnonna.
Il restauratore annuì.
E questo, Giulia Romano sollevò un quaderno in pelle, secondo me è notevolissimo. Trovare diari del genere è quasi impossibile.
Il nonno diceva fosse il diario di un maestro.
Sì. Cè la cronaca degli anni tra il 1917 e il 1919, in provincia. Sa il valore che ha per la storia locale?
Chiara capiva. Guardava quelle persone, che maneggiavano le cose del nonno con rispetto, e si sentiva toccata da una gratitudine inaspettata.
Quando il gruppo ripartì, Giulia Romano le lasciò il suo numero, dicendo che il museo avrebbe potuto accettare tutta la collezione con atto ufficiale e ringraziamento nominale a Giovanni Bianchi.
E se volessi vendere? chiese Chiara.
Come museo non acquistiamo direttamente, i fondi sono pochi. Ma se vorrà, posso suggerire collezionisti seri. Quel crocifisso vale almeno ottomila euro, forse più. I manoscritti dipende dalla datazione, ma sono importanti.
Chiara ringraziò, guardò partire la macchina.
Alla sera, seduta sui gradini dingresso, osservava il bosco e sentiva il rumore delle galline dal giardino della signora Maria. Pensava al nonno: avrebbe potuto vendere tutto quando era vivo, i soldi non gli avrebbero fatto male. Ma non lo aveva mai fatto. Credeva che certi oggetti dovessero restare dove potessero essere visti e riconosciuti. Non chiusi dietro una porta, ma in un museo, dove una maestra potesse dire ai ragazzi così si viveva cento anni fa; con questo si mangiava, in questo libro si imparava lalfabeto durante la guerra e la paura.
Chiara tirò fuori il telefono e chiamò Giulia Romano.
Vorrei donare tutta la collezione al museo, dichiarò. Come ha spiegato, atto ufficiale, nome di mio nonno come donatore.
Pausa allaltro capo.
Signora Chiara, sa che è una donazione? Nessun compenso in denaro.
Sì, lo so.
Ne sono felicissima. Ci sentiamo settimana prossima per i dettagli.
Quando Chiara tornò in città, nellappartamento degli Esposito, non disse subito la sua decisione. Passarono settimane. Durante una cena, Assunta sollevò di nuovo la questione.
Allora, Chiara, hai deciso? Cosa farai degli oggetti del nonno?
Sì, rispose lei, posando il cucchiaio. Li regalo al museo storico della provincia.
Il silenzio calò denso come panna montata, si sentiva Ginetto che graffiava la poltrona in salotto.
In che senso, al museo? domandò Assunta.
Come donazione. Col nome del nonno.
Assunta guardò Marco; lui fissava ostinatamente il piatto.
Aspetta, intervenne Lucia, che era lì per cena. Ma lo sai che alcuni pezzi valgono tanti soldi? E gli esperti che hai fatto venire?
Lo so.
E tu li regali così? Non puoi decidere da sola per tutta la famiglia.
È uneredità ricevuta da me, ribatté Chiara pacata. Il nonno lha lasciata solo a me.
Sei sposata! alzò la voce Lucia. Hai una famiglia, un marito. È una decisione che riguarda tutti.
Chiara guardò Marco negli occhi. Lui finalmente sollevò lo sguardo.
Forse Chiara disse lui sommessamente. Potremmo parlarne meglio. I soldi ci servirebbero, volevamo cambiare la macchina.
Volevate voi, fece Chiara con voce ferma. Io non ho mai parlato di comprare una macchina.
Chiara Assunta posò le mani sul tavolo. Capisco che tu fossi affezionata al nonno. Ma i soldi sono soldi. Lui ormai non cè più, non gli cambia niente dove finiscono le sue cose. Ma voi dovete vivere.
Devo vivere, assentì Chiara. Infatti.
Si alzò, sparecchiò i piatti e si ritirò in camera.
Nei giorni seguenti Assunta girava per casa con aria da vittima. Lucia mandava messaggi e telefonate cariche di prediche. Marco taceva, ma con unespressione così oppressa che era quasi più fastidioso di ogni parola.
Una sera, infine, parve voler parlare.
Chiara, non ti capisco. Perché non vendere almeno una parte?
Non era quello che voleva il nonno.
Ma come lo sai? Nel testamento non parla di museo.
Me lha detto. A voce. Quando era in ospedale. Io so che era così.
È sentimentalismo, sbottò Marco, stavolta meno paziente. Sono soldi veri. Mamma ha ragione, quel crocifisso vale almeno ottomila euro.
Lo so, Giulia Romano me lo ha detto. Eppure la collezione va comunque donata.
Allora dimmelo con sincerità: è più importante questa tua coerenza o la nostra famiglia?
Chiara lo guardò a lungo. Ginetto scivolò in camera, li osservò un attimo e se ne andò.
Marco, è la prima volta in due anni che parli davvero di noi, di famiglia. Prima questa parola non la pronunciavi mai.
Lui tacque, il silenzio aveva più peso di cento scuse.
La settimana successiva Assunta organizzò una conversazione che Chiara avrebbe ricordato a lungo. Non per la cattiveria, ma per la sua lucidità spietata.
Chiara, cominciò con voce stranamente dolce, perdonaci se a volte sembriamo dure. Ti vogliamo bene, ci tieni molto.
Chiara ascoltava in attesa del resto.
Il tuo nonno era una brava persona, anche se io non lho conosciuto. Si vede che ti ha cresciuta bene. Pausa. Però rifletti: ha messo insieme quella raccolta per una vita. Magari avrebbe voluto che portasse aiuto alla famiglia. Che tu e Marco poteste avere una base, un domani. Non è questo il senso di uneredità?
Il senso è quello scritto nel testamento, rispose Chiara. A me.
Certo, a te. Il tono di Assunta si irrigidì. Ma tu sei parte di noi. Siamo una famiglia.
Signora Assunta, Chiara la fissò per un anno e mezzo mi avete ricordato che vengo da una famiglia semplice, che non sono alla vostra altezza. Ora sono improvvisamente una di famiglia”?
Silenzio. Perfino Ginetto sembrò smettere di respirare.
Me lo rinfacci? domandò Assunta, fredda.
No, rispose Chiara. Solo che mi è difficile crederci ora.
Tre giorni dopo, Lucia le comunicò la decisione: doveva andarsene. Non venne presentata come una discussione, era un annuncio.
Mamma non ce la fa più. Cè tensione. Marco tace, ma tutti soffrono. Meglio se vivi per un po fuori.
Finché non vendo e porto soldi, posso tornare? ironizzò Chiara.
Esageri sempre.
Va bene, parto.
Chiara raccolse due valigie: documenti, libri, vestiti, la tovaglia col bordo celeste. Marco la osservava riempire la borsa.
Dove vai?
Da nonno. A San Martino.
Davvero?
Sì.
Lui restò a bocca aperta, poi disse solo:
Tornerai?
Non lo so.
Chiamò un taxi, salutò la vicina che sapeva tutto e taceva e partì.
Guardando la città scorrere fuori dal finestrino, capì di non avere voglia di piangere. Era come se finalmente laria avesse una temperatura normale: né bollente né gelida. Solo normale.
Maria la vicina la accolse senza chiacchiere. Mise su il tè, lasciò sul tavolo la marmellata di ribes.
La stufa la sai accendere?
Sì, me lha insegnato il nonno.
Bene allora.
Si sistemò nella casa del nonno in una settimana. Bastava poco per sentirsi a casa: finestre pulite, pane caldo nel forno, pila di libri sul davanzale, e un gatto grigio portato da Maria silenzioso e già padrone del posto più caldo vicino alla stufa.
Allinizio di giugno il museo mandò una squadra: Giulia Romano, Nicola e altri. Imballavano tutto con cura, ogni oggetto descritto su elenchi. Chiara aiutava, raccontava la provenienza di ogni cosa. Loro ascoltavano, prendevano nota.
Alla fine, Giulia le consegnò una lettera ufficiale dal direttore e le propose:
Signora Chiara, ci sarebbe unopportunità: stiamo per inaugurare una nuova sezione, serve qualcuno che se ne occupi. Lei ha lavorato in biblioteca, conosce gli oggetti, sa la storia. La paga non è alta, ma il lavoro è vero.
Chiara guardò le mensole vuote della casa del nonno. Poi la dottoressa Romano.
Ci penso su.
Due giorni per riflettere. Poi la decisione.
Marco si presentò a luglio. Chiara sentì il motore fuori dal cancello ed uscì sul portico. Lui avanzava incerto, con un sacchetto probabilmente del cibo.
Ciao, disse.
Ciao, rispose Chiara.
Posso entrare?
Lei gli fece spazio. Entrò, dando una rapida occhiata. Il gatto lo scrutò, poi sparì.
Si sedettero a tavola. Chiara mise su il bollitore.
Come va? domandò Marco.
Bene.
Si vede. Pausa. Sono venuto a parlare. Sul serio.
Dimmi.
Mani intrecciate sul tavolo. Primo lo sguardo sulle mani, poi su di lei.
Ho sbagliato. Lo so. Non ti ho difesa, ho sempre taciuto. Mamma e Lucia sono fatte così, ma non è una scusa.
Chiara ascoltava senza interrompere.
Vorrei che tornassi. Parlava piano, con qualcosa di vero nella voce. Possiamo prendere un appartamento per conto nostro, ci pensavo da mesi ma non trovavo il coraggio. Chiara, mi manchi.
Il bollitore iniziò a fischiare. Chiara versò il tè, mise su le tazze, guardò fuori: orto, bosco, cielo a macchie dazzurro.
Marco, voglio chiederti una cosa. Sii sincero.
Vai.
Sei venuto qui perché avevi nostalgia o perché ormai col museo latto di donazione è fatto e tua madre e Lucia hanno capito che i soldi non arrivano più?
Non rispose subito. Mescolava il tè. Fissava la tazza.
Perché avevo nostalgia, rispose alla fine. È la verità.
Forse sì, disse Chiara. Però hai taciuto per due mesi, proprio mentre il museo prendeva tutto. È anche questa una verità.
Chiara
Aspetta. Lei alzò la mano. Non ti accuso. Vedo e basta. Sei una brava persona, Marco, non cattivo. Ma scegli sempre la strada con meno ostacoli. Con me cerano meno problemi che con tua madre e tua sorella, così hai taciuto.
Lui non negò, e la sua resa diceva tutto.
E adesso? chiese piano.
Ora lavoro al museo. Come responsabile della sezione collezioni. Vivo qui. Mi trovo bene.
E io?
Lei lo guardò a lungo.
Torna a casa, Marco. Parla con tua madre. Magari dille quello che avresti dovuto dirle da tempo. Non per me, per te. Vivere sempre scegliendo la scorciatoia ti pesa, lo so. Lho visto.
Lo sguardo di lui era intraducibile: forse un po di sollievo, un po di amarezza, rispetto nuovo.
Mi mandi via, constatò.
No, disse Chiara. Ti lascio andare. È diverso.
Lui si alzò, lasciando il sacchetto.
Mele. Le manda mamma.
Chiara fece un cenno col capo.
Grazie.
Sentì il rumore del motore sparire sulla ghiaia. Solo il canto di un uccello, ostinato e incomprensibile.
Il gatto grigio salì sul tavolo, tastò il sacchetto con la zampa e guardò Chiara come a dire: e allora?
Va bene così, disse Chiara ad alta voce. Tutto a posto.
Aprì il sacchetto, prese una mela e addentò. Era aspra, croccante, vera.
Fuori, le nuvole coprirono per un attimo il sole. Ma poi tornarono luce e chiarezza.
A settembre, nella nuova sala del Museo Storico Provinciale, fu inaugurata la mostra permanente. Sulla targa allingresso si leggeva: Collezione G. Bianchi, maestro e collezionista, donata al museo. Chiara lesse quella scritta tre volte prima di entrare e prendere posto accanto alla bacheca dove sotto vetro riposava il diario rilegato in pelle, con un cartellino esplicativo.
I primi visitatori: una coppia anziana e tre studenti con linsegnante. Chiara iniziò a raccontare. Del quaderno, delluomo che lo aveva scritto, di come nel 1918, tra fame e paura, non smise mai di insegnare ai ragazzi a leggere.
Linsegnante ascoltava assorta. I ragazzi via via si ammutolivano.
Poi, che ne fu di lui? chiese uno di loro, spettinato, curioso.
Arrivò alla vecchiaia, disse Chiara. Formò allievi, che formarono altri allievi. Uno di loro si chiamava Giovanni Bianchi.
Il ragazzino annuì e tornò a scrutare il diario.






