Il figlio presenta l’amante alla madre

Il figlio ha portato lamante dalla madre
Signora Maria, lo assaggi, per favore. Ho aggiunto un po di cannella, proprio come le piace a lei.

Giulia posò sul tavolo un piattino con una fetta di crostata e aspettò, osservando la suocera. Questultima prese la forchettina, staccò un pezzetto, lo masticò piano, con dignità lei faceva tutto così, senza fretta.

Buona! La frolla è leggera, soffice. Solo la prossima volta metti più ripieno, le mele quando cuociono rilasciano succo, non aver paura ad abbondare.

Lo terrò a mente.

Giulia tornò ai fornelli, dove il brodo sobbolliva piano. Fuori era già quasi buio: in ottobre a Milano le giornate si accorciano di colpo e i lampioni si accendono presto. Sul davanzale, tre vasi di gerani sembravano ancora più vivi e casalinghi, ravvivati dalla calda luce della cucina.

Lappartamento era grande, tre stanze, edificio del dopoguerra con i soffitti alti e le finestre profonde. Giulia lo amava proprio per questo senso di spazio raro nei palazzi moderni. Domani sarebbero venuti tanti ospiti quindici almeno per il compleanno tondo di Maria Rossi, settanta anni. Il terzo giorno che Giulia non usciva mai di cucina.

Sei agitata oggi, disse Maria, sola constatazione calma come sanno fare solo gli anziani molto lucidi.

Giulia non si voltò.

Sono solo stanca. Cè davvero tanto da preparare.

Giulia.

Quel tono lo conosceva bene. Dopo ventidue anni insieme, aveva imparato a sentire quando la signora parlava per parlare e quando invece era una cosa seria.

Si voltò. Maria la guardava dallalto degli occhiali, attenta, senza giudizio.

È tornato tardi di nuovo?

Alluna stanotte.

Profumo?

No, solo un dopobarba strano, costoso direi.

Maria posò la forchetta sul piattino, intrecciò le mani nodose, le dita segnate dallartrite ma sempre precise nei gesti.

Da quanto va avanti?

Tre, forse quattro mesi ormai. Non so dirlo con certezza. Allinizio pensavo a problemi al lavoro. Diceva di avere nuovi incarichi.

Diceva, ripeté Maria, senza colore.

Tacquero un po. In salotto la TV trasmetteva il telegiornale con la solita voce squillante che parlava del tempo.

Secondo lei Giulia non finì la frase.

Non so cosa pensare. So solo che non dormi da tre notti, hai le occhiaie, e oggi alle cinque facevi la crostata, ti ho sentito che trafficavi qui.

Un sorriso amaro scappò a Giulia, suo malgrado.

Non riuscivo più a dormire.

Appunto. Senti, mi hai parlato con lui?

Ho provato. Dice che mi faccio film, che è solo stress, che a lavoro vanno male i conti. Dice le parole giuste, eppure lo sguardo va altrove.

Maria annuì lenta.

Fidati dei tuoi occhi, non delle sue parole. Le donne sentono sempre, solo che temono dammetterlo.

Giulia mescolò il brodo, abbassò la fiamma. Sembrava una donna di quarantacinque anni, forse meno. Non era alta ma robusta, i capelli neri con giusto due fili dargento vicino alle tempie. Un volto semplice, bello nella sua normalità, segnato da quella malinconia silenziosa che hanno quelli che portano il proprio peso con onestà.

Maria, domani è una festa. Non parliamone adesso.

Va bene. Dimmi solo cosa resta da fare, ti aiuto a tagliare qualcosa.

E così tornarono al lavoro, gomito a gomito, come succede da una vita. Affettavano, disponevano i piatti, assaggiavano e spostavano pentoloni. Chiacchieravano daltro: degli ospiti, del fatto che la nipote di Maria sarebbe arrivata da Firenze coi bambini.

Ma linquietudine non se ne andava. Rimaneva lì, solo più silenziosa, come il dolore quando passa leffetto dellantidolorifico.

Quella sera Luca non tornò a casa. Giulia restò sveglia fino alle tre, fissando il soffitto. Alla fine si preparò un tè e rimase lì in cucina da sola finché il primo chiarore non spuntò oltre i palazzi.

***

Gli ospiti iniziarono ad arrivare verso le tre e mezza. La casa si riempiva di voci, risate, profumi che si portavano dietro dalla strada. Maria era seduta a capotavola nel suo abito blu scuro, quello delle grandi occasioni, ricevendo gli auguri con il suo solito aplomb da chi ne ha viste tante.

Giulia portava piatti su piatti, badava a che tutti avessero il bicchiere pieno, scambiava qualche battuta senza perdersi mai. Lo faceva da sempre, in ogni ricorrenza. La vicina, Ilaria, le sussurrò dietro: Giulia, sei proprio raggiante oggi. Lei sorrise e pensò che di raggiante non aveva niente, ma a stare in piedi la vita laveva insegnato.

Luca arrivò alle sei. Tutti erano già seduti e i primi brindisi fatti.

Giulia sentì la porta dentrata aprirsi. Andò nel corridoio e si fermò a metà.

Lui era lì. E accanto a lui una donna.

Giovane, forse venticinque o ventisette anni. Alta, in cappotto di pelle, capelli biondo cenere, quel tipo di volto di chi sa quanto vale il proprio aspetto. Teneva Luca sottobraccio, con un gesto tanto plateale da risultare quasi finto.

Luca la fissava. Negli occhi, nessun imbarazzo, solo una decisione tesa, di chi ormai ha scelto.

Giulia, disse, troppo controllato per esser naturale. Ti presento Francesca. Avrei dovuto dirtelo prima, lo so Ora lo dico: davanti a tutti, così non si va avanti.

Dal salotto le voci rallentarono: qualcuno doveva aver sentito qualcosa e aveva abbassato il tono.

Luca, fece Giulia piano, cè tua madre a tavola, ci sono ospiti. Questo non è il momento.

No. Devo farlo. Sto con Francesca adesso. Ho vissuto ventidue anni in modo sbagliato, capisci? Questa è la mia strada, indicò la donna, e fingo più, non ha senso fingere.

Francesca si teneva un pelo indietro e guardava i cappotti sullattaccapanni con laria di chi non centra.

Giulia si sentì osservata: in corridoio erano arrivati altri. Le vicine, la nipote di Maria col viso smarrito, qualcuno ancora. Tutti zitti, un sussurro qua e là.

Non pianse. Restò lì, a fissare quelluomo che conosceva da ventidue anni, con cui aveva condiviso tavola, malattie, e che aveva pianto insieme a lei per la morte della madre. E si domandava solo: è realtà?

Fu Maria a uscire dal salotto.

Si appoggiava prima a uno schienale, poi dritta davanti alla porta, si fermò tra il figlio e Giulia. Guardò a lungo Luca, senza espressione. Poi passò lo sguardo su Francesca.

Lei sollevò appena il mento, e piegò un angolo della bocca in uno strano sorriso. Fu un errore.

Ah, questa sarebbe la strada? disse Maria. La voce quasi pacata. La strada che arriva in cappotto di pelle al mio compleanno. Bene.

Fece un passo avanti, fissando Francesca.

Lo sai che ti ho riconosciuta? Non subito, ma sì. Lo scorso agosto eravamo insieme, io e la mia amica, in un albergo sul lago Maggiore. Tu lì a fare la corte a quel signore, Aldo, si chiamava. Aveva settantanni. Passeggiavi sottobraccio a lui, proprio così. Poi quando se nè andato, ti sei girata subito su un altro, di dieci anni più giovane. Avevo detto alla mia amica: guarda quella, una cacciatrice nata. E guarda un po, alla fine sei arrivata pure al mio di figlio.

Calo di gelo. Francesca non sorrideva più.

Mamma provò Luca.

Al momento non voglio sentire. Sei venuto al mio compleanno con questa compagnia. Qui, dove Giulia non dorme da giorni per preparare la tua festa, dove ha fatto la tua torta preferita! Sei entrato in casa e hai buttato tutto così, alla presenza di tutti. Questo era il tuo regalo?

Luca abbassò lo sguardo.

Un figlio che fa così per me non esiste, Maria disse quasi calmissima. Vattene. Portati lei. E finché sta con te, tu sei per me uno sconosciuto. Non sono parole, è così.

Si tirò indietro e prese la maniglia.

Mamma

Vai, Luca. Vai.

La porta si chiuse dolce; si sentì il click della serratura.

Giulia rimase lì, paralizzata. Gli ospiti si scansarono. Qualcuno tossì. Ilaria le toccò la mano:

Giulia, vieni, siediti.

Giulia seguì docile. Senza piangere. Nella testa solo silenzio, come dopo che spegni una musica fortissima e le orecchie bruciano ancora.

Maria tornò a capotavola, sedette e disse:

Verso un po di tè? Giulia, cè ancora torta?

E la festa pian piano riprese. Allinizio goffa, poi di nuovo viva: qualcuno raccontò una barzelletta, la nipote parlava dei figli. Giulia si sforzava di sorridere quando doveva, rispondere alle domande. Dentro: solo vuoto, solo calma stranissima.

Solo una volta, quando già i più se ne erano andati, mentre lavava i piatti, le lacrime caddero spontanee. Non singhiozzi: lacrime silenziose nel rumore dellacqua, senza spettatori.

***

Alle dieci la casa era vuota. I presenti avevano capito che Giulia e Maria dovevano restare sole. Ilaria fu lultima, le strinse le mani: Tieniti forte, cara. E uscì.

Raccolsero insieme bicchieri e piatti, sistemarono le vaschette, pulirono il tavolo. Solo dopo, Maria mise il bollitore e tirò fuori i biscotti. Sedette.

Giulia cara, siediti.

Giulia si sedette di fronte. Guardò le mani: mani normali, quarantasei anni, fede ancora infilata. Guardò lanello, poi lo distolse.

Maria, davvero laveva già vista, quella ragazza?

Davvero. Lì sul lago con quel tale Aldo, lui ricco, viveva da solo. Lei gli stava addosso, gli occhi gli brillavano a quelluomo. Poi, appena lui partiva, via subito su un altro, cinquantenne, con la spider, sono sicura. Poi cena fuori, li seguivo dal tavolo vicino.

Giulia ascoltava in silenzio.

Luca che le interessa? Soldi? Casa?

La casa è intestata a te, ricordi? Ho rifatto tutte le carte per quello. Ha solo qualche soldo suo, una macchina. Tutto qui.

Quindi aspetta un po, consuma, poi via.

Probabile, Maria disse senza durezza. Di solito non durano dove non cè da prendere. Non è amore quella roba, Giulia. Tu questo lo capisci, vero?

Lo capisco, Giulia mormorò. Con la testa. Ma fa male lo stesso. Ma non perché è andato via, più che altro… ventidue anni. È la vita, comè possibile che non fosse reale?

Era reale. Solo che lui si è dimostrato debole. Non vuol dire che tutto fosse falso. Vuol dire solo che non ha retto. A volte gli uomini non reggono, quando arriva qualcuna che lusinga e ammicca. Soprattutto quando sentono che la vita va verso la fine.

Tacquero. Il tè era pronto, Giulia versò.

Maria, oggi le è dispiaciuto? Era il suo giorno.

Lanziana strinse la tazza tra le mani.

No, non mi è dispiaciuto per me. Ho già avuto tutti i miei Natali. Mi è dispiaciuto per te. E mi sono anche arrabbiata con lui per i modi. In pubblico, per non rischiare la scenata. Ma è la peggiore vigliaccheria.

Giulia annuì.

Domani non so cosa fare. Ci sono le sue cose qui.

Non fare nulla domani. Prima dormi. Poi un passo alla volta. Non cè fretta di decidere tutto.

Stettero ancora un po in silenzio col tè. Fuori piovigginava, la tipica pioggerella milanese di ottobre. Poi Maria si alzò, le mise una mano sulla spalla.

Tu sei come una figlia per me, disse. Questo non cambia, capito? Qualunque cosa faccia mio figlio, tu non sarai mai una sconosciuta per me. Mai.

Giulia non rispose. Posò solo la sua mano su quella della suocera.

Quella notte dormì stranamente bene. Era come se, dopo aver tanto atteso qualcosa di orribile, ora che era successo non ci fosse più paura.

***

Quellanno linverno arrivò presto: a novembre nevicò e la neve non si sciolse più. Luca scrisse una settimana dopo: che sarebbe passato a prendere le sue cose quando Giulia era fuori, così da non imbarazzarsi. Lei rispose va bene, lavrebbe avvisato. Lui venne un sabato, mentre lei era da Ilaria: si prese i vestiti, delle carte, il rasoio, il caricabatteria del telefono. Nientaltro.

Il divorzio fu sbrigato tramite lavvocato. Pochi scambi, niente incontri. Giulia firmò, si sentì solo vuota. Né dolore, né sollievo. Solo vuoto come un foglio bianco.

Quei due mesi li ha poi ricordati come un tempo strano. Non brutto, solo sospeso. Andava ogni giorno in ufficio, contabile in una piccola impresa edile: lì le volevano bene, la coccolavano chiedendole poco. Se qualcuno chiedeva come stava, rispondeva: tutto bene, grazie. Che altro vuoi dire?

A sera cenava spesso con Maria. Era il nuovo ritmo. Prima Maria stava per conto suo, ora sembrava trasferita di default in cucina. Cucinavano a turno, guardavano la TV, a volte giocavano a ramino, e Maria vinceva quasi sempre. A Giulia faceva ridere.

Fu proprio in quei due mesi che nacque lidea della bottega.

Tutto partì da una vagonata di rustici che Giulia aveva preparato per il compleanno di Ilaria: con spinaci e ricotta, mele e cannella, funghi e mozzarella. Ilaria li divorò e, davanti agli altri, disse:

Giulia, dovresti venderli questi. Te li pagherebbero, fidati.

Tutti risero e anche Giulia, ma quellidea cominciò a crescere. La sera ne parlarono, e Maria fu subito convinta.

Tu davvero sei brava in cucina, disse. Ricordi che anche tua nonna vendeva dolci al mercato?

Sì, la nonna Assunta, lei mi ha insegnato tutto.

Allora tu lhai nel sangue. Proviamo, che ci perdiamo?

Trovare un locale fu facile: un piccolo negozio sotto casa, vicino al mercato, lex affittuario aveva lasciato da poco, prezzo buono. Il nome lo trovò Maria.

Le delizie di Assunta, propose. In onore di tua nonna.

Giulia restò zitta a lungo, poi annuì. Sì, le piaceva.

Aprirono a inizio marzo.

***

Una sera di febbraio. Suona il campanello.

Giulia guarda dallo spioncino, fatica a riconoscere Luca: dimagrito, invecchiato negli ultimi mesi, coi lineamenti scavati. Il cappotto aperto, la pelle grigia.

Giulia. Posso entrare?

Lei rimane in piedi lì, gli occhi fissi nei suoi. Niente dolore, solo la strana distanza di chi vede le fotografie dellinfanzia e non prova più niente.

Cosa vuoi?

Lei se nè andata. Francesca. Due settimane fa. Ha svuotato il conto e via. Io non chiedo nulla, volevo solo parlare.

Giulia tace.

Luca, io non ti auguro il male, disse infine, con voce limpida non davvero. Ma non posso accoglierti qui. Siamo estranei adesso. Il divorzio lhai voluto tu. Non ti devo niente.

Capisco. Pensavo solo…

Basta così. Dimmi solo: stai bene? Hai un posto dove stare?

Sono dalla mamma, alla casa di campagna.

Ti tiene al caldo almeno?

Sì, cè la stufa. Va bene.

Allora hai tutto. Ciao, Luca.

Lui resta un secondo ancora e la guarda. Lei regge il suo sguardo senza tremare.

Perdonami, sussurra lui.

Non ti odio. È solo che la fiducia rotolata via non si attacca più.

Chiuse la porta.

Si appoggiò per un attimo lì, nel corridoio buio. Dalla cucina arrivava il profumo di tè e crostata, la TV borbottava piano, e Maria stava leggendo forte una ricetta.

Giulia aprì la porta della cucina, entrando in quel calore.

Chi era?

Luca.

Maria sollevò lo sguardo.

Francesca è scappata e si è presa i soldi.

Maria chiuse il libro di ricette e poi domandò:

Lhai fatto entrare?

No.

Una pausa breve.

Hai fatto bene, disse, e riaprì la ricetta. Vieni, beviamo un tè. Sto pensando di provare una nuova torta al miele e noci, tu che dici?

Giulia si sedette, e insieme lessero la ricetta con la neve che scendeva fuori, finalmente in pace.

***

A maggio la bottega stava già in piedi da sola.

Allinizio Giulia tremava. Aveva investito tutti i risparmi, dormiva poco, ricontrollava mille volte conti e fatture. Una mattina Maria le prese le mani e disse:

Basta! Facciamo bene, vai avanti e lavora.

Così Giulia lavorava.

Si alzavano alle cinque. Maria preparava i ripieni, faceva danzare i funghi in padella, mescolava la ricotta col prezzemolo secondo una ricetta solo sua. Giulia impastava, sentiva la pasta sotto le dita, sapeva quando era pronta. Infornavano insieme, una radio gracchiante sul davanzale come unica compagnia.

Tutto doveva essere pronto per le dieci.

Per le prime due settimane pochi clienti: alcuni passavano per caso, provavano un panzerotto, poi sparivano. Finché una signora, la signora Rosa, ne prese dodici e tornò dopo tre giorni con unamica.

Così, piano piano: da persona a persona, senza pubblicità.

Avevano i loro clienti fissi: la signora Antonella del terzo piano, che ogni mattina prendeva due panini dolci e il tè. Un anziano col berretto blu che pagava in contanti senza dire una parola. Una mamma giovane con carrozzina, grata di poter pranzare con un rustico serio in mezzo a una giornata caotica.

La bottega viveva.

Giulia si scoprì, per la prima volta da anni, a svegliarsi con voglia di fare. Non ansia, non paura, ma un movimento verso avanti, puro. Non se ne rese conto subito: succede quando finalmente fai qualcosa di tuo.

Maria era rinata. Dopo la morte del marito, dieci anni prima, pareva destinata a spegnersi. Ora era di nuovo la padrona di casa affettuosa, inventava ripieni, accoglieva clienti col sorriso che restava addosso.

Sei tu quella che comanda qui! le diceva Giulia.

Sono la tua aiutante, rispondeva Maria ruvida, ma fiera.

Le delizie di Assunta ebbero nuove aggiunte: torta di visciole, sfogliatine con formaggio ed erbe, biscotti al miele della nonna Assunta che in un giorno andarono a ruba.

I soldi non erano tanti, ma erano puliti. E Giulia pensava: con le proprie mani, si cucina, si vende e si fa star bene altri. Non è come lavorare tra le scrivanie di altri, è tutta unaltra storia.

***

Un venerdì di fine maggio.

Era una giornata tiepida e luminosa, la bottega spalancata, i gerani del davanzale portati da casa. Pochi clienti, dopo pranzo, orario morto.

Entrò un uomo, sui cinquantacinque forse. Robustello, occhi buoni, capelli grigi ben curati. Giacca semplice, aria tranquilla.

Buongiorno, mi hanno detto che qui fate dei rustici formidabili.

Confermo! Le va di provarne uno con spinaci? O magari qualcosa di dolce, oggi cè ancora una crostatina?

Mi dia otto rustici e quanti biscotti al miele rimangono?

Sette.

Prendo tutti e sette.

Mentre li incartava, lui osservava.

Ha dei nipoti?

Lui rise sorpreso.

Due. Come lo ha capito?

Otto rustici e sette dolci, un adulto non fa mai questi numeri.

Scoppiò a ridere di gusto, un riso vero.

Ha indovinato, vado da mia figlia per il weekend, i bimbi hanno chiesto qualcosa di speciale.

Lui pagò, prese la busta e quando stava per andare chiese:

Siete sempre aperte?

Solo la domenica chiuso.

Allora lunedì torno. I biscotti sono fatti col miele vero, eh?

Certo, da un apicoltore di Buccinasco.

Si sente. Grazie.

Uscì.

Maria uscì dal retro.

Chi era?

Un cliente.

Guarda che torna, eh!

Diceva dal lunedì.

Maria annuì ed entrò. Giulia sorrise tra sé: la suocera non si perdeva nulla.

Lui tornò il lunedì, poi il giovedì, poi il martedì dopo. Si chiamava Pietro Marchetti, vedovo, la moglie persa quattro anni prima, ingegnere a un grande studio in centro, viveva vicino.

Tutto questo lo impararono con calma: a volte una parola in più, altre solo un sorriso. Un giorno portò un sacchetto pieno di amarene:

Ci fate la crostata con queste?

Eccome.

Maria preparò una crostata che finirono a metà giornata.

A giugno Pietro invitò Giulia a fare una passeggiata.

Senza tanti giri:

Conosco un parco vecchio bellissimo vicino al Naviglio. Le va domenica?

Lei rimase a guardarlo: era uno che chiedeva senza recitare.

Volentieri.

Girarono tre ore, parlando un po di tutto: nipoti, bottega, libri, storia di Milano. Lui non aveva fretta, non parlava a sproposito, sapeva restare in silenzio.

Quando arrivarono alluscita del parco, lui chiese:

Ci si può vedere unaltra volta?

Sì, disse Giulia.

A casa Maria la aspettava col tè. Non chiese niente, solo porse la tazza e il piattino col biscotto.

Sei tornata, disse.

Sì.

Una brava persona? domandò alla fine.

Ci pensò su.

Credo di sì. Uno vero.

Allora va bene, concluse la suocera, portando alle labbra la tazza.

***

Lestate fu calda. Passeggiate tranquille, nessun obbligo. Pietro ogni tanto passava in bottega, domenica danno bel tempo, va bene, era tutto laccordo.

Visitarono ogni angolo del parco. Lui spiegava la storia, le piante, le vecchie strutture che ancora si vedevano.

Qui negli anni trenta cera una piscina allaperto. Guarda, ci sono ancora i resti dei pilastri.

Giulia si accorgeva quanto era raro parlare così con qualcuno: solo per il gusto di parlare.

Un giorno dagosto lo incontrarono: Luca.

Giulia lo vide da lontano. Si fermò.

Giulia.

Pietro si fermò discretamente accanto a lei.

Ciao, Luca.

Stai bene.

Sì, grazie.

Lui guardava Pietro, poi lei, poi di nuovo Pietro.

Ho avuto una brutta bronchite, a primavera. Ero solo, ho pensato spesso a te.

Mi spiace. Ora come va?

Meglio silenzio. So di aver sbagliato tutto.

Luca, disse lei dolcemente. Non sono arrabbiata. Ma non abbiamo più niente da dirci. Tu la tua vita, io la mia. E va bene così. Abbi cura di te.

Lui annuì e andò.

Ex marito? chiese infine Pietro.

Sì.

Hai parlato bene.

Ho detto la verità. Non ce lho con lui. Non abbiamo più niente da spartire.

Lui le prese la mano. Un gesto semplice, tranquillo.

Arrivarono al laghetto, tre anatre nuotavano tra i riflessi.

Hai fretta? chiese Pietro.

No, oggi no.

E sorrise.

***

A settembre la bottega non era più solo una piccola sfida, era diventata un punto fermo nel quartiere. Le delizie di Assunta le conoscevano tutti: per feste, compleanni, scuola. Una volta una maestra della scuola allangolo ordinò crostate per tutto il collegio, e poi portò amiche nuove.

Giulia pensava di ampliare lofferta. La sera si scervellavano su nuove ricette: panettoni, plumcake alle noci, uno stollen natalizio da una vecchia ricetta tedesca.

Troppo difficile per i nostri clienti, Giulia aveva paura.

Prova. Chi compra qui è curioso.

A volte venivano benissimo, altre meno, a volte riscrivevano la ricetta ed era ancora meglio.

Ormai Pietro a volte cenava con loro. Portava sempre qualcosa: un mazzo di prezzemolo, del tè speciale, una borsa colma di mele gialle che invadevano la cucina di profumo.

Maria lo accettò senza troppe scene: lo fece accomodare a tavola, gli versò il tè, chiacchierarono del più e del meno. Poi, quando lui se ne andò, Maria disse a Giulia:

È uno coi piedi per terra. Ascolta bene.

Ed era il massimo dei complimenti.

Giulia non aveva fretta. Si incontravano, pranzavano, una cena qua e là, il caffè sotto casa. Tutto con la lentezza e la verità di chi non deve dimostrare niente.

Le capitava di pensare che la vita vera non è come nei film. Non ci sono dichiarazioni spettacolari, ma domande e risposte vere: Sei stanca?, Sì. Ed è già felicità.

A ottobre Pietro aiutò con il nuovo frigo della bottega; si arrabattò per ore, sistemando tutto, e ne fu contentissimo.

Pietro, vieni che si cena, lo chiamò Maria dalla cucina.

Mangiavano in tre, una sera di ottobre, guardando i primi fiocchi, mentre sulla stufa cuoceva la crostata di mele, e Giulia chiuse un secondo gli occhi, assaporando la pace.

***

A novembre la bottega ottenne un piccolo traguardo: il secondo mese di fila col bilancio in attivo. Non erano ricchezze, ma bastava. Per Giulia fu una vittoria vera.

Maria propose di festeggiare:

Niente di eclatante. Solo una cena buona. Invita Pietro.

Quella sera prepararono il pollo alla cacciatora, linsalata russa, e Maria fece la torta al miele e noci che da mesi voleva perfezionare.

Pietro arrivò alle sei e mezza, portando una bottiglia di buon rosso e un mazzolino di crisantemi bianchi, semplici.

Si sedettero, versarono il vino.

Per cosa si brinda? chiese Pietro.

Alla bottega, disse Giulia.

Alla bottega e a noi, aggiunse Maria.

Brindarono.

Cenarono tranquilli, chiacchierando. Pietro raccontava di un nuovo lavoro, importante ed entusiasmante. Giulia confidava che voleva fare i biscotti allo zenzero decorati come in un libro di fiabe.

Maria dipinge sulla glassa da Dio, disse.

Un po, ammise Maria. Me lha insegnato la mamma. Proviamoci.

E per lestate? chiese Pietro. Si continua così?

Voglio provare rustici con fragole, disse Giulia e magari qualcosa con rabarbaro. E a luglio, mandare Maria una settimana a Siena, dalla sua amica che la chiama da anni.

Maria alzò gli occhi.

Mi vuoi già spedire via, eh?

Figurati! Propongo solo.

Va bene, consentì Maria. Lì ci sono tigli bellissimi, mi manca il profumo.

Pietro e Giulia si scambiarono un sorriso.

Poi si passò al tè e alla torta: riuscita a meraviglia, con la dolcezza giusta.

Questa la mettiamo in vetrina? domandò Pietro, bisbigliando per la seconda fetta.

Prima vedo il prezzo delle noci, costano! rise Giulia.

Si fa tutto, disse Maria. Un passo alla volta.

Pulirono la tavola insieme. Pietro senza chiedere, si mise a lavare i piatti. Maria lo guardava, non diceva niente, ma si capiva che approvava.

Prima che andasse via, Maria lo chiamò:

Pietro, vieni giovedì. Ho una ricetta di panpepato nuova, mi serve una recensione!

Ma certo! disse lui.

Giulia lo accompagnò alla porta.

Sul pianerottolo, si guardarono, lui le prese la mano.

Va tutto davvero bene? chiese, a bassa voce.

Sì, rispose lei. Davvero bene.

Lui annuì, strinse la mano e scese.

Rientrando, Giulia trovò Maria che sorseggiava il tè e guardava fuori nei lampioni che tagliavano la nebbia di Milano.

Stanca? chiese Giulia sedendosi.

Un po. Ma una stanchezza buona, di quelle vere.

Rimasero in silenzio, una quiete bella di casa.

Giulia, disse Maria guardando fuori, con voce tranquilla. Io a volte penso che la felicità sia una cosa silenziosa. Non grida, non chiede, ma la senti proprio qui, si toccò il petto. Arriva piano piano, solo se vivi con onestà, senza ingannare te stessa e gli altri. Solo allora si ferma.

Giulia la fissava: quel volto noto, le mani poggiate, la schiena sempre dritta malgrado gli anni.

Ha ragione, disse piano.

Io ci azzecco spesso, rispose Maria sorridendo piano, alzando la tazza. Bevi, che si fredda.

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