Padrona a casa propria.
Annina, ti sei di nuovo dimenticata di coprire il burro con il coperchio, sospirò Valentina Stefania, trascinando rumorosamente la sedia accanto al tavolo. Ormai tutta la notte il burro ha assorbito gli odori del frigorifero. Luigi, caro, spalma la ricotta sul pane, lho comprata fresca ieri.
Sentivo le dita stringersi sul manico del coltello. Continuavo a tagliare il pane in silenzio, cercando di farlo con precisione, anche se mi tremavano le mani. Fuori, una pioggerellina autunnale bagnava i vetri della finestra, lasciando strisce oblique. In cucina ci stavamo stretti, troppo stretti per tre adulti.
Mamma, il burro va benissimo, Luigi non sollevò nemmeno lo sguardo dal cellulare, masticando il panino senza attenzione.
Ma certo, certo. Dico così solo per premura. Siete giovani, non sapete che con la cattiva conservazione gli alimenti si rovinano. E poi vengono i mal di pancia, e chi deve occuparsi della salute?
Posai il piatto con il pane sul tavolo, mi sedetti sulla mia sedia. Da stamattina la testa mi girava, avevo un gusto amaro in bocca. Mi versai una tazza di tè da bustina Speranza, sperando che qualcosa di caldo placasse la nausea che saliva.
Anna, non mangi proprio niente, continuò la suocera, scrutandomi sopra gli occhiali. Guarda come sei magra ormai. Luigi, come pensi di fare figli con una moglie così? Un bambino ha bisogno di una madre in salute.
Sentii una morsa dentro. Bevvi il tè bollente obbligandomi a sorridere.
Signora Valentina, semplicemente al mattino non ho fame. Sono sempre stata così.
Sempre, sempre Ai miei tempi si andava al lavoro anche con la febbre, nessuno si lamentava. Oggi i giovani prendono il permesso per ogni starnuto. Io, alla tua età, già crescevo Luigi da sola, lavorando, tenendo sempre la casa in ordine.
Alla fine Luigi staccò gli occhi dallo schermo.
Mamma, che centra? Anna ieri è stata in ufficio fino alle otto, doveva consegnare i bilanci.
Non discuto, non discuto. È che mi preoccupo, tutto qui. Giovani sposi, dovreste cominciare a pensare a una famiglia, invece così gracili
Mi alzai con la mia tazza ancora piena e la portai al lavello. Nello specchio della finestra vidi Valentina che riempiva di ricotta il piatto di Luigi, accarezzandogli la spalla. Dietro di me la sua voce garbata si rivolgeva al figlio.
Non scordare, oggi hai quella riunione importante. Ti ho stirato la camicia azzurra, la trovi sulla sedia.
Rimasi lì, le mani serrate attorno alla tazza ormai fredda, sentendo crescere dentro qualcosa di pesante e cupo. Una stanchezza che non era solo spossatezza: sembrava molto più profonda, simile al rancore.
Eppure, appena tre mesi fa, ero stata sinceramente felice dellarrivo della suocera.
***
Valentina arrivò alla fine di luglio. Telefonò tardi, con la voce scossa, quasi piangente. I vicini di sotto le avevano allagato casa, acqua che aveva rovinato il parquet e parte dei mobili, ci voleva un serio restauro. Gli operai avevano promesso di sistemare entro una settimana, dieci giorni al massimo.
Luigi, posso venire da voi per una settimanella? Lalbergo costa troppo, e mi sentirei sola, chiedeva al telefono, e Luigi aveva accettato senza esitare.
Ne fui anche contenta, in quel momento. Valentina abitava a Modena, ci si vedeva solo a Natale o Pasqua, e avevamo un rapporto tranquillo. Mi era sempre sembrata una donna attiva, simpatica, un po chiacchierona ma accogliente. Da quando era rimasta vedova, cinque anni prima, lavorava nellarchivio comunale e si era appassionata alle violette africane.
Una settimana passa in fretta, dissi a Luigi, già immaginando come sistemare la stanza per lospite. Da tempo non ci parliamo per bene.
Luigi mi abbracciò, mi baciò la fronte.
Sei un tesoro. So che sarà un po scomodo, ma sono più sereno se mamma non affronta tutto quel caos da sola.
Valentina si presentò con due valigioni e una scatola di cartone legata con uno spago. Luigi ed io la andammo a prendere in stazione, la aiutammo coi bagagli. Valentina aveva gli occhi rossi e la bocca serrata.
Grazie, Annina, di ospitare la vecchia, mi disse abbracciandomi sulla soglia di casa. Sto solo qualche giorno, appena lì sistemano me ne vado, non vi do fastidio.
I primi giorni furono quasi idilliaci. Valentina cucinava, spolverava mentre io e Luigi stavamo al lavoro. La sera bevevamo il tè con i biscotti Margheritine che aveva portato lei, raccontando le novità. Luigi sembrava rinato, scherzava più del solito, felice di aver la mamma vicina.
Alla seconda settimana qualcosa cominciò a cambiare.
Allinizio erano solo dettagli. Valentina spostò i barattoli delle spezie, dicendo che sistemati così erano meglio. Poi piegò la biancheria nellarmadio a modo suo. Ritrovavo le mie cose in posti che non riconoscevo, e non sapevo se dire qualcosa. Sciocchezze, in fondo.
Annina, ho visto che cera polvere sulle bastoni delle tende, diceva Valentina, versando la minestra. Da quanto non pulite lì? Meglio passarci ogni tanto, fa male respirare la polvere. Oggi ho dato una sistemata: adesso è tutto pulito.
Grazie, signora Valentina, mormoravo, rossa in viso. Non mi restava davvero il tempo per spolverare ogni sabato. Dopo il lavoro volevo solo sedermi con un libro o una serie tv.
Ma figurati, non ti sto rimproverando, tesoro, sorrideva lei. Ti do una mano.
Dopo tre settimane, gli operai telefonarono da Modena: il restauro si prolungava, cerano gravi guasti allimpianto elettrico, altri dieci giorni almeno. Valentina si scoraggiò, ma fece finta di niente.
Luigi, vi disturbo ancora? Solo qualche altro giorno, abbiate pazienza con la mamma.
Ma quale disturbo, mamma, stai quanto vuoi, Luigi la abbracciò forte.
Li guardai e non dissi nulla. Cercai di scacciare il disagio che montava dentro. Ancora una settimana, pensavo, non è poi la fine del mondo.
Ma passò un mese. Poi un mese e mezzo. Valentina si era sistemata senza che quasi ce ne accorgessimo nel nostro piccolo appartamento di due stanze. Dormiva nella stanza che era il mio studio, con divano-letto e scrivania. Ora lavoravo col portatile in cucina o sul letto ed era scomodo, ma non chiesi mai di riavere la mia stanza.
Ogni sera Valentina preparava la cena. Buonissima, certo, ma sempre ciò che piaceva a Luigi: patate al forno, lasagne, polpette. Io preferivo cibi più leggeri, verdure, pesce, ma non avevo il coraggio di dirlo.
Annina, di nuovo non tocchi nulla, scuoteva la testa la suocera. Luigi, vedi come si sta sciupando tua moglie. Dovresti portarla dal medico, magari ha lo stomaco debole.
Anna, davvero mangi pochissimo, Luigi mi guardava, preoccupato.
Solo che non ho fame, rispondevo. Era la verità. Non avevo appetito. La mattina mi sentivo nausea, durante il giorno spossatezza. Ma evitavo il medico, temendo mi dicesse che era stress o troppo lavoro. Ammettere lo stress, però, sarebbe stato confessare che la presenza di Valentina mi opprimeva. E come dirlo ad alta voce?
***
A metà settembre lavoro era un disastro. Bisognava consegnare le dichiarazioni dei redditi aggiornate, io e le mie due colleghe di contabilità restavamo fino a tardi. Tornavo a casa alle nove o alle dieci, sfinita e con mal di testa.
Casa mi accoglieva con le luci calde, il profumo della cena e la voce di Valentina.
Annina, finalmente. Con Luigi abbiamo già cenato, ma ti ho lasciato la zuppa nella pentola, basta scaldarla. Ma proprio per favore, non spostare le pentole sul fornello, ho sistemato io tutto così per praticità.
Annuiscevo, mi sedevo in cucina e cenavo qualcosa che ormai non riuscivo quasi a mandare giù. Luigi mi raggiungeva, mi baciava la guancia, raccontava la giornata. Valentina restava lì, o cuciva al chiacchierino, o sfogliava una rivista, sempre, sempre presente. Laria in casa si era fatta densa, difficile da respirare.
Luigi, non ti sembra che tua mamma voglia restare per molto? chiesi una notte, nel buio della camera.
Ma il restauro ancora non è finito, rispose assonnato. Un po di pazienza, non può vivere nei lavori.
Ma sono passati due mesi
Anna, è mia madre. È sola. Non puoi capire la sua situazione?
Un colpo nel petto. Rimasi zitta, voltandomi verso il muro. Luigi si addormentò in un attimo, io invece restai a occhi aperti, sentendo dallaltra stanza il fruscio di Valentina.
La mattina dopo, appena arrivata, Valentina mi accolse con una proposta.
Annina, pensavo: il sabato ti aiuto io con le pulizie, così fai meno fatica. In due facciamo in un attimo.
Avrei voluto dire di no, ma era già arrivata con secchio, mocio e stracci. Insieme lavammo i pavimenti, togliemmo polvere, e intanto lei non smetteva di commentare.
Ah, dietro il termosifone cè sempre polvere, conviene passare laspirapolvere. E le tende sono da lavare, ormai sono grigie. Il frigorifero lo pulisci come? Bisognerebbe almeno ogni due settimane, altrimenti i batteri
Annuii, pulivo e ascoltavo, e a ogni osservazione sentivo crescere dentro unirritazione sorda. Ma non riuscivo a replicare. Lei voleva solo aiutare, avere cura, come potevo rimproverarla?
Alla fine di settembre mi accorsi che, nella mia stessa casa, mi sentivo una ospite indesiderata. Valentina gestiva la cucina, il bagno, persino i panni. Lavava le camicie di Luigi a modo suo, le stirava con lappretto.
A Luigi piace la camicia così, bella rigida. Glielho insegnato fin da piccolo.
Io invece lavavo i miei abiti di straforo, la sera tardi, quando la lavatrice era libera. A volte mi pareva di muovermi furtiva in casa mia, evitando di dar fastidio, di far rumore, di farmi notare.
La notte facevo strani sogni. Camminavo in corridoi senza fine, cercando la mia stanza, ma tutte le porte erano chiuse. O mi trovavo in cucina, volevo cucinare, ma tutti i tegame e ingredienti mi sfuggivano di mano.
Mi svegliavo in un bagno di sudore, il cuore che pulsava in gola. Restavo a letto ad ascoltare il respiro di Luigi, con la voglia di svegliarlo, raccontargli quanto mi sentivo soffocare. Ma le parole restavano strozzate. Cosa avrei dovuto dire? Che la suocera mi stava schiacciando con la sua premura? Come si può ammettere una cosa del genere?
***
Il primo ottobre iniziarono ad accadere cose davvero strane.
Quella mattina mi svegliai nauseata. Feci appena in tempo a raggiungere il bagno, dove vomitai tutto. Ero pallida e tremante, Valentina bussò preoccupata.
Annina, stai male? Vuoi che chiami il dottore?
No, no, tutto a posto, risposi, sciacquandomi con acqua fredda. Forse ho mangiato qualcosa di pesante ieri.
Ma cosa stai dicendo? Ieri ho fatto le polpette con carne di giornata! Luigi le ha mangiate e non ha niente…
Non è per le polpette. Solo che ho lo stomaco sensibile.
Per tutto il giorno la debolezza non passò. Al lavoro faticavo a mettere a fuoco lo schermo del pc, sbagliavo i dati. Serena, la collega, mi guardava preoccupata.
Anna, sei uno straccio. Forse dovresti andare casa.
Impossibile, dobbiamo chiudere i bilanci.
La salute viene prima. Vai almeno dal medico.
Ma io in ambulatorio non ci andai. Tornai a casa tardi, accolta da Valentina con espressione quasi ostile.
Ho passato la sera in pensiero. Anche Luigi era in ansia. Renditi conto che ci fai preoccupare.
Scusa, il lavoro è tanto.
Sempre il lavoro E la famiglia? Oggi tuo marito era solo mezza giornata, meno male che almeno lho nutrito.
Rientrai in camera, chiusi la porta e mi buttai sul letto. La testa mi scoppiava. Dalla sala arrivavano i sussurri tra Valentina e Luigi. Non capivo le parole, ma le intonazioni erano eloquenti: lei si lamentava, lui la tranquilizzava.
Avrei voluto urlare, un urlo lungo e liberatorio. Ma, come sempre, rimasi zitta.
La mattina dopo, mentre mi vestivo, notai una macchia gialla sul colletto della mia camicetta bianca preferita. La sera prima era a posto, ne ero certa.
Signora Valentina, ha idea di cosa sia successo alla mia camicetta? chiesi, entrando in cucina.
Lei si voltò ai fornelli, con aria innocente.
A quale camicetta?
Quella bianca, aveva una macchia
Io non tocco le tue cose, cara. Forse hai versato qualcosa anche tu e non te ne sei accorta.
La fissai; il suo sguardo innocuo smentiva le sue parole. Compresi con chiarezza che mentiva. Lo sapeva. Laveva fatto lei.
Ma non avevo prove e restai ancora una volta in silenzio. Indossai unaltra maglia e andai a lavoro col dolore chiuso nel petto.
Altre stranezze seguirono. Sparì la mia tazza preferita, grande e in ceramica, regalo di Luigi per il compleanno. Nessuno la trovò più.
Forse lhai rotta e dimenticata, tesoro non lho mai vista io.
Poi, improvvisamente, era finito il mio shampoo in bagno, bottiglia quasi nuova. Valentina allargò le braccia.
Che strano. Sarà uscita la plastica dal tappo?
Smettei di fare domande. Mi sentivo sempre più sospesa in una nebbia irreale. Al lavoro funzionavo come un robot, la sera stavo muta col portatile in cucina, evitando la stanza dove viveva Valentina. Luigi era sempre più chiuso, irritabile. Diverse volte abbiamo quasi litigato.
Anna, negli ultimi tempi sei nervosa, mi disse una sera. È lo stress?
No. Non è il lavoro.
E allora cosè?
Lo guardai, avrei voluto dirgli la verità. Che non sopportavo più la presenza costante di sua madre, che soffocavo, che non mi sentivo più a casa mia. Ma le parole, come sempre, non uscivano.
Solo stanchezza. Scusa.
Mi abbracciò, baciandomi la tempia.
Ancora un po di pazienza. Mamma presto andrà via, ho parlato io con lei. I lavori in casa sono quasi finiti.
Ma i lavori non finivano mai. Ogni settimana Valentina telefonava agli operai, tornava con la faccia crucciata.
Mi dicono che manca poco. Attaccano la carta da parati, mettono i battiscopa. Una settimana, e tutto sarà a posto.
Le settimane diventavano mesi.
***
A fine ottobre non dormivo più, o quasi. Ero esausta, ma il sonno erano solo sogni agitati: mi svegliavo disfatta. Avevo occhiaie, le mani tremavano.
Una notte mi svegliò un rumore. Uno sfregamento, un fruscio. Veniva dalla stanza di Valentina, mi sembrò. Mi alzai sul gomito, ascoltai. Poi il silenzio.
Alla mattina chiesi a Valentina se avesse sentito qualcosa di strano nella notte.
No, dormivo profondamente. Perché?
Mi è sembrato ci fosse rumore di passi.
Sicuro sarà stato un sogno. I nervi, cara, davvero devi farti vedere da un medico.
Pochi giorni dopo sentii uno strano odore in casa. Dolce, di cera. Come in chiesa. Annusai in giro, lo sentii più forte vicino alla porta della stanza di Valentina.
Signora Valentina, accende candele? chiesi la sera.
Candele? No, perché mai? Perché lo chiedi?
Sento odore di cera.
Forse viene dalla cucina dei vicini. O dalla canna fumaria.
Ma lodore tornava. Sempre la notte, discreto, ma presente. Iniziavo a svegliarmi per colpa sua, a restare coricata, paralizzata dalla paura.
Una volta, che Valentina non era in casa, entrai nella stanza per curiosità. Tutto sembrava normale. Letto rifatto, libri impilati, violette sul davanzale. Aprii larmadio: suoi abiti piegati, le valigie, la scatola legata con lo spago.
Chinandomi per prendere la scatola sentii la chiave girare nella serratura dellingresso. Balzai in piedi e corsi fuori. Valentina, rientrando con i sacchetti della spesa, sorrise.
Anna, sei a casa? Pensavo fossi in ufficio.
Non stavo bene, sono uscita prima.
Poverina. Vai a riposarti, preparo il tè.
Quella stessa sera avvertii di nuovo lodore di cera. E, poco dopo, notai che in corridoio, su uno scaffale, cera la nostra fotografia insieme, quella con la bella cornice prima sempre sul comò in camera. Sollevai la cornice e guardai bene: il mio volto nella foto era stato graffiato, rigato da minuscoli taglietti, come fatti con una spilla.
Il cuore mi martellava così forte da sentirmi svenire. Stavo lì, tremando con la cornice tra le mani, fissando limmagine rovinata.
Anna, che fai lì impalata? Luigi uscì dalla camera, stiracchiandosi.
Guarda, Luigi.
Mi si avvicinò, prese la cornice, si rabbuiò.
Cosè successo?
Non so. Lho appena trovata lì. Sulla mensola.
Forse è caduta e il vetro si è rotto?
Il vetro è perfetto. La foto è graffiata.
Come graffiata?
Gli mostrai i segni. Luigi ispezionò la foto, poi alzò le spalle.
Forse era così dalla stampa, e non ce ne siamo mai accorti?
No, Luigi. Non è una stampa difettosa! Questa lha rigata qualcuno. Con uno spillo…
Chi?! mi guardò confuso. Perché dovrebbe farlo qualcuno?
Tacqui. Sapevamo tutti e due chi altro vivesse lì. Ma dirlo sarebbe stato folle.
Forse ho visto male, mormorai. Scusa.
Quella notte non dormii per niente. Restai a fissare il soffitto, ascoltando Luigi che russava piano, il fruscio nellaltra stanza.
***
A novembre arrivò il freddo. Avevo brividi anche dentro casa, sempre infagottata nella vestaglia di lana, ma era un freddo interiore. La nausea del mattino peggiorò. Mangiare, quasi niente; solo tè e qualche fetta biscottata di nascosto da Valentina.
Annina, sembri davvero ammalata, diceva lei, preoccupata, ma nei suoi occhi intravedevo un lampo diverso. Era soddisfazione? Così sembrava.
In ufficio la responsabile mi chiamò nel suo studio, con garbo:
Anna Irene, ultimamente fai errori insoliti. Ieri hai invertito delle cifre, laltro giorno sbagliato la data. Non sei tu.
Chiedo scusa, dottoressa. Non accadrà di nuovo.
Sicura di stare bene? Vuoi prenderti un periodo di riposo?
Ferie. Mi immaginai in ferie chiusa in quella casa, circondata dalla presenza di Valentina mi si strinse tutto dentro.
No, grazie. Sto bene.
Ma non era vero. Sprofondavo in una zona crepuscolare. Di giorno lavoravo, la sera fissavo il vuoto in cucina. Luigi tentava di parlarmi, ma rispondevo a monosillabi. Si arrabbiava, si offendeva, poi si ammutoliva pure lui.
Anna, non ti riconosco più. Sei distante. Sei qui con me?
Solo stanca.
Andiamo dal medico, dai. È tua madre che lo dice: tu non mangi.
Sua madre, già. Lo guardai.
Tua madre parla troppo.
Che dici?
Niente, lascia stare.
Mi rifugiai in camera. Luigi non mi seguì.
Qualche giorno dopo accadde ciò che ruppe la fragile tregua.
Rientrai prima dal lavoro, erano appena le sei. Valentina di solito a quellora guardava le fiction in cucina o telefonava. Ma la casa era silenziosa. Troppo.
Mi tolsi il cappotto, andai in bagno, ma sentii una voce che recitava qualcosa, sottile, insistente. Era la voce di Valentina, dalla sua stanza.
Rimasi immobile, ascoltai. Bisbigliava, parole indistinte, la cantilena simile a una preghiera ma non rassicurante.
Mi avvicinai pianissimo. La porta socchiusa, luce fioca allinterno. Da uno spiraglio si scorgeva il bordo del tavolo, sopra due candele votive accese, fiammelle gialle.
Mi batteva il cuore come mai. Aprii la porta di scatto.
Valentina era piegata sul tavolo, di spalle. Davanti a lei la foto grande di Luigi, quella della laurea. E una mia foto, il volto cancellato da un grosso segno nero. La vidi passare la mano sopra le immagini, sussurrando con la voce incrinata, e poi una spilla, lunga, nelle sue dita.
Signora Valentina, la mia voce era roca, estranea al mio corpo.
Lei si voltò, bianca, gli occhi fuori dalle orbite.
Annina tu non pensavo
Cosa sta facendo?
Precipitò la mano, nascose la spilla. Il volto confuso divenne subito irritato.
Niente. Non sono affari tuoi.
Le candele. Le foto. Questo cosè?
Ti ho detto che non sono affari tuoi! la sua voce divenne dura. Esci dalla mia stanza!
Qualcosa in me si ruppe. Tutta la fatica, il rancore, la paura, uscirono in un colpo.
La sua stanza?! urlai, tremando. Questa è CASA MIA! MIA! Sono tre mesi che mi avete tolto anche la mia stanza!
Anna, non urlare
Altroché urlare! Lei qui con le candele, le spille, a graffiare le mie foto, a rovinare le mie cose, a rovinarmi la vita!
Io non ho rovinato nulla! Valentina si raddrizzò, il viso chiuso da un gelo ostinato. Sei tu che distruggi tutto! Hai reso mio figlio infelice! Con unaltra donna avrebbe già avuto figli, una vera famiglia, ma tu solo lavoro! Non sei una moglie, sei un peso!
Mi arrivò come uno schiaffo. Rimasi lì, lacrime agli occhi.
Lei come si permette
Me lo permetto perché sono sua madre! Lho cresciuto da sola, sa? Gli ho dedicato la vita! E tu chi sei? Una qualsiasi che me lha portato via!
Portato via? a stento respiravo. Noi ci amiamo! Siamo una famiglia!
Una famiglia? rise di scherno. Una donna che neanche riesce a dargli un figlio, secca, malaticcia Non sei la sua metà.
Persi la forza di continuare. Mi avvicinai al tavolo, spinsi le candele per terra. Una si spense, laltra restò accesa. Presi la mia foto cancellata e la strappai a metà.
Se ne vada, dissi piano, ma il tono era più fermo che mai. Se ne vada da casa mia. Ora.
Cosa? sbiancò Valentina. Non puoi farlo
Invece sì. Sono la padrona qui, e le dico di andarsene! Faccia le valigie, subito!
Luigi non te lo perdonerà!
Parlerò io con Luigi! Lei qui non rimane un solo minuto di più!
La porta dingresso sbatté. Luigi era tornato. Sentite le urla, accorse nella stanza.
Ma cosa succede qui?!
Valentina si gettò tra le braccia del figlio, gli afferrò il braccio.
Luigi, tua moglie mi caccia! Mi umilia, mi butta fuori di casa!
Luigi guardò la madre, poi me. Io, tremante, con la foto strappata in mano e il volto in lacrime.
Luigi, gli dissi con voce incerta. Guarda. Guarda cosa faceva.
Gli mostrai il tavolo, le candele, le foto, la spilla. Lui rimase in silenzio a lungo, poi il viso cambiò: dallo stupore alla consapevolezza, poi allorrore.
Mamma cosè tutto questo?
Niente, tesoro, stavo solo pregando per te
Con la spilla? Con le foto segnate? la voce diventò dura. Ma che diavolo, mamma?
Ti volevo aiutare! Lei non è la donna giusta per te!
Basta! urlò Luigi, e Valentina trasalì. Anche io. Mai lavevo sentito così con lei. Basta, ti prego!
Prese la valigia, la scaraventò sul letto.
Prepara le tue cose. Ti porto in stazione. Ora.
Luigi
ORA!
***
Dopo unora Valentina se ne stava andando. Fece la valigia in silenzio, con la faccia di pietra. Luigi laiutò, senza una parola. Io rimasi in corridoio, stanca, appoggiata al muro.
Alla porta, Valentina mi lanciò uno sguardo lungo, durissimo.
Te ne pentirai.
Non risposi. Luigi raccolse le borse e uscì. Valentina lo seguì. La porta si chiuse.
Rimasi sola.
Il silenzio calò nella casa, assordante. Mi mossi verso quella stanza ora libera. Il tavolo con gocce di cera, le foto, le candele sparse. Misi tutto in un sacchetto e lo portai sul balcone, nel bidone della differenziata.
Poi spalancai la finestra, respirando laria fredda di novembre. Guardai il cielo cupo sopra i tetti bagnati, e per la prima volta dopo tanto tempo sentii di poter respirare davvero.
Luigi tornò tardi, era già mezzanotte. Sfinito, si lasciò cadere a letto.
Ho accompagnato mamma in stazione. Treno per Modena.
Mi sedetti accanto, gli presi la mano.
Scusa.
Di cosa?
Di tutto. Di come è andata a finire.
No, Anna. Sono io che devo scusarmi. Non ho visto. Non volevo vedere. Pensavo fossi solo nervosa, solo stanca per il lavoro. Invece
Si interruppe, si coprì il volto con le mani.
È impazzita. Non avrei mai creduto che potesse arrivare a tanto.
Luigi, è sola. Ha perso tuo padre, vive solo per te. Per lei sei tutto.
Ma questo non giustifica. Quello che ha fatto è grave. Anormale, pure crudele.
Rimanemmo zitti. Poi Luigi mi abbracciò, forte, ed io sentii che tremava.
Temevo di perderti. Negli ultimi tempi eri così distante, così irraggiungibile. Ho pensato che non mi amassi più.
Mai. Ero solo soffocata.
Non ti lascerò più soffocare. Te lo prometto.
Il mattino dopo fu stranamente luminoso. Il sole filtrava dalle persiane. Restai seduta sul letto, ascoltando: silenzio. Nessun passo in cucina, nessun tintinnio di pentole, niente voce di Valentina.
Mi alzai, girai la casa. Aprii la porta della stanza. Vuota. Solo il divano, il tavolo, le mensole libere. Era di nuovo la mia stanza.
In cucina, Luigi preparava il caffè. Si voltò quando entrai.
Buongiorno.
Buongiorno.
Facemmo colazione solo noi due, in un silenzio inusuale ma sereno. Mangiai un toast con burro, niente nausea. La prima volta dopo giorni.
Anna, però davvero devi farti vedere dal medico, disse Luigi. Sei troppo pallida. Fisso un appuntamento?
Sì, va bene.
Mi prenotò per lindomani dal medico di famiglia. Andai in ufficio: forse non stavo bene, ma mi sentivo sollevata, come se un grande fardello mi fosse stato tolto dalle spalle.
La sera, abbracciata a Luigi sul divano, lui mi disse:
Ho pensato a mamma. Non ha ancora telefonato.
Forse si è offesa.
Sicuro. Però Anna, non posso tagliarla del tutto. È mia madre. Ma tu non la perderai mai, questo te lo giuro.
Lo so.
Magari, quando sarà tutto più tranquillo, verrà a trovarci. Ma solo di passaggio, una giornata. Parleremo con chiarezza.
Annuii. Dentro sentivo ancora la paura, il freddo, ma sapevo che non potevo chiedergli di tagliare i ponti. Resta comunque sua madre.
***
Il giorno dopo andai dal medico. La dottoressa, una signora anziana e gentile, ascoltò i miei sintomi: nausea, debolezza, inappetenza. Poi mi fece qualche domanda in più.
Il ciclo, quando è arrivato lultima volta?
Ci pensai, e mi resi conto che era passato troppo tempo. Negli ultimi mesi non avevo fatto caso al calendario.
Più di un mese fa, credo.
Allora, facciamo il test di gravidanza.
Rimasi paralizzata. Incinta? Non ci avevo davvero pensato. Non avevamo preso precauzioni, desiderando un figlio più avanti, nel futuro.
Il test risultò positivo.
Congratulazioni, sorrise la dottoressa. Saranno sei settimane circa. La nausea e il malessere sono sintomi comuni, niente paura. Andrà da uno specialista ginecologo, le farò la prescrizione.
Uscendo dallambulatorio ero stordita. Incinta. Io e Luigi aspettiamo un figlio.
Mi sedetti sulla panchina davanti allASL, mi coprii il viso e piansi. Piangevo di sollievo, di gioia, di paura, tutto insieme.
La sera lo dissi a Luigi. Allinizio credette di non aver capito, poi mi sollevò in aria, mi baciò.
Davvero? Davvero?!
Sei settimane.
Anna non ci credo, è bellissimo!
Restammo tutta la sera a parlare: Luigi ripeteva che mi avrebbe protetta, che avrebbe fatto di tutto perché né io né il bambino mancassimo mai di nulla.
***
Passarono tre settimane. Valentina non chiamò. Luigi provò a cercarla, ma non rispose. Mandò solo un messaggio: «Sto bene. Non preoccupatevi». Nessuna parola in più.
Io lentamente mi ripresi. La nausea non era sparita, ma stavo meglio. Ricominciai a mangiare, avevo più forza. La sera, con Luigi, riordinavamo la stanza che ora era di nuovo il mio studio. Cambiai le tende, sistemai i mobili, portai via ogni ricordo degli ultimi mesi.
La casa divenne più leggera. Tornai a cucinare cose che piacevano a me, Luigi si offriva di aiutare, ridevamo di nuovo in cucina come prima.
Una sera, abbracciata a Luigi sul divano, lui mi chiese:
Ho pensato a mamma. Quando nascerà il bambino, di sicuro vorrà venire.
Probabile.
Tu saresti contraria?
Rimasi in silenzio. Poi lo guardai in faccia.
Può venire. Ma in visita. Per un giorno. A dormire qui, mai più. È una mia condizione.
Va bene.
E per ora non la lascerò sola con il bimbo. Magari, più avanti, se vedo che rispetta i nostri limiti ma adesso no.
Giusto. Sono daccordo. Davvero.
Luigi, non voglio diventare cattiva. Non voglio più litigare con lei. Ma non posso permetterle di distruggere ancora la nostra armonia. Il nostro bambino non deve crescere in una casa tesa.
Non accadrà più. Metteremo regole chiare. Se le accetterà, bene. Altrimenti, la nostra serenità viene prima.
Mi strinsi a lui. Fuori pioveva, ma in casa era caldo e silenzioso.
Tu credi che ce la faremo? sussurrai.
In che senso?
Tutto: il bambino, la famiglia, i rapporti con tua madre.
Ce la faremo. Perché siamo insieme, e ora sappiamo quello che non vogliamo ripetere.
Annuii. Avevo ancora paura, non sapevo come si sarebbe evoluto il rapporto con Valentina. Se avrebbe accettato dei confini, o tentato di superarli, di manipolare ancora.
Ma in quel momento, mi sentivo forte. Più forte che mai. Avevo saputo dire no. Avevo difeso la mia casa, la mia vita, il mio diritto a essere me stessa.
Luigi, dissi, posando la mano sul ventre dove cresceva nostro figlio. Promettimi: se un giorno tornerà il peso, la tensione, ascoltami. Non fingere che va tutto bene.
Te lo prometto. Ti ascolterò. Sempre.






