Un passo nel vuoto
Giulietta, ma dovè che hai lasciato tua sorella? Siete sempre insieme, voi due! non riuscì a trattenersi zia Carmela, vedendo la nipote correre davanti a sé.
La ragazzina si fermò di colpo, si voltò verso la zia e, visibilmente infastidita, scandì le parole senza esitazione:
Mi chiamo Chiara.
Lo sguardo che rivolse a Carmela era così pungente che il sorriso della donna vacillò un attimo. Chiara continuò, cercando di tenere a bada lirritazione che le montava dentro:
E poi non è vero che siamo uguali! Perché tutti devono sempre confonderci?
Carmela sgranò gli occhi, sinceramente sorpresa. Alzò appena le sopracciglia, come per scovare in quel viso qualcosa che le fosse sfuggito fino a quel momento.
Dai, amore, ribatté con dolcezza siete gemelle! Quando vi vedo sedute vicine, è praticamente impossibile distinguerle. Solo quando parlate allora si capisce subito chi è chi.
Chiara sentì una fitta di fastidio risalirle dalla pancia alla gola. Si morse il labbro per non lasciarsi sfuggire quello che provava e si diresse in fretta verso la porta. Non aggiunse altro: uscì dalla stanza e chiuse piano la porta dietro di sé.
Rimasta sola, Carmela scosse la testa, ancora confusa per la reazione della nipote. Intanto Chiara, attraversando il corridoio, ruminava in testa sempre la solita frase: Siete come due gocce dacqua. Le suonava addosso come una maledizione. Ma quanto doveva durare questa storia? Possibile che nessuno riesca a vedere che sono diverse? Perché per tutti sono solo le gemelle, mai Chiara o Giulietta, mai con la loro personalità o i loro sogni? Frullavano nella mente di Chiara mille domande, tutte senza risposta
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Chiara era seduta su una panchina ai Giardini Margherita, le ginocchia strette tra le braccia. Il sole filtrava tra le foglie degli alberi e disegnava delle ombre strane sulla ghiaia, ma lei aveva lo sguardo perso altrove. Stava confidando ancora una volta a Sara ciò che le dava fastidio da mesi. La voce le usciva bassa, quasi stanca, mentre ripeteva quanto la facesse arrabbiare che la confondessero sempre con la sorella.
Sara la ascoltava senza perdere una parola, la testa un po inclinata da un lato. Allimprovviso i suoi occhi si illuminarono e si drizzò sulla panchina:
Senti un po, le disse con entusiasmo improvviso dovresti cambiare completamente look! Ti tagli i capelli cortissimi e li tingi di un colore pazzesco. Così nessuno potrà più sbagliare! Giulietta non ci penserebbe mai, lei è troppo tranquilla per una follia così.
Chiara fissò perplessa i suoi lunghi capelli, ne prese una ciocca e la fece scivolare sulle spalle. Per un attimo le brillò lidea negli occhi, ma poi la spense subito.
Mamma non mi darà mai i soldi per una cosa del genere, rispose con un filo di tristezza. Le piace che sembriamo due pupazzetti uguali. Ai suoi occhi quello che sogno io non conta mai.
Sara non indietreggiò. Agitò la mano per tagliare corto su tutte le obiezioni:
Chiedigli i soldi per comprare un regalo a una compagna di classe insistette. Poi vai dal parrucchiere della mia strada, quello che costa pochissimo. Mio babbo mi ci ha portato una volta mia mamma mi voleva ammazzare: erano venuti cortissimi! Ma tu è proprio quello che vuoi, no?
Per la prima volta Chiara sembrò interessata sul serio. Sembrava comunque di non essere del tutto convinta, ma lidea iniziava a sembrarle meno folle.
E per la tinta quanto bisogna spendere? domandò, cercando di capire se il piano fosse fattibile.
Sara prontissima:
Tranquilla, la mia sorella grande lo sa fare benissimo. Basta comprare la tinta giusta.
Con la grinta con cui parlava Sara, Chiara non poté fare a meno di sorridere, per una volta davvero. Forse questa volta sarebbe servito a qualcosa davvero? Forse gli altri avrebbero capito che lei non era solo una delle gemelle? Dentro sentiva nascere una piccola speranza, anche se non riusciva a credere che davvero bastasse così poco per cambiare tutto.
Dopo qualche giorno le due amiche si buttarono, finalmente, nellimpresa. Chiara aveva un po dansia addosso, faceva di tutto per non farsi vedere.
Il salone dove entrarono era un posticino spoglio, una stanza con una poltrona vintage e specchi un po macchiati. La parrucchiera, una signora anziana dagli occhi stanchi, chiese seccamente:
Come li vuoi?
Un secondo di esitazione, poi Chiara sbottò di getto:
Cortissimi! Più corti possibile!
La donna annuì e si mise al lavoro. Tagliò senza dire troppo. Chiara guardava sfilare ciocche lunghissime sul pavimento, sentiva lo stomaco stringersi. Ma ormai era troppo tardi.
Quando uscì dalla sedia e si specchiò, il taglio era davvero corto, un po storto, ma ci si poteva accontentare. Almeno adesso di certo non sembro più Giulietta!
Con ancora ladrenalina in corpo, corse a casa di Sara. La aspettava la sorella maggiore con la tinta pronta. Dopo una breve discussione si decise: fucsia acceso, da non passare inosservata.
Il risultato superò tutte le aspettative peccato, però, lo fece in peggio. Il rosa era talmente brillante, quasi fosforescente, e con quel taglio impreciso la testa sembrava impazzita. Chiara si morse le labbra, ma tenne duro: tornare indietro non si poteva più.
A casa laspettava la madre. Appena vide Chiara sulla porta, la signora Marina si lasciò andare sulla sedia, pallida come un lenzuolo. Davanti a lei, invece della sua bimba ordinata, apparve una ragazzina sconosciuta con i capelli storti e sparaflash rosa.
Chiara, ma che ti sei inventata?! La madre alzò la voce per la prima volta in vita sua, con le mani che tremavano e lo sguardo sconvolto. Ma ti sei vista allo specchio? È un disastro! E adesso come si rimette a posto?
Chiara serrò le mani a pugno, cercando di nascondere la delusione. Tirò su la testa e rispose con tono piccato:
A me piaccio così! Nessuno mi scambierà più per Giulietta!
Marina scosse la testa, convinta di sognare. Prende in fretta il telefono e compone il numero del suo parrucchiere di fiducia.
Bisogna sistemare subito questa cosa Bastava cambiare un po il taglio! il tono era smarrito e leggermente ferito.
Chiara sbuffò, ma diede unaltra occhiata di nascosto allo specchio. In cuor suo la tinta la spaventava, il taglio ancora di più, ma ammetterlo era fuori discussione.
Tanto non mi avresti lasciata uguale, mormorò voltandosi.
Ma certo che ti avrei lasciata! Da dove hai tirato fuori questa idea? ribatté la madre, confusa e scossa. Senza dire altro, rimise il telefono allorecchio in attesa che il parrucchiere rispondesse.
Alla fine la risposta arrivò. Marina parlò veloce e agitata:
Ciao! Hai tempo oggi? Ho bisogno del tuo aiuto mia figlia ha deciso di cambiare look Dovresti vedere che caos. Sì, arriviamo tra unora.
Poi coprì il microfono e si rivolse a Chiara:
Dai, su, vestiti, andiamo a sistemare la situazione!
Chiara incrociò le braccia e fece il broncio. Avrebbe voluto opporsi, ribadire che era una sua scelta, un suo diritto. Ma ormai sentiva dentro che il rosa urlante e le ciocche storte non le davano affatto soddisfazione, solo disagio.
Mah Va bene così, borbottò per forma, senza troppa convinzione.
Marina scosse la testa, già pronta con la borsa.
Parleremo in macchina, ma questa cosa va sistemata.
Mezzora dopo erano già in auto verso il salone. Chiara fissava i campi e i palazzi passare fuori dal finestrino in silenzio. Tentava di convincersi che non se ne sarebbe pentita, ma una vocina dentro la smentiva.
La parrucchiera di fiducia era gentile e non fece commenti. Osservò Chiara con occhio esperto, sorrise lievemente e disse solo:
Vediamo come possiamo salvare il salvabile.
Lavorarono per più di due ore. Accorciarono le punte ed estrassero il colore troppo acceso, lasciando solo una ciocca sottile e rosa per lato, carina e discreta. Mentre guardava la propria immagine trasformarsi allo specchio, Chiara dapprima trattenne il fiato, poi la tensione lasciò spazio alla curiosità. La nuova acconciatura era ordinata, fresca, davvero diversa.
Marina fece un sospiro lunghissimo di sollievo:
Dai, guarda che bella ragazza sei tornata!
Ringraziò la parrucchiera più volte, piena di gratitudine:
Non so come avrei fatto senza di te, davvero! Sei magica.
Chiara, invece, restò zitta. Passò la mano sulle nuove ciocche, le sembravano tutto sommato accettabili, ma le parole della mamma le ronzavano nelle orecchie.
Sei tornata normale prima allora che era? Perché a lei tutto questo? Con Giulietta nessuno lavrebbe trattata così!
Senza dire grazie, uscì dal salone a testa bassa. Le frullavano in testa mille pensieri tra rabbia e dispetto. Non voleva più essere paragonata, pensava solo a tornare a casa per guardarsi di nuovo allo specchio stavolta con più distacco.
Chiara non voleva ammetterlo, ma era evidente a tutti: Giulietta non avrebbe mai fatto una tale sciocchezza. La sorellina era nata per essere un esempio: studiava sempre con profitto, imparava velocemente, danzava senza sbagliare un passo, trovava sempre tempo per leggere, era precisa anche nei dettagli. Pianificava tutto in anticipo, non sbagliava mai un giorno, teneva ogni quaderno in ordine.
Chiara non era mica stupida, anche lei ci arrivava in fretta alle cose, sapeva rispondere bene se le girava la luna. Ma quel continuo essere paragonata la esasperava. Ogni volta che faceva qualcosa di buono Come Giulietta. Appena sbagliava Giulietta non avrebbe mai fatto così. Sottotraccia, questi giudizi la svuotavano, la facevano sentire in trappola.
Dopo la storia dei capelli, Chiara sembra aver ricevuto una licenza di fare tutte le prove che voleva sulla propria pelle. Se prima rispettava almeno un po le regole scuola, faccende di casa adesso era pronta a tutto per dimostrare che lei non era Giulietta. E ce la metteva tutta per renderlo evidente.
La scuola andò subito a rotoli. Il diario si riempiva di voti bassi, non per incapacità, ma perché smise di provare. Saltava i compiti, non ascoltava in classe, si mostrava trascinata e scontrosa. Una volta si sarebbe preoccupata dei voti, adesso sembrava non importarle più nulla.
I genitori non restarono a guardare. Prima provarono con il dialogo con pazienza, esempi e mille spiegazioni sulla scuola e sul futuro. Poi passarono alle maniere forti: niente cellulare, niente computer, meno libertà. Ma ogni nuova imposizione rafforzava la sua determinazione a non cedere. Niente scene, niente urla: semplicemente, faceva di testa sua.
Avete già un genio in famiglia, Giulietta, diceva, guardando dritto negli occhi mamma e papà, senza vergogna. Basta lei. Non sono portata per grandi cose. Prendetemi per come sono.
I genitori si guardavano, spaesati. Vedevano Chiara rovinarsi da sola ma non sapevano come fermarla
Alla fine decisero di portarla da una psicologa. Era una donna dolce, gentile, con una voce rassicurante. Parlava molto con Chiara, cercava di tirare fuori il motivo di quel disagio. Rispondeva educatamente, non era aggressiva, ma nemmeno partecipe. Ammetteva i problemi, non si lamentava di nessuno: raccontava i fatti come li sentiva.
Forse la specialista non era la più adatta, forse Chiara era bravissima a fingersi indifferente: di miglioramenti neanche lombra. Rimase sulle sue, senza voglia di cambiare. Dopo qualche incontro, la psicologa consigliò ai genitori:
Forse dovreste allentare un po la presa. Ladolescenza è il periodo in cui si cerca se stessi. Lasciatele un po di spazio, magari trova la strada da sola.
I genitori non sapevano se fosse una buona idea, ma accettarono il consiglio. Decisero di limitarsi a esserle vicini, senza più prediche e punizioni severe.
Così si abituarono anche ai voti bassi. Continuavano a preoccuparsi, ma abbassarono la pressione, sperando che Chiara rinsavisse da sola, tornando a impegnarsi negli studi. Ma appena la situazione sembrava assestarsi, arrivarono problemi peggiori.
Un giorno la madre vide per caso Chiara con una comitiva di ragazzi sconosciuti vicino a un garage abbandonato. Ridevano, fumavano, si divertivano. Appena Chiara incrociò lo sguardo della madre si defilò, ma era chiaro che con loro ci passava tanto tempo.
La sera non riuscì a trattenersi:
Ma lhai vista Giulietta comè fortunata a circondarsi di amici veri? Educati, bravi, vanno insieme per mostre, leggono libri. E tu? Coi tuoi amici cosa fate?
Chiara non rispose, strinse forte la forchetta. Quella frase la colpì più di quanto volesse ammettere. In testa tornava il solito tormentone: Giulietta come esempio, Chiara allopposto. Se la sorella aveva amici perfetti, allora lei per forza doveva stare con i discoli. Doveva dimostrare di essere diversa.
Fu così che si infilò in quella compagnia. Allinizio solo guardava, poi cominciò a parlare con loro e a uscire la sera. Saltava spesso scuola e non cercava nemmeno di recuperare. I professori la riprendevano, i compagni erano perplessi, ma Chiara continuava testarda a camminare controcorrente.
Ogni tanto, da sola in camera, si pentiva. Sapeva benissimo che non era ciò che voleva davvero, che quella compagnia non la faceva felice, ma non riusciva a smettere. Bastava pensare a Giulietta perfetta per ributtarsi nelle scelte sbagliate.
Col passare del tempo, le loro strade si divisero. Giulietta prese il Liceo Scientifico, Chiara dopo la terza media si iscrisse a un modesto istituto tecnico. Fu una sua scelta: voleva sentirsi libera, cambiare aria. La realtà, però, fu più complicata.
Giulietta si diplomò col massimo, entrò a Economia allUniversità di Bologna. Studiava sodo, faceva corsi extra, si impegnava in una onlus. Era piena di impegni, ma si vedeva che le piaceva essere sempre attiva.
Chiara superava a stento gli esami. Faticava a trovare motivazione, più spesso saltava le ore che altro. I professori si lamentavano, i ragazzi del suo corso non la capivano, ma lei si stringeva nel suo ruolo: Non sono come Giulietta.
A diploma finito, la situazione non migliorò. Giulietta trovò subito lavoro in una grande azienda bolognese. Si guadagnò la stima di tutti, era precisa e sveglia. Chiara cambiava lavoro ogni pochi mesi: ora era il posto che la annoiava, ora erano i colleghi, ora la paga sempre troppo poca. Non si fermava mai abbastanza a lungo per fare la differenza. I genitori le suggerivano di chiedere aiuto, ma lei rifiutava:
Mi arrangio da sola, non ho bisogno di balie.
Eppure dentro di sé conservava la speranza che un giorno avrebbe trovato la sua strada, diversa sì da quella di Giulietta, ma finalmente soddisfacente. Al momento, però, ogni passo verso lindipendenza si trasformava in uno sbaglio ulteriore, e la sensazione di vivere contro anziché per qualcosa montava giorno dopo giorno.
La verità è che lei non sapeva spiegarlo. Ogni volta che Giulietta raggiungeva un traguardo, Chiara finiva puntualmente per sabotarsi. Se si prometteva di impegnarsi, bastava una notizia brillante su Giulietta e tutto nella testolina tornava a saltare.
E lei ci provava a cambiare! Tante notti fissava il soffitto e si prometteva: Domani sarà differente, ce la metto tutta. Ma puntualmente al mattino tutto tornava come prima. Era un circolo vizioso: più provava a liberarsene, più si sentiva bloccata dentro.
A un certo punto smise anche di sentire i genitori, evitava i pranzi in famiglia, non voleva sentir parlare dei successi di Giulietta. Tirò su un muro e spezzò i ponti. E, paradossalmente, proprio quando si isolò, qualcosa nella sua vita cambiò.
Trova infine un lavoro stabile non speciale, ma onesto, con uno stipendio decente. Chiara stessa fu sorpresa di quanto si inserisse facilmente. Andava a casa sentendosi soddisfatta, come se la giornata avesse finalmente avuto senso.
Poco dopo entrò nella sua vita Matteo. Si conobbero quasi per caso, al bar sotto lufficio. Era diverso dai ragazzi che aveva frequentato: calmo, riservato, senza machismo. Non cercava di impressionarla, e forse fu questo a colpire Chiara. Si misero insieme, passeggiavano per Bologna, parlavano delle loro vite e per la prima volta Chiara sentì di potersi mostrare per ciò che era, senza la necessità di dimostrare nulla.
Cominciò a progettare piccole cose. Non sogni folli, ma obiettivi concreti: risparmiare per un viaggio, imparare linglese, magari cambiare appartamento. Finalmente la sua vita sembrava trovare un ritmo e un senso nuovi.
Poi una sera squilla il telefono: era la madre. La voce flebile e tesa di chi non sa come iniziare.
Chiara, dovremmo parlare. Passa da noi, ti prego.
Chiara andò, trovò i genitori in salotto entrambi più seri che mai. La madre ci mise tempo prima di trovare le parole che avrebbero cambiato tutto:
Giulietta purtroppo non potrà avere figli. I medici dicono che non cè quasi nessuna speranza.
Scese un silenzio di pietra. Chiara rimase muta. Aveva pensieri contrastanti: compassione per la sorella, rabbia, voglia di consolarla. Ma sentì risalire anche quella pulsione che aveva sempre cercato di soffocare.
Non passò nemmeno un anno che Chiara diede alla luce il suo primo bambino. Un paio danni dopo arrivò il secondo. Non riusciva davvero a spiegarsi perché tutta questa fretta. Amava i suoi figli, era felice dei loro sorrisi e orgogliosa dei primi passi. Ma in fondo, una vocina dentro suggeriva: Ora sì che sei diversa da Giulietta. Ora hai ciò che lei non avrà mai.
Se ne rendeva conto che era sbagliato, che non si può vivere soltanto per la contrapposizione per non essere come laltra. Ma ogni volta che guardava i suoi piccoli trovava la scusa per sé stessa: Lho fatto per me. Sono stata io a volerli. È una mia scelta.
Eppure, in fondo al cuore, sapeva che se non ci fosse stata quella notizia su Giulietta forse sarebbe andata diversamente
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Giulietta ascoltava la mamma che, per lennesima volta, le raccontava ciò che combinava Chiara. La voce era un miscuglio di ansia e smarrimento non sapeva più come aiutare la figlia minore a uscire dal tunnel.
Quando la mamma finì, Giulietta disse piano ma decisa:
Per favore, non parlarle più di me.
La madre la fissò scioccata:
Ma come mai? Siete sorelle
Giulietta sospirò, cercando le parole giuste. Ci aveva pensato tante volte, misurato pro e contro, ora era sicura che fosse la cosa migliore.
Lei si sta annientando per dimostrare di essere lopposto di me, spiegò. Ogni volta che sente dei miei successi, è come se dovesse ficcarsi ancora di più nei guai. Non cerca la sua strada, fa solo il contrario di me.
La mamma voleva ribattere, ma Giulietta continuò:
Se le vuoi davvero bene, non nominarla nemmeno. Aiutala così: falla vivere la sua vita, senza pensare a me.
La mamma restò in silenzio, combattuta tra logica e sentimento, ma capiva che la figlia aveva un suo motivo.
Ma pensi davvero serva? domandò infine, con un filo di speranza e paura.
Non lo so, ammise Giulietta con sincerità. Ma abbiamo già provato tutto. Consigli, riconciliazioni, discorsi niente ha funzionato. Forse, se non penserà più a me, potrà essere finalmente sé stessa.
La madre annuì lentamente, anche se il cuore faceva fatica ad accettare. Ci provò.
Da allora la madre fu attenta: non fece mai più confronti, non lodò Giulietta davanti a Chiara, non le fece mai notare gli insuccessi. Allinizio fu duro, doveva correggersi spesso, ma poco a poco ci riuscì: si interessava solo a Chiara, alle sue passioni, ai suoi sogni.
Anche Giulietta si trattenne dal cercare la sorella, non chiamò mai, non si intromise più. Qualche volta le faceva male, ma era sicura: era lunico atto damore possibile in quel momento.
P.S.
Fu Matteo, il marito di Chiara, a insistere perché lei si affidasse a una psicologa vera. Passo dopo passo, con fatica e delicatezza, Chiara imparò finalmente a guardare avanti verso un futuro in cui lombra della sorella diventava ogni giorno più lieveChiara ci mise mesi a convincersi. Si presentò nello studio della dottoressa Messina con passi timidi e portò con sé la stanchezza di una battaglia che non sapeva più nemmeno perché combattesse. Raccontò tutto: la gemella perfetta, lombra lunga dei confronti, il desiderio cieco di essere altro, i figli arrivati troppo in fretta. Raccontò delle piccole vittorie e delle sconfitte quotidiane con una lucidità nuova, dolorosa e limpida.
La dottoressa ascoltava, ogni tanto le faceva notare qualcosa che Chiara non aveva mai voluto vedere: Ma se smettessi di correre via da lei, Chiara, verso dove ti muoveresti davvero? Allinizio la domanda la infastidiva. Poi, piano piano, ci pensò.
Ci pensò quando, camminando al parco con Matteo e i bambini, sentiva il sole sulla pelle senza che nessuna voce interna la schernisse. Ci pensò la sera, mentre aiutava suo figlio a imparare a scrivere le prime lettere, felice di vederlo provarci da solo, senza lansia del risultato. Ci pensò ancora seduta a guardare fuori dalla finestra, una notte, mentre la città taceva e in casa dormivano tutti.
Fu in uno di quei silenzi che le venne voglia di scrivere. Aprì il computer, si lasciò scivolare le dita sulla tastiera e scrisse a Giulietta una mail breve: Non so se leggerei mai un libro dove io sarei solo la non-tu. Ma sto provando a immaginare una storia nuova, per conto mio. Se ti va, un giorno, te la racconterò.
Non ricevette subito risposta, e non ne sentì lurgenza. Nei mesi successivi continuò la sua terapia e, in quel percorso, divennero sempre più rari i pensieri su Giulietta. Non perché non le volesse bene al contrario, se ne accorse nella tenerezza che le si scaldava in petto, improvvisa ma perché ormai per la prima volta aveva unimmagine di sé che non dipendeva da nessun confronto.
Quando Giulietta le scrisse, fu solo per un caffè in centro, un sabato mattina. Si sedettero una davanti allaltra, entrambe un po intimidite. Parlarono di tutto, finalmente, senza camminare in equilibrio tra detti e non detti. Si ascoltarono davvero, ciascuna con le proprie ferite. Alla fine, Giulietta sorrise sorpresa:
Forse adesso è il tuo turno di farmi un po da esempio.
Chiara rise per la prima volta come da ragazzina, ma questa risata aveva dentro la verità di chi ha fatto pace con la propria storia. Aprì la borsa, tirò fuori un foglietto:
Guarda, ho ancora quella ciocca rosa. Un ricordo. Mi serve per tenermi docchio quando scordo chi sono.
Uscirono insieme nella luce del mattino, ognuna con la sensazione nuova di potersi concedere limperfezione. Per la prima volta, Chiara sentì che il vuoto sotto i piedi era diventato una strada: si poteva camminare ancora, insieme o da sole, e finalmente senza paura di cadere.
Era, semplicemente, il suo passo.







