«Guardati allo specchio, chi ti vorrebbe a 58 anni?», disse l’uomo andandosene. Ma sei mesi dopo, tutta la città parlava del suo matrimonio con un milionario.

«Guardati bene, chi ti vorrà mai a cinquantotto anni?» sbottò luomo mentre si allontanava. Eppure, sei mesi dopo, tutta la città parlava del suo matrimonio con un milionario.

«Vado da Simona» disse lui, allacciando il cinturino del costoso orologio da polso. Lo stesso che Caterina gli aveva regalato per il loro trentesimo anniversario.

Non la guardava. I suoi occhi erano fissi altrove, sullimmagine riflessa nel vetro scuro della finestra. Lì cera un uomo aitante, ancora attraente. Non quello vero, nella stanza.

«Lei ha trentadue anni. È vitale, capisci?»

Caterina tacque, sentendo laria del salone farsi densa, appiccicosa come la pece. Ogni sua parola era una lama affilata, spietata.

«Dopo tutti questi anni è così che finisce?» la sua voce era un sussurro, quasi estranea.

Marco finalmente si voltò. Nei suoi occhi non cera rimorso né dolore. Solo una fredda, sprezzante stanchezza.

«E cosa ti aspettavi? Una scenata da melodramma? Non siamo più ragazzi, Caterina. Siamo persone civili.»

Prese la valigetta di pelle dalla poltrona. Ogni suo gesto era preciso, studiato. Si era preparato per quella conversazione, forse da giorni.

«Lascio tutto a te. Lappartamento è tuo. Prenderò solo lauto. Ho provveduto perché tu possa vivere dignitosamente.»

Fece un passo verso la porta e, già sulla soglia, si voltò. Il suo sguardo la scrutò dalla testa ai piedi come un estimatore davanti a un oggetto che ha perso ogni valore.

«Guardati bene. Chi ti vorrà mai a cinquantotto anni?»

Non attese una risposta. Uscì semplicemente, e il pesante portone di quercia si chiuse con un clic sommesso ma definitivo.

Caterina rimase immobile al centro del salone. Non pianse. Le lacrime le sembravano fuori luogo, quasi volgari. Dentro di lei ribolliva qualcosaltro una strana, bruciante calma.

Si avvicinò alla parete dove pendeva la loro enorme foto di nozze. Trentanni prima. Giovani, felici, convinti di avere davanti uneternità.

Senza pensarci, staccò la pesante cornice. Cercò di metterla nellarmadio, ma le sfuggì di mano cadendo con un tonfo sordo sul pavimento. Il vetro si frantumò, tagliando in due il suo sorriso.

In quel momento il telefono squillò. Tagliente, insistente.

Caterina guardò la foto distrutta, poi lapparecchio. La chiamata continuava. Sollevò la cornetta.

«Caterina De Luca? Buongiorno. Sono della galleria “Eredità”. Purtroppo, abbiamo brutte notizie. Marco questa mattina ha rescindere tutti i contratti e prelevato i fondi dai conti. La sua galleria è fallita.»

La cornetta ricadde lentamente. Due colpi. Uno personale, laltro professionale. Marco non era solo andato via. Aveva distrutto ogni ponte su cui lei poteva contare.

La galleria non era solo un lavoro. Era la sua anima, la sua creatura, nata dallamore per larte. Marco aveva finanziato linizio, intestando tutto a sé «Così è più semplice, cara, con tasse e burocrazia.» Aveva creduto in lui. Sempre.

Il primo impulso fu chiamarlo. Dirgli che era un errore. Che non poteva fare questo agli artisti, ai dipendenti, al lavoro della sua vita.

I segnali di attesa furono lunghi, estenuanti. Alla fine rispose.

«Dimmi.»

Una voce estranea, formale. Come se fosse solo unimpiegata qualunque.

«Marco, sono io. Cosa succede con la galleria? Perché lhai fatto?»

Dallaltra parte, una risatina soffocata. O forse glielo era solo parso.

«Caterina, ti ho detto che ho provveduto per te. I soldi ci sono. Ma la galleria era un affare. Fallito, a dirla tutta. Ho solo chiuso un progetto che non rendeva. Niente di personale.»

«Un progetto fallito?» ripeté lei, le parole che le graffiavano la gola. «Cerano persone! Dipinti a cui abbiamo dato una casa!»

«Passato remoto. Gli avvocati sistemeranno tutto. Non chiamarmi più per questo.»

Il segnale si interruppe.

Si vestì in fretta e andò alla galleria. Sperando in chissà cosa. Ma la porta la accolse con un foglio bianco: «Chiuso per motivi tecnici».

Dentro era buio. Allingresso cerano i suoi collaboratori la storica dellarte Maria, laddetta amministrativa Elena, il guardiano Pietro. La guardavano smarriti, speranzosi.

«Caterina, cosa è successo? Ci hanno detto che tutto»

Non seppe spiegare. Scosse solo la testa, sentendo il loro smarrimento diventare la sua stessa vergogna. Lui non aveva umiliato solo lei. Aveva calpestato tutti quelli che le erano cari.

Quella sera la chiamò la loro amica comune Laura.

«Caterina, forza ho saputo Marco ha perso la testa. Quella Simona potrebbe essere sua figlia. Dicono che faccia la modella o qualcosa del genere.»

Caterina ascoltò, ogni parola era sale sulla ferita. Si immaginava Simona giovane, levigata, sorridente. «Vitale».

«Ha detto che nessuno mi vorrà mai» sussurrò.

«Sciocchezze!» sbottò Laura. «Sta solo giustificando la sua vigliaccheria.»

Ma le parole avevano già messo radici velenose nella sua anima.

Lapice fu una chiamata a tarda notte da un numero sconosciuto. Non voleva rispondere, ma qualcosa la spinse a premere il tasto verde.

«Caterina De Luca?» una voce giovane, con una lieve, appena percettibile sfumatura di sufficienza. «Sono Simona.»

Caterina si bloccò.

«Volevo solo dirti di non preoccuparti per Marco. Ci penserò io. È così stanco di tutto questo della tua arte. Ha bisogno di vivere.»

Ogni parola era calibrata. Ogni pausa, un colpo al cuore.

«E poi» aggiunse la voce fresca. «Voleva che ti dicessi: quel quadro del giovane artista che tanto sostenevi credo si chiamasse Volpe? Marco lha preso. Diceva che era lunica cosa di valore nella tua galleria. Stupendo nel mio nuovo salotto.»

E allora Caterina capì. Non era un tradimento. Era una distruzione sistematica, crudele, di tutto ciò che amava.

Non era semplicemente andato via. Laveva cancellata dalla sua vita, strappata via come un capitolo superfluo. E il quadro era stato lultimo, cinico colpo. Quello che considerava la scoperta della sua vita.

Riattaccò in silenzio.

Si avvicinò alla finestra, guardando la città notturna. Le luci non sembravano più amiche. Erano fredde, indifferenti.

Le parole di Marco risuonavano nella sua mente: «Chi ti vorrà mai a cinquantotto anni?»

E per la prima volta in quella giornata infinita, sorrise. Un sorriso strano, duro, che Marco non aveva mai visto.

«Vedremo» pensò.

La notte passò senza sonno. Ma non era linsonnia piena di lacrime e autocommiserazione che lui forse si aspettava. Caterina non restò a fissare il soffitto. Lavorò.

Il vecchio portatile che lui sprezzantemente chiamava «macchina da scrivere» ronzò, aprendo archivi, vecchie corrispondenze, catalog

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

two × 3 =

«Guardati allo specchio, chi ti vorrebbe a 58 anni?», disse l’uomo andandosene. Ma sei mesi dopo, tutta la città parlava del suo matrimonio con un milionario.
Ho trovato un bambino che piangeva, scalzo nel parcheggio… ma nessuno sembrava conoscerlo