L’anello al dito di un altro

Lanello su una mano sconosciuta

Il telefono squillò proprio mentre Lidia inseriva la moneta nella macchinetta del parcheggio. Si fermò, guardò il display: Alessandro. Stranamente, non rispose subito. Restò un attimo immobile, osservando i numeri lampeggianti sullo schermo dellautomatica, poi prese la chiamata.

Lidia, ciao. Senti, devo trattenermi ancora, la riunione si è allungata e poi ho altri incontri, capisci. Stanotte dormirò qui, torno domani sera.

A Milano?

Sì, a Milano. Sai come vanno queste cose.

Lo sapeva. Trenta anni di matrimonio, e certe inflessioni le conosceva a memoria: come allungava le vocali quando era stanco. La pausa prima di capisci se voleva chiudere il discorso. Quel sì appena irritato se insistevi con le domande.

Ma stavolta qualcosa era diverso, come unombra sulle parole.

Ripose il telefono nella borsa, si voltò, e vide la sua macchina. La berlina scura, quella che ormai riconosceva al minimo dettaglio, la piccola ammaccatura sul paraurti che Alessandro prometteva di sistemare da due anni. Era là, allangolo remoto del parcheggio del centro commerciale. Proprio qui, nella loro città. Niente Milano.

Lidia non corse, non riseguì la chiamata. Rimase ancora un minuto a fissare la sagoma scura nella pioggia leggera di ottobre, poi si avviò lentamente verso la sua utilitaria, mise in moto e tornò a casa.

A casa accese il bollitore, tagliò del pane, lo spalmò di burro. Si sedette a tavola a mangiare, anche se di fame non ne aveva. Fuori, la pioggerellina ticchettava sul davanzale di latta, un rumore giusto, tagliato su misura per quello che sentiva.

O forse non sentiva. Ecco il punto.

Pensava sarebbero arrivati panico, lacrime, rabbia. Invece dentro regnava una calma fredda, come in una stanza dove non si accende il riscaldamento da mesi.

Il giorno dopo chiamò sua sorella Giulia.

Giulia non rispose, già questo era straniante; Giulia rispondeva sempre, anche nei momenti peggiori, sempre con quel suo pronto veloce e un po affannato. Lidia provò ancora, e ancora. Dopo il terzo squillo arrivò un messaggio: Lidia, sono un po presa, ti richiamo dopo.

Dopo si fece tre giorni.

Non era mai successo che tacessero così a lungo. Anche nei loro rari litigi, la pausa non superava mai le ventiquattro ore. Del resto, quei dieci anni di differenza tra loro si erano sempre sentiti: Giulia era impulsiva, leggera, sapeva ridere di sé stessa, sapeva chiamare alle sette del mattino per storie che non potevano aspettare.

Lidia ci aveva fatto labitudine. Abituata ai suoi arrivi improvvisi, alle torte portate senza motivo, alla sua voce sempre un po troppo squillante. Un calore rumoroso che dava sollievo.

E ora, tre giorni di silenzio.

Lidia non attese oltre. Le venne in mente, come unintuizione anonima e sorda, che un mese prima aveva portato delle cose allospedale di via Garibaldi, quando la sua amica Teresa era lì per il secondo nipotino; aveva lasciato un sacchetto alla portineria, di fretta. Ma la strada laveva memorizzata perché aveva scorto un piccolo giardino vicino allospedale coi cespugli ormai gialli. Le era sembrato bellissimo, come una cartolina.

Non avrebbe saputo spiegare perché proprio lospedale le fosse tornato in mente. Dentro si era formata una certezza silenziosa, come una di quelle intuizioni che arrivano solo nei sogni e ancora non sono pensieri.

Ci andò un mercoledì, a metà giornata.

Parcheggiò sulla stessa via, poco prima dellingresso. Uscì, restò sotto quegli alberi quasi spogli; solo poche foglie gialle si ostinavano ai loro rami. Faceva freddo, abbottonò il cappotto fino in cima.

Alessandro emerse da una porta laterale. Aveva un bouquet candido e rosato avvolto nella plastica. Camminava rapido, curvo, quel modo di muoversi che aveva negli ultimi anni. Lidia lo guardò da dietro gli alberi, la sua presenza in città e non a Milano era un assurdo che scivolava come i sogni sotto pelle. Lui non si voltò, rientrò subito da dove era venuto.

Lei aspettò ancora venti minuti. Poi, vide Giulia.

Suo sorella varcò la porta principale con una giovane infermiera che spingeva una carrozzina. Giulia le stava accanto, una mano sulla carrozzina, sul volto quellespressione che Lidia non riusciva a nominare: non era felicità, era qualcosa di più denso, stanco e dolce a un tempo. Come chi si guarda qualcosa di profondamente proprio.

Lidia avanzò di un passo.

Giulia sollevò il viso, interruppe il passo. Si fissarono attraverso il viale, il vento di ottobre scompigliava i capelli di Giulia. Linfermiera allontanò delicatamente la carrozzina e si fingeva assorta altrove.

Lidia disse Giulia. La voce era pari ma la mano tremava tesa sul bordo della carrozzina.

Ciao, Giulia.

Rimasero mute altri secondi. Poi Giulia disse:

Entriamo? Fa freddo.

La saletta per i visitatori odorava di candeggina, i termosifoni troppo caldi. Lidia tolse il cappotto, lo appese alla sedia, si sedette. Giulia restò in piedi. Linfermiera scomparve con la carrozzina.

Sapevi che sarei venuta? chiese Lidia.

No. Ma… me lo aspettavo, prima o poi…

Giulia si interruppe, si massaggiò la tempia, poi quasi rabbiosa:

Lidia, non è quello che pensi. È maternità surrogata. Per te. Volevamo farti una sorpresa, capisci? Tu hai sempre desiderato un bambino, e quando hai scoperto dei tuoi problemi…

Dei miei problemi ripeté Lidia. Non una domanda. Solo uneco.

Sì, insomma, quando lo vuoi che… I medici hanno detto che non puoi più. Così con Alessandro abbiamo pensato di farti un regalo. Porto io il bambino per voi, perché…

Giulia. Lidia sollevò la mano, la sorella tacque allistante. Vedo lanello della mamma.

Giulia abbassò lo sguardo sulla mano. Sul dito anulare della sinistra cera lanello col piccolo granato scuro, vecchio, inciso. Lanello di mamma. Avevano deciso anni prima, dopo la sua morte, di alternarsene il possesso, un anno ciascuna. Era stato di Lidia tre anni or sono, poi lo aveva ceduto a sua sorella: avrebbe dovuto restituirglielo lanno seguente.

Giulia però non glielo aveva mai restituito. Aveva detto che laveva perso. Lidia allora si era rattristata, senza farne un dramma.

Ma lanello era lì, su quella mano, sul dito dellanulare, come una fede nuziale.

Giulia mormorò Lidia. Dammi i documenti che Alessandro ha lasciato sul tavolino nellatrio. Ho visto la cartellina.

Giulia non rispose. Stava a fissare lanello, come lo vedesse per la prima volta.

Lidia si alzò, uscì nel corridoio, prese la cartellina di documenti dal tavolino di vetro. Tornò, la aprì. Erano cartelle mediche, referti, analisi. Tutte intestate a Lidia Ferraro. Lanciò velocemente lo sguardo sulle parole: cera scritto che Lidia Ferraro aveva una forma dinfertilità primaria, che la gravidanza era impossibile, che il foglio era stato emesso sei mesi prima da una clinica chiamata Sanità Più.

Lidia non era mai stata in quella clinica. Non si sottoponeva a esami ginecologici da almeno due anni, rimandava sempre, non aveva tempo. Alessandro lo sapeva bene.

Posò i documenti sul tavolo e li fissò a lungo.

Sono falsi disse finalmente.

Giulia non rispose.

Guardami, Giulia.

Sua sorella alzò gli occhi. Erano asciutti, ma qualcosa era infranto dentro.

Da quanto va avanti tra voi?

Giulia esitò. Poi sussurrò:

Sette anni.

Lidia annuì. Sette anni fa Giulia aveva trentotto anni e Lidia quarantotto. Ventitré anni di matrimonio con Alessandro alle spalle, e lui aveva trovato il modo di cominciare qualcosa con la sorella di sua moglie.

Non aggiunse altro. Prese il cappotto, la borsa. Sulla porta si fermò.

Lanello della mamma, me lo porti questa settimana. Oppure vado dai carabinieri per furto.

E uscì.

Sulla strada del ritorno non pianse; accese la radio, ascoltò parole confuse, guardava avanti. Al semaforo le si fermò accanto una macchina con la musica alta. Pensò che doveva comprare delle patate, erano finite.

Poi: ecco, così, sette anni.

Alessandro tornò la sera stessa. Entrò con la faccia di chi sta per affrontare una guerra perduta: Giulia laveva avvisato. Posò la valigia, tolse la giacca, passò in cucina. Lidia era seduta a tavola col tè in mano, il viso rivolto verso la finestra.

Lidia iniziò lui.

Siediti disse lei.

Lui si mise di fronte, in silenzio. Poi:

So che sembra…

Alessandro. Dimmi la verità. Non inventare maternità surrogate o malattie che non ho. Solo la verità.

Lungo silenzio. Il suo sguardo scivolava dal tavolo a Lidia e di nuovo al tavolo. Stropicciava un lembo della tovaglia, un vecchio tic da nervoso.

Sì, sono sette anni ammise lui alla fine. Non era pianificato, è…

Risparmiami il non era voluto.

Taceva di nuovo. Poi:

Il bambino è nostro. Voglio dire, sarò suo padre. Vogliamo stare insieme.

Lidia bevve un sorso dalla sua tazza. Il tè era freddo. Rimise giù la tazza.

Il bambino è tuo? chiese. Davvero?

Qualcosa nel tono, o nella domanda, trattenne Alessandro per un istante. Una pausa troppo breve, ma Lidia la sentì.

Sì rispose. Forse troppo rapidamente.

Lidia annuì.

Quella notte non dormì. Distesa, fissava il soffitto e pensava a quella pausa. Ai quarantacinque anni vissuti con Giulia. Ai racconti di qualche anno prima, quando Giulia era persa per un certo Romano, uno del settore edile che poi era andato via da Firenze, non aveva più chiamato. Giulia allora aveva pianto, lunghe telefonate quasi notturne piene di lacrime e frasi rotte.

Poi aveva superato tutto. O così sembrava.

Lidia pensava e sentiva salire una certezza ancora muta. La mattina seguente fu parola.

Chiamò la sua amica Carla, che lavorava proprio dove viveva quel Romano. Solo una domanda di circostanza, aveva bisogno del numero, questione vecchia di lavoro diceva. Carla le diede il numero.

Lidia però non chiamò Romano. Ma il giorno dopo, quando Giulia venne a restituire lanello e sedettero in cucina da Lidia, le chiese direttamente:

Il bambino è di Romano?

Giulia posò la tazza con troppa forza e il tè si sparse sul tavolo.

Come…?

Rispondi, Giulia. È di Romano?

La sorella si voltò verso la finestra, rimase zitta. Fuori qualcuno portava un cane bianco al guinzaglio, il cane tirava verso i cespugli.

Non pensavo che Romano sarebbe partito sussurrò finalmente Giulia, la voce bassa, senza alcuna voglia di combattere. Sapevo già della gravidanza. Ma lui se nè andato, e non rispondeva mai.

E Alessandro?

Alessandro… mi ama. Vuole crescere il bambino come se fosse suo. Ha detto che per lui non importa.

Lidia la guardò: il profilo gentile, i riccioli sempre indomabili di Giulia, lanello della mamma già posato sul tavolo. Su un tavolo estraneo, con il tè sparso tuttattorno.

Avrebbe voluto dire molte cose. Che prendere il figlio di un altro non ti rende eroe, che di chiamare questa catena di bugie amore non se ne parla, che sette anni non si giustificano con una storia ben raccontata.

Ma non disse nulla. Si alzò, raccolse le tazze, mise lanello nella tasca del grembiule.

Vai, Giulia. Vai via.

La sorella se ne andò. Restò un minuto, come in attesa che Lidia cambiasse idea. Poi si alzò, infilò il piumino, mormorò Ti voglio bene Lidia e sparì.

Lidia ascoltò la porta chiudersi. Poi estrasse lanello, lo posò sul palmo. Un regalo di mamma, a sua volta dono dalla nonna, portato per una vita intera fino alla fine. Un piccolo granato scuro che alla luce sembrava rubino.

Se lo mise al dito medio. Così, senza pensare troppo. E chiamò papà.

Pietro prese subito.

Lidia, che succede? Hai la voce…

Papà, ti devo parlare. Posso venire?

Quando vuoi. Non chiedere nemmeno. Vieni subito.

Pietro viveva ancora in città, nella vecchia casa di via dei Tigli, dove Lidia e Giulia erano cresciute. Lidia fu lì dopo mezzora. Pietro aprì la porta, la guardò e senza parole mise su il bollitore.

Sedettero in cucina, uguale a quella dellinfanzia: stesse tendine, stesse mensole piene di barattolini, solo il tavolo era diverso, cambiato da qualche anno. Lidia parlò a lungo, con calma, quasi senza lacrime. Suo padre ascoltava. Solo una volta, sentito parlare dei referti falsi, sospirò in un modo che la lasciò un secondo in silenzio.

Continua le disse.

Lei raccontò tutto. Dallauto nel parcheggio, al bouquet, allanello, alla pausa di Alessandro. Di Romano, del bambino, di quei sette anni.

Pietro tacque a lungo dopo che ebbe finito. Bevve il suo tè, fissava la pioggia dalla finestra. Poi disse:

Sai che Alessandro lavora nella mia impresa. È un anno e mezzo ormai.

Lidia lo sapeva. Alessandro era direttore amministrativo nellazienda edile di suo padre. A Lidia era sembrata una buona soluzione: papà contento, Alessandro contento, tutto a posto.

Lo licenzierò disse Pietro, semplicemente come parlasse di spostare una sedia.

Papà…

Lidia, non discutere. Lo faccio secondo tutte le regole, in silenzio. Ci sono motivi, mi consulto con lavvocato. Verifico che non abbia preso nulla che non doveva, se ha preso sarà un altro discorso.

Lei guardava suo padre. Era un uomo di settantacinque anni, con i capelli ormai bianchi, le mani grandi da lavoratore. Aveva costruito la sua azienda con fatica, negli anni più duri. Non parlava mai troppo. Quando si arrabbiava, era di una calma da far paura.

Non voglio che tu…

Non è per te la interruppe sereno. È per lui. Le sue azioni, le sue conseguenze.

E poi, con voce morbida:

Giulia. Non so che dirti. È mia figlia, le voglio bene. Ma quello che ha fatto… dovrò pensarci a lungo.

Non ti chiedo di tagliare i ponti con lei, papà.

Questo non è affar tuo, Lidia pacato lui. È tra me e lei. Tu pensa a te.

Pensare a sé. Straniera pratica, per Lidia, abituata a prendersi cura degli altri: marito, amici, sorella, casa. Da sempre lavorava come ragioniera in uno studio piccolo, la routine prevedibile, entrava al mattino usciva la sera, ogni cosa al suo posto. Lamentarsi non le riusciva, non perché tutto fosse perfetto, ma perché la vita aveva preso quella forma.

Ora doveva ricominciare a incastrare i pezzi.

Il divorzio arrivò dopo quattro mesi. Alessandro non fece troppe storie: a un certo punto provò a sollevare il discorso dei beni, ma Pietro aveva già trovato un ottimo avvocato, e la discussione virò subito. Lappartamento rimase a Lidia, comera giusto: il padre aveva contribuito al mutuo, e si poteva dimostrare.

Alessandro se ne andò in novembre. Mise via le sue cose in due sere, senza parole. Lidia, in quei momenti, preferiva rifugiarsi da Teresa, non voleva vederlo sfilare da stanza in stanza cogliendo i segni della sua esistenza. Quando tornò, la casa sembrava allimprovviso troppo vuota; la mensola dei libri dalla sua parte aveva ora una lacuna imbarazzante, scavata da trentanni di una presenza.

Ci piazzò una pianta di ficus che stava relegata in un angolo. Stava meglio lì.

A dicembre, con la prima neve che imbottiva di silenzio la città, Lidia trovò la forza di andare in un vero centro medico. Una struttura con reputazione, non quella Sanità Più delle carte false. Prenotò visite, si sottopose a tutto. Aspettava i risultati da settimane.

La dottoressa, una giovane attenta, occhi stanchi e vigili, guardò i documenti, poi Lidia.

Lei è in perfetta salute disse. Per la sua età, risultati ottimi. Niente infertilità primaria, mai e poi mai. Glielo garantisco. Sta bene.

Lidia ascoltava, in silenzio.

Ha capito? domandò la dottoressa.

Sì. Grazie.

Lasciò la clinica. Allesterno il vento piegava i fiocchi di neve, Lidia si fermò qualche minuto sui gradini. La gente passava, cera chi correva, chi camminava piano, una signora con il passeggino, un vecchietto con il bassotto.

Allora comprese: era sempre stata sana. Nessuno le aveva mai detto che non poteva restare incinta. Era una menzogna, costruita da Alessandro per giustificare chissà che, per raccontarsi storie, per raccontargliene a lei.

Non sapeva cosa avrebbe dovuto sentire: sollievo? Rabbia? Amarezza per i trentanni passati a fianco di chi era capace di tanto? Probabilmente tutto insieme, come succede nei sogni strani quando la logica dorme.

Sincamminò verso la macchina. Pensava alla panetteria.

Era un sogno antico, tanto vecchio che Lidia quasi non lo riconosceva più. Da giovane aveva desiderato aprire un locale, piccolo e caldo, che sapesse di pane e cannella, dove impastare per gli altri e vedere la contentezza nelle facce. Poi era arrivato Alessandro, poi il lavoro, poi il tempo era passato, e il sogno si era seppellito in fondo al cuore, là in fondo.

Ora non cera fondo. Il sogno aveva riaperto il respiro.

A gennaio cominciò a informarsi: leggeva articoli, guardava video, parlava con gente del mestiere. Conobbe tramite unamica una certa Silvana, regina di una pasticceria a Porta Romana, e ci andò a parlare. Silvana, minuta ed energica, la accolse con caffè e crostata di amarene e subito la mise al corrente di tutto: affitti, macchinari, permessi, che i primi sei mesi sono duri ma poi fila meglio.

Limportante disse Silvana è non aver paura. La paura ce lhanno tutti, chi non ce lha sbaglia mestiere.

Lidia ascoltava, e per la prima volta dopo tanto si sentiva viva.

A suo padre raccontò, lui la ascoltò, poi:

Ti servono soldi?

No, papà. Ho messo via qualcosa.

Non intendo prestarli, te li darei proprio.

Papà…

Va bene acconsentì lui, bonario. Ma se hai bisogno, dillo.

La nuova sede la trovò ad aprile. Un piccolo locale al piano terra in una via tranquilla, ex farmacia, finestre su una strada silenziosa con tre vecchi tigli. Il proprietario, signore vicino alla pensione, un po noioso ma onesto: affitto buono, lunga durata.

La ristrutturazione durò due mesi. Lidia veniva ogni giorno, sorvegliava lavori, vedeva fiorire lo spazio: forno professionale, frigoriferi, ripiani, pareti color crema, scaffali di legno chiaro. Teresa aiutava con le tende, acceso dibattito sul colore, tanto da far ridere.

Il nome arrivò sobrio: Il pane di Lidia. Semplice.

A giugno linaugurazione. Lidia non dormì alla vigilia. Si alzò prima dellalba, accese le luci, infornò le prime miche. Quando laroma del pane cotto invase il locale, si sedette, finalmente riuscendo a sciogliere il respiro.

La giornata fu allegra e febbrile. Scesero i vicini, arrivò Teresa, entrò anche un nonnetto col bassotto che Lidia vedeva sempre in zona. Verso le due restavano solo poche pagnotte e una crostata di mele.

Tornò a casa a notte, le gambe indolenzite, le mani profumate di lievito. Era felice, silenziosamente e profondamente.

Con Giulia non si sentivano più. A volte Lidia pensava a lei, specie la mattina presto quando il sonno si riappropria dei sogni strani. Provava una miscela indecifrabile tra rabbia e malinconia, con sotto una sfumatura damarezza. Quarantacinque anni insieme lasciano cicatrici che non spariscono.

Ma non era pronta a riprendere i contatti; non per punire, ma perché non sapeva da dove ricominciare, e non era sicura che avesse senso. Alcune cose non si incollano, restano segnate.

Il padre invece continuava a vedere Giulia. Una volta chiamò:

Sono stato da lei. Il bambino è sano.

Bene rispose Lidia.

Lei piange.

Lo so, papà.

Non ne parlarono più. Pietro non spinse mai per una riconciliazione; veniva ogni tanto, si sedeva al tavolino vicino al vetro della panetteria, leggeva il giornale, sorseggiava caffè con cornetto. Chiacchieravano del tempo, della sua azienda. Era bello così.

Su Alessandro Lidia non pensava quasi mai. A volte riaffiorava un ricordo, una cena, una gita in montagna, una valigia smarrita in aeroporto. Galleggiavano e passavano. Lasciava fare: lasciava scorrere via i sogni.

Del licenziamento non domandò mai. Un giorno suo padre disse soltanto: Abbiamo trovato qualcosa. Nulla di grave, ma spiacevole. Ci siamo regolati in silenzio. Lidia annuì; silenzio chiama silenzio.

Un altro pensiero la seguiva a tratti, quando si permetteva di pensarsi intera. Che di figli non ne erano venuti, ma avrebbero potuto. Che quei trentanni li aveva passati accanto a un uomo che, invece di cercare insieme la spiegazione, aveva preferito puntare il dito, comodo, e vivere doppie vite.

Questa ferita faceva male. Davvero male. Soprattutto di notte.

Ma ormai Lidia aveva imparato a convivere col dolore, a non negarlo e nemmeno lasciargli tutto il campo. Cera tristezza, era vero. Cera una perdita che non si riparava. Trentanni andati così, che avrebbero potuto essere altro.

E tuttavia cera anche il profumo del pane caldo al mattino. Il volto del nonno col bassotto, cliente abituale, sempre la stessa richiesta: un filone di segale e una focaccina con la verza. Cera Teresa, che il venerdì si fermava a chiacchierare tra uno sguardo e un biscotto. Cera suo padre, con il caffè e il giornale.

Cera qualcosa di vivo, e davvero suo.

A fine settembre, a tre mesi dallapertura, quella panetteria ormai le sembrava come casa. Una sera, dopo una giornata convulsa tra fornitori, un forno in panne e una fila a sorpresa per i cornetti, uscì allimbrunire in grembiule, i capelli legati, a respirare. Guardava il cielo che virava al blu.

Dallaltro lato del marciapiede lo vide.

Lo riconobbe non subito: un istante soltanto, poi la memoria fece click. Alessandro. Invecchiato più del tempo, più curvo, giacca mai vista. Spingeva una carrozzina piccola, da cui veniva un pianto deciso. Alessandro cullava la carrozzina, si massaggiava una tempia, la faccia protetta da una stanchezza trasparente, senza espressione.

Alzò lo sguardo.

I loro occhi si sfiorarono attraverso la strada.

Un attimo, forse due. Il bambino piangeva, il vento raccoglieva le prime foglie dautunno, un clacson lontano tagliava la scena come nei sogni strani, dove non cè ragione.

Lidia non distolse gli occhi. Solo sorrise piano, leggera, non per lui, ma per sé. Quellattimo in cui tutto si fa chiaro e tranquillo.

Poi rientrò nel negozio.

Dentro cera odore di pane, di cannella e di caffè. Dietro il banco stava Martina, la giovane aiutante presa in agosto, che impacchettava le ultime cose. Alzò la testa al suo ingresso.

Tutto bene? chiese Martina.

Sì, bene rispose Lidia. Cosa resta?

È rimasto pochissimo. Finite le ciambelle, i panini anche. Solo due crostate di mele.

Tienine una per Pietro, ha detto che viene domattina.

Lidia raggiunse la cucina, si tolse il grembiule, lo appese. Guardò i ripiani puliti, il forno che si stava spegnendo, i barattoli di spezie in fila. Lanello della mamma, sul medio, colpito dalla luce della lampadina brillava di rosso scuro, come il vino nuovo.

Spense le luci e andò ad aiutare Martina a chiudere il registratore di cassa.

Fuori pioveva leggero. Lidia uscì per ultima, chiuse la porta, controllò il chiavistello. Sotto la tettoia guardò le luci che tremavano nelle finestre di fronte, la pioggia che tagliava lasfalto lucido. Aveva cinquantacinque anni. Una panetteria che sapeva di cannella, un padre col caffè al tavolo, unamica che veniva il venerdì, lanello della mamma al dito.

E qualcosaltro stava crescendo dentro di lei, lento, senza nome. Una certezza di terra solida, non felicità come assenza di dolore, ma vita, vera e sua, in cui stava entrando come si entra dal freddo in una stanza tiepida.

Lamaro rimaneva, i trentanni mutati in qualcosa daltro: quella pesantezza era lì, magari per sempre. Il dolore per Giulia riposto in un cassetto che Lidia lasciava chiuso, ma di cui conosceva lesistenza. E anche il rimpianto di non aver saputo, di non aver reclamato per sé unaltra vita, quel dolore era vivo.

Ma accanto a tutto questo cera il resto.

Sollevò il bavero del cappotto, uscì nella pioggia e si diresse verso la macchina, tranquilla. Le foglie fradice sotto le scarpe, la pioggia che sussurrava sulle spalle, e pensava che domani, sì, domani era proprio il giorno giusto per provare il pane al miele e cumino. Lo desiderava da tempo.

Domani, sì. Domani avrebbe provato.

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