Questa scena si è dipanata come in un sogno strano, accaduta, dice la voce onirica, un venerdì destate a Milano, quando il sole cuoce i tetti e distorce i contorni delle cose. Mio marito era disperso tra le carte del suo ufficio; io e mia figlia, che si chiama Fiorella, ci siamo infilate nel mercato di Porta Genova per fare la spesa, scivolando tra bancarelle come se nuotassimo in un mare di olive e pomodori.
Alla fine siamo tornate a casa, cercando di ricordare se le melanzane fossero vere o frutto della nostra immaginazione. In casa, tutto fluttuava: Fiorella ramazzava i pavimenti come se inseguissi nuvolette di polvere volanti, io giravo il risotto che sembrava cuocersi allinfinito.
Allimprovviso, un suono di freni, che nella mia testa suonava come il violino di un vecchio maestro di strada. Dalla nebbia di quel caldo pomeriggio sono apparsi i nostri parenti lontani: mia cugina Cecilia, il marito Sergio e la loro figlia quindicenne, Elettra, traversando il portone come fantasmi affamati.
Li ho fatti entrare nella cucina, improvvisando una tavola con tovaglioli a forma di gondole e bicchieri che tintinnavano da soli. Chiedo loro la ragione di questa visita surreale: scopro che ieri era il compleanno di Cecilia e, in modo quasi magico, hanno deciso di sorprenderci.
Ero impreparata: i cannoli sognati evaporavano con la realtà. Mentre loro sorseggiavano il tè al bergamotto, chiamo mio marito Giulio al cellulare; lui suggerisce, in una voce che vibrava tra le piastrelle, di preparare degli spiedini, ricordando che nel congelatore cera carne di maiale presa apposta per i giorni speciali.
Mi avvicino ai parenti, spiegando che dovremo marinare la carne, che per unora o due avrebbe danzato nelle spezie prima di diventare protagonista della nostra cena, proprio quando Giulio sarebbe arrivato da quellaltra dimensione chiamata lavoro.
I parenti, nella logica dei sogni, hanno annuito come statue di sale, si sono distesi sul divano come sirene scampate alla tempesta, accendendo la televisione che trasmetteva solo visioni di Venezia allalba.
Latmosfera si faceva viscida, irreale. Chiedo a Sergio se mi aiuta a tagliare la carne, ma lui, quasi recitando un copione bizzarro, mi dice che la mano gli duole, mentre Cecilia borbotta una stanchezza infinita e si rigira da un lato, occhi incollati allo schermo. Tutto era sospeso.
Così, io e Fiorella da sole tagliamo e mariniamo, mischiamo spezie come alchimiste pazze finché la tavola si riempie di profumi. I parenti, immobili, non si accorgono di nulla; nessuno si offre di lavare un piatto o di piegare una tovaglia magica.
Giulio torna a casa, lo informo come se recitassi in uno spettacolo al Teatro alla Scala, lui sobbalza e con una voce che sembra eco dalle catacombe esclama che i miei parenti sono degli scrocconi e li convoca a tavola.
Durante la cena regnava un silenzio oscuro: solo il rumore degli spiedini, tre alla volta tra le mani fameliche di Sergio, mentre Giulio li osserva come se fossero personaggi di una fiaba poco cortese.
Finito il banchetto, chiedo se qualcuno vuole lavare i piatti, ma Cecilia, con voce color smalto rosso, dice che ha appena rifatto la manicure e che Elettra non può certo occuparsi di acqua e detersivo.
Poi, nella logica del sogno, i parenti dichiarano che è troppo tardi per tornare a casa, che dormiranno da noi e che prenderanno il nostro letto matrimoniale perché la schiena di Sergio ha bisogno di materassi duri come la pietra di Carrara.
A quel punto Giulio, superando il limite del surreale, esplode come Vesuvio, gridando:
Ma pensate che questa sia un albergo? O credete che qui ci siano domestici pronti a servirvi? Prendete le vostre cose e sparite subito!
La mia mascella cade, sento i muri ondeggiare. Cerco di calmare Giulio, ma nel caos onirico i parenti… svaniscono improvvisamente, saltano nella loro Fiat e partono a razzo verso luniverso sconosciuto da cui erano venuti, lasciando dietro di sé il profumo dei sogni incompiuti.







