Grano saraceno al posto del tartufo

Grano saraceno al posto del tartufo

Ero lì, in cucina, controllando sconsolata la salsa che avevo faticosamente preparato per due ore: un condimento cremoso al tartufo bianco pensato per il risotto ai porcini, che invece di risultare vellutato e brillante come nei miei sogni, si stava separando in modo poco elegante. Il burro galleggiava sopra, la base densa era scesa tutta in grumi sul fondo.

Abbassai la fiamma, ripresi a incorporare il burro freddo a cubetti, un po alla volta, con movimenti circolari che le mani conoscevano a memoria. Fuori si faceva già buio, i lampioni di via Garibaldi si erano accesi e le auto sussurravano sotto le finestre. Era un tipico sabato dottobre a Milano.

– Livia, quanto manca? Ho fame da mezzogiorno, mi chiamò Stefano, appoggiato al battente della porta. Lui entrava in cucina come se fosse territorio nemico, sempre con le mani in tasca e quellespressione sul volto che in ventitré anni non avevo mai imparato a decifrare. Non era impazienza. Era qualcosa daltro.

– Una ventina di minuti, replicai senza voltarmi. La salsa oggi fa i capricci.

– Venti minuti. Ricevuto.

Si girò e se ne andò. Sentii il suo peso sprofondare sul divano, la TV che si accendeva a tutto volume, per poi essere abbassata immediatamente. Anche quello era un messaggio. E li conoscevo tutti, i suoi segnali.

La salsa alla fine venne quasi buona. Non perfetta, ma quasi. Il risotto aveva la giusta cremosità, quella che si ottiene solo facendo ballare il polso a lungo. Impiattai, decorai con lamelle di tartufo nero che avevo preso tre giorni prima dal mio fornitore di fiducia al mercato di Porta Romana, spendendo per quel pezzettino quanto bastava a me e alla mia amica per un pranzo da Cracco.

Misi tutto in tavola, accesi le candele non per romanticismo, ma perché la luce delle candele migliora qualsiasi piatto. E persino dà unaria meno stanca al volto.

Stefano sedette, prese la forchetta, guardò il piatto. Guardò a lungo.

– Ancora risotto, sospirò infine.

– Avevi chiesto qualcosa coi funghi.

– Volevo qualcosa ai funghi, ma mica dovevi proprio fare il risotto. La settimana scorsa sono stato a mangiarlo da Mauro lui sì chef vero, professionista. È difficile competere, capisci.

Sedetti davanti a lui, con la mia forchetta.

– Assaggia prima.

Assaggiò. Masticava lentamente, con laria di chi fa un esame di stato a ciò che ha nel piatto.

– Il riso è un po scotto.

– È cotto al punto giusto. Al dente, come devessere.

– Secondo te, va bene così. Okay.

Mangiammo in silenzio. Io guardavo le candele, lui fissava il suo piatto con lespressione misteriosa di sempre. Fuori, Milano non sapeva dellesistenza del mio risotto.

– La salsa è un po pesante, aggiunse infine, finendo quasi il piatto.

Non risposi.

– Se dico queste cose è per onestà, eh. Daltronde vuoi diventare brava, non solo ricevere complimenti.

– Non lho chiesto, dissi.

– Male, secondo me.

Se ne andò a vedere la partita, e io restai a riassettare, scrostare il fondo del pentolino col residuo di quella dannata salsa al tartufo, costata come una bottiglia di profumo buono e rifatta tre volte per la consistenza giusta. Ricetta di un libro francese che mi ero comprata al corso di cucina, costato centocinquanta euro e portato in borsa tra tram e metrò per non sgualcirlo.

Pesante, eh.

Appoggiai le mani sul lavello. Osservai lacqua andarsene giù dallo scarico. Poi mi asciugai, spensi la luce e andai in camera.

Una sera come tante.

***

La signora Assunta arrivò sabato alle tre. Chiamava sempre almeno quaranta minuti prima, così in tempo per dare una passata al salotto e mettere su qualcosa per il tè. Mia suocera era di quelle donne che notano ogni granello, ma non dicono mai nulla: solo unocchiata obliqua alla mensola e capisci già tutto.

Settantotto anni, piccola e asciutta, con una schiena che invidierebbe una donna della metà degli anni. Ha perso il marito sei anni fa e da allora insiste a vivere da sola, nellappartamento a Lambrate, rifiutando ogni proposta di trasferirsi. Io non glielho mai chiesto. Lo sapevamo entrambe e non labbiamo mai detto.

Quel sabato entrò più pallida del solito. Me ne accorsi appena aprii.

– Entra, Assunta, ho fatto una crostata alle noci.

– Grazie, Livia. Stefano cè?

– È da Mauro. Rientrerà più tardi.

Annui e, stranamente, si diresse dritta in cucina. Di solito va nel salotto, sulla poltrona vicino alla finestra che le piace tanto.

Misi il tè, tagliai la crostata. Sedute una di fronte allaltra.

– Come stai? chiesi.

– Bene, dai. Un po di pressione, nulla di grave.

Prese un pezzetto di dolce, lo assaggiò.

– Buona, disse. E il tono era così semplice e caldo che mi sentii stringere lo stomaco.

Silenzio. Assunta sorseggiava il tè, fissando i rami ormai spogli di ottobre.

– Livia, posso chiederti una cosa? Prometti che non ti arrabbi?

– Farò del mio meglio.

Mi studiava.

– Ti ricordi che facevi la designer?

Non mi aspettavo questa domanda.

– Certo che mi ricordo.

– Eri brava?

– Così dicevano.

– Io lo so che lo eri. Ho visto i tuoi lavori. Ricordi quellappartamento ai Navigli per la famiglia di medici? Sono stata loro ospite, era splendido. Hai un occhio raro per gli spazi.

La fissai.

– Cosa vuoi dire, Assunta?

Appoggiò la tazzina, con cura. I gesti di chi ha imparato che il rumore non si può permettere.

– Che mi vergogno, disse piano.

Non sapevo cosa dire. Era una di quelle donne della generazione che non parlano mai delle cose importanti.

– Dovevo dirtelo prima. Magari dieci anni fa, quando hai lasciato il lavoro, ma sono stata zitta. Pensavo non fosse affar mio. Che magari era una tua scelta, fosse giusto così.

Fissava le sue mani, belle nonostante letà. Dita lunghe, unghie eleganti.

– Stefano non ama la cucina elaborata.

Pensai daver capito male.

– In che senso?

– Non la gradisce. Non lha mai gradita. Fin da giovane soffre di stomaco; il gastroenterologo trentanni fa gli ha prescritto dieta semplice: minestre, carne bollita, tanta pasta, polpette e, sì, grano saraceno con burro. È il suo piatto preferito fin da bambino. Ne mangerebbe a chili.

Silenzio tombale. Solo il frigo in fondo, un motore lontano.

– Allora perché provai a chiedere, ma la voce mi uscì estranea.

– Perché chiedeva foie gras, tartufi, e poi il commento al sugo? completò lei per me. Eh.

Assunta mi guardava con qualcosa negli occhi che faceva più freddo di qualsiasi collera. Non pena. Qualcosa di più antico.

– Gli piaceva vederti sbatterti. Impazzire per farlo felice, spendere tempo e soldi e ascoltare il suo parere. Gli piaceva avere lultima parola. Era un modo per sentirsi importante.

Appoggiai la mia tazza.

– Se ne rende conto, Assunta?

– Sì. Ci ho pensato molto prima di dirti questoggi. Sì, Livia.

– E ha taciuto dieci anni.

– Io ho taciuto trentotto, figlia mia. Da quando Gino faceva lo stesso con me.

Gino. Luigi, suo marito, il padre di Stefano. Lho conosciuto appena, è morto subito dopo il mio matrimonio. Me lo ricordavo come un uomo imponente e distinto.

– Era un gourmet, disse con amara ironia. Anche lui. Io cucinavo serate intere. Sugo troppo pesante, Arrosto troppo secco. Poi un giorno lo sorpresi a mangiare grano saraceno con burro e pane dalla madre in campagna: tre piatti, in silenzio, felice. Non criticava, non diceva nulla. Era solo contento.

Ascoltavo. Un sottile pioviggine iniziò a tamburellare il vetro.

– Allora capii. Non me ne andai. Erano altri tempi. Stefano è cresciuto imparando questa dinamica. Che così si tiene una persona. E lo ha fatto suo.

– Ha agito apposta, dissi. Non era più una domanda.

– Non penso si svegli ogni mattina con lidea di farti sentire meno. Le persone vivono come sanno. O come hanno visto, o come credono dessere giuste. A discapito di altri.

Mi alzai, tanto era diventato impossibile stare seduta. Mi avvicinai alla finestra a guardare la pioggia e i passanti.

Dieci anni.

Dieci anni di corsi di cucina, dal base al gourmet, anche con specializzazione in cucina francese e italiana. Libri, notti passate a leggere, video, forum… Andavo al mercato sobrio e pignola, comprando formaggi e vini giusti. Notti insonni per trovare il modo di fare una salsa davvero giusta.

Pensavo davvero fosse la mia nuova vocazione, dopo aver lasciato il design.

E lui intanto… dentro, mangiava grano saraceno.

– Perché me lo dice adesso? chiesi senza voltarmi.

– Perché sono vecchia, rispose semplice. Tu sei ancora giovane. Cinquantadue non sono vecchiaia. Sai, secondo me, è proprio un inizio.

Mi girai. Lei mi scrutava, senza compassione. Era importante.

– E poi perché mi sento responsabile, aggiunse piano. Non di proposito: ma così ho cresciuto il figlio. Come ho vissuto io, lui lha preso per normale. Questa è la mia colpa. E posso almeno dirtelo.

Mi rimisi a tavola, ripresi il tè ormai freddo.

– Lui non cambierà, disse. Non ti sto dicendo cosa fare. Solo che è giusto che tu sappia.

Finimmo il tè quasi in silenzio. Si preparò, le abbottonai il cappotto perché le dita ogni tanto non le ubbidiscono.

– La crostata era ottima, disse sulluscio.

– Grazie.

– Semplice, da casa. La migliore che mi hai mai portato.

Se ne andò. Rimasi a fissare la fila di giacche di Stefano.

***

Per due settimane continuai a cucinare come prima. Anatra in terrina, bisque daragosta (per cui affrontai linferno del mercato), dessert da manuale giapponese che avevo imparato quel maggio.

Stefano mangiava, criticava. Io tacevo.

Dentro, era cambiato qualcosa. Una lastra invisibile si era posata tra me e la scena: mi vedevo dallesterno, mentre grattugiavo il limone o aggiungevo zafferano in attesa del verdetto. E vedevo anche la sua espressione, in quel secondo prima di parlarne.

E ciò che non avevo mai notato: soddisfazione. Non per il cibo. Per lattesa. Il piacere sottile di chi sta per tirare la cordicella, come un bambino.

Pensai ai miei progetti di designer. Quando vedevo lo spazio come se fosse già pronto. Le riunioni con i clienti, le discussioni infinite sulla vernice, le nottate nel piccolo studio della Darsena dove bevevamo caffè cattivo e litigavamo sui tessuti fino a notte.

Stefano diceva che non era serio. Che dovessi scegliere: famiglia o lavori a salti. Che lui guadagnava per entrambi, che i clienti stressano e la salute vale più dei soldi. Che qualcuno doveva pur restare in casa.

Ho scelto la famiglia. Avevo quarantadue anni. Pensavo di avere tempo per tornare.

Sono passati dieci anni.

Ho scritto a Caterina Fontana. Un tempo lavoravamo insieme, ora ha un piccolo studio tutto suo. Ogni tanto le scrivevo per gli auguri, senza troppe pretese.

Caterina, ciao! Senti, ti andrebbe un caffè uno di questi giorni?

Rispose in mezzora. Livia! Con tanto piacere! Domani puoi?

***

Ci siamo trovate in un caffè dietro Brera. Lei, sempre decisa, capelli cortissimi e ciocche dargento che portava con lorgoglio di chi non si tocca.

– Sei in forma, esordì.

– Sei sempre stonata come attrice, replicai.

Risate.

Abbiamo ordinato un caffè.

– Caterina, cè lavoro per una come me?

Mi fissò seria.

– Dici sul serio?

– Molto.

– Sono dieci anni che non lavori.

– Ma non ho dimenticato. Ne sono certa.

Mi studiò ancora. Girava la tazzina tra le dita.

– Ho un progetto grosso, una casa fuori Milano. Serve una testa in più, ma allinizio sarai quasi una stagista. Le cose sono cambiate: software, gusti, clienti…

– Sono pronta.

– E quanto vorresti di stipendio?

– Allinizio, quello che decidi tu.

Stimolata dalla mia faccia (dove di certo leggeva qualcosa), sorrise.

– Allora a lunedì.

Da lunedì non ho smesso. Arrivavo alle nove, andavo via alle sette. Ripresi software nuovi, rinfrescai la memoria su vecchi dettagli. Sbagliavo cose ovvie, ma come quando torni in piscina dopo anni, il corpo ricorda.

A casa, cucinai grano saraceno.

La prima volta fu quasi comica: rientrai tardi, stanca persa. Avevo solo voglia di buttarmi a letto. Guardai in frigo, pieno solo di ingredienti costosi ormai quasi andati. Niente voglia di nulla. In dispensa, solo grano saraceno, una scatola di carne in scatola, un filo dolio.

Cuocere, mescolare tutto, portare in tavola.

– Che cosè?

– Grano saraceno con carne in scatola.

– Ma stai bene?

– Stanca morta. Domani torno a cucinare.

Sedette, mangiò. Fino in fondo. Senza dire una parola, né buona né cattiva.

E anche quello, in fondo, era una risposta.

***

La discussione seria arrivò dopo due settimane. Tornai esausta, mentre salivo in ascensore pensavo ai colori per il progetto. Apro la porta, tolgo le scarpe, sento la tv dalla sala.

– Dove sei stata tutto il giorno? domandò Stefano senza guardarmi.

– Al lavoro.

– Sempre quella Caterina…

– Stefano, è il mio lavoro.

Spense la tv, si girò.

– Livia. Non era così che doveva andare.

– In che senso?

– Sparisci tutto il giorno. Qui cè una casa, una famiglia. Cosa mangiamo? Il frigo è vuoto.

– Ci sono uova, patate, salame. Si possono cucinare.

Mi guardò come se parlassi arabo.

– Sei fuori?

– No. Sto solo dicendo cosa cè in frigo.

– E i tuoi tartufi? I sughi? Ti sei dimenticata come si cucina vero?

Lasciai la borsa, mi tolsi il cappotto.

– Stefano, parliamo con calma. Ce la fai?

– Di cosa dovremmo parlare?

– Di noi. Degli ultimi dieci anni. Della casa.

Lo vidi irrigidirsi col suo tipico copione: spalle avanti, occhi stretti.

– Che succede qui? Io lavoro, tu stai a casa.

– Non sto più a casa. Non più.

– Deciso così, da sola?

– Sto cercando di parlarne adesso.

Si alzò, camminò fino alla finestra e tornò indietro.

– Livia, non capisco cosa vuoi. Avevamo una vita normale. Tu cucinavi, io commentavo. Era il nostro equilibrio! Nostro.

– Tuo. Non mio.

– Ah, ecco. Tua madre ti ha messo idee strane, vero? Lo sapevo.

Lo guardai, ventitré anni insieme. Lappartamento ereditato, quello dove non mi sono mai sentita davvero padrona. Mai cambiato nulla, anche quando avrei potuto migliorare. Ero designer.

– Tua madre mi ha detto solo la verità. Punto.

– Quale verità? Che è una vecchia che ama drammatizzare?

– Che ti piace il semplice. Che hai sempre preferito grano saraceno con polpette.

Una pausa, piccola ma eloquente.

– Sciocchezze, ribatté.

– Due settimane fa lhai mangiato senza un commento.

– Avevo fame!

– Stefano, basta. Fermati un attimo.

Si fermò. Mi guardava.

– Non voglio litigare. Voglio solo parlare: sei pronto a cambiare? A vivere diversamente? Non come negli ultimi dieci anni?

Nei suoi occhi qualcosa di vero, per un attimo.

– Diversamente come?

– Da pari. Lavoriamo entrambi. Si cucina semplice o elaborato, limportante è che non sia una gara di umiliazioni. Parliamo chiaro.

Silenzio lungo.

– Io non ti ho mai umiliata, disse pianissimo. Ho solo detto la verità. Sono uno sincero.

– Sì. Uno sincero che fingeva di odiare il grano saraceno mentre io spendevo per il tartufo.

Silenzio.

– Non era onestà. Solo questo.

Non rispose. Andò in camera, chiuse la porta senza sbatterla. Che, nel suo linguaggio, voleva dire molto.

In cucina, mi sono saltata una padellata di patate, ho mangiato da sola. Poi sono rimasta al tavolo, col tè, a sentire lui che camminava nella stanza accanto.

***

I mesi seguenti somigliarono a uno scioglimento lento. Niente drammi, nessun film. Solo ogni giorno un pezzo in meno delle vecchie abitudini.

Stefano provò varie strade.

Prima il broncio: giorni interi a sembrar morto di offesa. Io niente: cibo semplice, casa pulita, lavoro, ritorno.

Poi tenerezza: un giorno i fiori, tulipani a novembre, comprati dal fioraio accanto alla stazione. Ci manchi, non usciamo più insieme. Andiamo al ristorante? Accettai. Fu una cena piacevole, attento, simpatico. Ho pensato: magari sta cambiando.

Ma già il giorno dopo mi chiese perché non avessi preparato niente di speciale per i suoi amici: Solo pasta e insalata? Sì, risposi calma proprio solo pasta.

Vidi la sua faccia: ancora non sapeva che ora la vedevo anchio.

Poi le litigate: vere, con discussioni e accuse (Casa, soldi, libertà di non lavoraretutto quello che ti ho dato!). Investimenti dichiarati come azioni a rendere.

– Non sono una fabbrica, Stefano, dissi piano durante una lite. Sono una persona. Gli investimenti sulle persone funzionano diversamente.

Nulla. Non capiva.

Assunta mi chiamava ogni settimana, brevi parole dincoraggiamento. Una volta disse:

– Lui è arrabbiato con me, vero?

– Un po.

– Pazienza. Tieni duro. Sappi solo che sono dalla tua parte. La prima volta in tutta la vita.

In dicembre, Caterina mi affidò il mio primo progetto da sola: un appartamento ai Navigli, giovani sposi. Dovevo disegnare tutto, seguire fino al collaudo. Dormii poco per giorni, impaurita di aver dimenticato tutto.

E invece, no.

La cliente, una ragazza di trentanni, entrò nella casa finita, rimase qualche secondo sulla soglia poi si voltò sorridendo:

– Lei è una maga.

Mi ricordai comera sentirsi così.

***

A febbraio capii che non cera speranza. Non che non volessi, ci ho provato davvero. Non sono andata via dimpulso, né mi sono messa a consultare avvocati: sebbene il mio smartphone ormai mi consigliasse da solo articoli su relazioni tossiche.

Ma lui non voleva cambiare.

Voleva che tornassi. Non da me stessa. A quella che stava in cucina in attesa di giudizio. Cercava un riflesso in cui sembrare importante.

Come riconosci un manipolatore? Secondo me così: quando a lui serve sentirsi visto, non render felici te.

Di difetti ne aveva tanti, ma non era una brutta persona. Non beveva, non picchiava. In suo modo, amava. Ma accanto a lui diventavo pian piano più piccola. Perdevo consistenza.

A marzo ho chiesto il divorzio.

Allinizio non ci credeva. Poi suppliche, rabbia, ancora tentativi di convincermi. Assunta venne a parlargli, non so cosa gli abbia detto, ma dopo quellincontro si fece distante. Non rassegnato, ma freddo.

La casa era sua, lo sapevo. Mi trasferii dalla mia amica Sara, stanza libera, ci sono rimasta tre mesi fino a trovare un bilocale in zona Porta Romana. Vista su una via alberata, niente di speciale ma, finalmente, mia.

Feci il restyling da sola. Scelsi ogni dettaglio con entusiasmo. Sai cosa? Lo sapevo da sempre cosa mi piaceva, ma non lo avevo mai chiesto a me stessa.

***

Un anno dopo.

Adesso è aprile, ho cinquantatré anni. Fuori dalla mia finestra milanese i ciliegi di via della Commenda sono in fiore, non capisco il nome dellalbero ma lo guardo ogni mattina mentre metto su la moka.

Il caffè ora lo faccio semplice: buoni chicchi, niente manie.

A gennaio Caterina mi ha reso socia dello studio. Seguo due progetti sola. Mi sveglio serena. A volte ancora sogno lo spazio, la luce, come risolvere un angolo difficile. Ma è una tensione buona, non ansia.

Assunta chiama sempre. Da poco sono andata a trovarla a Lambrate con una torta. Raccontava degli anni passati, del silenzio lungo una vita. Ho pensato a quelle catene generazionali: uno soffre, insegna quella sofferenza agli altri, finché qualcuno non la interrompe.

Assunta non cè riuscita per sé, ma mi ha aiutata. E anche questo è tanto.

Stefano è rimasto nellappartamento. So tramite amici che va a corsi di cucina. Chissà, forse ora è davvero felice tra una polpetta e un risotto.

Non penso a lui spesso. Ogni tanto, sì. A volte, in drogheria, resto qualche secondo davanti a un tartufo in barattolo: e mi sento sospesa tra nostalgia e voglia di ridere. Sono dieci anni della mia vita, come possono evaporare davvero?

Cerco solo di non restarci incastrata.

Andrea lho conosciuto a settembre. Era un cliente, casa da ristrutturare dopo la morte della moglie. Due anni di malattia, una casa vissuta, piene di foto. Lasci pure le foto voglio solo più luce, più aria.

Ho capito benissimo.

Cinquantacinque anni, ingegnere civile. Costruisce ponti, io creo spazi. Cè un senso anche in questo.

È tranquillo. Non silenzioso: tranquillo. Quando parli ascolta, guarda negli occhi. Se ride, è perché è davvero divertente.

Alla seconda visita mi ha invitato per un caffè. Poi una passeggiata, poi altro caffè, cinema, un film francese, abbiamo riso piano nella sala semivuota e ho pensato che mi ero dimenticata quanto fosse semplice stare vicino a una persona viva.

Usciamo da mesi. Senza fretta. Tutti e due sappiamo che non cè corsa, entrambi abbiamo imparato dal passato.

Il venerdì cena da me.

***

Oggi è venerdì.

Sono tornata a casa alle sei, ho sistemato la spesa: sovracosce di pollo, patate, cipolle, carote, prezzemolo e panna fresca.

Faccio un pasticcio di pollo e patate, semplicissimo: strati di patate, pollo, cipolla, carota, panna sopra e in forno. Poi prezzemolo.

Quando voglio una cena di casa, vera, non di scena.

Intanto che cuoceva, mi sono cambiata e sentivo il profumo diffondersi ovunque: cipolla, pollo, un po daglio. Lodore della cucina di mia nonna, che non sentivo da ventanni.

Alle sette il citofono suonò.

Andrea arrivò, con una busta e una bottiglia di vino.

– Ciao, disse.

– Ciao. Senti che profumo?

Annusò.

– Sa di roba buona. Patate?

– Pasticcio. Ancora mezzoretta.

– Perfetto, rispose appoggiando la giacca. Ho portato vino. E cercando nella busta queste.

Tirò fuori una scatolina di cioccolatini semplicissimi, latte e nocciole, confezione ordinaria.

– Ne vai matta, vero?

– Come lo sai?

– Lo hai detto a settembre, davanti a una pasticceria.

Restai un attimo con quella scatola in mano, senza parole.

– Ti ricordi di certe cose, sussurrai.

– Ci provo, rispose sorridendo, sereno.

In cucina aprì la bottiglia, mise i bicchieri. Sedette.

– Come va il progetto di Brera?

– Cliente complicato, confessai. Vuole tutto, subito, a poco prezzo.

– Classico.

– Classico, infatti. Ma il soffitto alto cinque metri una fortuna.

Annuisce, mi guarda mentre rigiro qualcosa nel tegame.

– Livia.

– Sì?

– Sei felice? Adesso. Non in generale: adesso.

Lo guardai. Era serio.

– Adesso sì. Adesso sì.

– Bene.

Il pasticcio fu pronto. Lho tirato fuori, lasciato riposare, il prezzemolo sopra. In tavola, nessuna candela: solo il lampadario.

Andrea osservò il piatto.

– Bello.

– Ma dai, è un pasticcio.

– Sì ma bello, e profuma. Riesci sempre a rendere tutto gradevole?

Sorrisi.

– Non ho mai provato a fare il contrario.

Mangiava, poi chiese il bis. Piatto, niente formalità. Glielho servito. Parlavamo di lavoro, della figlia che sarebbe andato a trovare a Torino, dei miei progetti di piccoli viaggi questestate. Andiamo in Liguria mi propose, è tranquilla.

Poi il tè con i cioccolatini, quelli semplici.

Fuori, Milano di aprile, bagnata e ridente sotto i primi alberi fioriti. Guardavo il mondo dalla finestra e pensavo: ecco, è questo il punto. Non una festa, non un evento. Solo una sera. Solo un uomo buono accanto e il sapore dellinfanzia, senza attese e giudizi.

A volte ripenso a quegli anni. Ai tartufi, ai bisque, alle salse impazzite sui fornelli. E quanta energia ho speso per sentirmi dire: troppo grasso. Mi dispiace, sì. Ma il rimpianto è un lusso che non mi concedo più.

Autostima, leggevo una volta, pare sia come laltezza: ce lhai o no. Ma invece si costruisce. A volte cade. A volte rinasce a cinquantadue anni su una cucina nuova, con un programma sconosciuto e i dubbi addosso ma senza mollare. Resti lì, e piano torna il senso dello spazio.

I confini personali, un termine tanto di moda: non mi piace la parola, ma lidea ora la sento. È solo capire dove finisci tu e inizia laltro. Non è costruire muri. È sapere: qui sono io, qui è mio.

La ricetta della felicità, forse, è davvero banale. Fare ciò che ami. Stare con chi ti vede. Cucinare per te. Non aspettare il voto.

– A cosa pensi? chiese Andrea.

Lo guardai, volto sereno, tazza in mano.

– Al pasticcio.

Rise.

– Ottima materia di riflessione.

– La migliore. Vuoi altro tè?

– Volentieri.

Rabboccai le tazze, appoggiai il bollitore. Osservai i fiori bianchi dallaltra parte del vetro.

– Andrea.

– Dimmi.

– Non mi dirai mai che ho salato troppo, vero?

Sollevò gli occhi.

– Non è troppo salato. Era perfetto.

– E se dovesse capitare?

Pensò un attimo.

– Direi: la prossima volta un po meno sale, e comunque finirei tutto.

Annuii.

– Bella risposta.

– Faccio del mio meglio, disse, portandosi via lultimo cioccolatino. Lultimo, posso?

– Prendilo.

Fuori, i rami bianchi oscillavano nella sera e Milano brontolava sotto come sempre, indifferente a piatti, salse, tartufi e grano saraceno e agli anni andati e a quelli ancora da vivere. La città continuava, e io con lei. Il tè era caldo, il profumo del forno riempiva la cucina, e sul davanzale una pianta appena comprata per il colore delle foglie.

Semplicemente perché mi piaceva.

Così adesso vivo.

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