Tre anni di lavori senza ospiti
Giorgia posò la tazza sul davanzale e avvertì, senza nemmeno voltarsi, che Marco si era fermato nel corridoio. Lo sentiva nella schiena, pur avendo lo sguardo rivolto verso la finestra. La pausa era così intensa che sembrava ci si potesse annegare dentro.
Hai appoggiato la tazza sul davanzale, disse lui alla fine. Non una domanda. Una constatazione.
Sì, Marco. Ho messo la tazza lì.
La superficie è laccata. Il caldo lascia il segno.
Lo so.
E allora perché?
Giorgia si voltò. Lui aveva quarantotto anni e li dimostrava tutti. Non uno di più, non uno di meno. Era fermo sulla soglia della cucina, con indosso una maglietta grigia da casa, la livella sempre in mano. Usava la livella come altri il telefono: non la lasciava mai.
Non cè altro posto dove metterla, rispose. Il tavolo è coperto dalla pellicola. Laltra sedia è rivoltata e il pavimento del corridoio è ancora bagnato dalla mano di primer. Prendo il tè in piedi, vicino alla finestra, da tre anni, Marco. Da tre anni.
Lui guardò la tazza. Poi lei. Poi di nuovo la tazza.
Metto una sottotazza.
Non serve.
Ma resterà il segno.
Che rimanga pure.
Marco socchiuse gli occhi, come faceva sempre quando non capiva se lei stesse scherzando. Ormai, neppure Giorgia sapeva più cosa sentisse.
Giorgia, dai…
Basta, sussurrò. Una parola greve, caduta nello spazio come un sasso in uno stagno. Basta, Marco.
Non capì subito, chiese:
Cosa basta?
Sto preparando le valigie.
Un silenzio prolungato. Un clacson sfumò dalla strada. Marco abbassò piano la livella lungo il fianco.
Per il davanzale?
No. Non per il davanzale.
Giorgia finì il tè e rimise la tazza sul legno lucidato. Con gesto saldo, senza alcun rimorso.
Aveva quarantacinque anni. Lavorava come contabile in una piccola azienda del quartiere Navigli, amava leggere prima di dormire, teneva sulla scrivania un minuscolo cactus chiamato Filippo e non invitava ospiti da tanto, troppo tempo. Tre anni, per la precisione.
Andò in camera.
Tre anni prima, quando acquistarono il bilocale di via Marcello, quinto piano in uno stabile di mattoni rossi, Giorgia era felice. Felice davvero, fisicamente. Ricordava come lei e Marco erano rimasti, mano nella mano, nel mezzo delle stanze vuote, fra carta da parati consunta e pavimenti graffiati, e guardando i platani dautunno dalla finestra, aveva pensato: Ecco. Questa sarà casa.
Anche Marco era diverso. O così le sembrava. Girava per le stanze con il metro a nastro, prendeva appunti su un vecchio quadernino, e negli occhi brillava il fuoco che laveva fatta innamorare: lentusiasmo di chi sa cosa vuole e sa fare con le mani.
Guarda qui, le mostrava il foglietto a quadretti pieno di schizzi. Qui faremo la zona open space, cucina e soggiorno insieme. Qui le mensole incassate da pavimento a soffitto. E poi i faretti regolabili.
Bello, diceva lei. Sul serio.
Facciamo tutto da soli. Calma, precisi. Una volta sola, per tutta la vita.
Quella frase, “una volta e per sempre”, avrebbe dovuto ascoltarla meglio. Capire che sotto cera molto più del semplice risparmiare sui muratori.
I primi sei mesi furono unavventura. Vivevano nel cantiere, cucinava sulla piastra elettrica perché il gas ancora non cera, dormivano sul materasso per terra, mangiavano nei piatti di plastica. Scomodo, ma un po romantico e tutto sommato sopportabile. Allepoca.
Poi qualcosa cominciò a incrinarsi. Lentamente, come il terreno sotto le fondamenta.
Marco lavorava ai lavori ogni weekend, qualche volta anche durante la settimana se prendeva permessi. Era capo cantiere, sapeva tutto di materiali e tecniche. Ottimo, addirittura perfetto. Il problema non erano le competenze.
Il problema era che non riusciva a fermarsi.
Allinizio Giorgia non ci badava. Qua e là sentiva qualcosa di storto, circa otto mesi dopo linizio dei lavori, mentre prendeva un caffè con la sua amica Elena, che chiedeva:
Allora, manca poco? Voglio venire a trovarti, aspettavo la tua famosa lasagna!
Ancora un po, rispondeva Giorgia. Marco dice che per Capodanno finiamo di sicuro.
Capodanno volò tra i lavori. Niente invitati, perché in salotto cerano cavalletti e pannelli di cartongesso. Mangiarono linsalata russa da soli in cucina, che era quasi pronta. Quasi.
Lanno prossimo una vera festa, Marco, disse lei, versando lo spumante.
Certo, promise lui. Quando finisco il soffitto in sala e metto il parquet, festeggiamo.
Il soffitto lo finì a marzo. Ma nel frattempo trovò un problema allimpianto del bagno: “Il vecchio idraulico ha fatto un lavoro da cani, non posso lasciarlo così”. Poi toccò alla portafinestra del balcone: “La schiuma isolante si è ritirata, cè una fessura da tre millimetri”. La individuò con la sonda.
A quei tempi Giorgia ci scherzava su con le amiche: “Mio marito fa la guerra ai tre millimetri”. Tutte ridevano, lei compresa. Sembrava divertente.
Il parquet arrivò a maggio, quando si potevano già spalancare le finestre. Giorgia aiutava a portare le assi, passava laspirapolvere, Marco lavorava in silenzio e concentrazione assoluta, come un chirurgo. Si premurava di controllare ogni fila con la livella e il laser. A volte scollava file già posate per uno scarto minimo.
Marco, davvero si vede? gli chiese una volta.
Io sì, disse, senza alzare la testa.
Fu la prima volta che nelle sue parole sentì qualcosa che la immobilizzò. Non la ferì. La fermò. Rimase lì con lo strofinaccio in mano, a fissare la nuca chinata di lui e dentro provava una sensazione strana. Come se avesse intuito qualcosa di importante, ma ancora senza riuscire a definirla.
Il parquet fu terminato a giugno. Bellissimo, chiaro. Il legno era perfetto. Giorgia ci passò la mano e lo disse sinceramente:
Bellissimo.
Poi lo verniciamo, con il prodotto tedesco antigraffio. Lho già scelto.
Quando?
La settimana prossima.
Ma la settimana dopo scoprì una fuga del battiscopa da mezzo millimetro. La verniciatura fu rimandata.
Fu quellestate che Giorgia chiamò Elena per vedersi. Si ritrovarono su una veranda fiorita fuori città, a bere tè freddo. Elena chiese:
Come va? Quando posso venire?
Presto, rispose Giorgia. Poi tacque.
Qualcosa non va?
No… Sì. Non so. Comincio a pensare che Marco non finirà mai.
Sono tutti così, tirano per le lunghe.
No, tu non capisci. Non tira il tempo. È come se non volesse proprio finire. Finché il lavoro resta aperto, ha sempre una scusa. Per non invitare nessuno, per non mettere a posto i mobili, per non vivere davvero.
Elena la fissò seria.
Glielo hai detto?
Provo ogni volta. Lui mi ripete che manca poco e poi sarà perfetto.
Ma tu vuoi “perfetto”?
Giorgia rimase zitta.
Io voglio casa, rispose infine. Solo casa.
Quella sera Marco mostrava campioni di vernice per le pareti. Tutti bianchi, ma di mille sfumature: caldo, freddo, appena bluastro.
Vedi, qui si nota moltissimo con la luce giusta. Io prenderei questo, indicò lui.
Lei vedeva solo il bianco. Ovunque.
Marco, per me non cambia niente.
La guardò come se avesse detto unassurdità.
Come non cambia? Qui ci vivremo.
Appunto. Ci vivranno persone, non spettrometri.
No, la differenza la noti anche senza accorgertene.
Fai tu, allora.
Lui scelse. Sceglieva sempre lui. Allinizio Giorgia era felice che il marito si prendesse in carico le decisioni, più esperto. Poi si rese conto che la consultavano sempre meno. Poi mai più. Non con cattiveria, semplicemente i suoi pareri non cambiavano nulla. “Mi piace questa piastrella” e lui spiegava perché unaltra era tecnicamente migliore. “Mettiamo il divano qui” e lui mostrava il perché la zona non era corretta. Se diceva “mi piace”, lui diceva “ma è giusto così”.
E lei smise di dire “mi piace”. Perché?
Allautunno del secondo anno, in ottobre, venne a trovare Marco il vecchio amico Vittorio di Reggio Emilia. Chiese se poteva fermarsi per una notte. Giorgia fu contenta. Prese la biancheria buona, pulì.
Marco disse che non poteva fermarsi: cerano lavori in camera.
Non era vero. Cerano letto nuovo e armadio montato, Giorgia lo sapeva.
Marco, quali lavori?
Esitò.
Devo rifare un punto del pavimento. Non voglio che Vittorio dorma col cattivo odore.
Quale odore? Lì non si sente nulla.
Non voglio che un amico veda casa così.
Così come?
Non finita.
Giorgia lo fissò e sentì che le mancava il terreno sotto i piedi, davvero, non figurativamente. Aveva appena capito: lui si vergognava. Della sua stessa casa, fatta con le sue mani, perché non era ancora come nella sua testa. E per questa idea era disposto a mentire a un amico.
Va bene, disse soltanto. Nientaltro.
Vittorio restò per cena, presero il caffè in cucina, uscì al ristorante con Marco e pernottò in albergo. Giorgia aveva cucinato, mangiò da sola a casa.
Quella notte non dormì. Osservava il soffitto, imbiancato a regola darte, sopra un letto perfetto in una stanza senza ospiti da due anni.
In inverno sua madre si ammalò. Uninfluenza, niente di grave, ma Giorgia due volte la settimana attraversava Milano per occuparsi di lei, a volte dormiva lì. Marco non obiettò. In quei giorni dipingeva il blocco balcone con una speciale vernice in due mani.
Una sera tornò a casa prima del solito e trovò Marco seduto sul pavimento del corridoio, la lente dingrandimento in mano, a scrutare lincastro tra battiscopa e parete.
Che cè? chiese togliendosi il cappotto.
Qui cè una fuga, lui senza staccare gli occhi dal punto.
Non chiese quanto fosse la fughetta. Sapeva che tutto sarebbe stato spiegato in millimetri.
Marco, disse Hai mangiato oggi?
Silenzio.
Non mi ricordo.
Stamattina almeno?
Forse, qualcosa.
Prese la pentola, fece la pasta, un uovo allocchio di bue. Lui venne quando era quasi finito. Si sedette.
Grazie.
Prego.
Mangiavano in silenzio. Fuori nevicava. Sul tavolo il catalogo dei pomelli del guardaroba integrato che discutevano da un anno.
Marco, disse lei.
Mmm?
Raccontami qualcosa. Ma non sui lavori.
Lui alzò lo sguardo. Come se gli chiedesse di parlare in spagnolo.
Tipo cosa?
Qualsiasi cosa. Raccontami comè andata la giornata. Qualcosa che ti fa ridere, arrabbiare. Qualsiasi cosa, purché non sia su materiali e difetti.
Lui la guardò per qualche secondo. Poi disse:
Oggi in cantiere un operaio ha sbagliato la colata del massetto. Lho cacciato.
Parli sempre di lavoro.
Sì.
Nulla daltro?
Cercava davvero. Pensava, tentava a ricordare o inventare qualcosa che non centrasse con pareti e materiali. Non ci riusciva.
Non so, Giorgia. Nulla, credo.
Dopo quella sera ripensava spesso a quando suo marito era una persona viva. Ricordava i viaggi con la sua vecchia Punto giù in Toscana, la notte a parlare di stelle. Le mostrava lOrsa Maggiore, la Cassiopea, le Pleiadi. E lei le vedeva.
Dove erano finite le Pleiadi?
Al terzo anno smise di ripetere che mancava poco. Perché non era vero. Il lavoro si chiudeva e si riapriva. Ogni minimo difetto diventava un nuovo ciclo. La nuova piastrella per il bagno finiva col non andare bene, la pittura si stendeva in una tonalità sbagliata, una maniglia andava bene ma la cerniera scricchiolava col freddo. Ogni imperfezione rilanciava tutto.
Giorgia si comprò una lampada da comodino. Semplice, paralume in stoffa e base piccola. La mise di fianco al letto. Una sera Marco tornò e chiese:
Da dove spunta questa?
Lho comprata.
Perché? Abbiamo progettato i faretti a incasso.
Voglio leggere prima di dormire.
I faretti sono meglio.
Quando arrivano?
Non rispose.
Ecco disse lei I faretti andranno bene quando arriveranno. Ma io voglio leggere ora.
La lampada restò lì una settimana. Poi Marco portò dalla cantina una lampada da tavolo metallica, la appoggiò dicendo che era migliore per il flusso di luce.
La lampada di Giorgia finì in un angolo, poi su una mensola, poi lei la ritrovò in cantina tra barattoli di primer.
Non disse nulla. La rimise al suo posto.
Marco la spostò di nuovo.
Lei la rimise.
Lui tacque. Lei pure.
La lampada restò lì. Una piccola vittoria, ma anche una piccola tragedia. Perché in una casa normale, in una coppia normale, sarebbe solo una lampada.
In primavera, ad aprile, Giorgia scrisse a Elena un messaggio, così per caso, in pausa pranzo:
Eli, vuoi farti qualche giorno via? In un agriturismo, alle terme Senza mariti.
Elena rispose subito: Magari! Quando?
Partirono a maggio per quattro giorni, alle terme sui colli piemontesi. Giorgia chiese giorni di ferie. Marco fu sorpreso, ma non disse nulla: era immerso nel rifare il bagno.
Allagriturismo, Giorgia aveva una stanzetta con mobili di legno semplice, una coperta a fiori e una finestrella che sapeva di bosco bagnato. Cera polvere qua e là, qualche graffio e imperfezione, eppure lì si sentiva meglio di quanto ricordasse. Talmente bene che la prima sera scoppiò a piangere a guardare il soffitto con una crepa vicino al lampadario.
Elena non chiese nulla. Rimase lì accanto.
Vivo in un museo, disse infine Giorgia. Bello, perfetto. Morto.
Glielhai detto?
Sì.
E?
Dice sempre che manca poco e sarà meglio. Sempre poco.
Terapista? Insieme?
Neanche pensarci. Lui dice che i terapisti servono a chi ha problemi veri. Lui ha solo lavori da finire.
Giorgia restava in silenzio, respirando il profumo di bosco dalla finestra, osservando la coperta scelta a caso e improvvisamente vita. Ecco cosa mancava: una finestra aperta, il bosco, una crepa vera, colori presi per piacere, non per progetto. La vita.
Tornò dopo quattro giorni. Casa odorava di stucco. Marco la accolse nel corridoio, subito pronto a mostrarle la nuova nicchia del bagno. Lei si tolse le scarpe, poggiò la borsa, entrò e osservò.
Va bene, commentò.
Vedi che ora è simmetrica? Prima la destra era più larga di un centimetro e mezzo.
Si vede.
Ho pensato una settimana a come rifarla senza rovinare la piastrella già stesa. Ma ci sono riuscito.
Bravo.
Andò in camera, si cambiò. Si sdraiò. Il soffitto era perfetto.
A giugno ci fu una conversazione che segnò tutto. Era domenica, intorno alle otto di sera. Marco stava pitturando qualcosa in sgabuzzino. Giorgia preparava la cena e sentiva i suoi movimenti.
Marco! chiamò.
Sì?
Cena pronta tra venti minuti.
Mh.
Preparò la tavola. Dopo venti minuti, niente. Quaranta, nemmeno. Bussò in sgabuzzino.
Si fredda.
Cinque minuti.
Non uscì dopo cinque minuti.
Lei mangiò da sola. Mise via tutto. Lavò i piatti. Marco arrivò quasi alle undici. Vide la tavola vuota.
Ho perso la cognizione del tempo, scusa
Lo so.
Vuoi che scaldi?
Fai tu.
Andò in camera. Si sdraiò e prese un libro. Leggeva o faceva finta. Quando lui entrò, chiese senza staccare gli occhi dalla pagina:
Marco, sei felice?
Una lunga pausa.
Beh Sì, credo.
Ne sei sicuro?
Che domanda è
Solo una domanda.
Lui si sdraiò accanto. Silenzio. Poi disse:
Appena finisco qui, faccio il balcone. Poi la casa sarà pronta.
Lei chiuse il libro.
Capisci che mi hai appena risposto alla mia domanda?
Come?
Ti ho chiesto se sei felice. Tu mi parli del balcone.
Non seppe che dire. Rimase in silenzio.
Buonanotte, disse lei.
Buonanotte.
Lei lasciò la luce accesa a lungo. Ascoltava il suo respiro, pensava che in unaltra vita adesso starebbero parlando di qualcosa. Di una serie vista insieme, di una battuta di sua madre, del menù cambiato al bar. Qualcosa.
Qui invece solo silenzio. Perfetto come il soffitto.
Al mattino seguente, mentre appoggiava la tazza sul davanzale, sentì che era arrivato il momento di dire “basta”. Aveva solo avuto bisogno di un pretesto.
Preparò la valigia in silenzio, senza piangere, prendendo solo quello che era suo: qualche libro, cosmetici, vestiti, la lampada col paralume di stoffa, documenti, caricabatterie. Il cactus Filippo, che aveva portato dallufficio sei mesi prima, perché a casa non aveva mai avuto piante vive. Marco non aveva nulla contro Filippo: il cactus non lasciava segni.
Lui la guardava dalla soglia della camera.
Giorgia.
Sì.
Parliamone.
Di cosa?
Ma come, stai andando via.
Sì.
Per la tazza?
Marco, davvero, basta. Lo sai benissimo.
Non lo so. Non lo capisco.
Si fermò. Lo osservò. Lui, grande, senza livella, spaesato come non laveva mai visto prima. E da quellimpaccio neanche lui si era mai mostrato così.
Marco, disse, viviamo qui tre anni.
Sì.
Non abbiamo mai fatto una cena con ospiti. Mai. In tre anni.
Perché casa non…
Non sarà mai finita, Marco. Mai. Capisci?
Silenzio.
Troverai sempre qualcosa da rifare. È la tua natura. Non è un male… Io non ce la faccio più. Non voglio vivere in un eterno cantiere.
Tra poco…
No, rispose calma e ferma. Non tra poco. Non si tratta di aspettare. Io sono tre anni che vivo ospite a casa mia. Cammino attenta per non rovinare. Metto tazze sulle sottotazze. Tolgo la mia lampada. Non invito amiche perché ti vergogni. Io
Le tremò appena la voce, si fermò un secondo.
Voglio vivere. Solo vivere. Con i graffi sul pavimento e le macchie di caffè sul davanzale. Con amici la domenica. Con la tua vecchia giacca sulla sedia. Tutto quello che cè in una casa viva. Ma a noi una casa viva non è venuta.
Lui tacque a lungo.
Dove vai?
Da mamma, per ora.
Quanto resti?
Non lo so.
Chiuse la borsa. Prese Filippo. Passò davanti a lui, prese giacca e scarpe, senza guardare il parquet perfetto sotto i piedi.
Giorgia, disse piano.
Cosa.
Io non sapevo che fosse così.
Lo sapevi, replicò lei. Non ci pensavi.
La porta si chiuse con un silenzio discreto. Preciso, come tutto in quella casa.
Lui rimase.
Marco restò nel corridoio ancora un attimo, poi andò in salotto sul divano, scelto dopo tre mesi di studio dei tessuti. Era resistente, anti-pilling, durevole. Si sedette nel salotto perfetto e guardò intorno.
La casa era bellissima. Pareti di bianco caldo, parquet senza una fessura. Soffitti lisci. Mensole dal pavimento al soffitto. Illuminazione ideale. Il balcone senza spifferi, piastrelle ben accostate.
Guardava e provava una strana nausea, più alta della pancia.
Sugli scaffali cerano libri che lei non aveva preso. Cercò di ricordare lultima volta che laveva vista leggere davvero, sul divano, per piacere. Era passato tanto, troppo tempo.
Si alzò. Andò in cucina. La tazza era ancora sul davanzale. Nessun segno. Il tè freddo da ore.
La lavò e la mise in scolapiatti. Fece un giro per casa e finì a letto, vestito, cosa mai fatta prima.
Il soffitto era sempre perfetto.
Restò lì unora, due. Il tempo perse importanza. Poi si alzò, entrò in cantina. Tutto in ordine: secchi di vernice, nastri, primer, attrezzi. Perfetti. Trovò un campione di piastrella di quando testava le partite. Lo rigirò, lo rimise tra gli altri.
Nella cantina non mancava niente. Solo lui.
La sera scaldò qualcosa, mangiò senza gusto, lavò il piatto. La casa era silenziosa. Un tempo aveva sempre rumori, qualche lavoro, qualche profumo di vernice. Ora nulla. Solo perfezione muta.
Provò a mettere la televisione. Nulla. Spense dopo venti minuti.
Guardò il nome di lei sul telefono. Non chiamò. Pensava.
Non a come farsi perdonare. Pensava alle sue parole. Gli ospiti. La lampada. Lessere ospite di casa sua. Quella parola lo punse. Ospite. A casa propria.
Ricordò Vittorio. La bugia sui lavori in camera. Perché? Non aveva mai saputo rispondersi. Si diceva: casa non pronta, non piace fare brutta figura. Ma era una falsità. Casa era abitabile da più di un anno. Solo che non era la casa della sua testa. Non quella che si era promesso di fare.
Aveva in mente la casa perfetta. E non poteva finirla, perché la perfezione non si raggiunge mai. Non è un soffitto, è lorizzonte: più ti avvicini, più si allontana.
Giorgia lo aveva capito. Lui no. O non voleva.
Fece ancora un giro stanco nelle stanze. Guardò le mensole.
Tutto era ordinato. Libri allineati per altezza, oggetti decorativi piazzati con rigore. Era la sua regola: tutto al posto giusto, niente superfluo.
A metà della terza mensola cera un cuoricino in vetro ambrato, un po sghembo. Giorgia laveva preso al mercatino due anni prima. Lui aveva commentato: “A che serve? Solo polvere”. Lei: “Mi piace”. Lui aveva lasciato stare.
Ora Marco lo prese in mano. Il vetro era caldo. O gli sembrava.
Pensò a lungo. Tre giorni di nulla, mangiando alla meglio, dormendo male. Al lavoro distratto, sbagliò un progetto e dovette rifare il calcolo. Un collega: Tutto bene, Marco? Sì, tutto a posto.
Il quarto giorno scrisse a Giorgia:
Gio’, possiamo parlare?
Rispose dopo unora: Sì.
Chiamò. Rispose al secondo squillo.
Ciao, disse Marco.
Ciao.
Come stai?
Bene. Da mamma sto tranquilla.
Silenzio. Sentiva il respiro di lei e non sapeva come iniziare. Non sapeva mai rompere certi silenzi. Lei sì.
Giorgia, ho pensato in questi giorni.
Lho capito.
Sai che volevo dirti?
Più o meno.
Mi rendo conto di aver… scelto male le priorità. Non è che non vedevo, ma… cercava la parola Puntavo alla cosa sbagliata.
Lei taceva.
Hai parlato di ospiti, lampada… Mi ricordo e ora vedo tutto. Prima no. O fingevo di non vedere.
Perché me lo dici?
Perché vorrei che tornassi.
Silenzio lungo.
Marco
Non adesso, lo so. Ma te lo dico sinceramente. Vorrei che tornassi. E vorrei provare a cambiare. Non so se ci riuscirò. Voglio provarci.
Lei tacque a lungo. Marco sentì, da qualche parte, il rumore di una tazza spostata. Non faceva differenza se da una finestra o da un tavolo.
Capisci che non basta dire “ci provo”? domandò lei.
Sì.
Capisci che non posso tornare e basta, come prima?
Lo capisco.
Non credo che tu capisca. Non offenderti. Adesso hai paura e dici le cose giuste. Ma non cambi da un giorno allaltro. Non è piantare un chiodo.
Lo so.
Allora cosa proponi, concretamente?
Esitò.
Proporrei di vederci. Parlarne. Dal vivo.
Va bene, disse lei dopo una pausa.
Si incontrarono in un bar qualunque, con sedie traballanti e la lavagna col menù. Giorgia arrivò in giacca beige, stanca ma serena.
Presero un caffè. Marco la guardava e si accorgeva che era tanto tempo che non la osservava semplicemente così.
Tua madre?
Meglio. Si dedica ai fiori. Contentissima che sia lì con lei.
Mi fa piacere.
Pausa.
Marco, ascolta. Non centrano solo i lavori fatti bene. È che hai scambiato lo scopo. Una casa serve a vivere, non è il fine.
Sì.
Dici di sì o hai capito davvero?
Ho capito.
Come faccio a crederci?
Prese la tazza. La strinse. La posò.
Non puoi saperlo, fu onesto. Neanche io so quanto potrò cambiare. Ma so che non voglio tornare come prima. Finché ceri, sembrava tutto normale. Quando te ne sei andata, è rimasta una scatola vuota.
Giorgia lo fissò.
Una scatola vuota, ripeté piano.
Sì.
Bene che lhai capito.
Torni?
Lei guardò fuori. Pioveva leggero, la gente correva, dal fiorista di fronte cerano i primi tulipani, rosso acceso, malconci dal vento.
Ci proverò, disse infine. Ma a condizioni.
Dimmi.
Uno. Per un mese niente lavori. Niente chiodi, cataloghi, campioni. Solo vita.
Va bene.
Due. Domenica prossima invitiamo Elena con Nicola e se riesce Vittorio. Si cena insieme. In questa casa, così comè.
Lui annuì.
Tre. Se ricomincerai a fare tragedia di ogni graffio, te lo dirò. E tu ascolterai.
Prometto.
Lei lo scrutò. Cercava il vero dietro le parole. Poi disse:
Va bene.
Tornarono a casa a piedi, anche se pioveva. Vicini, ma senza toccarsi. Lei aveva Filippo nella borsa, lui portava la sua sacca. Sotto casa, lei fissò il quinto piano.
Bella casa.
Sì, disse lui.
Salirono. Lui aprì, lei entrò per prima, posò Filippo sul davanzale, senza sotto-vasi.
Marco guardò il cactus, la superficie lucida.
Non disse niente.
Giorgia andò in cucina. Sentì lacqua che scrosciava, la bollitura del tè.
Lui si sedette in salotto. Vide che il cuoricino di vetro era ancora sulla mensola, un po spostato, non perfetto.
Non lo mosse.
Domenica chiamarono Elena. Era ora!, rispose ridendo. Vittorio non poté venire, ma promise la visita. Nicola portò il vino, Elena la torta, Giorgia una lasagna che aspettava da anni.
Mise la tavola in soggiorno. Marco sistemava i piatti, accorgendosi che non erano dritti. Ne aggiustò uno, poi si fermò e lo lasciò andare.
A tavola risate e rumore. Elena colpì un bicchiere, il vino rosso macchiò la tovaglia. Tutti con un “ahi!”. Marco sentì un brivido, guardò Giorgia.
Lei lo fissava. Non preoccupata, solo dolcemente.
Prese un tovagliolo, lo tamponò.
Non fa niente.
Elena sospirò. Giorgia sorrise appena.
Dopo cena restarono a parlare fino a tardi, risero, bevvero tè. Quando gli ospiti uscirono era ormai notte. Giorgia lavava, Marco asciugava. Silenzio, ma diverso da “quel” silenzio.
La macchia se ne andrà?
Forse no, rispose lei.
Pazienza.
Lei lo guardò. Passò un piatto.
Marco
Sì?
È stata una bella serata.
Sì, bella.
Finito di sparecchiare, andarono in soggiorno. Le tazze ancora sul tavolo, la macchia scura, il cuoricino di vetro sulla mensola, Filippo sul davanzale.
Marco guardava tutto. Pensava che la macchia andava lavata subito, che il vaso segnerebbe il legno, che una tazza era un po storta.
Poi ricordò la risata di Giorgia, per il gatto di Elena, per una battuta di Nicola. Lei rideva come un tempo. Quel tempo in cui guardava solo lei.
Giorgia andò verso la camera. Si fermò alla porta.
Vieni?
Subito, disse lui.
Guardò ancora una volta tutto. La macchia. Il cactus. Il cuore di vetro.
Spense la luce.
Si sdraiò vicino a lei. Leggeva già. La sua lampada col paralume acceso. Marco guardava il soffitto.
Giorgia.
Mmm?
Mi ascolti quando parlo di difetti e millimetri?
Chiuse il libro, lo guardò.
Ti ascolto.
Cosa pensi in quei momenti?
Lei ci pensò davvero.
Che in quei momenti tu sei lontano.
Sì, disse lui. Forse sì.
Lei riaprì il libro.
Lui si chiese se sarebbe cambiato davvero. Che tre anni sono lunghi, che qualcosa in lei era diverso, qualcosa pure in lui. Come una crepa stuccata: quasi invisibile, ma il materiale non è più quello di prima. Lui lo sapeva meglio di chiunque altro.
Pensò a tutto questo finché stava scivolando nel sonno. Allultimo pensiero, ormai tra sogno e veglia: domani prenderò Filippo e metterò la sottotazza, altrimenti il segno rimane.
Aprì gli occhi.
Il soffitto era sempre lui. Perfetto. Senza una crepa.
Sulla testata, Giorgia girava una pagina silenziosamente.
Richiuse gli occhi. Filippo può aspettare fino a domani.
Oggi ho capito che la perfezione non si vive: la vita sono le macchie, le cose storte, le chiacchiere a tavola. E finalmente, tra le crepe, qualcosa di vero entra di nuovo in casa mia.







