Un amico smonta il gazebo e svela la vera natura dello sposo…

Giulia, ma fai un po tu sospirava Laura, la collega di sempre, mescolando svogliatamente lo zucchero nel caffè ormai freddo Un uomo con un buon lavoro, sempre in giacca e cravatta, mani curate. Casa sua. Macchina sua. Cosaltro vuoi ancora?

Non lo so rispose Giulia, guardando i vicoli di Torino dal tavolino del Caffè della Piazza, dove pranzavano ogni martedì Cè qualcosa che non mi convince. Ma non riesco a spiegarlo.

Non ti convince! Laura alzò le braccia al cielo Hai ventisette anni, Giulia. Ventisette! Mica diciotto, quando puoi far la preziosa. Un uomo così non ti capita due volte, devi tenertelo stretto!

Parli proprio come mia madre…

Perché tua madre ha la testa sulle spalle. E io pure. Ascolta almeno una volta ogni tanto.

Giulia mandò giù lultimo sorso e tacque. Che avrebbe potuto dire a Laura? Che questo Paolo, trentadue anni, dirigente in una ditta di costruzioni, bello da far girare la testa, tutto liscio, tutto lucido, le metteva addosso una strana inquietudine che non sapeva nemmeno nominare? Che parlava troppo correttamente? Che non laveva mai vista fuori posto, arrabbiato, sudato, stanco mai davvero vivo?

Laura non avrebbe capito. Nemmeno sua mamma. Solo Nonna Antonietta, settantotto anni, nel palazzo accanto, la guardava ogni tanto con quegli occhi che sembravano capire tutto senza parole.

Lei e Paolo si erano conosciuti al compleanno di amici comuni. Giulia era arrivata in ritardo, semplice vestito blu, pronta solo a un veloce ciao e via, quando lui completo chiaro e fazzoletto nel taschino le si era avvicinato.

Anche tu qui per caso? aveva chiesto lui.

E perché per caso?

Hai laria di chi cerca la porta duscita.

Giulia era scoppiata a ridere. Paolo conversava tenendo gli occhi negli occhi, mai altrove. Raccontava storie, ascoltava davvero, e a fine serata si era offerto di accompagnarla a casa. Auto elegante, odore buono di pelle costosa, aprì lui la portiera, chiese se doveva accompagnarla fin su. Gentile senza invadere, presente senza sparire.

Un signore, pensò Giulia.

Poi le uscite: ristoranti, cinema, lungopo di Po. Profumi senza occasione, niente prezzemolo perché aveva ascoltato che non le piaceva, e una volta le portò un libro che lei aveva nominato solo di sfuggita.

Mamma si illuminò, la notizia corse in famiglia, le zie spararono il loro verdetto: Un buon partito, non lasciartelo sfuggire.

Papà Giuseppe Bianchi, cinquantotto anni, operaio FIAT, uomo concreto e taciturno conobbe Paolo a cena, gli strinse la mano con forza, lo squadrò e tagliò corto:

Va bene, vediamo.

Papà, che vuol dire vediamo? rise Giulia.

Vediamo, e basta.

Giuseppe Bianchi non si fidava mai delle parole. Capiva le persone dal modo di stringere la mano, dallo sguardo, da come si muovevano a tavola. E la stretta di Paolo era impeccabile, sì, ma fredda. Come chi fa tutto giusto solo per dovere. Ma la figlia era felice. E allora si morse la lingua.

Sei mesi dopo, Paolo fece la proposta. Non inginocchiato, niente effetti speciali; un piccolo anello con una pietra autentica, al tavolo dove avevano cenato la prima volta. Giulia disse sì, la testa che girava un po, la felicità vera, ma quel pizzico di malinconia che provava a ignorare.

Chiamò la nonna.

Nonna, mi ha chiesto di sposarlo. Ho detto sì.

Silenzio dallaltra parte.

Sei felice? chiese Nonna Antonietta.

Sì Certo.

Certo non è una risposta, tesoro mio. Felice, sei?

Giulia tacque.

Io Sto bene. Solo che non so spiegare.

Non devi spiegare. Vieni domenica che faccio la torta di mele.

Le torte di mele della nonna guarivano tutto. La domenica dopo Giulia si sedette in cucina, la nonna servì il tè con la tazza a fiori grandi, tagliò la torta e tacque a lungo.

Nonna, che cè? incalzò Giulia.

Aspetto che mi dici tu qualcosa.

Cosa dovrei dire?

Quello che ti leggo in faccia.

Giulia abbassò gli occhi sul piatto.

Non lo capisco, nonna. Sono sei mesi che usciamo ma non lo capisco. Sempre perfetto, sempre giusto. Mai un momento di nervosismo, mai una parola sbagliata. Sembra un attore.

Nonna Antonietta mescolò il tè, senza zucchero.

Io dalla vita ho imparato una cosa: guarda luomo non quando è al ristorante o al cinema. Guardalo quando è a casa. Quando cè da fare qualcosa sul serio. Quando è stanco. Quando si arrabbia davvero. Lì vedi chi hai davanti, non a cena a lume di candela.

E allora, dovrei lasciarlo?

Non lho detto. Dico solo: guardalo meglio. E prima di firmare qualunque cosa, vedi di aver guardato bene.

Giulia annuì. Sì, aveva senso. Ma mamma aveva già comprato il giornale degli abiti da sposa e tutte facevano le congratulazioni. Fermarsi sembrava impossibile.

Così non si fermò.

La prima visita alla madre di Paolo fu una settimana dopo il fidanzamento. Maria Paola viveva in un appartamento depoca, tre stanze con soffitti alti, arredato come una sala museo: cristalli dietro le ante, statuine di porcellana, passatoie infinitamente dritte. Maria Paola la ricevette col grembiule e una faccia che diceva ti tollero.

Prego, entra e in quel prego cera tutta la diffidenza piemontese.

A tavola Maria Paola monotematica: acciacchi suoi, della vicina, di parenti lontani. Paolo ascoltava con attenzione, versava insalata alla mamma, sorrideva nei tempi giusti. Giulia poco interpellata, restava seduta col sorriso tirato, ripensando alle parole della nonna e osservando.

Cera parecchio da guardare.

Quando chiese il sale, Paolo non mosse un dito. Quando si alzò per sparecchiare, Maria Paola le disse lascia, penso io, ma con tono che suonava più come vedo che tipo sei. E quando Giulia parlò del lavoro di contabile in una piccola azienda, la suocera rispose: Ragioniera? Va bene. Mestieri umili ce ne vogliono. Umili risuonò come di poco valore.

Sul ritorno Giulia domandò:

Tua madre è sempre così?

Come?

Rigida.

Paolo rise.

È fatta così. Poi ti ci abitui.

Mi pare non mi approvi troppo

È così con tutti, non farci caso.

Lo guardò: sembrava tranquillo, imperturbabile. E ancora una volta, Giulia si chiese: è sicurezza o insensibilità?

Sposarono a maggio, in Comune. Solo venticinque invitati, niente intrattenitore. Giulia ci tenne, Paolo non fece storie. Maria Paola, in prima fila, fissava la nuora con aria inquisitoria.

Giuseppe Bianchi alzò il bicchiere, poche parole schiette:

Figlia mia, ti auguro di star bene. E che chi ti sta accanto lo capisca.

Applausi. Paolo sorrise. Giulia incrociò lo sguardo del padre: preoccupazione silenziosa, nascosta, da padre.

Abitarono nella casa di Paolo: due locali ben ristrutturati. Giulia mise le sue cose, alcune foto. Paolo, vedendole, disse che sarebbe stato meglio incorniciarle tutte uguali. Giulia tolse le foto e le mise nel cassetto.

Fu allora che cominciò.

Nessun litigio, nessun urlo. Tutto silenzioso, tutto civile. Giulia, però, si accorse pian piano di vivere accanto a un uomo che sembrava saper solo apparire impeccabile, ma non vivere per davvero.

Piccoli dettagli. Paolo, in quella casa da anni, non sapeva scaldarsi il tè senza chiedere indicazioni. Non conosceva la collocazione delle riserve di inchiostro per la stampante, o della carta da cucina. Una domenica finirono il pane: Paolo la guardò con laria di chi si aspetta che sia lei a risolvere, come se la gestione del pane fosse affare da donne.

Paolo, vai tu al panificio che è lì allangolo.

Devo prima prepararmi.

Mi sono appena alzata anche io.

Si preparò con cura, uscì, tornò con pane e una torta che costava più che il pranzo di tre giorni. Giulia tacque: Vuoi litigare per il pane?, aveva detto Laura.

No, lei non voleva litigare. Voleva capire comera finita così.

Poi arrivarono le telefonate di Maria Paola: due al giorno. Una al mattino (Hai dormito bene?), una la sera (Hai mangiato?). Se Paolo non rispondeva, chiamava subito Giulia.

Giulia, Paolo non risponde. È a casa?

Sì, è in bagno, signora Maria Paola.

Appena esce, mi richiama. Ho la pressione che sale, sa come sono.

La pressione di Maria Paola si alzava quando il figlio non rispondeva. Sempre, tattica collaudata.

Una sera Giulia si azzardò:

Paolo, pensi non sarebbe il caso di dirle di non chiamare così spesso Due volte al giorno sono tante.

Si preoccupa. È rimasta sola.

Ma è adulta

Giulia, è mia madre.

Disse così, tono finale. Giulia tacque.

Tacque spesso da quel momento. Un cattivo vizio, lei lo sapeva, ma ormai era abitudine.

Maria Paola compariva senza preavviso: Solo un attimo, e restava ore. Ispezionava il frigorifero da esperta, chiedeva perché proprio quella marca di ricotta e non unaltra. Spostava utensili e Giulia non trovava più niente. Un giorno, vedendo il vaso di geranio portato da Giulia da casa Bianchi, la suocera sentenziò che il geranio porta via la salute.

Niente gerani. Niente foto in giro. Il pane meglio comprarlo al Panificio Reale due isolati oltre, che lì sì che è buono. Le finestre si aprivano così, non cosà, ché sennò fa corrente. Le lenzuola si stiravano, punto e basta.

Giulia stirava le lenzuola.

Mamma, al telefono:

Bisogna rispettare la suocera, cara. Abituati. Prima o poi vi incastrerete.

Papà:

Stai bene?

Così così, papà.

Così così non vuol dire bene.

Giulia scoppiò a ridere: la stessa cosa della nonna con certo.

La cosa più strana era che Paolo sembrava non capire dove fosse il problema. Per lui, faceva tutto giusto: lavorava, portava soldi, non beveva, non usciva con gli amici. Il sabato portava la mamma al mercato. La domenica pranzo da lei, come una messa solenne, senza eccezioni. Un giorno Giulia gli chiese se si poteva saltare, passare una domenica insieme dopo tanto.

Mamma ci tiene disse lui.

Una volta si può anche saltare.

Ha cucinato. Si offende.

E io?

Lo guardò con sorpresa, come un bambino che dice sciocchezze.

Dai Giulia, è mamma. Una signora anziana.

Maria Paola aveva sessantuno anni, faceva nordic walking la mattina, prendeva lezioni di acquerello e guidava lauto. Giulia ci pensava fissando il soffitto. Finché, una sera, chiamò Matteo.

Matteo era amico di scuola: ventotto anni, capocantiere, sempre spettinato, giacche fuori moda, nessun fazzoletto nel taschino. Amico dal liceo. Quando Giulia faceva gli esami, portava le paste fatte dalla madre. Al primo, dolorosissimo, cuore spezzato, lui arrivò di notte e rimase zitto senza andar via. Lei non laveva mai visto che come amico. E basta.

Pronto, ci sei? disse lei.

Sempre per te. Che succede?

Nulla. Ho bisogno di parlare.

Si incontrarono nel parco. Matteo arrivò con la solita giacca e viso vero da persona, non da copertina. Camminarono, lei raccontò e Matteo ascoltava, ogni tanto la fronte corrugata.

E che fai, ora? chiese lui quando lei tacque.

In che senso?

Nel senso glielo dici che non va?

Ci ho provato. Lui non sente.

Matteo ci pensò su.

Non è vero che non sente. Gli va bene così, cè differenza.

Giulia si fermò.

Secondo te ho sbagliato persona?

Matteo la guardò. Qualcosa negli occhi di lui la spaventò. Distolse lo sguardo.

Secondo me lo sai già.

Sapeva. Ma accettare è altro da sapere: cera una voragine in mezzo.

La storia della pergola saltò fuori a luglio. Maria Paola venne da Paolo durante un tè: nel suo orto, la vecchia pergola era marcia. Una nuova costava troppo, e farla da sola era impossibile.

Giulia non ci fece caso. Ma una settimana dopo, Paolo, a cena:

Tuo padre è pratico di lavori, vero? Non potrebbe dare unocchiata alla pergola di mamma?

In che senso?

Giusto per valutare lintervento.

Ma papà è operaio, non muratore.

Ma le mani doro, hai detto tu. Mamma sarebbe contenta.

Ad Giulia venne un sospetto.

Paolo, se tua madre vuole una pergola, può chiamare unimpresa. O aspettare di mettere da parte i soldi.

Paolo annuì, storia chiusa. Sembrava.

Non era affatto chiusa.

Maria Paola chiamò Giulia: caso raro.

Giulia, vorrei chiedere Pensi che Giuseppe potrebbe venire a vedere la pergola, magari sabato? Solo a vedere, magari consiglia cosa fare.

Signora, papà lavora tutta settimana, il weekend è lunico riposo

È solo un attimo. Preparo una torta io.

Non si paga in torte, pensò Giulia. Ma non parlò.

Chiedo a papà.

Giuseppe andò. Perché se uno gli chiede, lui non sa dire di no. Vide la pergola, spiegò che era da rifare, dettaglio lavori. Maria Paola sorrideva, faceva assaggiare la torta, poi:

Giuseppe, non potrebbe farla lei? Ha la mano buona Le saremmo tutti grati.

Per i materiali, quanto sarebbe più o meno?

Giuseppe fece i conti e disse una cifra. Maria Paola strinse la bocca.

È tanto Si potrebbe trovare qualcosa di più economico?

Più economico, meno resistente.

E se voi anche i materiali

Lasciò la frase a metà. Ma era chiaro.

Giuseppe sospirò.

Ci penso.

Ne parlò con Giulia. Lei sentiva montare dentro la rabbia.

Papà, tu quella pergola non la farai gratis.

Lo so.

Non devi. Non è normale.

Lo so, Gio

Parlo io con Paolo.

Quella discussione fu un disastro. Paolo rientrò tardi, cenarono in silenzio. Poi Giulia:

Paolo, tua madre chiede che papà le costruisca la pergola gratis, pure comprando i materiali.

Paolo masticò, ci pensò su.

Potremmo aiutarli per i materiali.

Aiutarli? Paolo, mio padre non deve lavorare gratis per casa tua.

Ma tra poco saremo parenti.

Allora?

Sguardo di incomprensione. Peggio della rabbia.

Giulia, mia mamma è anziana. È sola. Ha bisogno di aiuto.

Non è né anziana né sola. Ha te.

Io non sono capace a costruire.

Allora assumete qualcuno. Ma lasciate stare mio padre.

Paolo posò la forchetta.

Dici che la usiamo, come se fossimo disonesti. Era solo un aiuto

Un aiuto si offre, non si impone. Questo si chiama sfruttare.

Sfruttare è parola grossa.

No, Paolo. È la parola giusta.

Silenzio teso, il rubinetto che gocciolava nella cucina. Giulia guardava Paolo e sperava dicesse hai ragione, oppure parlo io con mamma. O, almeno, qualcosa.

Paolo disse solo:

Non parlare così di mia madre.

Giulia si alzò e si chiuse in camera.

Quella notte guardò il soffitto e pensò: Guardalo quando deve fare qualcosa. Era tutto chiaro, alla fine. Bastò una sera.

La mattina dopo andò dalla nonna.

Nonna Antonietta la fece sedere con una tazza di infuso scuro.

Raccontami.

Giulia raccontò la storia della pergola, di Maria Paola, della discussione con Paolo. La nonna ascoltava, ogni tanto annuiva.

Ora cosa provi? chiese, quando Giulia tacque.

Rabbia. E vergogna. Per non aver visto prima.

Vergognarsi non serve. Tutti vediamo quel che vogliamo vedere. Si chiama speranza, Gio mia. La speranza costa cara, a volte.

Nonna Come si capisce che un uomo non va bene? Magari sono io che trovo sempre il difetto Magari sono tutte così le relazioni.

La nonna prese tempo. Poi:

No. Quando un uomo è il tuo, non te lo chiedi. Vivi e basta. Se ti domandi sempre se sbagli o no, stai invece sentendo giusto. Ma non vuoi crederci.

Ma i rapporti son difficili sempre.

Certo che sì. Ma il difficile è camminare insieme. Non che uno tira tutto e laltro sta seduto sul carro e ti spiega che va bene così.

Giulia guardò le mani nodose della nonna. Mani che avevano cucinato, cucito, zappato, accarezzato. Il marito della nonna era morto ventanni prima, e lei, senza piangere, ne parlava sempre col nome.

Nonna, tu litigavi col nonno?

Continuamente. Io non sono una santa.

E poi?

Facevamo pace. Ma insieme, non uno solo che cede. La pace si fa in due. Se solo uno tace, è resa, non pace.

Hai già deciso qualcosa? chiese la nonna.

Ancora no. Però ormai

Non aver fretta. Ma nemmeno esitare troppo. Sentirai da sola quando è ora.

E intanto, Giuseppe Bianchi andò davvero alla casa destate di Maria Paola. La scusa fu solo vedere, ma Maria Paola lo chiamava di persona, diceva che senza di lui era impossibile, lui cedeva. Una volta, due, tre: materiali acquistati da lui stesso. Maria Paola sul prato, a offrire spremute, a dire Giuseppe, che mani doro, ma di soldi, niente.

Giulia lo seppe per caso, sentendolo dire che era lì già la terza settimana.

Papà! Ma avevi detto di no.

Era difficile dirle di no, ha insistito

E i materiali li ha pagati almeno?

Pausa.

Papà.

Ha detto che dopo. Lo sai che non so chieder soldi.

Giulia rimase con il telefono in mano inchiodata. Poi chiamò Paolo.

Paolo, bisogna parlare.

Sono in riunione.

Stasera, allora.

Ok.

Quella sera Giulia lo aspettava con la cena in tavola.

Paolo, tua madre da tre settimane sfrutta mio padre come muratore gratis. Si è pagato lui tutti i materiali e nemmeno un euro indietro. Voglio che parli tu con lei e chiariamo.

Paolo si sedette, si versò acqua.

Mamma ha detto che aveva accordi.

Accordata su cosa? Che mio padre lavora gratis?

Non ha detto così. Ha detto che avrebbero sistemato.

Tre settimane passate. Soldi zero.

Paolo fece una smorfia.

Giulia, non cè bisogno di queste parole grosse. Magari stanno solo aspettando davere tutta la cifra. Mamma non ha tanti soldi.

Neanche mio padre. Tutto il suo tempo, tutti i suoi risparmi.

Ok, parlerò con mamma.

Quando?

Domenica vado.

No, Paolo. Chiamala già domani. Questa cosa non può andare avanti.

Lui la fissò con quellaria tra lo stanco e linfastidito, come da mesi.

Ok, domani…

Il giorno dopo non chiamò. Giulia non disse nulla. Aspettò un altro giorno.

La mattina dopo, chiamò Maria Paola di persona.

Giulia, Paolo mi ha detto Apprezziamo tantissimo laiuto di Giuseppe, ma ora ho pochi soldi, colla pensione Potrebbe aspettare ancora un poco?

Giulia respirò piano.

Maria Paola, la pergola è finita?

Ecco Sì, manca solo una rifinitura.

Allora il lavoro papà lha fatto, i materiali comprati. Aspettare ancora è ingiusto.

La voce di Maria Paola si fece gelida.

Giulia, non mi aspettavo questo tono da parte vostra. Siamo famiglia.

Famiglia sì, ma non gratis.

Ne parlerò con Paolo.

Faccia pure.

Agganciò. Le mani le tremavano. Non per paura. Per stanchezza, forse.

Paolo rientrò a casa che si vedeva: la madre laveva appena chiamato.

Hai trattato male mamma.

Ho detto solo che non è giusto far aspettare altro tempo.

Hai insinuato che era scorretta. È rimasta male.

Paolo. Tua madre si è servita di mio padre e dei suoi soldi. È la verità.

Bastava un po più di tatto.

E tu bastava che lo dicessi tu. Allinizio. Ma non lhai fatto.

Lui tacque.

Tu da che parte stai, Paolo?

Silenzio lungo.

Non sono da nessuna parte. Voglio solo mantenere la pace.

La pace sulle spalle di mio padre?

Silenzio. Peggio di una risposta.

Giulia uscì, chiamò Matteo.

Ci sei, stasera?

Che succede?

Ho bisogno. Ci sei?

Si videro ancora nel parco. Era già fresco, laria sottile, la sera scura. Giulia raccontò tutto, Matteo la fronte sempre più corrugata.

Ti ha risposto alla domanda da che parte stai?

No.

Allora hai già tutte le risposte.

Sì ma fa male. Non è dubbio. È quello che lasci. Mezza vita e tutti i progetti.

Matteo restò in silenzio. Poi sottovoce:

Sei intelligente. Sei mesi non sono la vita intera.

Facile a dirsi.

So bene che non è facile. Ma la verità va detta.

Lei lo guardò. Lui guardava in basso, verso la fontana spenta.

Matteo, tu pensi che sia giusto se lascio?

Ci pensò a lungo.

Penso che ormai non puoi fare altro. Sei una che non resiste se nessuno la ascolta.

Era vero. E Matteo lo capiva dopo otto anni più di Paolo dopo uno solo.

Tornò a casa tardi. Paolo dormiva. Lei si mise nel letto. Da domani avrebbero parlato seriamente. Lultimo discorso.

Ma accadde altro, prima.

Tre giorni dopo, papà la chiamò, agitato.

Gio, è successo una cosa Sono andato oggi dalla Maria Paola. Per chiedere i soldi, finalmente. Arrivo e

E?

Non cè più la pergola.

Come, non cè?

Non cè. Smontata. Niente assi, niente travi. È rimasta solo la base di cemento. Maria Paola in lacrime, lhanno portata via stanotte. Non so che pensare.

Anche Giulia era incredula. Rimase col telefono in mano, la mente in confusione.

Chiedi ai vicini, papà

Già fatto. Hanno visto stanotte un furgone, un uomo che smontava ordinatamente. Niente danni, solo portato via tutto.

Giulia attaccò e rifletté qualche secondo. Poi compose il numero di Matteo.

Matteo.

Sì.

Sei stato tu?

Silenzio lungo.

Sì.

Mamma mia, Matteo! Ma perché?

Perché tuo padre aveva speso soldi e tempo. Io ho smontato tutto senza rompere nulla. Le travi le porto da tuo padre, le usa lui alla sua casa in campagna. O le rivende. È suo lavoro, suoi materiali.

Giulia fu quasi sopraffatta dallemozione.

Ma sai che succederà uno scandalo?

Lo so.

Maria Paola vorrà andare dai carabinieri.

Che ci vada. Ho solo smontato roba non pagata. Che dimostri il contrario.

Matteo

Gio, tuo padre aiuta tutti e mai pensa a difendersi. Qualcuno doveva farlo. Lho fatto io, a modo mio.

Lunga pausa.

Perché lhai fatto? chiese, anche se la risposta in fondo la sapeva.

Perché è tuo padre e dopo un attimo e perché tu ti meritavi che qualcuno lo facesse.

Quella sera fu tempesta. Maria Paola telefonò a Paolo, Paolo arrivò con la faccia sconvolta.

Hanno smontato la pergola! Lo sapevi?

Lho saputo stamattina.

È stato quel tuo amico? Quel Matteo? Eh?!

Sì.

Paolo camminava avanti e indietro agitato.

È un reato questo. Mamma vuole denunciarlo.

Che lo faccia pure rispose Giulia, calma.

Ma ti rendi conto?! È una cosa gravissima!

La pergola era fatta con i materiali di mio padre. Tua madre non ha pagato nulla. Chi è nel torto?

Non sta a te deciderlo!

Hai ragione, non sta a me. Che siano i carabinieri a deciderlo. Vediamo le ricevute dei pagamenti.

Paolo tacque.

E poi, Paolo. Mentre tu urli contro di me, non hai ancora risposto: da che parte stai, tu?

Silenzio.

Che ridicola domanda. Non ci sono parti.

Sì, invece. Sempre ci sono. Quando si litiga tra le persone che ami devi schierarti. Anche non schierarsi è una scelta. Tu hai sempre scelto tua madre. È tuo diritto. Ma io sono stanca di essere seconda.

Dici stupidaggini.

Può essere. Ma ora ti dico una cosa seria: me ne vado.

Silenzio di mia.

Cosa?

Me ne vado, Paolo. Mi servono qualche giorno per sistemare le mie cose. Ti chiedo solo di lasciarmi andare senza discussioni.

Lui la fissava come chi vede i propri progetti svanire. Né rabbia né dolore: solo smarrimento.

Per la pergola?

Per un anno di vita. La pergola è stata solo lultima goccia.

Prese le sue cose. Paolo non si fece quasi vedere, stava da Maria Paola. Giulia impacchettò libri, tolse le foto dal cassetto ora finalmente le foto tornavano allaria portò tutto, a più viaggi, dai genitori. Papà laiutò taciturno, senza domande.

Allultimo viaggio, lui labbracciò forte, senza parlare.

Papà, dimmi qualcosa.

Che devo dire? Dispiace, ma hai fatto bene.

Come fai a saperlo?

Perché tu sei così: il male non te lo tieni. Ci soffrivi tanto, ma non stavi ferma.

Giulia si appoggiò al petto del padre. Cinquantotto anni, mani di ferro, odore di olio e bucato. Lunica stabilità della vita sua.

Dopo una settimana, Laura la chiamò.

Ho saputo. Che è successo?

Lunga storia.

Lo sapevo che cera qualcosa che puzzava.

Giulia quasi rise, ma trattenne.

Laura, sei mesi fa mi dicevi: non lasciartelo scappare!.

Non sapevo tutto

Appunto.

Restituì ufficialmente lanello, un messaggio sul cellulare. Paolo non rispose. Lanello lo lasciò sul davanzale durante lultimo viaggio in casa loro. Maria Paola non andò dai carabinieri: qualcuno le spiegò che senza ricevute non si andava da nessuna parte.

Matteo consegnò i materiali a papà. Giuseppe li mise via: Li userò per la mia pergola in campagna, già ci pensavo.

Verrà bene disse Matteo.

Dai una mano?

Vengo di sicuro.

Si strinsero la mano. Un cenno da uomini veri.

Lei e Matteo si videro ancora al parco. Settembre allinizio, aria fresca, le foglie gialle ai margini.

Come stai? chiese Matteo.

Stanca ammise Giulia Non per essere andata via, ma per quanto ho aspettato.

Succede.

Matteo ti devo chiedere una cosa. Da quanto non mi vedi solo come amica?

Non abbassò gli occhi. Solo una pausa.

Da tanto.

Perché non me lhai mai detto?

Perché eri felice, o sembravi. Non era mio diritto distruggere nulla.

Giulia lo guardò davvero. Giacca stropicciata, mani ruvide, sguardo che adesso riconosceva. Aveva sempre avuto paura di leggere qualcosa di irreversibile.

Non so cosa ho dentro ora disse onesta Sono appena uscita da qualcosa di pesante. Mi sento rotta.

Lo so.

Non avrai fretta?

Mai avuta. In otto anni, mai.

Era vero. Mai preteso nulla. Vicino, silenzioso quando doveva. Presente le notti peggiori. Aveva smontato la pergola al buio solo per giustizia, senza volerne merito.

Matteo

Giulia.

Grazie. Per la pergola.

Sorrise piano.

È stato anche un bel lavoro. Peccato solo che non restasse dove doveva

Papà la metterà lui.

Gliela monto io.

Camminavano tra le foglie. Giulia pensava che un anno prima aveva detto sì in abito blu senza ascoltare la voce dentro di sé. Pensava che la nonna aveva ragione: la verità non la vedi a tavola ma nei giorni normali. E ora percorreva la stessa strada con chi conosceva da otto anni: niente di nuovo, eppure tutto.

Non era innamoramento da farfalle nello stomaco. Era qualcosa di solido e quieto, come camminare sulla terra ferma.

Non era pronta a chiamarla amore. Troppo fresco il passato, troppa fatica, troppo altro da rimettere a posto. Ma sapeva questo: non era la fine. Forse linizio. Lento, cauto, vero.

La sera chiamò la nonna.

Come va, stellina?

Vivo, nonna.

Sei già a buon punto allora.

Oggi ho passeggiato con Matteo.

Attese il silenzio della nonna.

E?

Niente. Solo parole. Passeggiata.

Ho capito.

Nonna, come fai a capire sempre tutto?

Ti conosco da ventisette anni. Matteo lho imparato in otto. E ho sempre visto come ti guardava. Solo tu non lo vedevi.

Giulia si mise a ridere, sottovoce.

Nonna, perché non me lhai detto?

Per certe cose uno ci deve arrivare col suo tempo. Non servono le parole degli altri.

Saggia che sei.

Vecchia corresse Antonietta Vecchia e forse un po saggia. Le due cose vanno insieme a volte.

Se dovessi scrivere le massime della nonna sulla felicità, cosè davvero fondamentale?

Pausa più lunga.

Guarda non come ti amano a una festa. Guarda come si comportano nei giorni normali. Quando nessuno osserva. Lì cè la verità.

Giulia fissò il telefono a lungo dopo la chiamata.

Giorno qualunque. Niente festa. Notti di fatica e giustizia. Paste agli esami. Presenza silenziosa nelle notti nere. Materiali trasportati e rimessi a posto perché così era giusto, senza applausi.

Nel giorno in cui nessuno osservava.

Non sapeva come avrebbe finito quella storia con Matteo. Forse avrebbero camminato piano, prudenti, come sul ghiaccio fresco. Forse non sarebbe andata bene, perché così va la vita, e dalla confidenza allamore cè una linea difficile da attraversare. Forse sbaglieranno. Forse avranno paura.

Ma sapeva una cosa: sarà onesto. Tra due persone che si conoscono per davvero. Non da copertina, non in giacca e fazzoletto, ma in giacca fuori moda e mani ruvide, con paste di mamma e notti senza parole, e una pergola smontata di notte per rimettere le cose a posto.

Uscì sul balcone. Laria di settembre era già tagliente, urgeva pioggia. Da sotto, schiamazzi di bambini.

Pensò che sarebbe passata dal papà nel weekend, magari a dare una mano. Forse Matteo sarebbe venuto, come avevano detto.

La pergola del papà sarebbe venuta bene. Solida, onesta, con assi integre. Lì, sì, si sarebbe bevuto il tè tra famiglia e amici. E forse sarebbe venuta anche la nonna.

Non era tanto. Ma era autentico.

Di autentico, come diceva Antonietta, ne basta per vivere una vita intera. Tutto il resto viene da sé, se si ha il coraggio di guardar bene.

Giulia restò ancora un po affacciata. Poi rientrò, chiuse la porta dietro di sé. Il tramonto faceva scuro. Era ora di cena. Ora di ripartire.

Il cellulare vibrò con un messaggio. Era Matteo: Domani esci? Ti porto a mangiare come da mia mamma.

Giulia guardò lo schermo e non rispose subito. Non perché non sapesse cosa rispondere. Ma perché voleva ricordare il momento esatto in cui tutto stava per ricominciare, come da nuovo, con tutte le possibilità aperte.

Poi scrisse:

Libera. A che ora?

Rispose subito:

Alle sette. Passo a prenderti.

Lei sorrise. Un po. Piano. Come chi comincia, finalmente, a fidarsi di nuovo.

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