Oltre il limite del consentito

Oltre il Limite del Concesso

Propongo di fissare la prossima seduta tra una settimana. Le va bene? Ludovica posò delicatamente la penna sulla scrivania, mantenendo quella sua impeccabile espressione da professionista irreprensibile, mentre volgeva lo sguardo verso luomo seduto sulla poltrona.

Certamente. Con lei sarei disposto a incontrarmi in qualsiasi momento. È stato come se mi avesse tirato fuori da un abisso! Tommaso si raddrizzò leggermente, un sorriso riconoscente e autentico a rischiarare il volto.

Nel suo tono vibrava una sincerità inequivocabile sentiva davvero che, nelle ultime sedute, la sua vita aveva cominciato a cambiare, anche se ancora con passo incerto.

Il mio compito è offrire sostegno a chi ne ha bisogno rispose Ludovica, con la voce misurata di chi conosce bene la distanza tra empatia e coinvolgimento. Sono felice che avverta dei progressi.

Controllava bene il suo stesso battito: la tensione che la stringeva sin dalle prime luci dellalba non traspariva. Le parole fluivano naturali anni di pratica l’avevano resa maestra nel trovare quelle frasi che sanno confortare senza mai varcare il confine della confidenza.

Tommaso lanciò una rapida occhiata al telefono e quello che lesse dovette essere buono: un altro sorriso più caldo, poi si preparò velocemente a uscire.

A presto disse, dirigendosi alla porta Arrivederci.

Arrivederci replicò Ludovica, seguendolo soltanto con lo sguardo.

Ma appena la porta si chiuse alle sue spalle, la maschera di calma si dissolse in un soffio. Si concesse un sospiro profondo, chiuse gli occhi e si abbandonò allo schienale della poltrona, finalmente libera di lasciar andare le tensioni. Le spalle si rilassarono, i muscoli del volto recuperarono unespressione naturale. Mancava mezzora allarrivo del prossimo paziente mezzora preziosa, per recuperare un po di se stessa, ordinare i pensieri, risalire in superficie.

Prese il bicchiere dacqua e bevve piano, come se ogni sorso potesse spegnere il tamburellare accelerato del cuore. Nella sua mente corsero pensieri di strane geometrie: quante altre volte ancora avrebbe dovuto accogliere quegli sguardi gravati, quante energie avrebbe dovuto attingere dal proprio pozzo segreto. Ma per questi trenta minuti, poteva semplicemente essere Ludovica non la psicologa, non la roccia degli altri, ma semplicemente una donna che ha bisogno di respirare.

Tommaso era entrato nella sua vita tre mesi prima, portando con sé leco di tempeste passate e di bufere interne che ancora non si placavano. Era arrivato che sembrava un vecchio ulivo piegato dal vento, con addosso un fardello impossibile: problemi sul lavoro, la lunga malattia della madre che divorava tempo e denaro (e ogni mattina euro su euro), litigi sempre più feroci con la moglie, crisi che minacciavano di sgretolare la casa e ogni cosa dentro.

Fu proprio la moglie di Tommaso, vedendolo sempre più vicino al baratro, a insistere: Devi provare anche questo, altrimenti annegheremo entrambi.

Lui aveva a lungo resistito, pensando che andare dallo psicologo fosse una perdita di tempo poi, spinto anche dai consigli di un collega, aveva trovato il numero di una certa Dottoressa Ludovica, ben raccomandata.

La prima volta che Ludovica lo vide, rimase colpita. Un uomo qualunque, di mezzetà, un po chiuso ma dignitoso; ma nei suoi occhi si leggeva una stanchezza così rabbiosa che solo chi ha sentito tremare il proprio equilibrio la poteva riconoscere. In principio, lui era solo un caso interessante, difficile, utile per la sua crescita professionale. Voleva scoprire come si potesse aiutare chi fa naufragio a ritrovare una costa sicura.

Le prime sedute filarono via come da manuale: anamnesi, identificazione dei nodi, strategie per uscire dal tunnel. Ludovica procedeva precisa, secondo le tecniche rodate che aveva appreso e insegnato. Tommaso iniziava a sorridere più spesso, a parlare delle proprie emozioni con meno paura; metteva insieme, lentamente, i cocci.

Ma a poco a poco qualcosa cambiò. Ludovica cominciò a pensare a Tommaso anche nei giorni tra una seduta e laltra. La sua onestà, lumiltà nellammettere errori e la tenacia nel ricostruire tutto la attirava oltre il dovere. Si scopriva in attesa del suo arrivo, ripensava alle loro conversazioni prima di addormentarsi, si sorprendeva a immaginarlo nella propria vita, fuori da quel confine protetto dello studio.

Quando capì di essersi innamorata di un suo paziente, fu come se cadessero i colori intorno: non subito, ma strato dopo strato, come in un acquarello che si scioglie. Da prima pensieri fugaci, cacciati via con fermezza; poi emozioni sempre più pressanti, buttando a mare la sua razionalità costruita negli anni. Lei, psicologa esperta, che non riusciva a governare le proprie tempeste!

Eppure il matrimonio di Ludovica era saldo. Suo marito, Matteo, era lesempio delluomo premuroso e affettuoso: tanti anni insieme, una casa piena di ricordi, quellintesa silenziosa che rassicura ogni sera. Ma ora, la sicurezza della vita domestica le appariva come una palude, soffocante, mentre Tommaso era un uragano demozione.

Ludovica provava a ragionare, ad analizzare se stessa come fosse una cliente. Ma la logica vacillava, i sentimenti si accendevano dimprovviso e bruciavano sotto pelle.

Era perfettamente consapevole del rischio che correva. La carriera, la reputazione, la fiducia costruita col sudore tutto in bilico se fosse uscita fuori la verità su ciò che provava. Immaginava già lo sguardo dei colleghi, il giudizio tagliente, lisolamento Non poter confidarsi con nessuno la faceva sentire in trappola. Eppure, restava in silenzio. Bloccava le emozioni dietro una cortina di imperturbabilità, recitava il suo ruolo in modo impeccabile: consigliava, sorrideva, ascoltava mascherando la tempesta che montava dentro.

***

Col passare dei mesi, Matteo avvertì che qualcosa non andava più tra loro. Una volta, Ludovica tornava a casa raccontando piccole storie dai suoi pazienti, coinvolgendolo in riflessioni, talvolta cercando anche il suo parere. Adesso si era chiusa, distratta, la sua allegria appariva fasulla.

Una sera, seduti a bere il tè, lui le prese la mano: Tesoro, cè qualcosa che ti pesa? È il lavoro? Domandò con voce morbida.

Ludovica scattò come una farfalla colta nel sonno, lo sguardo altrove, la voce trattenuta.

Non direi che è una vera difficoltà È solo una situazione un po anomala, tutto qui, mentì, scegliendo le parole una ad una per non lasciar intravedere il tumulto. Dentro il petto una lama sottile di colpa la tormentava: come poteva negare a Matteo, proprio a lui, i moti del suo animo? Ma confessare che il suo cuore era ormai altrove sarebbe stato impensabile. Lo sai che ce la faccio, no? si sforzò di sorridere. Ma era un sorriso tirato, artefatto, fragile.

Certo. Sei straordinaria. Per chi si rivolge a te, non sei solo una psicologa: sei unamica, una salvatrice replicò Matteo, scorrendo una delle sue carezze sottili negli occhi. Ludovica, schiacciata da quella parola amica sentì un vento gelido correre dentro. Voleva di più; e questa sua voglia la spaventava da morire. Più il pensiero tornava a Tommaso, più le sue fantasie si facevano insistenti.

Sapeva che stava scivolando su una china rischiosa. Ogni notte la mente tornava a lui: riascoltava le sue frasi, rivedeva quei piccoli gesti, gli sguardi; viveva e riviveva le sedute dietro la palpebra stanca.

Spinta da un impulso, una sera, creò un profilo fittizio su Facebook. In un primo momento si sentì leggera, quasi curiosa: solo uno sguardo, solo un po di informazioni in più su quelluomo fuori dal suo studio. Col passare dei giorni, però, la cosa divenne unossessione: controllava i suoi post, le foto, i commenti degli amici e anche i mi piace lasciati qua e là. Ogni accesso era un misto di eccitazione, rimorso e ansia.

Ogni tanto si fermava in preda allinquietudine, domandandosi: Ma che sto facendo? Mi riconosco in tutto questo? Sapeva che non doveva; ma più si sforzava di rientrare nei ranghi, più le sue mani cliccavano, cercando notizie, immagini, qualche residuo di lui come fossero le briciole della sua vita.

In fondo, era chiaro anche a sé stessa che forse era lei, ora, a dover chiedere aiuto. Ma dirlo sarebbe stato accettare una sconfitta; contro Matteo, contro se stessa, contro ogni regola che aveva predicato e difeso per anni. Così, restava in silenzio, col solito sorriso cucito sulle labbra

***

Dopo una delle ultime sedute con Tommaso, Ludovica si sentiva esausta, prosciugata: aveva dovuto mantenere un equilibrio impossibile, trattenendo sempre i suoi intimi desideri dietro la maschera della professionista. Camminava lungo una Roma che si squagliava in macchie cangianti di luce, senza distinguere più i volti dei passanti. Dentro, la domanda era incalzante: quanto è rischioso, ora, non tenere la distanza necessaria?

Non avrebbe voluto vedere né Matteo, né la figlia trentenne che negli ultimi tempi la osservava con occhi pieni di sospetto. Anche lei, Francesca, aveva colto il cambiamento: la mente altrove della madre, le frasi lasciate a metà. Ma Ludovica, alla richiesta della figlia, rispondeva che era solo stanchezza.

Arrivata sotto casa, rimase ferma nellandrone. Le gambe non volevano portarla su per le scale, verso quell’appartamento pieno di ricordi. Voleva solo stare immobile nellombra, col naso contro il vetro gelido, guardando le auto bruciare i semafori e gli sconosciuti sussurrarsi sogni che lei non avrebbe mai avuto. Chiuse gli occhi e si lasciò pervadere dal profumo della sera.

Il cellulare vibrò nella borsa. Ludovica voleva ignorare la chiamata: il lavoro era finito, non era più la dottore pronta al dovere. Stava già per staccare, quando vide il nome sullo schermo. Tommaso. Un brivido. Si erano lasciati da meno di unora; allora perché chiamare?

Rispose sforzandosi di mantenere il tono neutro:

Sì, Tommaso è successo qualcosa?

Ho bisogno di parlare con qualcuno subito, la voce di lui era strozzata, rovente di rabbia. Lei è tornata a tormentarmi! Non capisce come sto male!

Ludovica serrò il telefono nel palmo. Sapeva bene che la “lei” di cui parlava era la moglie di Tommaso. Dopo mesi di racconti, ormai aveva imparato a decifrare quelle dinamiche infelici incomprensioni, accuse, nessuna voglia di capirsi.

Si riferisce a sua moglie? Avete avuto un litigio? domandò, trattenendo il fiato.

Non ne posso più! Mi logora, mi accusa, trova sempre qualcosa che non va! Solo lei mi capisce, solo lei sente quello che dico!

Un groviglio di emozioni ribolliva sotto la sua pelle: compassione sincera per luomo, terrore per quanto la relazione stava uscendo dai binari. Estrasse dal fondo del cassetto del mestiere la voce ferma:

Ora deve calmarsi, disse, anche se dentro il cuore le martellava. Provi a parlarci con serenità. Spieghi con calma quello di cui ha bisogno, chiarisca che vuole sentirsi sostenuto e non pressato di continuo.

Offriva professionalità e buonsenso, anche se sapeva quanto sarebbe stato difficile per lui metterlo in pratica, e quanto sarebbe stato impossibile, ormai, per lei dimenticare tutto.

La chiamata durò mezzora, una continua altalena di emozioni e consigli. Lei ascoltava, guidava, ricordava esercizi di autocontrollo; era come portare sulle spalle un sacco di pietre con la pioggia in faccia.

Quando riattaccò, le spalle parevano di marmo, la gola secca. Mentre saliva le scale a passi lenti, si domandava: perché la moglie di Tommaso insisteva tanto con la terapia, se poi sabotava ogni passo avanti? Lo sospettava di qualcosa, o temeva che il marito potesse cambiare?

Giunta davanti alluscio, si fermò ancora, appoggiata al davanzale della finestra cera bisogno di un attimo di respiro prima di infilare la vecchia maschera da perfetta padrona di casa.

Amore? la voce di Matteo la raggiunse alle spalle.

Ludovica si voltò. Lui la fissava dallingresso, le sopracciglia aggrottate.

Perché resti qui? Sorrise con una nota tranquilla, cercando di essere convincente. Ma la bocca si piegò male, e abbassò subito lo sguardo.

Colpita da un dolore acuto alle tempie, si strinse la mano alla fronte.

Non hai un bellaspetto, disse serio Matteo. Sei pallida Devi riposare.

Le prese il braccio, gentile, e la condusse dentro. Ludovica sentì montare una vergogna insopportabile. Come poteva tradire un uomo così?

Mettiti comoda, preparo io una tisana. Sotto la supervisione di Matteo, si tolse le scarpe e si infilò nel letto. Ritornò dopo poco con un analgesico e il bicchiere dacqua.

Prendi questo e cerca di dormire.

Le sistemò le coperte e tirò le tende. Si sentì protetta, quasi bambina. Quando lui se ne andò, lei si voltò con la faccia nella federa e finalmente pianse.

Le lacrime scorrevano silenziose, lasciando tracce tiepide sulle guance. Non tentò di fermarle: era solo dolore che andava lasciato uscire, questa volta senza più filtri né finzioni.

Si placò dopo un po. Nel buio della stanza, sentiva la stoviglieria vibrar di piano dalla cucina. Chiudendo gli occhi, davanti a sé balenava ancora il volto inquieto di Tommaso; poi, quello del marito e il suo amore ostinato, attento. Non sapeva che pesci prendere: da un lato, Matteo, il marito devoto per il quale sarebbe stata disposta a fare qualsiasi cosa; dallaltro, Tommaso, bisognoso del suo ascolto, il suo unico sfogo, luomo che occupava tutti i suoi pensieri.

Perché laveva travolta questa infatuazione fatale? Forse era colpa di quello sguardo grato e naufrago che le mancava nella vita di sempre. Forse erano i confini tra aiuto e complicità che aveva lasciato sfumare. Forse la fatica estrema laveva fatta più vulnerabile.

Sapeva che così non poteva andare avanti. Ogni seduta con Tommaso alimentava uno stato di tensione che la corrodedeva, ostacolando la sua serenità e la sua coscienza.

Questi sentimenti erano sbagliati. Lo sapeva troppo bene. Non portavano a niente, e il prezzo da pagare poteva essere devastante.

Bisognava fare qualcosa: tagliare i ponti? Confessare tutto a Matteo? Provare a ricostruire la calma e sterminare il desiderio? Ogni scelta le pareva tremenda e la paura di far danni irreparabili era più forte di tutto.

Ludovica inspirò piano, raccogliendo i cocci dei pensieri. Sapeva che il tempo delle scelte era arrivato.

***

Matteo da tempo aveva intuito che il lavoro stava prosciugando sua moglie. Allinizio erano solo piccole cose: svegliarsi tardi, saltare la cena, dimenticare appuntamenti. Poi, più visibili: pallore, silenzi, pause in cui sembrava cadere nel vuoto. Provava a domandare, offrire le sue spalle, ma lei si schermiva: non preoccuparti, passarà, sono solo stanca.

Ma Matteo non poteva proprio non preoccuparsi. Sapeva quanto Ludovica fosse devota agli altri, quanto raramente sapesse chiedere qualcosa per sé. E col tempo fu certo: serviva una svolta.

Una sera, senza lasciarle spazio per replica, la accolse nellingresso, lo sguardo deciso:

Andiamo in vacanza.

Ludovica lo fissò allibita. Aveva appena posato la borsa, ancora con leco della fatica negli occhi.

Sognavi il mare, non è vero? Questo faremo. Ho già parlato col tuo superiore. Non era propriamente entusiasta sei tra i più bravi ma se ne farà una ragione. Gli altri prenderanno in carico i tuoi pazienti.

Lei provò a obiettare, ma Matteo la interruppe con gentile fermezza:

Non è una proposta, è una decisione. Mi preoccupo per te. Tu sei la cosa più importante che ho!

In quella voce cera una tenacia che Ludovica non aveva mai colto prima. Non era più luomo accomodante, ma uno che vuole salvare chi ama.

Onestamente, sarei felice se lasciassi il lavoro aggiunse con una risata stanca. Ma non ti chiederò mai una cosa che non vuoi.

Ludovica tacque. Una domanda le frullava nella testa: come aveva fatto a organizzare tutto? Perché non le aveva detto niente? E, soprattutto, perché non sentiva rabbia, ma un sollievo quasi dolce, come quando si scioglie il nodo di una cintura?

Quando partiamo? chiese infine, sentendo in fondo che resistere era inutile, e che forse questa poteva essere la cura che cercava.

Domani rispose Matteo, rilassato per la prima volta da mesi. Comincia a fare le valigie.

Ludovica si sedette sul pouf, improvvisamente leggera. Era tutto così veloce ma la sensazione era buona, un guizzo di libertà nellignoto.

Va bene, sussurrò. Prepariamoci.

Lui la abbracciò, sorridendo.

Vedrai che andrà tutto per il meglio.

***

Tre settimane di ferie furono per Ludovica un dono improbabile o forse solo la piega strana di un sogno che non sapeva più distinguere dalla vita vera. Il mare di Sorrento la accolse con onde gentili e un sole che scaldava fino alle ossa. Il vento sembrava soffiarsi via dai pensieri il peso accumulato in mesi.

Dormivano senza sveglia, facevano colazione sulla terrazza guardando la distesa blu dove si scioglieva il cielo. Camminavano sul lungomare come due innamorati qualsiasi, si fermavano ad annusare il pane caldo nelle botteghe, a giocare coi piedi nella sabbia. Le sere, non più fatte di problemi e obblighi, si riempivano di racconti, sogni, risate.

La cosa più preziosa era il silenzio. Nessuna chiamata dai pazienti, nessun messaggio inquieto, nessuna ansia di ascoltare e guarire affanni altrui. Finalmente, per la prima volta da anni, Ludovica poteva essere solo se stessa, respirare senza ruoli. Leggeva romanzi appoggiata al sole, provava ricette locali, azzardava qualche schizzo dacquerello osservando il tramonto.

Piano piano, la figura di Tommaso si dissolveva in unombra confusa scena sfocata di un cortometraggio passato. Non pensava più a lui, non fantasticava una vita diversa: tutto scivolava via come sabbia tra le dita.

Con Matteo, invece, ritrovava unaffinità dimenticata: la sua attenzione, le piccole premure quotidiane, quel modo unico di farla sentire al sicuro senza bisogno di parole. Si sorprendeva, ancora, a sorridere per il caffè portato a letto o per quando lui le copriva le spalle col maglione durante una passeggiata serale. Era quasi come innamorarsi di nuovo, questa volta con occhi maturi.

Una sera, seduta sulla scogliera a guardare il sole coricarsi nel Tirreno, Ludovica capì finalmente che non poteva volere altro. Per mesi, aveva inseguito il miraggio di una passione, cercando conforto dove non ce nera; ma la verità era lì, chiara, accanto a lei da sempre. Tutto ciò che desiderava era già tra le mani di quell’uomo che laveva amata senza mai chiedere nulla in cambio. Tommaso era stato solo un errore, un’illusione.

Al ritorno dal viaggio, Ludovica annunciò a Matteo che aveva deciso: avrebbe lasciato il lavoro. Era tempo di cambiare, di darsi per intero a chi la meritava davvero. Non avrebbe più vissuto tra mille richieste e sacrifici; avrebbe ritrovato la sua famiglia, forse avviato qualche seminario o lezione, ma senza più quella trappola di ansia quotidiana.

Matteo si illuminò. Non sai da quanto lo speravo, le confidò, stringendola forte. Ma dovevi arrivarci tu, nessuno poteva obbligarti.

Ludovica sorrise, leggera come non era mai stata. Un po dincertezza le pesava addosso, ma era una nuvola leggera, quasi piacevole. Era certa che qualcosa da fare lavrebbe trovata magari aiutare la figlia con il primo nipotino, insegnare psicologia senza il carico di ore e tensioni.

Sul treno di ritorno verso casa, sentì una leggerezza nuova nascere dentro di sé. Una pagina nuova, non perfetta, ma sua e per la prima volta da tanto, tutto le parve andare nel verso giusto, come in quei sogni strani dove improvvisamente capisci di poter volare.

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