Letto pieghevole nell’ingresso

Brandina nellingresso

Mamma, ma dai, di nuovo seduta lì? La voce di Elena arrivò dalla cucina, precedendo di poco la sua presenza sulla soglia. Io qui che corro di qua e di là per preparare la cena e tu seduta.

Nadia Ferri alzò gli occhi dal suo lavoro a maglia. Stava seduta sulla brandina, in quel microscopico spazio incastrato tra ingresso e ripostiglio che Elena e Marco, suo figlio, chiamavano con ironia “la camera della mamma”. Una camera vera non cera mai stata. Solo quellangolo dove la luce della finestra non arrivava e una brandina con la rete infossata che aveva comprato lei stessa al mercatino durante la prima settimana dopo il trasloco.

Posso aiutare provò a dire Nadia, allungando la mano verso le ciabatte.

Non serve, tanto non lo fai come dico io. Ieri hai tagliato le patate troppo fini, te lavevo detto, devono essere grosse.

Nadia non ribatté. Aveva imparato a non rispondere a certe frasette. Non perché non avesse nulla da dire, anzi. Ma in quella casa le parole erano come legna verde in un fuoco bagnato: scoppiettavano, producevano solo fumo e non scaldavano proprio nessuno.

Erano passati tre mesi da quando aveva venduto la casa a San Donato Milanese, quella con il giardino, a poco dallautostrada, e si era trasferita da Marco. Tre mesi che ogni mattina si svegliava con i rumori di una vita altrui e ogni sera si sdraiava sulla brandina che sembrava lamentarsi insieme a lei della sorte che avevano condiviso.

San Donato era la sua città. Ci era cresciuta: prima nella casa dei suoi genitori in via degli Ulivi, poi condiviso lappartamento con suo marito Nicola, quindi comprato la casetta col piccolo orto insieme, quando Marco aveva cinque anni. Nicola era mancato sette anni prima, in silenzio, di notte. Dopo di lui, Nadia era rimasta sola nella casa con il melo al cancello e la vicina, la signora Maria, che per ogni occasione arrivava con la torta.

La vendita della casa era stata sua decisione. Almeno così aveva voluto credere.

Marco laveva convinta, con quegli argomenti metodici che usa chi vuole persuadere: che era difficile stare da sola, che la casa aveva bisogno di lavori, che linverno sarebbe stato gelido, che lui ed Elena sarebbero stati sempre vicini. Siamo sempre qui, mamma. Elena ti vuole bene, lo sai. Nadia annuiva, pensando che in cinque anni di matrimonio Elena era stata a San Donato due volte: entrambe le volte aveva guardato il melo come se la offendeva di persona.

Ma anche la solitudine pesa, e a sessantatré anni, il suo peso era diventato più duro. La sera chiacchierava con la foto di Nicola sul comodino. La mattina si faceva il tè da sola, spegneva la TV da sola, perché tanto non cera nessuno con cui guardarla. I vicini erano diventati più rari, la signora Maria si era rotta una gamba, lamica Teresa era andata a vivere con la figlia a Pavia. La vita a San Donato si era reclinata, come le foglie dautunno che inevitabilmente cadono.

I soldi della vendita li aveva dati a Marco. Aveva detto che li avrebbe investiti bene, un progetto sicuro, che tra un anno ci avrebbero guadagnato tutti. E lei, perché no? Famiglia, figli, sangue del suo sangue

Ora, dopo tre mesi, si ritrovava sulla brandina, a sentire dalle pareti Elena che chiacchierava al telefono e rideva, leggera, come chi sta bene. Nadia non le portava rancore. Cercava solo di capire dove aveva sbagliato il passo. O forse era andare proprio così, e lei semplicemente aveva scelto di non vedere.

I primi giorni erano sembrati quasi normali. Marco era venuto a prenderla alla stazione, laveva aiutata con la valigia, taxi e via a casa. Elena aveva preparato la tavola con insalata e un pollo arrosto che profumava di vita normale. A cena, Nadia osservava suo figlio: era invecchiato un po, ma gli occhi erano quelli di Nicola, chiari e un po di traverso. Lui rideva, raccontava qualcosa del lavoro e le offriva altra carne. Elena sorrideva con un sorriso preciso, di quelli ben tracciati, senza un vero significato.

Il giorno successivo Nadia si era alzata come sempre alle sei. Tè, bustina trovata nella credenza, una tazza in silenzio in cucina prima dellalba. Alle sette arrivava Elena in vestaglia e si piantava sulla porta.

Già in piedi?

Sì, sono abituata a svegliarmi presto. Non ho svegliato nessuno, vero?

No, è solo che io al mattino, preferisco il silenzio. Elena si versava un espresso dalla macchinetta che aveva una mensolina tutta sua ed era probabilmente più costosa di tutto quello che Nadia aveva avuto in cucina a San Donato.

Va bene, disse Nadia. Fissò bene in mente: preferisco il silenzio. Da quel giorno iniziò a correre in cucina alle sei e mezza, finiva il tè alla velocità della luce e spariva nel suo angolo prima che Elena uscisse.

Ma quellangolo non era solo un angolo. Era un vicolo cieco.

La brandina era incastrata nellincavo tra ingresso e ripostiglio, dove si ammassavano scope, secchi, scatole di cose che non sappiamo dove mettere. Niente armadio. La valigia era sempre vicino alla brandina. I vestiti li appendeva a una gruccia nellingresso, tra i cappotti di tutti. Lo spazzolino accanto al rubinetto, in mezzo a tutto, e Nadia lo sentiva sempre fuori posto.

Cominciò a notare dettagli. Elena che sistemava le sue cose in giro, senza avvisare. Marco che rincasava tardi dal lavoro e si abbandonava allo schermo, senza più conversazioni. I weekend sparivano in uscite a due; mai la invitavano. Una volta nacque il coraggio di chiedere: Marco, magari una gita insieme? Mamma, siamo impegnati. Poi magari. Quel poi non arrivava mai.

Invece arrivò altro.

Dopo due settimane, Elena le annunciò che in casa si puliva una volta a settimana e sarebbe stato facile se tu ci dessi una mano. Nadia si diede da fare: pavimenti, bagno, aspirapolvere, battiscopa che probabilmente Elena non aveva mai visto davvero. Tutto di buon mattino, mentre i padroni di casa erano fuori. Ma la sera, Elena trovava sempre il pelo nelluovo.

Nadia, la griglia sulla cucina è unta.

Nadia, lo specchio del bagno va fatto col prodotto, non con lo straccio.

Nadia, i vasetti li voglio sulla mensola in ordine.

Nadia ascoltava e annuiva. Ogni tanto le salivano alle labbra frasi taglienti, pronte come uno spillo. Ma non le lasciava uscire: aveva sempre letto sulle riviste che con i figli adulti bisogna preservare, cedere, non rovinare. Lei si impegnava. Cedeva. Ma qualcosa si rompeva comunque. Lentamente, silenziosamente, come una sedia sgangherata che sprofonda sotto il peso del tempo.

Dopo un mese fu chiaro che la sua vera funzione in casa non era né mamma né suocera. Faceva colazioni, stirava le camicie di Marco perché un giorno Elena aveva commentato: Marco, nessuno ti stira più le camicie. Da allora, una dietro laltra, era diventato scontato. Lasciava i pranzi in frigo con post-it per tutti, puliva dopo tutti, buttava la spazzatura, faceva la spesa coi suoi risparmi, perché nel frigo ogni tanto non trovava altro che yogurt scaduti e qualche salsa dimenticata.

La pensione era poca. Aveva lavorato tutta la vita in ragioneria in una ditta di Sesto San Giovanni, una classica carriera media. In paese bastava: niente affitto, orto di patate e mele, i vicini con la legna nei mesi freddi. A Milano invece la pensione spariva in tre settimane. Cibo, farmaci, qualche biglietto dellautobus. Non chiedeva quasi mai nulla a Marco. Un giorno aveva osato chiedere venti euro per labbonamento e lui aveva pagato in silenzio, lasciandole quel senso di pesantezza che ti fa quasi desiderare di restituire i soldi e farti tutto a piedi.

I soldi della vendita della casa erano sempre fermi. Aveva paura a chiedere di più. Temeva che solo domandare potesse essere una colpa. O che Marco rispondesse peggio.

A fine novembre si ammalò. Niente di grave, una febbriciattola, un gran mal di gola. Dalla brandina sentì Elena dire a Marco:

Marco, tua madre tossisce tutto il giorno. Sai, i bambini poi si ammalano.

Bambini non ce nerano. Cerano solo discorsi vaghi su un futuro che, a Nadia, pareva ormai fantascienza. Nadia tossiva sul cuscino, pensando che la parola ammalarsi per dei bambini inesistenti suonava come una sentenza definitiva.

Mamma, serve qualcosa? chiese Marco la sera.

No, figlio. Tutto bene.

Preso le compresse?

Sì.

Allora a posto.

E finita lì. Niente tè caldo, niente ti porto qualcosa. Si alzò da sola, si versò un po dacqua bollente, trovò una caramella dal fondo della borsa e tornò a letto. Pensò che a San Donato, quando stava male, la signora Maria arrivava col brodo di pollo: non aveva bisogno di essere chiamata, semplicemente arrivava.

Arrivò dicembre, con i suoi freddi e nuovi doveri. Prima di Natale, Elena le consegnò una lista: pulire i vetri, riordinare gli armadi, cucinare linsalata russa, preparare biscotti per gli ospiti. Lista in mano di prima mattina, ancora in pigiama.

Tutto chiaro, Nadia? chiese Elena senza smettere di scrollare il cellulare.

Tutto chiaro, mormorò Nadia.

I vetri entro giovedì. Arrivano i miei genitori e ci tengo che sia tutto perfetto.

I genitori di Elena, da Pavia, arrivarono portando una torta e una bottiglia di barbera, quasi come se venissero a far visita a una casa di riposo più che a una famiglia. Mangiarono tutto quello che Nadia aveva cucinato, lodarono la casa e la guardarono con quella cortesia distaccata riservata alle governanti. La madre di Elena, un turbine di energia e smalti perlati sulle mani, le chiese soltanto:

Da molto a Milano?

Da settembre.

Capisco. E come si trova?

Mi sto adattando.

Oh, certo, ci vuole

Capodanno lo passarono apparentemente insieme: a tavola fino a mezzanotte e mezza, ma appena Elena dichiarò: Signora Nadia, sarà stanca, vada pure a dormire, era chiaro che la festa vera sarebbe iniziata dopo la sua uscita di scena. Nadia non era per nulla stanca: aveva sessantatré anni, non novantatré. Ma si alzò, augurò buon anno e si rifugiò sulla brandina, ascoltando dai muri i brindisi e le risate. Pensò allultimo San Silvestro a San Donato col gruppo dellamica Teresa, la chitarra, le vecchie canzoni fino alle lacrime di gioia.

A gennaio telefonava spesso a Teresa. Almeno lei aveva una camera per sé, un mazzo di chiavi proprio, anche se stava dalla figlia. Chiacchieravano per mezzora mentre Marco e Elena erano al lavoro.

Dai Nadia, resisti, la incoraggiava Teresa.

Ci provo.

Hai mai parlato col Marco?

Sì.

E lui?

Nulla. Mi dice che esagero, Elena si chiude in frigo per due giorni.

E adesso coshai intenzione di fare?

Non lo so, Teresa. Non lo so.

Febbraio fu particolarmente pesante. Forse per il freddo, forse perché Nadia si scopriva ad aver paura di disturbare. Camminava in punta di piedi, mangiava a tempo di record e si ritirava nel suo angolino come una clandestina. La notte stava sveglia a pensare sempre alle stesse domande: perché sono venuta qui, perché ho venduto casa, cosa faccio adesso.

Rifletteva spesso sullabnegazione materna, su dove sta il confine tra sacrificio e sciocchezza. Prima pensava che la linea fosse sfumata, ora capiva che sono proprio due cose distinte: il sacrificio lo scegli, la sciocchezza invece te la ritrovi addosso.

Agli inizi di marzo ci fu una crisi. Tutto per un piatto.

Un piatto banalissimo, di quelli del servizio nuovo che Elena aveva ordinato online dopo mesi di attesa. Nadia stava lavando i piatti dopo cena, quello le scivolò di mano. Era bagnato, pesante, e le dita le dolevano sempre di più. Il piatto cadde e si ruppe.

Elena arrivò immediatamente.

Cosè successo?

Scusami, Elena. Mi è sfuggito.

Elena fissò i cocci, poi Nadia, poi ancora i cocci. Nella sua espressione cambiò qualcosa, come il cielo prima dun temporale.

Era del servizio buono.

Lo so. Scusami.

Ci ho messo tre mesi a trovarlo. Erano otto piatti, ora sono sette.

Elena, lo ricompro

E dove lo ricompri? Era una collezione limitata il tono era glaciale, peggio di una sfuriata . Ma lei, signora Nadia, capita mai di essere precisa?

È stato un incidente

Tanto è sempre un incidente: le patate tagliate male, gli asciugamani appesi alla rinfusa, ora il piatto.

Nadia guardava i cocci. Erano belli, con il bordo blu. Un piatto costoso, si vedeva dal frammento.

Raccolgo tutto io, disse.

Grazie, rispose Elena andandosene.

La sera, di nuovo, Marco la rimproverò.

Mamma, dovresti stare più attenta.

Marco, mi fanno male le mani.

Lo capisco, ma Elena ci teneva.

Mi dispiace.

Basta non succeda più.

Farò attenzione.

Andò a stendersi. La brandina cigolò come sempre. Sentiva Marco e Elena che parlottavano a bassa voce dalla stanza accanto. Avvertiva quella delusione uniforme, senza rabbia. Ma quella notte, per la prima volta, Nadia non pensava più a cosa ho fatto di sbagliato, ma a cosa devo fare ora. Era qualcosa di nuovo. E vivo.

La mattina dopo, si alzò alle sei, cucinò un po di semolino per sé. Poi mandò un messaggio alla sua amica Gianna, trasferitasi a Milano da ventanni, nel quartiere di Lambrate. Divorziata, viveva sola in un bilocale lasciato dalla figlia, ora trasferita a Torino. Ex collega a San Donato, Gianna era una delle poche voci sincere della sua vita.

Gian, ciao! Non conosci mica chi affitta una stanza o un mini-appartamento a poco? Vorrei guardarmi attorno.

Gianna rispose subito.

Nadia, la zia della mia vicina affitta una stanza a Lambrate, vicino a casa mia. Vuoi che chiedo?

Sì, grazie.

Uno schizzo di coraggio, piccolo come un coccio di piatto. Ma già si respirava meglio.

Quello stesso giorno, Elena fu laconica: Cè il pacco sulla mensola, bisogna portarlo in posta oggi, io non ce la faccio. Nadia prese il pacco, si vestì e andò. Coda infinita, quaranta minuti in attesa, poi si fermò al forno e si comprò una brioche. La mangiò sulla panchina davanti alla posta, al freddo: nessuno la rimproverava. Ed era un sollievo.

Tre giorni dopo, Gianna confermò: la stanza era libera da vedere. Nadia aspetta che i due escano per lavoro e va in visita a Lambrate.

Stanzetta piccola, dodici metri quadri scarsi in un appartamento condiviso con la padrona, la signora Zina, sulla settantina, grande e molto cordiale. Cucina e bagno in comune ma la signora Zina sottolinea: Io sto tranquilla, non porto amici, lei mi piace già, si capisce?. Nadia si affaccia alla finestra: si vede un cortile con un platano e i giochi dei bambini. Piccolo. Ma tutto suo.

Quanto? chiede.

La signora Zina spara una cifra: non è poco per una pensione, ma si può fare.

Devo pensarci, risponde Nadia.

Non ci pensi troppo, ribatte la proprietaria. Una stanza così va via subito, si capisce?

Nadia torna a casa in metro e fa i conti: pensione, tolte le spese, tolto il cibo Resta pochissimo. Ma decide: parlerà con Marco dei soldi della casa.

Quel confronto lo rimanda e rimanda. Non per timidezza, ma per la vana speranza che qualcosa cambi, che il figlio abbia, per una volta, due parole vere da offrirle. Ma lui, ogni sera, mangia, silenzio e schermo, sempre la stessa vita a cui Nadia sente di non appartenere.

A metà marzo si decide.

È domenica mattina, Elena via dai suoi. Marco seduto in cucina davanti al caffè, schermo in mano.

Marco, ti posso parlare?

Dimmi. Senza alzare lo sguardo.

Guardami, per favore.

Si arrende, alza la testa, appare uno sguardo che lei ha sempre chiamato indolente. Non cattivo, solo rimandato.

Marco, volevo chiedere dei soldi della casa.

Mamma

Aspetta. Mi serve una parte. Voglio cercarmi una stanza.

Lo guarda, per la prima volta davvero perplesso.

Ma perché vuoi andar via? Che ti manca?

Marco, dormo su una brandina in ingresso. Non è vivere.

Ma non è proprio ingresso, è

Sì, Marco. So dove dormo. Mi servono quei soldi.

Lui tace, appoggia la tazza.

Mamma, sono investiti. Non si possono tirare fuori così.

Almeno una parte, per favore.

Mamma, ma stai facendo un caso dal nulla. Vivi bene, hai da mangiare, stai al caldo

Marco, dice lei a voce bassa ho venduto una casa dove ho vissuto trentanni. Ho dato a te ogni euro. Vivo su una brandina. Lavo i pavimenti, stiro le tue camicie e sento tua moglie parlarmi come a una donna delle pulizie. Questa non è vita.

Silenzio. Quella parola, donna delle pulizie, non laveva mai pronunciata. Era la verità. Fa male, ma cè.

Esageri, borbotta lui.

No.

Elena si impegna.

Marco.

Mamma, dai, non adesso, sono stanco.

Sei stanco tu. Lei si alza. Va bene.

Si rifugia nel suo angolo. Brandina che scricchiola, solito cielo grigio fuori dalla finestra.

Quella sera, messaggio a Gianna: Gian, prendo la stanza.

Passa una notte a progettare. Sa che dovrà fare tutto di nascosto. Se avvisa, ne nasce una discussione che la risucchierà dentro di nuovo: esageri, non puoi farci questo, trova un compromesso. No, questa volta no.

Due settimane di preparativi silenziosi. Gianna tratta con la signora Zina: si libera la stanza a inizio aprile. Nadia progetta di scrivere un biglietto a Marco: Mi mandi almeno un terzo della somma? e prepara già la cifra minima per non essere proprio svergognata. I soldi arrivano, in silenzio, su carta. Nessun commento. Basteranno per sei mesi.

Aveva poche cose. Due valigie e una borsa. Un copripiumino col fiore bianco. Il plaid. I libri, che erano rimasti inutilizzati per tre mesi, la foto di Nicola. Basta.

Il primo aprile, di lunedì, Nadia si sveglia presto, mette in valigia tutto, arrotola la brandina, pulisce ogni traccia di sé. Si fa unultima tazza di orzo nella cucina, sistema, lava. Lascia un bigliettino sul tavolo: Marco, sono andata. Non ti preoccupare. Sto bene. Mamma.

Prende valigie e borsa, indossa il cappotto, resta un attimo a guardare la gruccia in ingresso il suo cappotto grigio accanto a quello di Elena, tutto perfetto. Esce.

La scala odora di gatti e caffè. Lascensore geme. Fuori, aprile: freddo con una luce che solo la primavera sa dare, quando di verde cè solo la promessa.

Con due cambi in metro arriva a Lambrate. Le valigie pesano, il braccio le fa male, ma tira.

La signora Zina apre in vestaglia e babbucce a pompon.

È arrivata! contenta. Su, su, lho messo già a bollire il tè, si capisce.

La stanza profuma di fresco. Si vede che qualcuno ha passato lo strofinaccio con il detergente ai pini. Sul davanzale un cactus. Il letto vero, col materasso, due cuscini e un copriletto a fiori rosa.

Nadia appoggia le valigie, si avvicina alla finestra: il platano comincia a mettere le prime foglioline, tenere e lucide.

Va bene? chiede la signora Zina alle sue spalle.

Va bene, dice Nadia.

Era la verità.

Per i primi giorni si abitua semplicemente al cambiamento. Non tanto alla stanza, quanto alla libertà: che si può bere un bicchiere dacqua di notte senza far rumore, che il caffè della mattina si può lasciare sul tavolo e lo si ritrova lì, che si può accendere la TV alle ventitré senza sentirsi in colpa. Piccole cose, ma che ti mancavano senza capirlo.

La signora Zina era di quelle persone che non invadono ma non ti lasciano mai solo. La mattina il tè insieme in cucina, due chiacchiere leggere su mariti andati, figli lontani, ma mai domande su ciò che non sei pronta a dire.

Marco la chiama al terzo giorno.

Mamma. Dove sei?

Sto bene, Marco.

Ma dove stai?

Vivo.

Mamma, che significa quel biglietto? Elena è sconvolta.

Sono felice che sappia sconvolgersi.

Mamma

Marco, sto bene. Non preoccuparti.

Almeno lindirizzo?

No.

Lui tace.

Sei arrabbiata?

Quasi le scappò una risata. Arrabbiata come se fosse questione di non esser mai stata invitata a una festa.

No, Marco. Sto solo cercando di vivere, adesso.

Ma che significa vivere?

Significa che ho una stanza mia, un letto, una finestra col platano. E taglio le patate come mi pare.

Parli strano, mamma.

No, parlo normale. Chiamami la settimana prossima. Sarò felice.

Mette giù il telefono. E, del tutto inatteso, le mani non le tremano.

Ad aprile Nadia inizia a scoprire il mercato di Lambrate: a piedi, tre fermate, frutta vera, una signora gentile coi risotti e un signore che vendeva focacce da paura. Si compra una focaccia allolio, la mangia sulla panchina: nessuno ne fa un caso.

Gianna vive due strade più in là. Si vedono il primo weekend, una merenda lunga al tavolo di Gianna, senza ma come hai fatto oppure che peccato. Solo: Racconta. Nadia racconta. Dallinizio alla fine. Per la prima volta da mesi finisce tutto, senza bloccarsi a metà.

Nadia, sei stata brava. Non è facile.

Faticoso, sì. Ma meglio così.

E adesso?

Adesso vivo.

La vita oltre i sessanta ha un volto tutto suo, e Nadia comincia a distinguerlo. Va in biblioteca. Ci trova una saletta con riviste, la bibliotecaria Nina, che conosce tutti per nome. Prende in prestito romanzi che sognava di leggere. Legge la sera alla luce del vecchio abat-jour, che la signora Zina le ha concesso di piazzare in un cantuccio.

A fine aprile conosce il signor Vittorio.

Capitò per caso. Tornando dal mercato, una borsa pesantissima, e al secondo piano le cade una mela che rotola davanti alla porta di fronte. Si apre la porta, sulla soglia un uomo con la giacca e il bastone.

È sua? domanda lui.

Sì, grazie.

Nulla. Vittorio Giuliani. Abito qui.

Nadia Ferri. Sto da Zina.

Ah, Zina mi ha parlato di lei.

L’incontro finisce lì, ma il giorno dopo si rivedono nellascensore: Buongiorno, signora Nadia. Da lì ci si saluta sempre. Vittorio ha sessantasette anni, vedovo, ex ingegnere. Il bastone glielha lasciato una vecchia operazione al ginocchio. Tutto questo lo scopre poco per volta, sulle scale e in cortile.

Non aveva fretta, non cercava di impressionare. Solo si fermava se la incontrava, scambiava due parole. Un giorno lei gli tiene aperta la porta, un altro le chiede cosa stia leggendo seduta sulla panchina. Lei mostra la copertina. Bel libro, lho letto ventanni fa. Si siede accanto, sullaltro capo della panca. Pausa. Era quel genere di silenzio che non pesa, che cè e basta.

Poi qualche altra chiacchiera: libri, i cambiamenti di Milano, dove una volta cera il mercato e ora solo supermercati. Non dava mai consigli senza richiesta. E quando Nadia fu pronta a raccontarsi, lui lascoltava davvero, senza guardare altrove.

A maggio, la prima volta insieme davanti a una tazza di tè. Nadia aveva preparato una torta di mele, la signora Zina sfilava in sottofondo borbottando: Che profumo!; tagliò una fetta anche a lei e unaltra la avvolse per Vittorio.

È per lei, signor Vittorio.

Allora entri, mettiamo su il tè.

Sedettero in cucina, per unora. Lui parlò della moglie, morta per via di un ictus. Senza lacrime, senza scene. Lei di Nicola. Pausa. Poi lui:

Buona questa torta, lei ha la mano.

So fare parecchie cose ma per tanti anni non ci trovavo motivo.

Lui la fissò.

Ora cè.

Non era una dichiarazione, né una promessa. Solo una constatazione. Ma nella testa di Nadia rimase come brace che scalda a lungo.

Nel frattempo, nella casa di suo figlio le cose si sfasciavano, anche se Nadia lo scoprì solo tramite Gianna, che aveva sempre notizie di tutti. Lassenza silenziosa di Nadia lasciò tutto il fardello domestico: nessuno più cucinava, nessuno stirava, nessuno faceva la spesa in orario. Elena lavorava e non ci pensava nemmeno a sostituirsi alla suocera. Marco neppure. La tensione salì e si trasmise a tutto: le cose pratiche esplosero, tirando fuori, alla lunga, quelle vere.

A giugno Gianna portò la notizia, sedute davanti a una limonata in piazza.

Nadia, si stanno separando.

Nadia appoggiò la tazza.

Da dove lo sai?

Senti, lo sanno tutti in ufficio. Elena lha detto alle colleghe.

Nadia guardò fuori dalla vetrina. Gente con le buste, un ragazzo in bici, una signora col cane una giornata qualunque destate.

Ah, disse. Ti dispiace?

Un po per Marco, ammise. Elena comunque se la cava. Ha il carattere.

E Marco?

Vedremo. Magari impara qualcosa su se stesso.

A luglio Marco la chiama di nuovo.

Mamma, è un disastro con Elena.

So già.

Già? Pausa. Mamma, vuoi tornare?

Tornare dove?

Da noi. A parlare con Elena. Tu hai sempre saputo

Scoppiò a ridere, Nadia. Leggermente, senza offesa. Troppo tipico per arrabbiarsi.

Marco, vuoi che io torni a sistemarti la situazione?

No, dai, mi manchi.

Anche tu mi manchi, figliolo. Vediamoci al bar un giorno. Mi farebbe piacere.

Al bar? quasi scandalizzato.

Sì. Più facile per tutti.

Fine agosto, ancora una chiamata. Ormai lui e Elena vivono separati: lui in affitto, lei nella loro casa fino a risolvere la divisione degli averi.

Mamma, sto da solo.

Lo so, caro.

Vieni a trovarmi? Anche solo a passare qualche giorno

No, Marco.

Perché?

Qui sto bene. Se vuoi, puoi venire tu. Ti faccio una crostata.

Nella tua stanza affittata?

Cera in lui un tono che un tempo lavrebbe punta. Un misto di disagio e supponenza. Ora niente. Solo:

Sì, da me. Piccolo, ma buono.

A settembre Marco arriva davvero. Domenica a pranzo. Apre la porta la signora Zina, subito tira fuori la teiera: Il figlio della Nadia? Benvenuto, venga pure.

Nadia si presenta.

Lui è sulla soglia, più invecchiato di qualche mese fa. O forse ora lo si nota: la stanchezza di chi ha perso la bussola, come una poltrona spostata e mai sistemata.

Ciao, mamma.

Ciao, caro.

Lo abbraccia. Lui la stringe, come da piccolo. Lascia prima lei.

Seduti in cucina, la signora Zina si dilegua tra i miei programmi. Nadia serve minestrone e pane: gesti semplici, senza ansia.

Marco mangia in silenzio. Poi:

Buono.

Sono contenta.

Mamma, non avevo capito. Come stavi.

Lo guarda. Lanno prossimo compie quarantanni. Finalmente dice verità che, forse, avrebbe dovuto dire tanto tempo fa. Meglio tardi o troppo tardi? Forse entrambe.

Non ti porto rancore, Marco. Non ci pensavi. Succede.

Ma non è una scusa.

No. Ma resto tua madre e non voglio portarmi dietro pietre. Sono stufa di pietre.

Guarda la minestra.

Mamma, vuoi tornare?

No, Marco.

Ma dai. Adesso cè spazio.

Marco. Qui ho una stanza, un letto, una finestra. Una vicina simpatica. Unamica. Persone con cui mi piace parlare. Mi basta.

Ci vivrai con la pensione?

Non è facile. Tu però mi dai i soldi che mi spettano dalla casa, come promesso. Sarà onesto. Ma non vivo più da te.

Vuoi punirmi.

Scuote la testa.

No. Ora ho capito di cosa ho bisogno: una stanza dove decidere io. Non chiedo tanto.

Restano ancora un po a parlare. La signora Zina gli allunga qualche biscotto, latmosfera si scioglie. Salutandosi, Marco si blocca sulla porta.

Verrò a trovarti, mamma.

Mi fa piacere. Avvisami solo prima.

Annuisce. Se ne va. Nadia resta qualche secondo nellingresso, nel silenzio. Poi torna in cucina, ripulisce le stoviglie. Sulla finestra, settembre: il platano comincia a tingersi di giallo, piano in punta, come al solito.

La sera bussa Vittorio. Porta delle mele del mercato.

Oggi era impegnata? Ho visto un uomo da lei

Era mio figlio.

Tutto bene?

Così così. Ma comunque bene.

Allora usciamo a fare due passi? Cè una bella serata.

Escono in cortile. La panchina sotto il platano è libera. Seduti, uno un po di qua e laltro di là, come due persone cui piace stare insieme e non serve correre. Le fronde tremano. Un ragazzino gira in bici e la madre lo richiama a casa.

Nadia guarda il platano e pensa che un anno prima vendeva casa certa che la vita, dopo i sessanta, fosse solo unattesa. Attesa di cosa, non laveva mai saputo. Come un bollitore lasciato sul fornello, ormai tiepido, da cui speri comunque lultimo sbuffo.

Invece non era vero.

O non lo era del tutto. Perché il dolore di quello che è successo a Marco, alla casa, a quei tre mesi nellingresso non sparisce. Va a fondo, si adagia, ogni tanto ti punge. Una parola sentita per caso, un piatto blu visto in negozio

Ma con questo si può vivere. E Nadia lo sa, perché quarantanni di vita lhanno insegnato.

A cosa pensa? chiede Vittorio.

Al platano. E a come, ogni anno, si colorano in fretta le foglie.

Sì, ci si accorge sempre quando ne manca già metà.

Appunto. Pausa. Poi, Vittorio, lei si sente solo?

Non risponde subito.

A volte, dice. Ma non mi sento abbandonato. È diverso.

Molto diverso, concorda Nadia.

Il ragazzino risponde finalmente al richiamo e scompare. Silenzio.

Nadia, la torta di mele la rifà, vero?

Sorride.

La rifaccio.

Bene. Molto, molto bene.

Restano ancora un po. Poi, per il fresco, tornano su. In ascensore non parlano, lui esce al suo piano, accenna un cenno.

Buona notte.

Buona notte, Vittorio.

Nadia sale ancora. Entra piano, la signora Zina già dorme, dalla porta arriva solo un sottofondo di televisione. Nadia accende la luce nella sua stanza. La tazza blu col fiore bianco la aspetta sulla scrivania. Sul davanzale il cactus, regalo di Zina: sennò qui piange anche lui. Nadia lo annaffia puntualmente, scoprendo che quelli silenziosi sono i più semplici da curare.

La foto di Nicola è sul comodino. Nadia la guarda.

Ecco, Nicola, sussurra. Si vive.

Lui la osserva dallo scatto con quella calma ironia che aveva sempre avuto. Come se sapesse qualcosa in più.

Si infila nel letto. Finalmente un letto vero. Chiude gli occhi. Fuori è già autunno, il platano lascia cadere le foglie, e il figlio è rimasto nella sua vita, con le sue cose, non più affare suo. Lei, ora, ha la sua stanza, la sua pace, il suo silenzio, che è finalmente solo silenzio e non una tempesta che si nasconde.

Domani farà la torta di mele. Una fetta per Vittorio. Telefonata a Teresa a Pavia. Magari un salto in biblioteca a cercare un romanzo nuovo.

La vita era minuscola, ma era la sua.

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Letto pieghevole nell’ingresso
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