Un volto senza storia
Mamma, capisci, vero? È solo un ufficio. Sono tutti seri, professionali. Non si può entrare… così.
Così come, Chiara? Cosè che non va così?
Mariella si stava abbottonando il cappotto blu scuro davanti allo specchio dellingresso. Un cappotto normale, buono, preso tre anni prima alla Rinascente: le stava ancora bene come appena comprato. Chiara la osservava dalla porticina, giocherellando nervosamente con la tracolla della borsa. Unghie lunghe, manicure impeccabile, taglio di capelli di quelli per cui, Mariella lo sapeva bene, la figlia spendeva almeno quanto lei in spesa ogni due settimane.
In questo cappotto, con questa faccia. Mamma, ci sarà il dottor Sergio Corradini, il direttore generale della BellEssenza Milano. Capisci? Non è come andare dal panettiere.
Capisco benissimo. Ma cosa avrebbe la mia faccia?
Chiara chiuse gli occhi un secondo. Non era il fatto che la madre non capisse. Il problema era che capiva tutto, eppure chiedeva comunque.
Mamma. Sembri… cercò una parola gentile naturale. Lì sono tutte curate, sai. Si aspettano un altro livello.
Curate vuol dire pieni di punturine?
No, non proprio. Però…
Però vuoi dire le rughe. Stai parlando delle rughe.
Mariella si voltò verso la figlia. Lo disse con calma, senza risentimento, solo con una curiosità lieve e tranquilla che sapeva di essere più spiazzante ancora di una risposta piccata. Chiara aprì la bocca e poi la richiuse.
Mamma, non volevo…
Devo solo portare dei documenti. Non sto andando a un concorso di Miss Italia. Sei stata tu a dirmi che senza quelle carte andava tutto a monte, visto che il corriere ha dato buca. Se vuoi li lascio in portineria e me ne vado, così non ti scomodo.
No, Chiara sospirò. No, non devi lasciarli alla portineria. Andiamo, dai. Andiamo.
Uscirono. Era un aprile incerto, come tutti gli aprile milanesi: la mattina sole caldo e aria quasi estiva, allora di pranzo nuvole e vento gelido dal Naviglio. Mariella camminava dritta, il cappotto ben abbottonato, e non si piegava su se stessa. Non si era mai piegata. Chiara ricordava quando, da bambina, la madre la metteva contro il muro e diceva: Schiena dritta, mica sei una nonna!. Ora era Chiara a stare attenta alla postura; la madre invece camminava come aveva sempre camminato, senza darsi pensiero di nulla.
La metropolitana era a cinque minuti. Camminarono senza parlare. Mariella osservava i palazzi antichi, i piccioni in piazza, la pozzanghera al bordo del marciapiede che tutti evitavano con destrezza. Chiara aveva la testa già allincontro, a sperare che il dott. Corradini fosse di buon umore, che le carte fossero arrivate almeno il giorno prima, che la responsabile logistica Marta avrebbe passato un brutto quarto dora. Poi, dun tratto, si accorse che aveva ripensato anche alle rughe della madre. Un fastidio sordo le pizzicò dentro: lo spinse via in fretta.
Lufficio di BellEssenza Milano si trovava in un moderno business center di Porta Garibaldi. Facciata a vetri, portinaio in livrea, tornelli daccesso. Tutto nuovo per Mariella: era la prima volta che Chiara la portava lì in tre anni che lavorava per lazienda. Non perché volesse nasconderla, semplicemente non cera mai stata occasione: si vedevano a casa, o al massimo in qualche bar vicino alla casa di Mariella in Via Giambellino. Posti dove tutto era comodo, noto, familiare.
Da questa parte, fece Chiara avvicinando il badge resta vicino.
Mariella seguì la figlia guardandosi intorno. Latrio era decorato in toni grigio chiaro e bianco, sulla reception una grande ciotola di vetro con orchidee candide. Alla postazione una giovane donna che alzò una rapida, professionale, identica a tutte le altre, sorriso da manuale di accoglienza. Mariella non fece in tempo a ricambiare davvero: Chiara già la trascinava verso lascensore.
Sei al sesto.
Dentro cera uno specchio. Mariella si osservò: la figlia accanto a lei, perfetta, lo sguardo inchiodato al telefono, il viso senza una piega come appena spianato. Era un viso bello, ammetteva Mariella. Lei si trovò dignitosa. Rete di rughe attorno agli occhi, pieghe accanto alle labbra, la fronte non più liscia come a quarantanni. Quelle rughe le aveva vissute tutte. Una tra le sopracciglia, apparsa quando morì il padre: non aveva pianto, solo si era molto corrucciata. Dicono che a furia di corrucciarti resta il segno. Ed eccolo lì. Quella allangolo destro della bocca: dal ridere. Aveva riso tanto, e bene. Attorno agli occhi, il sole, la fatica, la gioia di guardare oltre.
Lascensore si fermò. Chiara ripose il telefono.
Mamma, per favore. Dai solo la cartella e basta, ok? Poi ti accompagno giù.
Tu pensa a lavorare, non ti preoccupare per me.
Il sesto piano era un open space luminosissimo, bianchi i tavoli, ovunque gente al laptop. Sulle pareti manifesti delle campagne pubblicitarie. Mariella riconobbe alcuni volti: non persone, ma le modelle che le avevano venduto creme alla TV. Da vicino sembravano irreali. Troppo perfetti, tutti uguali. Come se uno stesso viso si fosse riflesso in cinquanta specchi.
Chiara! la chiamò una donna giovane con un tailleur scuro, attraversando la sala. Mi hai portato i documenti? Sergio Corradini li sta già chiedendo.
Sì, li ha portati mia mamma, rispose Chiara, e si inceppò appena su mamma, ma Mariella se ne accorse. È la signora Mariella, la mia responsabile.
Piacere, allungò la mano. Mariella Lombardi.
Un piacere, la donna strinse la mano e si rivolse subito a Chiara. Passami la cartella, la porto io. Siamo in ritardo.
Aspetta, qui ci sono gli allegati, devo spiegare come li ho ordinati…
La responsabile sospirò, guardò lorologio, tornò su Chiara.
Va bene, dai, vieni. A Mariella disse: Si accomodi, il divano là alla finestra. Non ci mettiamo molto.
Mariella si sedette sul divano grigio. Chiara sparì. Mariella restò sola o almeno, sola tra decine di persone tutte con gli occhi sugli schermi.
Tolse il cappotto, lo abbandonò sulle ginocchia. Dalla borsa prese un piccolo thermos. Labitudine del caffè da casa non laveva mai persa, ventanni negli uffici comunali Bastioni avevano lasciato il segno: alle macchinette non ci si poteva fidare. Versò caffè nella tazzina del coperchio, ne bevve un sorso. Buono. Fatta a mano, nella moka, con un pizzico di cardamomo.
Vicino, qualcosa cadde a terra. Un ragazzo sui trentanni chinato a recuperare il cellulare.
Tutto bene? domandò Mariella gentile.
Sì, grazie, sorrise lui. È qui per lavoro?
Mia figlia lavora qua. Ho portato dei documenti.
Ah, ora capisco. Caffè da casa? accennò al thermos.
Sì, col cardamomo. Lo vuole assaggiare?
Rise di gusto, forse sorpresa.
No, grazie. Ho già bevuto tre tazzine dalla macchinetta, mi tremano le mani…
Non fa bene così, eh.
Lo so. È la scadenza, il deadline.
Mariella annuì. Quella parola la conosceva, glielaveva spiegata Chiara qualche anno prima.
In fondo al corridoio una parete di vetro chiudeva larea delle riunioni. Da là uscì un piccolo gruppo: quattro persone, parlavano camminando. Davanti un uomo alto, giacca chiara, capelli brizzolati, postura diritta. Parlava a una donna che annuiva e prendeva appunti.
Mariella lo riconobbe dopo alcuni secondi. Solo dopo qualche passo qualcosa scattò: la camminata. Solo una persona camminava così, spalle appena indietro, con sicurezza discreta. Sergio Corradini. Classe parallela alle superiori. Il Sergio di terza C, quello che il prof di chimica cacciava perché ragionava ad alta voce invece di copiare le formule.
Non si nascose, né abbassò lo sguardo. Rimase seduta, a osservare. Lui avrebbe guardato in giro. Se la vedeva, bene. Se no, uguale.
Lui la vide. Si fermò a metà frase. La collega fece altri due passi, si voltò interrogativa.
Un attimo, Angela, disse lui. E si avvicinò.
Mariella appoggiò la tazzina sul tavolino basso.
Mariella? non chiese, affermò. Come se avesse già la certezza ma volesse dirlo a voce alta.
Sergio Corradini. Terza C.
Rise, un riso breve e autentico.
Terza C… scosse la testa. Trentasei anni.
Trentassette. Lanno scorso cera lanniversario.
Io mancavo.
Pochi erano venuti.
La guardava in modo strano. Mariella ci mise un attimo a capire: era uno sguardo senza giudizio, senza lo scanner tipico dei dirigenti. Solo uno sguardo limpido e gentile, di chi è sinceramente contento di rivedere qualcuno.
Che ci fai qui? le chiese.
Mia figlia lavora in marketing, Chiara Fumagalli.
Fumagalli? si corrucciò poi annuì. So chi è, è brava. Hai portato tu i documenti?
Il corriere ha dato buca. Abito vicino, ho fatto prima.
Brava davvero, disse senza paternalismi, solo come fatto. Mariella, tu… stai bene. No, non solo bene. Sai come diceva la professoressa Viganò? Un volto con una storia. Ecco, tu hai quel volto.
Mariella si ricordò della prof di lettere, la Viganò. Aveva buona memoria.
Lo diceva di Dostoevskij.
Anche di te. Dopo che avevi scritto il tema sulla Lucia dei Promessi Sposi. Ricordi? Avevi scritto che diventava bella con gli anni, perché diventava vera. La Viganò lesse il tema a tutta la classe.
Non ricordo.
Io sì.
Di là comparve Chiara col passo veloce, cartellina sotto il braccio, guardando in terra. Poi si fermò, alzò lo sguardo, vide la madre seduta accanto a Corradini. Non sembravano un direttore e unestranea, ma due persone che si conoscevano.
Chiara si avvicinò.
Dottor Corradini, ecco la cartella. Tutto in ordine, con etichette.
Perfetto. Prese la cartella senza guardare. Chiara, lo sai che tua mamma era un genio nei temi a scuola?
Chiara sbatté le ciglia.
Non… non lo sapevo.
Stessa scuola. Parellele. Tornò su Mariella. Hai fretta? Angela, sposta la riunione di unora, prendo la pausa pranzo.
Angela annuì con espressione già rassegnata: si vedeva che accadava spesso.
Sergio, tu hai da fare.
Mezzora non cambia nulla. Cè un bar qui giù decente. Guardò il thermos. Però il tuo caffè devessere imbattibile.
Lo faccio a casa, col cardamomo.
Adoro il cardamomo. Guardò Chiara. Venite insieme, prenditi mezzora anche tu, Chiara. Non ti corre dietro nessuno.
Chiara esitò. Guardava la madre, il cappotto sulle ginocchia, il thermos, le rughe accanto agli occhi che componevano un sorriso sereno e un po sorpreso. E Corradini la guardava in un modo che Chiara non aveva mai visto dal vivo: quello sguardo che si vede nei film vecchi, carico di interesse, non dellanalisi superficiale che era abituata a cogliere negli uomini.
Posso venti minuti, disse Chiara. Avviso la responsabile.
Il bar al piano terra era piccolo, con pochi tavolini alle finestre, il profumo di brioches fresche. Presero caffè: Mariella solo un americano, Corradini lo stesso, Chiara ordinò un latte speciale con vaniglia, come sempre.
Restarono qualche minuto in silenzio, di quel silenzio buono, in cui le parole non servono.
Quindi hai lavorato in archivio tutta la vita? chiese Corradini.
Ventidue anni in Comune. Poi prepensionamento, ho accettato. Ora leggo, vado a teatro, curo lorto alla casa di campagna.
Davvero? Lorto?
Cosa cè da ridere?
Niente, solo… rigirò la tazza tra le dita. Non riesco a immaginarmi con tempo per un orto. Forse sarebbe bello.
È molto bello, disse Mariella. Zappando non pensi, lavori con le mani.
Chiara ascoltava. Era tutto strano: vedere due mondi mischiarsi. Per lei Corradini era il boss inflessibile, impeccabile; sua madre era la madre, col cardamomo e lorto, con le sue idee sulle creme e sulle punturine, e quellabitudine di rispondere alle domande scomode con domande peggiori. Due universi separati, che non dovevano mescolarsi. Eppure ora, a un tavolino, discutevano di orto e lavoro come fosse la cosa più naturale del mondo.
Mamma, non mi hai mai detto che eravate compagni di scuola.
Non me lhai mai chiesto.
Ma sapevi che lavoravo qui.
Certo. È il suo ufficio, non toccava a me presentarmi. Non sono entrata.
Hai sbagliato, disse Corradini. Mi avresti fatto piacere.
Mariella lo guardò.
Sergio, sei sempre stato bravo con i complimenti.
Non è un complimento. È la verità. Parlava piano. Lo sai, in ventanni nel beauty ho visto mille volti. Pubblicità, clienti, presentazioni… Ma quelli che restano impressi sono i volti che hanno vissuto. Non quelli senza una ruga, non quelli lisci per trattamenti. Volti in cui si legge la vita, il pensiero, la gioia e la fatica.
Chiara non lo guardava; fissava il suo cappuccino vanigliato e sentiva dentro una specie di fitta amara. Non dolore, solo la sensazione sgradevole di aver sbagliato senza volerlo.
Di solito nel beauty questa cosa non si pensa, disse Mariella serena. Lì valgono altri parametri.
Mi sono abituato a crearli anche io, quei parametri, ammise Corradini. Ma non significa che ci credo davvero.
E allora, perché?
È business. Si strinse nelle spalle. La gente vuole speranza. Io vendo prodotti buoni. Già meglio di tanti altri.
Giusto, disse Mariella.
Chiara ora guardava luno, poi laltra. Aveva sempre visto Corradini come unautorità tecnica ma distante. E sua madre come un problema irrisolto. Quella donna che non si adatta, che non capisce, che segue regole sue. Ora i due parlavano dritti, senza spiegazioni. Sembravano condividere qualcosa che a lei mancava. Non letà. Forse la radice. Sicurezza di sé, senza bisogno di dimostrarla ogni giorno.
Chiara, fece Corradini, sai che tua madre era la più brillante a scuola?
Non la più brillante, corresse Mariella.
Sì invece, solo che non lo facevi vedere. Lasciavi parlare gli altri e poi, sottovoce, notavi lerrore giusto. E avevi ragione.
Ricordi queste cose?
Perché io ero quello che sbagliava per primo, rise e tu mi correggevi. Allinizio mi dava fastidio, poi me ne sono fatto una ragione.
Mariella rise piano. Chiara guardava la madre come fosse unaltra persona. Non che non fosse mai stata felice: ma quella risata, quella leggerezza, erano una versione che non vedeva da anni, forse da sempre.
Devo tornare su, disse allora Chiara. Mamma, hai fretta?
No, vai pure. Chiamami tu, dopo.
Salì in ascensore e, aspettando, prese il telefono. Digito allamica Laura: Non immagini cosa sta succedendo. Poi cancellò: era una cosa sua, non da raccontare.
Al piano, passò davanti al divano dove la madre aveva aspettato: sul tavolino era rimasto il tappo del thermos.
La collega la intercettò subito.
Hai dato tutto a Corradini?
Sì, fatto.
Bene. Ti ha detto qualcosa?
Che va tutto bene.
Ottimo e già se ne andava. Ma da dove lo conosce tua madre? Vi ho visti insieme.
Compagni di scuola. Parallele.
La collega aggrottò le sopracciglia.
Davvero? Ne ha mai parlato?
Solo un caffè. Non si vedevano da 37 anni.
Il tono era il solito pettegolo da ufficio. Chiara si sedette e aprì lexcel da finire il giorno prima. Guardò i numeri, poi la strada in basso, con alberi finalmente un po verdi.
Pensava a quanto aveva detto a sua madre allo specchio: Sembri naturale. E suonava come difetto, non come pregio.
Tre anni in BellEssenza avevano insegnato a scrivere slogan: Diventa la versione migliore di te, Nessuna donna deve accontentarsi di ciò che non ama. Si era adattata a quel linguaggio. Lo usava bene, perché credeva in quei prodotti. Ma in quel momento le veniva in mente altro: che migliore in quellambiente voleva sempre dire più giovane, più liscio, senza tracce. E Corradini, lo stesso che creava quelle parole, aveva detto che i volti con una storia sono quelli che restano impressi.
Cercò tra le foto di famiglia una della madre. Non una recente, una vecchia, dellestate in cascina: la madre, seduta sul gradino di casa, una tazza in mano, lo sguardo in disparte, la luce bassa. Le rughe si vedevano bene. E la vita dentro si vedeva anche meglio. Chiara, guardando quella foto alla scrivania, sentì una puntura in gola.
Non ci ragionò oltre, chiuse la foto e riaprì la tabella.
Giù, Mariella e Corradini presero un altro caffè.
Come va in generale? chiese lui. Sei risposata?
No, separata da ventanni ormai.
È stata dura?
Allinizio sì, poi normale, e infine meglio di prima. Si sopravvive.
Anche io mi sono separato, otto anni fa fece lui. Figli?
Solo Chiara. E tu?
Due: il figlio a Genova, la figlia qui a Milano. Lei è sposata, niente nipoti, per ora, sorrise.
Li vorresti?
Non so mai rispondere. Se dici sì, fai pressione, se dici no, menti.
Risposta onesta.
Ci provo. La guardò. Mariella, posso chiederti una cosa? Senza che ti offendi.
Prova.
Non ti sei mai sentita sola, dopo la separazione? Non hai mai cercato qualcun altro?
Mariella rifletté davvero, non per finta.
Mi sono sentita sola per i primi tre anni, sì. Poi ci ho fatto labitudine, poi nemmeno ci pensavo più. E infine ho capito che essere sola non vuol dire sentirsi sola. Mi piace la mia vita.
Si sente, osservò Corradini.
Cosa?
Che non reciti. Dici quello che pensi e basta.
Mariella guardò fuori: le persone camminavano, col telefono, i sacchetti, indifferenti o assorte nei loro pensieri.
Sergio, ma tu sei felice?
La domanda lo convinse a pensarci. Chi risponde subito a questa domanda, di solito, non ci ha mai veramente pensato.
In parte, rispose alla fine. Il lavoro va, i figli stanno bene, la salute per ora regge. Ma manca qualcosa spesso non so nemmeno cosa.
Anche questa è una risposta onesta.
Mi stai facendo i complimenti come se fosse raro essere così sinceri.
È raro, disse Mariella. In certi uffici, soprattutto.
Si guardarono, poi tacquero a lungo. Non era disagio: a volte nel silenzio cè molto più senso.
Posso avere il tuo numero? domandò lui.
Perché?
Per chiamarti.
E perché dovrei ricevere una tua chiamata?
Perché parlare con te mi fa piacere. E poi perché, abbozzò un sorriso, evidentemente nella mia vita manca qualcuno che mi corregga con calma, ma a ragione.
Mariella prese il suo vecchio Nokia, non certo uno smartphone di ultima generazione.
Dammi il tuo. Ti faccio uno squillo e così ce lhai.
Chiamò Corradini, il cellulare di lui vibrò.
Ecco qui, disse. Ora ce lhai.
Bene, ripose lui. Ti chiamerò.
Va bene.
Finirono il caffè. Sergio guardò lora, aggrottò la fronte.
Angela starà iniziando a preoccuparsi…
Vai, non farti sgridare.
Ti penti di essere venuta?
Mariella indossò il cappotto.
Non sono venuta. Mi ci ha portata mia figlia.
Sempre così ironica…
Non mi pento, no.
Salirono assieme verso luscita, si fermarono ai tornelli.
Mariella.
Cosa cè?
Sei bella. Lo so che si dice sempre così, ma lo penso in modo diverso. Sei bella come sono belli i luoghi antichi, il legno invecchiato e i porcellani da collezione. In loro cè qualcosa di più.
Mariella lo guardò un attimo.
Non sono una porcellana, Sergio.
Rise.
No, sei meglio.
Arrivò il taxi. Salì.
Aspetta la mia chiamata, disse.
Vedremo.
La porta si chiuse.
Mariella aspettò un attimo, poi uscì. Oltrepassò il portinaio, salutò la receptionist con le orchidee, spinse la porta a vetri. Fuori cera sempre quel vento di aprile. Si abbottonò forte.
Il telefono non squillò. Chiara non la chiamò: lavorava di sicuro. Mariella raggiunse la fermata del tram per la metro, ma non volle aspettare, preferì andare a piedi. Camminava lenta, osservando la città, gli alberi che buttavano i primi germogli, quel verde trasparente e tenero.
Chiara telefonò la sera, quando Mariella era già a casa e stava scaldando la zuppa.
Mamma, sei arrivata?
Da un pezzo.
Tutto bene?
Sì, sto scaldando la zuppa.
Pausa.
Mamma, volevo dirti…
Chiara, non occorre.
Sì, invece. Stamattina sono stata scortese. Quella storia della faccia… era…
Chiara.
Cosa?
Hai mai fatto la zuppa con quello che sembrava da buttare il giorno prima?
Che vuoi dire?
A volte quello che sembra sbagliato diventa giusto. È tutto a posto.
Un attimo di silenzio.
Il dottor Corradini… ti è piaciuto?
Da quando dai del lei? Abbiamo fatto le superiori insieme!
Va bene, ti è piaciuto?
Mariella mescolò la zuppa.
Non è cambiato, disse. Continua a dire quello che pensa.
È bene o male?
È raro, come ti dicevo stamattina.
Ha detto che ti chiamerà?
Così ha detto.
E tu gli hai dato il numero?
Sì.
Unaltra pausa. Mariella sentiva che la figlia stava metabolizzando la notizia.
Ma tu… che ne pensi?
Non lo so. Spense il gas. Vediamo se chiama. Se non chiama, niente cambia.
Sei sempre così tranquilla.
Non sempre. La tranquillità arriva col tempo. Di solito verso i cinquanta.
Chiara disse qualcosa piano, poi: Vieni da me settimana prossima? Voglio uscire insieme, cenare fuori. Con calma.
Volentieri.
Scelgo io il posto.
Non troppo alla moda, che lì mi confondo.
Un posto vero. Niente moda. Promesso.
Mariella versò la zuppa nel piatto. Mangiava, fuori intanto scendeva la sera milanese, quella luce giallina che aveva sempre amato da bambina, quando ancora viveva in un altro quartiere, altra casa, altra vita davanti.
Non aspettava nessuna chiamata e nemmeno levitava. Semplicemente mangiava la sua zuppa guardando fuori.
Per tutta la settimana, Chiara si sentì come spostata di qualche grado rispetto al mondo. In riunione fissava i poster delle campagne e pensava alla foto della madre in campagna. A pranzo con Laura, che parlava di lifting nuovi, fingeva di ascoltare. Ma le tornava in testa quella frase di Corradini: Un volto con una storia. E sapeva che lui laveva detto davvero, da esperto, non da poeta.
Laura, due anni più vecchia, bellissima, curata come un architetto: ogni tre mesi punturine, ogni sei fili, una volta lanno qualcosa di più. Il suo viso era perfetto, fresco e teso. Chiara aveva sempre invidiato quella perfezione, e adesso si chiedeva: cosa cè dietro, sotto tutto quel liscio? Non era un giudizio, lo sapeva bene. Laura era una brava persona, il viso non centrava.
Ma comunque ci pensava.
Il mercoledì Corradini attraversò lopen space e si fermò al suo tavolo.
Chiara, come va la campagna per Natura Vera?
Tutto in linea, la presentazione è fissata per settimana prossima.
Bene. Esitò. Ieri ho chiamato tua madre.
Chiara alzò lo sguardo.
Sì?
Sabato ci vediamo. Una passeggiata. Ha detto che non va da tempo al Parco Sempione.
Lo ama molto, disse Chiara sinceramente.
Lo so. Me lha raccontato. Stava per andarsene, poi tornò: A te va bene?
Strana domanda, passata più da uomo che da direttore. Lui lo sapeva. Non chiedeva come capo, ma come persona.
Va bene, rispose Chiara. Le farà piacere.
Corradini annuì, andò via. Chiara lo seguì con gli occhi e capì che la madre, con il cappotto blu, il thermos e il viso che lei aveva chiamato naturale come fosse un problema, aveva cambiato qualcosa. Non in ufficio, non in Corradini. In Chiara stessa.
Fu una presa di coscienza scomoda, come una scheggia sotto pelle: non fa male, ma la senti.
Aperse la relazione di Natura Vera e rilesse la frase iniziale: Accettarsi è la nuova bellezza naturale. Belle parole, scritte pensando al cliente. Parole vere, convincenti.
Ma adesso le sembravano vuote. Non false, no. Solo rivolte verso lesterno e non linterno. Come se accettarsi fosse solo un claim, mentre chi lo sa fare davvero, si presenta col caffè da casa e non si scusa per le rughe.
Venerdì sera Chiara andò dalla madre senza avvertire. Suonò il campanello.
Mariella aprì in vestaglia, con un libro in mano. Sorpresa, ma pronta.
Che sorpresa!
Volevo venire, così, senza dirlo.
Entra, sto mettendo su il tè.
La casa di via Giambellino era sempre la stessa. Stessa planimetria, tappezzeria nuova, tanti libri sugli scaffali. Gerani sul davanzale.
Hai già mangiato?
No, sono venuta direttamente.
Siediti, scaldo qualcosa.
Non serve, davvero…
Siediti, ripeté Mariella. Non era severa, solo decisa.
Mentre la madre armeggiava ai fornelli, Chiara guardava la mensola delle foto. Una, con la madre giovane, la colpì: trentanni forse, lunga chioma scura, rideva tenendo Chiara bambina in braccio. Bella davvero, di quella bellezza che non va spiegata.
Mariella servì un piatto di spezzatino con patate: un profumo che raccontava tutto. Chiara si accorse solo allora di quanto aveva fame.
Mangia. Si sedette con il suo tè. Allora, come va?
Che vuoi sapere?
Dai, lo so che hai qualcosa da dirmi, lho capito in faccia: ti frulla qualcosa in testa.
Chiara mangiò in silenzio, poi appoggiò la forchetta.
Mamma, volevo scusarmi. Non come al telefono, stavolta sul serio.
Lhai già fatto.
Solo in parte. Non parlo solo di quella frase sulle rughe. Parlo proprio di come ti vedo. Anzi, come ti ho sempre vista.
Mariella la fissava con le mani intorno alla tazza.
E come mi vedevi?
Come una cosa da aggiustare, o da nascondere. Non usi trucchi, niente punturine, ti vesti diverso rispetto a qui. Pensavo non ti curassi, che fossi indifferente.
E invece?
Invece sei attenta. Semplicemente, hai scelto come sembrare. Non perché non conosci lalternativa, ma perché hai deciso così.
Mariella rifletté.
E dove hai sentito questa cosa?
Corradini mi ha detto qualcosa. Sulle facce che hanno storia. E su di te a scuola. Che eri la più intelligente.
Esagera, come sempre.
Non credo.
Mariella appoggiò la tazza.
Non mi sono mai offesa. Sai perché? So che ti viene naturale, lavori in un ambiente dove laspetto è tutto. Rende normale valutare tutti e tutto attraverso quello. Non cè nulla di male, purché ogni tanto te ne rendi conto.
Ma è sbagliato.
Si chiama deformazione professionale. Ce lhanno tutti. Gli archivisti la propria, i medici la loro. Limportante è accorgersene quando serve.
Chiara la fissava. Era quello il punto: sua madre non faceva la morale, non diceva mai te lavevo detto. Diceva la cosa giusta, senza pretendere.
Sei stata arrabbiata con me?
Stamattina un po sì, ma non per la frase. Perché hai esitato a dire mamma. Quello è stato brutto.
Chiara avvertì la puntura della vergogna, stavolta più forte.
Mamma…
Basta. Passato. Mangia le patate, che si raffreddano.
Chiara mangiò. Mariella sorseggiava il tè. Fuori iniziò a cadere una pioggia fitta, regolare, dolce.
Mamma, sei contenta che ti abbia chiamato Sergio?
Mariella sorrise appena, allangolo.
Non so dire. Fa piacere. Non mi chiamava nessuno da tanto, solo per parlare, intendo.
E domani, al Sempione?
Vediamo il tempo.
Non è una risposta.
È onestà. Non faccio piani a lungo termine, massimo a dopodomani.
Chiara finì. Mariella le portò il tè.
Mamma, non hai paura?
Paura di cosa?
Di cominciare qualcosa. Alla tua…
Stava per aggiungere alla tua età, ma si fermò. Mariella la scrutò con calma e attesa.
Alla tua età, volevi dire? chiese senza malizia.
Sì. È una cosa brutta da dire.
Già. Ma ora no, non ho più paura. Avevo paura parecchi anni fa. Verso i cinquantadue mi è passata. Ho capito che una cosa che finisce male non è il peggio. Il peggio è non provarci mai.
È saggio.
È solo la vita. Saggezza è una parola grossa per roba semplice così.
Restarono un po in silenzio. Chiara prenotò un taxi, Mariella le diede la carne in una vaschetta. Quando la figlia si rivestì in ingresso, Mariella la guardava dalla porta della cucina. Brava ragazza; un po persa nel suo mondo scintillante, ma brava. Si ritroverà.
Vieni senza motivo, la prossima volta.
Verrò.
E non serve scusarti ogni volta. Una volta basta.
Daccordo.
Vai, che aspetta il taxi.
Chiara uscì. Mariella chiuse la porta, tornò in cucina, riprese il libro appena iniziato, poi lo lasciò da parte a guardare fuori. La pioggia era cessata, lasfalto brillante della notte.
Pensò a Sergio. Non in modo romantico, né con ansia: solo come si pensa a qualcosa di nuovo che non sai dove andrà. Non laveva cercato, né aspettato. Aveva solo portato dei documenti alla figlia.
Sabato, al Parco Sempione, cera aria buona di primavera e foglie bagnate. Gli alberi lasciavano ancora filtrare il cielo tra i rami, e si camminava vicino al laghetto come da bambini. Mariella raccontava comera il parco da piccola, portata dai genitori; niente era cambiato, in fondo.
E tu dove abitavi?
In zona Navigli, disse Mariella.
Io a Porta Romana, fece Sergio. Forse ci incrociavamo qui ventanni prima di incontrarci a scuola.
Può essere, annuì Mariella.
Destino, scherzò lui.
O coincidenza.
Non ami la parola destino?
Non mi piace usarla per giustificare le cose che facciamo per caso. È come togliersi la responsabilità.
La responsabilità di cosa?
Di scegliersi. Restare se stessi, quando tutti ti dicono di cambiarti. Non è destino, è scelta.
La fissò.
Parli delle punturine?
Di tutto. Anche di quello.
Mai pensato di farle?
A quarantotto anni sì. Unamica, entusiasta, mi invitò. Sono andata. Ho visto le donne che uscivano dalla clinica. Tutte con lo stesso sguardo. Non brutte. Solo, uguali. Dietro quello liscio sembravano nascondersi. Ho pensato: io voglio nascondermi? No.
Arrivarono a una panchina sotto un vecchio olmo. Mariella si fermò.
Sediamoci?
Sediamoci.
La panchina era antica, la vernice scrostata. Si sedettero. Una cagnolina inseguì una bicicletta, una voce la chiamò, bambini sfrecciarono.
Mariella, domanda seria.
Dimmi.
Sai che non ti ho cercata solo perché eravamo a scuola insieme?
Lho intuito.
Non ti dispiace?
Mariella guardava il laghetto. Lacqua tremava sotto le raffiche di vento.
Sergio, ho cinquantotto anni.
Io sessanta.
Allora abbiamo letà giusta per non promettersi nulla.
Esatto.
Allora va bene.
E nulla aggiunsero. I piani, i poster, i visi senza rughe restavano oltre gli alberi, dietro la città. Qui, nel parco, cerano due persone la cui vita non aveva bisogno di spiegazioni.
Il telefono di Mariella squillò. Era Chiara.
Rispondi, disse Sergio.
Dopo.
Rispondi, è tua figlia.
Mariella rispose.
Mamma, stai facendo qualcosa?
Un po.
Sei al Sempione?
Sì.
Bene. Ho scelto il ristorante per settimana prossima. Niente moda, promesso. Un posto dove si mangia bene. Posso invitare una persona?
Chi?
Unamica. Laura. Ti piacerà.
Mariella sorrise.
Va bene, deciso.
E saluta Sergio Corradini.
Corradini?
Passami lui, dai!
Mariella gli passò il telefono, lui stupito.
Pronto?
Dottor Corradini, ci pensi lei a mia madre, va bene? Senza cardamomo nel caffè non glielo fa bere!
Rise.
Promesso. Grazie dellavvertimento.
Di nulla.
Gli restituì il telefono. Chiara aveva già chiuso.
Brava ragazza, disse lui.
Brava davvero, annuì Mariella.






