La crostata della mamma con le ciliegie

La torta di ciliegie della mamma

Antonella Ferrero prese in mano il telefono per la terza volta quella mattina. Le prime due volte il cellulare di suo figlio squillava a vuoto, poi entrava la segreteria telefonica. Ormai ne conosceva a memoria la voce asettica. Dunque, Lorenzo vedeva chi la chiamava e non rispondeva.

Alla quarta chiamata finalmente rispose.

Mamma, sono a una riunione.

Sei sempre a una riunione.

Perché lavoro. Che cè?

Antonella serrò le labbra. Sempre così. Come se lei telefonasse per sciocchezze, distraendolo dagli affari del mondo. Voleva solo sapere come stava, ricordargli del sabato.

Niente. Volevo solo sapere a che ora arrivate sabato. Faccio la torta, quella tua preferita con le ciliegie.

Ma mamma, labbiamo già detto. Sabato non possiamo. Federica ha una consegna di progetto, lavora tutto il giorno.

E non puoi venire da solo? È un mese che non ti vedo.

Lorenzo sospirò come se lei gli avesse chiesto di attraversare a nuoto tutto il Mediterraneo.

Tre settimane, mamma, non un mese. Siamo stati da te il ventitré dicembre.

Il ventidue.

Cambia qualcosa? Senti, davvero sono in riunione. Ti richiamo stasera, va bene?

Antonella guardò lorologio. Erano le dieci. Per Lorenzo la sera non sarebbe arrivata prima delle nove. O magari si sarebbe dimenticato, come già successo.

Va bene, disse. Chiamami.

Lui chiuse in fretta, senza nemmeno salutare davvero.

Antonella rimase lì, davanti alla finestra, il telefono nella mano. Fuori la neve cadeva fitta e umida sul cortile dove i platani ballavano nel vento. Tutto uguale a trentanni prima, quando ci era entrata con Stefano. Solo che Stefano non cera più, e Lorenzo era diventato altro.

No, non altro. Semplicemente diverso.

Appoggiò il telefono sul davanzale e andò in cucina. La teiera era fredda da tempo. La riportò a bollire e si sedette al tavolo. Cera un quotidiano vecchio che aveva letto la sera prima. Notizie monotone, strade, politici, poca vita. Prese il giornale per metterlo da parte, ma inavvertitamente fece cadere a terra un mucchio di vecchi quaderni.

Li raccolse senza pensare. I vecchi quaderni di scuola di Lorenzo, custoditi nellarmadio alto sopra lanta. A che scopo li avesse tirati giù la sera prima, non ricordava più. Forse per riordinare, buttare via vecchi ricordi. Ma aveva solo aperto un quaderno, letto qualche riga e poi basta. Non era riuscita a gettarli.

E ora li aveva di nuovo tra le mani.

Aprì un quaderno a quadretti blu. Sulla copertina cera scritto con grafia infantile: Diario. Lorenzo Ferrero. 1ª Media. Vietato leggere!!! Tre punti esclamativi. Sorrise. Lorenzo allora aveva dodici anni. Aperto, allegro. Le raccontava tutto. Poi si era chiuso, silenzioso. Età difficile, aveva pensato. Ma ora che era uomo, la distanza non si colmava.

Sfoglio alcune pagine. La scrittura saltava, storta ma chiara.

15 settembre. Oggi Matteo ha portato un nuovo criceto in classe, si chiama Pippo. La prof ha detto che non si può, ma labbiamo nascosto nello zaino. Durante matematica Pippo è uscito e si è arrampicato sul banco di Giulia. Ha urlato! Tutti hanno riso. La prof ha cacciato Matteo fuori. Io però avevo pena di Pippo. Piccolo, spaventato.

Antonella sorrise. Matteo Ragazzi era il migliore amico di Lorenzo. Insieme fino in terza media, poi i Ragazzi si erano trasferiti a Parma.

Continuò a leggere. Brevi note su scuola, amici, calcio. Nulla di speciale. Un ragazzo qualunque. Il suo ragazzo.

23 settembre. Oggi mamma si è arrabbiata tantissimo. Mi sono dimenticato di chiamarla dopo scuola. Ero da Matteo, costruivamo un modellino di aereo. Ha gridato che sono irresponsabile, che si è preoccupata e voleva chiamare i carabinieri. Le ho detto che mi sono solo dimenticato. Ma non capisce. Dice che non la amo. Non è vero. Le voglio tanto bene. Mi sono solo dimenticato.

Antonella si bloccò. Ricordava quel giorno. Lorenzo era tornato alle otto; lei impazzita alla ricerca tra parenti e amici. Lui giocava e aveva perso il tempo. Lei laveva assalito, lui rintanato in camera fino a tardi.

Le parve indecente spiare quei pensieri. Ma non riuscì a smettere.

12 ottobre. Ho preso otto in storia. Volevo dirlo alla mamma ma era al telefono con zia Paola, parlava di medicine e di papà. Sono rimasto lì, ma non mi ha guardato. Sono andato via. Forse poi si è dimenticata di chiedere.

Antonella vide di nuovo suo figlio sullo zerbino, goffo, speranzoso. Allora era talmente assorbita dalla malattia di Stefano che tutto il resto spariva. Lorenzo voleva parlare, lei lo scacciò con un gesto.

La teiera fischiò, ma Antonella non si mosse.

Girò pagina.

28 ottobre. Papà mi aveva promesso di andare al parco in bici. Ma mamma ha detto che ha mal di schiena e deve riposare. Papà voleva andare, ma mamma ha detto che poi sta peggio e lei deve curarlo. Papà mi ha guardato, triste. È rimasto a casa. Sono andato al parco da solo. Che noia.

Antonella deglutì. Quello lo ricordava bene: suo marito con la schiena a pezzi, Lorenzo con la bici in mano. Pensava di proteggerli. Invece…

Continuò a leggere e il cuore diventava sempre più pesante.

15 novembre. Ho chiesto alla mamma di farmi andare a nuoto con Matteo. Lei ha detto che costa troppo e che si prende il raffreddore. Meglio stare a studiare. Non ho insistito. Tanto non avrebbe mai acconsentito.

2 dicembre. Mamma mi ha comprato un giubbotto nuovo. Blu a strisce rosse. Ho detto che non mi piaceva, che i compagni mi avrebbero preso in giro. Mamma si è offesa, ha detto che mi impegno tanto e io sono ingrato. Mi è venuta vergogna. Lho messo lo stesso. Matteo ha detto che sembro un clown. Non lho più indossato. Ho detto a mamma che mi va piccolo. Lei ci ha creduto.

18 dicembre. Oggi cera la riunione coi professori. Mamma ha raccontato della mia insufficienza in chimica. Le avevo chiesto di non dire nulla. Ma lei ha detto che i prof devono sapere. Poi tutti i compagni lo sono venuti a sapere. Lorenzo Ferrero, il somaro. Il giorno intero a sentirmi deridere. Avrei voluto picchiare Filippo ma non lho fatto. Mamma avrebbe detto che sono un bullo.

Antonella chiuse il quaderno. La mano tremava. Si alzò, tornò alla finestra. La neve cadeva, il cortile deserto. Un tempo lì giocavano bambini. Ora solo silenzio. Lorenzo, nel suo nuovo appartamento, con la moglie. Senza lei.

Aprì ancora il quaderno. Tante pagine rimaste.

9 gennaio. Capodanno è passato. Mamma ha preparato tanta roba. La tavola era strapiena. Io e papà non siamo riusciti a finirla. Mamma si è offesa. Papà ha detto che era tutto buono, solo troppo. Mamma si è chiusa in silenzio per tutta la sera. Io ho provato a mangiare tutto ma mi è venuto male. Non ho detto niente. Non volevo rattristarla.

14 febbraio. Mi piace una ragazzina. Si chiama Elisa. Sta al secondo banco. Volevo donarle un biglietto, ma mamma ha detto che sono troppo piccolo per queste sciocchezze. Che devo pensare a studiare, non alle femmine. Non ho dato il biglietto. Elisa non mi ha parlato per una settimana.

3 marzo. Mamma è venuta a scuola. Voleva parlare col prof di ginnastica. Dice che non devo fare corsa lunga, che ho i polmoni deboli. Ma non è vero. Solo una volta ho tossito dopo aver corso. Ora tutti pensano che sono debole. Odio quando mamma viene a scuola.

Antonella posò il quaderno in grembo. Un nodo le serrava il petto. Ricordava quella tosse, la paura del bronchite. Si era precipitata dal professore. Credeva di difenderlo.

Ma Lorenzo laveva odiata.

No, laveva solo scritto. Era un bambino. Non capiva.

Riprese il quaderno.

22 marzo. Ho chiesto a mamma se posso dormire da Matteo, che compie gli anni. Lei ha detto di no. Vuole che io sia a casa. Dice che non dorme se non sono lì. Ho detto che ho dodici anni. Lei dice che resterò sempre il suo bambino. Ma io non sono piccolo. Ancora una volta non ho protestato. Matteo mi ha detto che sono sotto il tacco.

17 aprile. Mamma ha aperto il mio zaino. Diceva che voleva vedere il diario, ma ha trovato un biglietto di Elisa. Lha letto e mi ha chiesto chi fosse e perché mi scriveva. Ho detto che era una compagna. Ha detto che era presto per pensare alle ragazze. Ha strappato il biglietto. Non so più come guardare Elisa negli occhi.

Antonella strinse il quaderno. Ricordava quel biglietto. Nulla di grave, solo qualche parola innocua. Laveva strappato, convinta che il dovere venisse prima di tutto.

Le pagine seguenti diventavano più buie.

12 maggio. Non voglio più raccontare niente a mamma. Tanto non ascolta. O fa a modo suo. Se chiedo una cosa, lei ne fa unaltra. Papà dice che mi vuole bene, ma a modo suo. Io sono stanco di tutto questo affetto.

29 maggio. Ultimo giorno di scuola. Tutti felici. Matteo va in colonia. Volevo andarci anchio. Mamma dice che andrò dalla nonna in campagna. Non voglio, lì è noioso. Ma lei ha già preso i biglietti.

Antonella chiuse di scatto. Il cuore batteva a scatti, irregolare. Si alzò, camminò per la cucina, bevve un bicchiere dacqua.

Cosera, quellelenco di accuse di un dodicenne?

Eppure, lo aveva amato. Curato. Voleva solo il meglio.

Tornò a sedersi. Prese di nuovo il quaderno. Forse dopo cera qualcosa di bello. Forse era solo il malumore passeggero.

10 giugno. Sono in campagna. È noioso. La nonna è buona, ma mi obbliga a mangiare. Dice che sono magro. Ma io sto bene. Mamma ha chiamato. Ha chiesto come sto. Ho detto bene. Non volevo rattristarla. Ma vorrei essere a casa. O in colonia con Matteo. Ma non qua.

25 giugno. Tra poco torno a casa. Papà mi viene a prendere in macchina. Mi manca. Lui non mi dà consigli, non mi stressa. Sta in silenzio e basta. Mamma invece parla, consiglia, proibisce. Sono stanco.

Ultima pagina, agosto.

23 agosto. Ho deciso che non terrò più un diario. Non serve. Tanto non cambia niente. Mamma è fatta così. Papà pure. Io starò zitto e farò finta che va tutto bene. Così è più facile.

Antonella posò il quaderno sul tavolo. Le mani aveva fredde, come immerse nel ghiaccio.

Ecco dove era cominciata la distanza. A dodici anni, in prima media. Lei pensava che Lorenzo fosse solo cresciuto. Invece aveva smesso di parlare. In silenzio. Perché aveva capito che le parole non servivano.

Sedette sullo sgabello. Guardò il telefono. Lorenzo avrebbe forse richiamato la sera. Ma cosa dire?

Che aveva trovato il suo vecchio diario? Che aveva capito chi era stata come madre?

No. Non avrebbe capito. O avrebbe minimizzato. Avrebbe detto che era acqua passata. Ma non era vero. Altrimenti non sarebbe stato così distante.

Federica. Da quando Federica era comparsa, tre anni prima, tutto era cambiato. Lorenzo veniva meno spesso. Telefonava meno. Poi serano sposati, e lui quasi sparito.

Antonella non lo aveva mai detto, che Federica non le piaceva. Ma era così. Federica era fredda. Gentile, sì, sempre sorridente, ma dietro il sorriso niente. Aveva portato via Lorenzo. In un mondo dove per Antonella non cera spazio.

O forse Lorenzo se nera andato da solo?

Forse aspettava solo una scusa per andarsene, e Federica gliela aveva data.

Antonella andò in camera. Prese il telefono. Scrisse: Lorenzo, devo parlarti. Vieni sabato, per favore. È importante.

Spedì. Due spunte. Letto.

Nessuna risposta. Cinque minuti. Dieci. Poi mezzora. Unora.

Antonella si sdraiò sul divano, chiuse gli occhi. Le frasi del diario le danzavano davanti: Sono stanco di questo affetto. Non racconto più nulla. Così è più facile.

Quando si svegliò era già buio. Sul telefono cera un messaggio: Mamma, sabato non posso davvero. Facciamo il prossimo weekend?

Antonella guardò il messaggio a lungo. Poi si alzò e andò in cucina. Il quaderno era ancora sul tavolo.

Lo prese e lo mise in una borsa. Poi raccolse tutti gli altri quaderni, li mise nella borsa insieme. La chiuse bene. La portò in corridoio, vicino alla porta.

Domani li avrebbe buttati.

O forse no. Non li avrebbe buttati.

Tornò in camera e scrisse a Lorenzo: Va bene. Il prossimo sabato. Ti aspetto.

Risposta dopo un minuto: Fissato.

Antonella spense la luce e andò a letto. Ma il sonno non arrivò. Stesa, pensava cosa avrebbe detto a Lorenzo. Gli avrebbe mostrato il diario? Avrebbe detto che laveva trovato per caso? Che laveva letto e capito?

Capito cosa? Di essere stata una cattiva madre?

No. Non era cattiva. Aveva solo amato troppo. Troppo curato. Aveva avuto troppo paura per lui.

Lui lo aveva sentito come soffocante.

Forse aveva ragione.

Antonella sospirò. Il vento ululava fuori, da qualche parte sbatteva un portone. I vicini si muovevano sopra, aprivano lacqua. Tutto come sempre. Solo dentro era vuota.

***

Sabato mattina Antonella si alzò presto. Riordinò la casa anche se era già immacolata. Fece la crostata di ciliegie. Mise a bollire lacqua per il tè. Apparecchiò la tavola.

Lorenzo doveva arrivare verso le due.

Alluna e mezza già sedeva davanti alla finestra a guardare il cortile. Aspettava la sua macchina. Una Clio chiara, presa lanno prima. Affidabile, aveva detto lui. Antonella non capiva nulla di motori.

Alle due Lorenzo non cera.

Alle due e venti gli scrisse: Stai arrivando?

Risposta istantanea: Sì, sono bloccato nel traffico. Mezzora e arrivo.

Arrivò alle tre. Da solo.

Antonella aprì la porta e notò subito la stanchezza sul suo viso. Occhiaie, spalle curve. La abbracciò veloce, impacciato, entrò.

Profuma di torta, disse.

Lho fatta apposta. La tua preferita.

Grazie, mamma.

Tolse il giubbotto, lo appese al gancio. Andò in cucina. Si sedette. Antonella versò il tè, tagliò una fetta di crostata. Lui mangiava in silenzio, di fretta, come se volesse scappare.

Federica non è venuta? domandò.

No. Lavora.

Anche di sabato?

Ha una scadenza.

Antonella annuì. Si sedette di fronte, lo osservava mentre mangiava. Faceva in fretta, meccanico.

Lorenzo, disse piano, devo parlarti.

Alzò lo sguardo, cauto.

Di cosa?

Di noi. Di me e te.

Lui posò la forchetta. Saccasciò sulla sedia.

Mamma, se inizia il discorso che non vengo più spesso…

No. Non solo quello.

Antonella si alzò. Andò in stanza. Prese la borsa con i quaderni. La portò in cucina. La appoggiò sul tavolo.

Lorenzo la guardò.

Che sono?

I tuoi quaderni delle medie. Li ho trovati sopra larmadio.

Si rabbuiò.

Perché?

Volevo sistemare le cose vecchie e… ho trovato il tuo diario.

Lorenzo cambiò espressione. Si irrigidì.

Il diario?

Sì. Prima media. Ricordi?

Silenzio. Guardava la borsa come se potesse esplodere.

Lho letto, sussurrò Antonella. Scusami. Non ho resistito.

Lorenzo si alzò di scatto. La sedia cigolò.

Hai letto il mio diario?

Non volevo. Solo, mi è capitato tra le mani…

Per caso? Sulla copertina cera scritto Vietato leggere!

Lo so. Non pensavo…

Tu non pensi mai! La voce di Lorenzo divenne dura. Fai quello che vuoi, da sempre!

Antonella indietreggiò, come colpita.

Lorenzo, volevo solo capire…

Capire cosa? Perché me ne sono andato? Perché non vengo? Non hai ancora capito?

Strinse la borsa.

Son cose di ventanni fa, mamma. Avevo dodici anni! Ma tu ancora non ti stacchi!

Vorrei, sussurrò Antonella. Ma non so come.

Lorenzo la fissò. Poi, piano, si risedette. Lasciò la borsa sulle ginocchia.

Sai, disse, quando mi sono trasferito qui, tre anni fa, ho sentito di poter respirare. Nessuno mi controllava. Non dovevo rendere conto per ogni cosa. Lo capisci?

Antonella taceva.

Ti voglio bene, mamma. Ma non ce la faccio a vivere con te vicino. È pesante.

Perché? mormorò. Che ho fatto di male?

Lorenzo sospirò.

Niente di male. Troppo, forse. Troppa cura, troppo controllo. Non ho mai potuto prendere fiato.

Volevo solo renderti felice.

Lo so. Ma la felicità non si impone. Ognuno la trova da sé.

Antonella abbassò la testa.

E Federica? Ti rende felice?

Sì, rispose semplice. Perché non cerca di cambiarmi. Non mi insegna come vivere. Mi prende così come sono.

Antonella si morse le labbra. Un nodo in gola.

Quindi, non ti ho mai amato bene.

No, mamma. Mi hai amato. A modo tuo. Ma io sono cresciuto. Mi serve altro.

Si alzò. Prese la borsa.

Porto via tutto. Se non ti dispiace.

Prendi pure.

Lorenzo si mise il giubbotto. Chiavi in mano.

Devo andare. Federica mi aspetta.

Neanche finisci la torta, sussurrò Antonella.

Lui guardò la fetta avanzata. Poi lei. Negli occhi, qualcosa come pietà.

Scusa, disse. Sono pieno.

Uscì. Antonella rimase nella cucina vuota. Sentì il portone sbattere, la macchina avviarsi.

Si sedette e pianse.

***

Passarono due mesi. Lorenzo chiamava poco. Una volta era venuto mezzora a portare la spesa. Avevano il cantiere in casa, disse. Antonella non insistette.

Cercava di non telefonare per prima. Che fatica. Ogni giorno avrebbe voluto sentire la sua voce. Ma resisteva. Non voleva più essere invadente.

A marzo chiamò Lorenzo.

Mamma, inauguriamo la casa sabato. Vuoi venire?

Antonella trattenne il respiro.

Linaugurazione?

Sì. Abbiamo finito i lavori. Vogliamo festeggiare. Ci sono amici, i genitori di Federica. Vieni?

Certo, rispose di slancio. Vengo.

Grande. Alle tre. Ti mando lindirizzo.

Glielo mandò subito. Zona nuova alla periferia di Torino. Palazzi moderni, grandi finestre. Antonella lì non ci era mai stata.

Si preparò per tutta la settimana. Comprò un vestito blu scuro, semplice. Fece la torta con le ciliegie, avvolta nella carta stagnola, dentro un contenitore. Un piccolo regalo: una tovaglia di lino ricamata da lei.

Il sabato si alzò presto. Si vestì, si pettinò, un filo di trucco. Si guardò allo specchio. Passabile. Non così vecchia.

Chiamò un taxi. Arrivò veloce, ragazzo con il berretto, musica alta. Antonella guardò dal finestrino. La città correva via, vecchi quartieri che sparivano nei nuovi.

Arrivarono in quaranta minuti. Casa davvero nuova. Vetro e cemento, il parcheggio sotterraneo. Antonella scese, guardò intorno. Tutto ordinato, bambini nei giardinetti, mamme giovani con le carrozzine.

Entrò nel portone. Ascensore ampio, specchiato. Nono piano. Trovò la porta, suonò.

Aprì Federica.

Antonella! Benvenuta! Sorriso ampio, occhi freddi come sempre.

Antonella entrò. Corridoio luminoso, profumo di vernice e qualcosa in forno.

Lorenzo, è arrivata la mamma! gridò Federica.

Lorenzo uscì dalla camera. Abbracciò la madre.

Ciao, mamma. Tutto bene?

Sì, tutto bene. In taxi.

Potevo venire io a prenderti.

Non volevo disturbare.

Federica prese la torta.

Ma che bella! Crostata alle ciliegie, che premura!

Col sorriso portò la torta in cucina. Antonella si tolse il cappotto. Lorenzo lo appese.

Vieni, ti faccio vedere la casa.

Le mostrò tutte le stanze. Soggiorno luminoso, finestre sulla città, camera matrimoniale con armadio a muro, studio piccolo e raccolto, cucina moderna con isola.

È bellissima, disse Antonella. Complimenti.

È merito di Federica, ha scelto tutto lei.

Federica portava un vassoio dallaltra parte.

Che ho scelto? chiese.

Dicevo a mamma che hai buon gusto, hai arredato tutto benissimo.

Federica sorrise.

Grazie, ci ho pensato a lungo. Volevo fosse un ambiente luminoso.

Ci sei riuscita, annuì Antonella.

Suonarono di nuovo. Arrivarono amici giovani, coppie rumorose. Poi i genitori di Federica: padre alto con gli occhiali, madre bionda, un po impassibile. Salutarono Antonella gentili, un po distratti.

Tutti nel soggiorno. Federica mesceva vino. Lorenzo raccontava del cantiere, mostrava foto dallo smartphone. Risate, chiacchiere, complimenti.

Antonella, in un angolo, taceva. Non aveva nulla in comune con loro. Parlavano di architetti, viaggi, nomi di boutique.

Da quanto sei in pensione, Antonella? chiese la madre di Federica.

Due anni.

Devessere noioso a casa sola?

Ogni tanto.

Qualche hobby? Ricami, lavori a maglia?

Ricamo, sì.

Che carino! Io non sono mai stata capace. Le mani non ci stanno.

Risatina, e la conversazione cambiò argomento. Antonella sentì gelarsi dentro. Che carino. Come a una bambina che ha colorato male.

Si alzò.

Scusate, il bagno?

In corridoio, a destra, rispose Federica.

Antonella attraversò il corridoio, si chiuse nel bagno. Specchio, viso pallido, occhi sfiniti. Una vecchia. Era una vecchia inutile.

Si bagnò il viso. Tornò fuori.

I rumori allegri venivano dal soggiorno. Risate, musica leggera.

Antonella entrò nello studio. Cercava un posto dove estraniarsi dal chiasso. Era piccolo. Una scrivania con pc, scaffali di libri, poltrona in angolo. Sulla mensola delle foto in cornice. Lorenzo e Federica al mare, Lorenzo con gli amici, Federica da sola.

Vicino, un quaderno blu familiare. Il diario.

Antonella lo prese, sfogliò. La scrittura infantile. Le stesse parole lette a casa.

Improvvisamente ebbe un pensiero strano.

Assurdo. Ma limpido.

Se leggesse il diario ad alta voce? Davanti a tutti?

Se mostrasse a Federica quanto Lorenzo aveva sofferto? Così, magari, avrebbe capito che aveva bisogno di essere compreso? Che non era poi così forte?

Forse avrebbero smesso di vedere Antonella come una vecchia impicciona. Avrebbero visto la madre, la sola che davvero conosceva Lorenzo.

Stringeva il diario al petto. Il cuore le batteva forte. Era unidea folle. Lorenzo si sarebbe arrabbiato, certamente.

Ma se fosse lunico modo?

Uscì dallo studio, entrò in soggiorno. Tutti a tavola, intenti a mangiare, parlare, scherzare.

Ecco Antonella! disse Lorenzo. Vieni, mamma, facciamo un brindisi.

Antonella si fermò. Posò il diario sul tavolo. Piano, ma in modo che tutti lo notassero.

Federica vide.

Cosè?

Il diario di Lorenzo, disse Antonella. Prima media.

Lorenzo divenne livido.

Mamma, cosa stai facendo?

Voglio leggere qualcosa, rispose con calma. È importante.

Mamma, no.

Ma aveva già aperto.

Sentite questa, 15 settembre: Oggi Matteo ha portato un nuovo criceto…

Mamma, basta! Lorenzo si alzò.

Ma Antonella continuò, la voce tremava ma chiara.

Avevo pena di Pippo. Piccolo, spaventato. Vedete? Lorenzo è sempre stato sensibile. Aveva bisogno di affetto.

Antonella, provò Federica, ma lei la zittì.

Sentite questa, 23 settembre: Oggi mamma si è arrabbiata…

Basta! Lorenzo le strappò il quaderno. Sei matta?

Un silenzio teso. Tutti gli occhi su loro due. Federica si alzò.

Lorenzo, non gridare…

Non gridare? Lui si voltò furente. Hai sentito cosa sta facendo? Legge il mio diario da bambino davanti a tutti!

Non sono estranei, sussurrò Antonella. Sono amici, tua moglie. Dovrebbero sapere…

Sapere cosa? Che ho avuto uninfanzia infelice? Che mia madre mi soffocava? Lo sanno già!

Antonella indietreggiò.

Lorenzo…

Te lavevo chiesto, di lasciarmi vivere. Di lasciarmi spazio. E tu ancora! Ancora decidi tutto tu, cosa dire, come fare, come vivere!

Volevo solo…

Volevi riavere il bambino che dipendeva da te. Quel bambino non cè più. Sono diverso!

Andò alla porta. Laprì.

Vai. Ti prego.

Antonella rimase lì, osservata da occhi imbarazzati. Federica sussurrava qualcosa a Lorenzo.

Antonella indossò il cappotto, tremando. Lorenzo la evitava collo. Viso duro.

Scusa, mormorò.

Nessuna risposta.

Uscì. La porta si chiuse alle sue spalle. Rimase sul pianerottolo, udendo i rumori ovattati di dentro.

Prese lascensore. Uscì. Faceva freddo. Il vento la spettinava. Camminò a caso nel viale, poi chiamò un taxi.

Aspettò a lungo. Guardava su, al nono piano, alle finestre illuminate. Là cera la vita. Non più la sua.

***

Passarono tre settimane. Nessuna chiamata da Lorenzo. Nemmeno Antonella lo chiamò. Sapeva che se avesse osato, avrebbe sentito solo gelo.

Viveva come dentro un sogno. Simmobilizzava a fissare la tv, a fare qualche faccenda. Cucina per abitudine. Va a letto, non dorme.

La sorella ogni tanto la chiamava. Tutto bene, rispondeva Antonella. La sorella non ci credeva.

Ad aprile la primavera sfiorava Torino. La neve sparita, i rami verdi, bambini nei cortili.

Antonella sedeva alla finestra. Si vedeva Lorenzo bambino, con le ginocchia sbucciate, la giacca blu.

Squillò il telefono.

Sussultò. Sul display: Lorenzo.

Il cuore le balzò. Rispose.

Pronto?

Ciao, mamma.

Tono tranquillo. Come se niente fosse.

Ciao, Lorenzo.

Silenzio.

Come stai?

Bene. Tu?

Bene anchio.

Pausa. Lunga.

Senti, mamma, devo dirti una cosa.

Antonella serrò il telefono.

Dimmi.

Ho pensato tanto, dopo quella volta. Non si può andare avanti così.

Lo so, sussurrò. Scusami. Non dovevo…

Non è solo questo, la interruppe. È che non riesci a lasciarmi andare. E io vivo con il senso di colpa.

Non voglio che tu ti senta in colpa, Lorenzo…

Ma mi ci sento. Ogni volta che non rispondo. Ogni volta che dico di no. Ogni volta che ti vedo triste.

Antonella chiuse gli occhi.

Che mi vuoi dire?

Che ci serve distanza. Vera. Non solo fisica. Anche emotiva.

Non vuoi più parlarmi?

Voglio. Ma da adulto a adulto, non da madre e figlio incatenati. Quando avrò piacere, ti chiamerò. Verrò quando mi andrà. Devi accettarlo. Senza rimproveri, senza cercare di farmi tornare come prima.

Antonella taceva, la gola un nodo.

Mi ascolti?

Sì.

Sei daccordo?

Avrebbe voluto dire no. Che non era giusto. Ma disse solo:

Sì.

Grazie.

Pausa.

Ti richiamerò, promesso.

Daccordo.

Ciao, mamma.

Ciao.

Chiuse.

Antonella guardò il cortile. Bambini giocavano, donne coi sacchetti del supermercato. Le auto passavano. La vita andava avanti. Solo senza di lei.

Si alzò. Andò in cucina. Mise il bollitore. Prese una tazza. Si sedette.

Sul tavolo, il giornale. Lo aprì, lesse a caso. Notizie di traffico, elezioni, meteo.

Non importava.

Nulla importava.

***

Passò un mese. Nessuna chiamata da Lorenzo, nemmeno da lei.

A maggio arrivò laria dolce. I meli fioriti nel cortile, il profumo fresco. Antonella apriva le finestre, lasciava entrare la luce.

Usciva di più. Camminava nel parco, sedeva a una panchina a dar da mangiare ai colombi. A volte conversava con le vicine. Il tempo, i prezzi, la salute.

Conversazioni ordinarie. Ma aiutavano.

Una mattina, mentre si preparava per uscire, il telefono squillò.

Lorenzo.

Rispose.

Pronto?

Ciao, mamma. Come va?

Bene. Tu?

Bene. Senti, abbiamo una novità.

Quale?

Federica è incinta.

Antonella rimase muta.

Incinta?

Sì. Tre mesi. Lo abbiamo appena saputo.

Antonella si sedette.

È… bellissimo, Lorenzo.

Siamo felici. Volevamo dirtelo.

Grazie di avermelo detto.

Pausa.

Mamma, vorrei che tu ci fossi per il bambino. Come nonna. Ma…

Ma da lontano, completò lei.

Sì. Da lontano.

Antonella chiuse gli occhi. Dentro, un vuoto. Ma sorrideva. Nella voce, sorrideva.

Capisco. Farò la nonna giusta. Non invadente.

Grazie, mamma.

Lorenzo… ti voglio bene.

Lui tacque.

Anchio ti voglio bene. A modo mio.

Lo so.

Si congedarono.

Antonella rimase in cucina. Il telefono sul tavolo, fuori gli uccelli. I bambini nel cortile, una musica lontana.

Fra poco avrebbe avuto un nipote. O una nipotina. Una vita nuova.

Sarebbe stata nonna. Non la nonna che educa o insegna. Solo presente. Da lontano.

Forse era meglio così.

Forse non sapeva amare bene. Forse non sapeva lasciar liberi.

Ma poteva imparare.

Doveva imparare.

Antonella si alzò. Guardò il cortile, i platani, il cielo.

La vita andava avanti.

E lei doveva seguirla.

In qualche modo.

Si mise il cappotto, uscì di casa. Lenta, senza fretta.

Si sedette su una panchina in parco. Sbriciolò un po di pane per i piccioni. Saltavano, pieni di vita.

Li guardava, e pensava che sanno volare, che non appartengono a nessuno.

Lei invece era legata. A un figlio che ormai era lontano, a un passato ormai remoto.

Forse questo è lasciar andare. Star lì, dar da mangiare agli uccelli, guardare il cielo e sapere che da qualche parte, lontano, cè qualcuno che un tempo era tutto. Ora semplicemente cè.

E basta.

Doveva essere sufficiente.

Antonella si alzò. Scosse le briciole dalla gonna. Tornò verso casa, piano, piano.

Prese il tè. Sedette alla finestra. Aprì un libro che desiderava leggere da tempo. Prima pagina.

Il telefono taceva.

Ed era giusto così.

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