Felicità
In questa casa tuo figlio non ci può stare, disse il nuovo compagno di mia madre. E lei, abbassando lo sguardo, acconsentì.
A otto anni, Andrea pensava che la sua vita fosse finita quando venne a prenderlo una macchina comunale. La mamma gli promise che sarebbe tornata presto. Ma i giorni diventarono mesi, i mesi anni…
E solo una piccola figura in un vecchio cappotto appariva ogni domenica oltre il cancello. Sotto la pioggia, con la neve, al freddo. Sempre.
Si può davvero costruire la felicità sulle macerie del tradimento? E come lasciar andare il dolore, quando a tradirti è chi ami di più?
***
Andrea non dimenticò mai quellestate. Non che fosse stata speciale luglio come luglio, caldo, polveroso, col pelucchio dei pioppi che si infilava nel naso e negli angoli dei portoni. Lo conoscete, quel piccolo paese. Tutti sanno tutto di tutti. Le vecchiette sulle panchine spettegolano da mattina a sera.
La sera, lodore delle patate fritte esce da ogni finestra, da ogni cortile provengono sempre le stesse canzoni alla radio. Una noia mortale, direbbero i grandi. Ma per un bambino di otto anni, è un mondo intero.
Aveva otto anni. E Andrea era felice. Basta così felice, e basta. Lo capisci solo dopo, cosera, la felicità. Allora no; allora semplicemente vivevi.
Suo padre faceva il camionista.
Partiva per settimane, tornava stanco, con la barba lunga, odoroso di strada e gasolio. Portava regali: alla mamma boccettine di profumo bizzarre, ad Andrea macchinine, gomme da masticare, una volta perfino un coltellino svizzero vero, pieno di lame.
La mamma gridava che i coltelli ai bambini non si danno, ma poi non glielo tolse mai, e Andrea lo portava sempre nella tasca dei pantaloni come una gemma preziosa.
Il babbo si chiamava Sergio. Alto, un po curvo aveva quellaria da gigante che si scusa della sua statura. Occhi scuri, voce sorprendentemente gentile per uno così grande. Rideva poco, sì. Ma quando succedeva Dio, Andrea avrebbe pagato di tutto per sentirlo di nuovo. Una risata forte, cavernosa.
La mamma, Lucia, era bellissima.
Questo Andrea lo sapeva per certo, lo dicevano tutti: le vicine, le commesse al negozio, persino il maresciallo che veniva a controllare i documenti. Capelli chiari, lineamenti gentili, uneleganza cittadina: anche con un vestitino a fiori sembrava capitata in quel paesino polveroso da un mondo diverso.
Forse era proprio così. Lei spesso restava alla finestra, a guardare la strada con unespressione che Andrea, allora, non riusciva a definire, ma che poi avrebbe chiamato nostalgia.
Nostalgia per qualcosa sognato e mai avuto.
La nonna Gina viveva due case più in là. Andrea la raggiungeva quando i genitori dovevano parlare era uno dei primi segreti imparati: parlare significava litigi, porte sbattute, la mamma in lacrime.
Dalla nonna si stava bene. Odorava di crostata e gerani. Sui davanzali file di vasetti di marmellata vietatissimo toccarli! Eppure lui, ogni tanto, ne svitava uno per leccare la schiuma dolce. La nonna faceva finta di non vedere.
Sei sputato tuo padre diceva, guardandolo, con una voce tra lorgoglioso e il malinconico. Da ragazzino Sergio era identico. Uguale sfrontato.
Andrea non sapeva cosa fosse sfrontato, ma gli piaceva assomigliare al padre.
Poi il papà non tornò più.
Capitò ad agosto, proprio a fine estate. Andrea ricordava la notte afosa, la finestra aperta, lodore dei fiori ormai sfioriti. Non riusciva a dormire dal caldo.
Arrivò prima una telefonata. Poi la voce della mamma strana, sconosciuta. E poi un silenzio, troppo lungo, ingestibile. Infine, la frase sussurrata, attraversando il muro:
Sergio non torna più. Il camion ha avuto un incidente.
Non ricorda quasi il funerale. Solo quel caldo, il profumo amaro dei fiori, la mano della nonna secca e piccola, ma stretta alla sua. Lucia, tutta in nero, era bellissima anche quel giorno, e piangeva. Ma non lo abbracciò, non lo strinse, non gli accarezzò la testa.
Non lo vedeva nemmeno. Era come se non ci fosse.
***
Passò un anno. Il più strano di tutta la sua esistenza: non perché il padre non cera più, che già sarebbe stato moltissimo. La stranezza era la madre: sempre più distante, assente.
Non preparava più i suoi pancake preferiti la domenica. Non controllava i compiti. Non veniva a dargli il bacio della buonanotte. Pareva abitare un altro universo, dove Andrea semplicemente non esisteva.
Al suo posto, arrivò Vittorio.
Si presentò sei mesi dopo il funerale. Alto, spalle larghe, il modo di muoversi di chi pensa che il mondo sia il proprio regno. La macchina costosa, lorologio pure, profumo che si sentiva a metri e anche lì, di certo, niente di economico. Raccontava di affari in città, di case belle, di ristoranti, del mare. Faceva una bella scena.
Ci siamo conosciuti tramite amici disse la mamma, anche se Andrea non chiese nulla. È una brava persona. Devi portargli rispetto.
Ma perché mai, pensava Andrea, dovrei rispettare uno sconosciuto che viene in casa mia, parla con la mamma e mi ignora come se fossi aria? Ma restava zitto. Aveva già imparato a tacere.
Vittorio portava fiori e cioccolatini a Lucia, mica a lui. Qualche volta, come per gesto di carità, offriva una tavoletta anche ad Andrea, ma sempre con laria di chi scaccia una zanzara molesta.
Lucia, con Vittorio, sembrava rifiorire. Tornava a ridere, indossava abiti belli, si metteva il rossetto. Negli occhi le compariva una scintilla febbrile, una speranza rapace in quella vita diversa che aveva sognato.
Poi venne quella conversazione.
Andrea non avrebbe dovuto ascoltare. Forse dormiva già o fingeva: le voci, in cucina, troppo forti. Si avvicinò alla porta e sentì:
A casa mia non ci sarà posto per un figlio che non è mio la voce di Vittorio era fredda, decisa. Mi ricorderà sempre il tuo primo marito. Mandalo in collegio, non mi importa dove. Altrimenti, me ne vado.
Silenzio. Andrea aspettava una reazione una parola, un grido, la difesa di sua madre.
Sentì invece la voce di Lucia fioca, tremante:
Ma come faccio senza di te?
Non ascoltò oltre. Tornò nel letto, tirò la coperta sulla testa, restò immobile fino allalba, senza nemmeno riuscire a piangere.
Aveva già capito come sarebbe andata. E non poteva cambiarlo.
***
La nonna venne il giorno dopo. Andrea non laveva mai vista così minuta, fragile, ma improvvisamente furiosa, disperata.
Sei impazzita? gridò, la voce rotta. Lucia, ripensaci! È tuo figlio! Il tuo sangue!
Non capisci… la madre parlava in monotono, come ripetendo una lezione già imparata. È solo per poco. Lo riprenderò, appena mi sistemo: sarà questione di un anno o due.
Un anno o due? Ma ti ascolti?
Non ho scelta!
Cè sempre una scelta! Lascia a me tuo figlio. Lo crescerò io!
Silenzio. Poi di nuovo Lucia, distante, straniera:
Vittorio non vuole. Dice che metteresti Andrea contro di noi.
Vittorio? Ma cosa c’entra…
Sarà mio marito. È lui che decide ora.
Andrea ascoltava da dietro la porta e sentiva qualcosa dentro di sé spezzarsi. Nemmeno con fragore ma come il ghiaccio sottile quando arriva il sole.
Una settimana dopo, arrivò la macchina.
La mamma gli fece la valigia in una borsa a scacchi. Parlava di un bel posto, di nuovi amici, che sarebbe stato per poco. Andrea non ascoltava. La guardava quello stesso viso stupendo, diventato ormai estraneo… e cercava di imprimerselo nella memoria. Non sapeva perché. Solo, sentiva fosse importante.
La nonna era nel cortile.
Piangeva in silenzio come piangono gli adulti che non hanno più lacrime. Andrea la abbracciò forte, inspirando quellodore torta, gerani, qualcosa di indefinibile ma familiare.
Verrò a trovarti sussurrò lei ti troverò, te lo prometto.
Andrea annuì. Aveva bisogno di crederle.
Lauto partì. Dal finestrino Andrea guardava indietro. La nonna correva dietro la macchina… tutta curva, nel suo scialle antico. Correva… poi singinocchiò sulla strada polverosa.
Dio, come stava lì, sulle ginocchia, sola, nella polvere.
Non pianse. Non ci riusciva. Dentro, vuoto e silenzio come una casa senza mobili.
***
Il convento formava un rettangolo grigio, odoroso di candeggina e minestrone. Istituto dei minori senza tutela familiare era la definizione ufficiale. Tra loro, lorfanotrofio.
Andrea fu inserito nel gruppo dei medi: dodici ragazzi per stanza, letti di ferro, comodini verde ministeriale. Alle pareti, un cartello scolorito di regole.
I primi giorni non parlò con nessuno. Rimaneva al suo posto, vicino alla finestra, guardando la strada. In attesa.
La mamma aveva promesso che sarebbe tornata presto. Ma quanto dura un presto? Un giorno, una settimana, un mese? Ogni macchina che entrava in cortile era lei, ogni volto di donna poteva essere lei.
Un mese. Due. Sei.
Non venne mai.
***
La signora Tamara dirigeva quella struttura da anni. Donna sulla cinquantina, bassa, robusta, occhi azzurri e gentili.
Un tempo aveva avuto un figlio.
Era morto in un incidente a diciassette anni. Da allora, Tamara era rimasta sola.
Notò Andrea al terzo giorno. Era impossibile non accorgersi: sempre seduto alla finestra, senza mangiare, ogni rumore lo faceva sobbalzare. Così piccolo, così sperduto.
Non gli fece domande. Una sera, si sedette accanto a lui sul letto e posò una copertina.
Qui cè Jules Verne disse I figli del capitano Grant. Ti piacciono le avventure?
Andrea alzò le spalle.
Sfoglialo un po stasera. Se ti piace, ne ho altri.
Cominciò a leggere solo per distrarsi. E trovò rifugio. Dopo una settimana tornò da Tamara per un altro libro. Poi per altri ancora. Così nacque unamicizia strana, sbagliata per molti, ma importante per entrambi.
Lei gli insegnò gli scacchi. Aiutava coi compiti. A volte, di nascosto dagli altri sorveglianti, gli dava qualche biscotto o una mela.
Ma più di tutto… gli parlava. Non come a un bambino da correggere, ma come a una persona.
Non è colpa tua disse una notte, quando lui le raccontò tutto. Ricordalo, Andrea. Qualunque cosa ti dicano, non sei mai stato colpevole. Era dovere degli adulti proteggerti.
Cercava di crederle. Ma non era facile.
***
Matteo Galli arrivò un anno dopo. Capelli rossi, pelle piena di lentiggini, mani sempre scorticate. Si prendeva a pugni con chiunque, anche con i grandi.
La madre beveva. Non come tanti, che ogni tanto esagerano; lei dimenticava di nutrire il figlio anche per giorni. I vicini chiamarono i servizi sociali, e portarono via Matteo.
Lui odiava tutti. Gli educatori, le regole, le brande di ferro, i muri verdi. Soprattutto odiava chi piangeva di notte, i mollaccioni, li chiamava.
Eppure, lui e Andrea diventarono amici. Chissà perché. Forse perché Andrea non piangeva. O perché non faceva domande fastidiose. O forse perché una volta difese Matteo da un bullo più grande che voleva rubargli lunica foto della madre.
Sei a posto, tu disse Matteo dopo la rissa, tamponandosi la bocca spaccata Non come gli altri.
Da quel giorno erano alleati. Come fratelli. Due contro il mondo.
***
La nonna mantenne la promessa.
Si presentò allistituto tre mesi dopo lallontanamento; restò lì, al cancello, finché un bambino non avvisò uneducatrice. Una delle custodi voleva scacciarla, ma Tamara intervenne:
Non fa nulla di male. Lasciatela stare.
Andrea la vide dal secondo piano e non credette ai suoi occhi. Piccola, col cappotto vecchio, un fazzoletto in testa e un fagottino fra le mani.
Corse in cortile, si lanciò contro la recinzione. Il cuore gli batteva così forte che sembrava scoppiare. Aggrappò il braccio della nonna tra le sbarre. Non voleva lasciarla andare.
Nonna Gina!
Lei rideva e piangeva insieme, gli passava un fagotto: biscotti fatti in casa, guanti di lana, e un bigliettino col disegno di una barca.
Ho tentato di prenderti diceva, la voce rotta sono andata dappertutto, fino a Roma! Ma senza il consenso di tua madre, non me lo danno mai. Ho venduto la casa, Andrea, volevo prendere un avvocato, comprare un appartamentino così eri a posto… Niente da fare.
Andrea non capiva: come si fa a vendere la casa coi gerani e la marmellata per un nipote a cui non vuoi nemmeno lasciare restare?
Ora abito qui vicino spiegò la nonna Stanza in affitto. Verrò ogni settimana. Capito? Ogni settimana.
Così fu.
A volte la scacciavano, a volte la lasciavano al cancello. Sempre portava qualcosa: cibo, libri, abiti fatti a maglia. Un giorno portò il coltellino svizzero del papà, quello che Andrea aveva dovuto lasciare a casa.
Tienilo gli sussurrò è di papà. Ricordalo per sempre.
Andrea lo conservò. E ricordò.
***
Gli anni passavano.
Andrea cresceva, cambiava, studiava. Era diventato un adolescente silenzioso. Duro, diffidente, non lasciava entrare nessuno nel suo mondo. Studiava bene, ma solo per riempire il vuoto che aveva dentro. Giocava a scacchi con Tamara, si azzuffava, se serviva, con Matteo, e ogni domenica attendeva la nonna al cancello.
Lei invecchiava davanti ai suoi occhi.
I capelli più bianchi, le rughe più profonde, un bastone comparso da un anno allaltro. Ma veniva, sotto la pioggia, con la neve, col gelo pungente. Sempre.
***
A diciassette anni, Andrea seppe che la madre aveva avuto una figlia. Marina. Glielo raccontò Tamara, dopo aver visto una foto sul giornale locale. Lucia era a un evento di beneficenza, bellissima, elegante, sorridente. Al suo fianco Vittorio, e tra loro una bambina dallabito vaporoso.
Andrea fissò quella foto a lungo. Cercava di provare… rabbia, dolore, gelosia. Ma dentro era solo vuoto.
Così si decise a scrivere una lettera. La prima e, lo sapeva, lunica.
Mamma, tra poco uscirò dallistituto. Non ce lho con te. Forse potremmo vederci? Parlarci. Non ti chiedo nulla, promesso.
La nonna gli procurò lindirizzo. Andrea spedì. Aspettò.
Un mese. Due. Tre.
Nessuna risposta.
***
Poi, Matteo morì.
Scappò dallistituto a novembre, con il freddo, la neve precoce, il vento tagliente. Era venuto a sapere che la madre aveva smesso di bere, aveva ripreso a lavorare. Mancava poco alluscita, ma per lui era troppo. Doveva tornare a casa.
Lo trovarono dopo giorni. Sotto un ponte, a trenta chilometri. Ipotermia. Non ebbe mai una vera casa.
Andrea lo scoprì da Tamara.
Lei gli parlava con voce calma, parole attente, come si fa con chi sta per rompersi. Ma lui non sentiva altro che un rombo lontano nella testa.
Spaccò una finestra con le mani nude, senza dolore. Gridava, ma non si ricordò nemmeno cosa. Forse Voleva solo tornare a casa!
Tamara lo trattenne. Senza parole, strinse Andrea mentre piangeva.
Il giorno dopo era domenica. Si era perso nei giorni, dopo Matteo. Ma quella mattina Andrea si ripresentò al cancello.
La nonna era lì.
Il solito cappotto, il bastone, un fagotto. Vide la faccia di Andrea e pianse. Ormai sapeva tutto Tamara aveva avvertito la sera prima.
Nonna Gina lasciò la fronte contro il freddo delle sbarre perché tu non hai mai mollato?
Lei, con la mano tutta rughe che odorava di torta e mele come sempre, toccò la guancia di lui, filtrando attraverso il ferro.
Perché tu sei tutto quello che resta di mio Sergio. Glielho giurato sulla tomba. E perché sei mio nipote. Mio. E basta.
Andrea chiuse gli occhi e strinse la guancia contro quella mano.
Matteo inseguiva una madre che non laveva voluto. Andrea, invece aveva sempre avuto una nonna che non smetteva mai di volerlo.
***
Andrea lasciò listituto lanno dopo. Scuola dellistituto completata, diploma con voti normali. Davanti a sé la vita quella vera, che nessuno prepara davvero.
Lo Stato gli concesse una stanza in uno studentato. Un letto in un camerone con altri ragazzi come lui, usciti dagli istituti, senza genitori. Si iscrisse a un tecnico cerano agevolazioni per orfani.
Studiava e lavorava: facchino, muratore, qualsiasi cosa. Mise via dei soldi, abbastanza per continuare gli studi, perché il diploma non gli bastava. Sognava di diventare ingegnere, proprio come avrebbe voluto il padre.
Ogni weekend andava dalla nonna.
Lei viveva sempre in una stanza minuscola della casa in comune divano rumoroso, icona nellangolo, i gerani al davanzale. Erano gli stessi, portati da casa quando aveva venduto tutto ciò che restava.
Bevevano tè con le sue torte ormai li faceva solo se arrivava Andrea, non ne aveva più le forze, ma lo faceva sempre con gioia.
Raccontava del padre dei giochi, dei sogni, di quanto adorasse le macchine e voleva girare il mondo. Andrea ascoltava e provava a immaginare quel padre giovane e felice che non ricordava più.
In molte cose ti somigli, diceva la nonna Non fuori, ma dentro. Stesso carattere forte, stessa testardaggine.
Andrea non si sentiva forte. Ma non rispondeva.
***
Riuscì a entrare alluniversità, corso serale di giorno lavorava ancora. Prese la laurea in ingegneria. Si fece assumere in fabbrica. Pezzo dopo pezzo, ricostruiva una vita che gli era stata tolta a otto anni.
E conobbe Caterina.
Faceva linfermiera nellambulatorio della fabbrica. Andrea era andato per una ferita al braccio, una sciocchezza: lei, bassa, capelli scuri, occhi vivi e gentili, gli fece la fasciatura e gli sorrise.
Torni domani, va cambiata la benda.
Tornò. E ancora. E ancora. La ferita era guarita, ma Andrea continuava ad andare per rivederla, per chiacchierare.
Caterina veniva da una famiglia normale. Mamma, papà, fratellino, orto con le mele, pranzi domenicali dalla nonna. Tutto quello che a lui era mancato. Aveva paura che la sua storia la spaventasse. Tenne tutto nascosto a lungo.
Quando glielo raccontò, si aspettava di tutto. Pietà, imbarazzo, rifiuto. Invece…
Gli prese la mano e disse:
Non è colpa tua quello che ti hanno fatto. E quello che sei, lo vedo io.
Si sposarono dopo un anno. Silenziosamente, senza feste, solo la firma e un pranzo tra pochi amici. La nonna cera, ovvio. Felice, con le lacrime agli occhi, aveva tirato fuori dal baule il suo vestito più bello lo conservava da una vita.
Ce lho fatta sussurrava baciando Andrea Ce lho fatta, a vedere la tua felicità, figlio mio.
***
La telefonata arrivò di notte. Andrea e Caterina dormivano già lei al quinto mese di gravidanza, si stancava presto. Lui rispose mezzo addormentato.
Andrea Sergio? Sua nonna, Gina Conti, è stata ricoverata per un ictus. Allospedale di città.
Non ricordava come si era vestito, né la corsa fuori di casa per chiamare il taxi, né la corsa in ospedale. Solo il suo viso bianco, immobile, la mano sottile con lago della flebo.
Lei era cosciente.
Andrea, sussurrò. Si avvicinò per sentire meglio. Chiama tua madre. Voglio perdonarla, andare via col cuore leggero. Non per lei, ma per te. Per non lasciarti questo peso.
Nonna Gina, non devi preoccuparti. I dottori dicono che ti riprenderai.
Non dire sciocchezze. So quando è il momento. Chiamala. Fallo per me.
Andrea la guardò quella donna che per tutta la vita gli era stata famiglia, ancora ancora lottava per lui.
Va bene. La chiamo.
***
Aveva il numero della madre dai tempi della lettera. Mai usato, ma non aveva mai cancellato quel pezzo di carta.
Ora compose il numero.
Uno squillo. Due. Tre.
Pronto?
Una voce sconosciuta. Invecchiata, roca. Ma sapeva che era lei.
Sono Andrea mormorò, la voce tremante. Silenzio. La nonna è in ospedale. Ictus. Vuole vederti.
Lunga pausa. Sentiva il suo respiro, pesante, rotto.
Vengo disse infine Dammi lindirizzo. Arrivo.
***
Entrò in stanza il giorno seguente. Andrea la fissò e per poco non la riconobbe. La bella donna della sua memoria, sfiorita, con occhi spenti.
Solo dopo seppe la storia: Vittorio laveva lasciata un anno prima. Era andato con una più giovane, le aveva portato via tutto: azienda, soldi, lasciandola sola. Marina, la figlia, era andata a Milano a studiare, ormai non la chiamava quasi mai.
Ma in quellistante Andrea non sapeva niente. Fissava la madre cercando una reazione.
Mamma, disse.
Lei si scosse. Lo guardò… a lungo, come per fissare nella memoria il suo volto. Le lacrime le riempivano gli occhi, tremavano le labbra.
Perdonami… si accasciò in ginocchio sul pavimento dellospedale. Dio mio, perdonami. Sono stata una codarda. Perdonami, figlio.
Andrea restò in silenzio. Di ti perdono sarebbe stata menzogna. Dire ti odio pure. Non odiava. Non sentiva quasi nulla, solo una stanchezza profonda, e un senso di sollievo: finalmente non cerano più non detti.
Gina li guardava dal letto. La nuora, che aveva tradito il figlio, il nipote che non aveva mai smesso di amare. Sorrise, chiuse gli occhi. Per sempre.
***
Passarono alcuni anni.
Sabato mattina. Profumo di crêpes in tutta la casa Andrea li prepara ogni sabato, seguendo la ricetta orale della nonna. Impasto con lo yogurt, bolle daria sottili, crêpes leggere, quasi trasparenti.
Papà, io la voglio con la marmellata!
Sergio, sette anni. Chiamato così in onore del nonno. Occhi scuri, sempre in movimento. Sta a tavola su uno sgabello, dondolando le gambe.
E io col formaggio dolce! Zina, quattro, chiamata come la bisnonna. Chiara, come la mamma, occhi profondi da vecchietta.
Caterina apparecchia piatti, tazze, tovaglioli. Si è un po ingrassata dopo due gravidanze, ma a lui sembra ancora più bella.
Citofono.
È la nonna! grida Sergio e corre in ingresso.
Andrea osserva il figlio che apre la porta, si getta tra le braccia di Lucia. Lei viene ogni fine settimana da anni ormai. Porta regali, aiuta Caterina, racconta storie ai nipoti.
Non fa la nonna perfetta. Ma cè. Il suo posto, per quanto le sia concesso.
Andrea non ha mai detto: Ti perdono. E lei non glielo chiede più. Tra loro resta qualcosa di fragile non rappacificazione, non vero perdono, e nemmeno ostilità. Solo tregua, fatta di bambini, di tè, e di un tacito patto di non scavare oltre nel passato.
Nonna! Guarda cosa ho disegnato! Sergio la trascina via, la nonna sorride, lo accarezza.
Andrea li osserva. Pensa a sé, bambino, fermo vicino alla finestra che aspettava una madre mai arrivata.
Non è più quel bambino.
***
Sera. I bambini dormono. Andrea e Caterina sono in cucina. Lei sorseggia tè, lui guarda fuori.
Hai perdonato tua madre? chiede Caterina, bassa.
Andrea tace. Riflette.
Non so neanche se si possa chiamare perdono, ammette. Non dimentico nulla. Ricordo ogni giorno a quella finestra. Ogni domenica in cui cera solo la nonna, e la mamma mai. Non si possono cancellare.
Pausa. Fuori, lampioni e rumore lontano di auto.
Però ho capito che lodio logora solo chi lo porta. E io voglio vivere. Voglio essere felice.
Lei non risponde. Gli prende la mano. Forte. In silenzio.
È abbastanza.
***
Tre fotografie sono appese in salotto.
Sergio. Giovane, sorridente, in camicia a quadri. Andrea la trovò tra le cose della nonna quando lei non cera più.
Gina. Sullo sfondo di un giardino estivo, una torta tra le mani. Quella la scattò Andrea da ragazzo, col primo telefono con la fotocamera.
E il piccolo Andrea tra loro. Foto di unaltra vita. Un bambino di otto anni, felice, che non sapeva ancora nulla di ciò che lavrebbe aspettato.
Accanto, una foto nuova. Andrea, Caterina, Sergio, Zina. E un poco in disparte, quasi fuori quadro, Lucia. Non al centro. Ma dentro la cornice.
***
Mattina. Lunedì.
Andrea accompagna Sergio a scuola. Il bambino parla a raffica di dinosauri, dellamico Carlo, di come vorrebbe un cane da chiamare Rex.
Papà, è vero che tu sei cresciuto senza la mamma? chiede, dun tratto.
Andrea rallenta. Di questo, lui e Caterina avevano discusso spesso: come dirlo ai figli, quanto, quando. Forse Sergio ha intuito da sé.
Sì risponde ma cera la nonna. Nonna Zina, come tua sorella. Mi voleva più bene di chiunque altro.
E ora hai noi!
Sì, ora ho voi.
Più avanti, a poca distanza, cammina Lucia oggi ha chiesto di accompagnare anche lei. Andrea ha annuito, silenzioso.
Sergio si gira, la saluta con la mano. Lei risponde, sorride. Un sorriso timido, incerto, ma sincero.
Poi Sergio chiede:
Papà, perché mi tieni sempre così forte per mano?
Andrea guarda la mano del figlio, piccola nella sua. Le dita che stringono le sue, così saldo, così fiducioso. Quel legame, fragile e prezioso.
Risponde sicuro:
Perché non ti lascerò mai.
Alle spalle, una donna li osserva andare via.
Davanti, una giornata qualunque. Una vita normale. Quella piccola, silenziosa felicità che Andrea ha costruito mattone su mattone, sulle macerie lasciate da chi doveva volergli bene.
Se lè costruita da solo.







