Non mi permettono di vedere mio nipote

Mamma, davvero non ce la faccio più, capisci? dissi mentre tenevo il cellulare stretto tra la spalla e lorecchio, cercando allo stesso tempo di adagiare mio figlio addormentato nella culla. Non dorme da tre notti.

Mi gira la testa così tanto che temo di farlo cadere. Ti prego, vieni almeno per un paio dore, così dormo un po.

Chiara, non cominciare, sbottò mia madre. Non sei la prima che ha un figlio né sarai lultima. Anche noi, ai nostri tempi, i bambini mica dormivano sempre.

Noi vi abbiamo cresciuti senza pannolini e lavatrice, eppure siamo andati avanti.

Ma che centrano i pannolini, mamma? Voglio solo un po daiuto. Sei in pensione, hai tempo da vendere.

Il tempo che ho è il mio meritato riposo, cara. Tuo padre ed io abbiamo dato tutto. Noi non abbiamo avuto aiuti, le nonne venivano solo a Natale o Pasqua.

Avete deciso voi di avere un figlio, dunque ve la vedete voi. La metti nella culla e ti riposi anche tu, non è la fine del mondo.

Ora devo vedere la fiction, ci sentiamo domani.

E nel telefono rimase solo il tono libero.

***

Io e Marco stavamo insieme da due anni, poi abbiamo deciso di sposarci in comune, senza grandi festeggiamenti per non spendere troppo, e abbiamo affittato un bilocale poco fuori Firenze. Sono rimasta incinta quasi subito dopo il matrimonio.

Secondo te saranno contenti? chiesi accarezzandomi la pancia ancora piatta. Per entrambe le famiglie è il primo nipote. Mamma è sola, i tuoi genitori hanno solo te.

Marco sorrise e mi abbracciò:

Ma certo che saranno felici, Chiara. Dai, andiamo a cena; domani lo diciamo.

La mattina dopo siamo andati a dare la notizia. Prima dai miei.

Mamma, papà, abbiamo una novità, dissi raggiante. Presto sarete nonni.

Mamma fece spallucce.

Beh, era ora. Prima o poi doveva succedere.

Limportante, Chiara, è che tu abbia la maternità. Lavori fino allultimo vero?

Credo di sì risposi, spiazzata. Ma non siete contenti?

Perché non dovremmo esserlo? borbottò papà senza distogliere lo sguardo dal telegiornale. Ma non sono tempi facili.

Avete già messo su casa? Lappartamento è in affitto, la macchina a rate

Pazienza. Bambino in arrivo, soluzione si trova.

La reazione dei genitori di Marco fu simile. La suocera, signora Teresa, mi osservò da capo a piedi.

Essere incinta non è una malattia, dichiarò. Limportante è non viziare il piccolo, che Marco era sempre appiccicato da piccolo.

Comunque, congratulazioni. Aspettiamo.

Allora pensavo fosse solo un fatto caratteriale non sapevano mostrare gioia, pazienza. Limportante era che non si opponessero, giusto?

***

I preparativi erano a pieno regime. Marco prendeva ogni lavoro possibile, tornava la sera distrutto ma portava un pacco di pannolini, una tutina nuova. Anche i genitori vollero contribuire.

Abbiamo deciso con papà, mi disse mamma al telefono. Vi compriamo la culla, quella classica, di legno.

Serve lessenziale, tanto in due anni l’avrà già lasciata.

Grazie mamma! ero sinceramente contenta.

Dopo una settimana chiamò Teresa:

Chiara, sono stata al supermercato, vi ho preso un regalo. Passate a prenderlo.

Quando io e Marco arrivammo da lei, sul mobile dellingresso cera un vasino di plastica blu. Quello più economico.

Ecco, disse fiera la suocera. Serve. Mi è piaciuto, è resistente.

La guardai sbalordita, poi Marco. Lui alzò solo le spalle.

Eh grazie, signora Teresa. Ma per quello ci vorranno almeno sette-otto mesi Adesso magari servivano cose per luscita dallospedale o un lenzuolino.

Quelle cose prendetele voi, avete gusti strani, rispose secca. Ma il vasino è indispensabile. Tanto servirà.

Tornando a casa non resistetti:

Marco, è uno scherzo? Un vasino per un neonato? Faceva sul serio?

Ma sì, lasciala stare, Chiara. È fatta così, pratica. Limportante è che la culla ce labbiamo.

***

Le dimissioni dallospedale furono veloci. I genitori vennero, portarono un mazzo di fiori, fecero una foto davanti allingresso. Matteo dormiva nella navicella.

Ma che nasino carino disse mamma appena, poi si rivolse subito a mio padre. Dai, su, andate a sistemarvi. Ci aspettano allorto.

Non vi fermate per un tè? chiesi a voce bassa, abbracciando Matteo. Vi va di vederlo più da vicino?

Chiara, ci sarà tempo di vederlo, intervenne Teresa. Adesso dovete abituarvi. Noi saremmo solo dintralcio. Riposatevi.

Se ne andarono. Rimasi davanti al portone guardando le loro macchine andarsene e mi sentii abbandonata come su unisola deserta.

Le prime due settimane passarono in un vortice. Matteo non distingueva giorno da notte, Marco usciva alle sette e rientrava verso le nove.

Io ero sempre in movimento: bucato, stirare, allattare, tentare di preparare qualcosa per cena.

La schiena mi faceva male e lo specchio mi rimandava un volto pallido e occhi segnati.

Le mamme chiamavano due volte a settimana.

Ciao, come va? Come sta Matteo? chiedeva la suocera.

È dura, Teresa. Ha le coliche, piange sempre. Io non dormo quasi mai.

Eh, cara, essere mamma è fatica. Bisogna resistere. Limportante è la routine. Ora scusa, il parrucchiere mi aspetta.

Mamma non era da meno:

Tutto bene? Bene così! Dai, ciao, che dobbiamo andare allorto.

***

Arrivò il sabato. Marco, per una volta in settimana, restò a casa. Prese Matteo in braccio e io finalmente potei farmi un bagno caldo invece della solita doccia.

Distesa nellacqua piangevo, sfinita. Tutte le mie amiche avevano avuto lappoggio dei genitori almeno i primi mesi, spesso per anni. Perché a me no?

Uscita dal bagno, andai in camera. Marco mi seguì.

Chiara, ci ho pensato Invitiamole domani? Tutte e due. Spieghiamo davvero come stiamo. Magari non si rendono conto di quanto sia dura

Glielho già chiesto, Marco. Ha detto che abbiamo voluto noi il figlio, quindi dobbiamo occuparcene.

Magari se chiediamo insieme capiranno. Diciamo che non ci servono regali, ma una mano

Ci pensai e accettai. Mi cambiai e chiamai prima mia madre, poi Teresa.

Il pranzo della domenica fu teso. Avevo preparato una torta, a fatica.

Le mamme arrivarono insieme, portarono mele. Ognuna ne aveva portate esattamente quattro, come se si fossero messe d’accordo.

Che stretti che siete ora, commentò mia madre entrando. Chiara, la polvere sopra allarmadio lhai mai tolta?

Mamma, non ho tempo. Dormo tre ore a notte.

Scarsa organizzazione, decretò Teresa. Marco, perché non aiuti tua moglie?

Mamma, lavoro su due turni per pagare questa casa e mantenerli.

Tutti lavorano, scrollò le spalle. Perché ci avete chiamato?

Presi fiato e poggiai le mani sul tavolo.

Mamme, abbiamo bisogno di aiuto. Aiuto vero, non soldi o regali. Organizzatevi: venite a turno, magari due ore due volte a settimana. Anche solo per portare Matteo al parco e lasciarmi dormire o sistemare.

Non ce la facciamo davvero.

Le due nonne si guardarono.

Chiara, disse mia madre per prima. Ne abbiamo già parlato. Io ho fatto il mio.

Ti ho cresciuta negli anni Novanta, quando non cera niente e si lavava a mano. A me nessuno ha dato una mano!

Perché dovrei rinunciare ai miei impegni adesso? Ho la piscina, le amiche, l’orto…

Ma è vostro nipote! gridai. Lunico! Non volete mai passare un po di tempo con lui? Guardarlo crescere, sorridere?

Lo vedremo quando sarà più grande e ci si potrà parlare, intervenne Teresa. Ora cosa fa? Piange e mangia.

Siete voi i genitori, sono affari vostri. Noi li abbiamo cresciuti da soli i nostri figli.

Quindi, siccome avete sofferto voi, dovrei soffrire anchio? È questa la tradizione di famiglia? Passarsi la staffetta delle difficoltà?

Non essere insolente, tagliò corto mia madre. Vi abbiamo comprato la culla? Sì. Siamo venute per luscita dallospedale? Sì.

Cosa vuoi ancora? Che veniamo a vivere qui?

Voglio che siate delle nonne, tutto qui!

Marco mi accarezzò la spalla, cercando di calmarmi.

Mamma, signora Maria, ma fate sul serio? Non ve ne importa davvero niente? Non siamo estranei

Marco, non esagerare, Teresa si alzò. Vi vogliamo bene. Ma ora pensiamo anche un po a noi.

Volevate diventare adulti? Comportatevi da adulti. Se cè unemergenza chiamateci. Per il resto arrangiatevi.

Maria, andiamo. Se no perdiamo il bus.

Mamma e suocera se ne andarono. Io caddi sulla sedia fissando la torta intatta.

Chiara… Marco si sedette vicino. Basta, dai. Ce la facciamo noi.

Noi, ripetei piano. E sai che ti dico? Un domani che saranno anziane, che avranno bisogno di qualcosa… ci sarà il solito discorso. Ho fatto il mio dovere, ora piscina.

Noi non saremo mai come loro, disse risoluto Marco. Mai.

***

Passarono i mesi. Matteo cresceva, iniziò a gattonare, poi fece i primi passi. Non chiamai più mamma per lamentarmi. Non la chiamavo proprio più io per prima. Le conversazioni erano brevi:

Tutto bene?

Sì.

Matteo?

Cresce.

Bene, ciao.

Ciao.

Quando Matteo ebbe diciotto mesi, mamma chiamò di sabato.

Chiara, abbiamo pensato che forse potete portarci Matteo per il weekend. Fa bello, siamo in campagna, aria buona

Guardai Matteo intento a costruire una torre con i cubi.

No, mamma, non ve lo portiamo.

Perché? Ci manca.

Vi manca? sorrisi amaramente. Sai qual è il suo ritmo? Cosa mangia? Che favole vuole prima di dormire?

L’ultima volta che lhai visto erano tre mesi fa, quando siamo passati noi per mezzora.

Ma dai! Siamo genitori anche noi, ci arrangiamo!

No, mamma. Non ve la cavereste. Un figlio è una responsabilità, non un capriccio. Ce lo avete detto per tutto questo tempo, e avevate ragione. Ce la vediamo noi. Voi riposatevi pure, avete il vostro meritato relax.

Rimisi giù il telefono e mi sedetti accanto a Matteo. Chi la fa, laspetti. È giusto.

***

Ora i genitori di Marco e i miei si lamentano: perché non ci concedono il nipote? È grande, va a scuola, è il momento migliore!

Ma io e Marco la pensiamo diversamente. Matteo è soprattutto nostra responsabilità, e non abbiamo intenzione di scaricarla su altri.

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Non mi permettono di vedere mio nipote
— E tu non devi sederti a tavola. Tu devi servirci! — dichiarò mia suocera. Stavo vicino ai fornelli, nel silenzio della cucina del mattino — indossavo un pigiama stropicciato e i capelli raccolti in uno chignon disordinato. Odore di pane tostato e caffè forte nell’aria. Sul piccolo sgabello, accanto al tavolo, sedeva mia figlia di 7 anni, il naso immerso nell’album, intenta a disegnare arabeschi colorati con i pennarelli. — Di nuovo con quei tuoi panini dietetici? — risuonò una voce alle mie spalle. Sussultai. Alla porta c’era mia suocera — una donna dal volto severo e la voce che non ammette repliche. Era in vestaglia, capelli raccolti in uno chignon perfetto, le labbra strette. — A proposito, ieri a pranzo ho mangiato quello che capitava! — continuò, sbattendo il canovaccio sul bordo del tavolo. — Né minestra, né un pasto normale. Sai fare le uova? Come si deve, non con quelle tue… mode moderne! Spensi il fornello e aprii il frigorifero. Nel petto, una spirale stretta di rabbia, ma la trattenni. Non davanti alla bambina. E non in un territorio dove ogni centimetro sembrava ripetermi: “Qui sei solo di passaggio”. — Adesso preparo — dissi a fatica, voltandomi per non farle vedere la mia voce tremante. Mia figlia non distoglieva lo sguardo dai pennarelli, ma con la coda dell’occhio osservava la nonna — silenziosa, tesa, in allerta. «Vivremo qualche mese da mia madre» Quando mio marito mi propose di trasferirci da sua madre, sembrava una soluzione ragionevole. — Viviamo da lei — solo per poco. Al massimo due mesi. È vicino al lavoro, e a breve ci approvano il mutuo. Lei non è contraria. Io esitavo. Non perché avessi qualche conflitto con mia suocera. No. Siamo sempre state cortesi l’una con l’altra. Ma io conoscevo la verità: due donne adulte nella stessa cucina — è come camminare su un campo minato. E mia suocera era una che aveva un bisogno quasi ossessivo di ordine, controllo e giudizi morali. Ma non avevo scelta. Il nostro vecchio appartamento era venduto in fretta, il nuovo era ancora in preparazione. Così ci trasferimmo tutti e tre nel suo bilocale. «Solo per poco.» Il controllo divenne normalità I primi giorni passarono tranquilli. Mia suocera era particolarmente gentile, aggiunse una sedia per la bambina e ci offrì una torta. Ma già dal terzo giorno arrivarono le “regole”. — In casa mia c’è ordine — dichiarò a colazione. — Alle otto si è in piedi. Le scarpe solo nella scarpiera. La spesa — da concordare. E la TV più bassa, sono sensibile ai rumori. Mio marito sorrise, scrollando le spalle: — Mamma, stiamo solo per poco. Siamo ospiti, portiamo pazienza. Io annuii in silenzio. Ma pazientare diventava una condanna. Cominciavo a svanire Passò una settimana. Poi un’altra. La disciplina aumentava. Mia suocera tolse i disegni di mia figlia dal tavolo: — Questi danno fastidio. Tolse la tovaglia a quadretti che avevo messo io: — Non è pratica. I miei cornflakes sparirono dalla mensola: — Erano lì da troppo, saranno scaduti. I miei shampoo — “spostati”: — Mi girano tra i piedi. Mi sentivo non un’ospite, ma una senza voce, senza diritto di parola. Il mio cibo era “sbagliato”. Le mie abitudini — “superflue”. Mia figlia — “troppo rumorosa”. Mio marito ripeteva sempre: — Porta pazienza. Questo è l’appartamento di mamma. È sempre stata così. Io… giorno dopo giorno perdevo me stessa. Rimaneva sempre meno della donna che una volta era sicura e tranquilla. Ora c’era solo adattamento e pazienza. Vivere secondo regole che non sono le mie Ogni mattina mi svegliavo alle sei per prendere il bagno per prima, preparare la pappa, organizzare la bambina… e non finire vittima di mia suocera. La sera cucinavo due cene. Una per noi. Una secondo i “suoi standard”. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi solo nella sua pentola. Poi solo nella sua padella. — Non chiedo molto — diceva lei con rimprovero. — Solo le cose fatte come si deve. Il giorno in cui l’umiliazione divenne pubblica Una mattina avevo appena lavato il viso e acceso il bollitore, quando mia suocera entrò in cucina come se fosse normale non chiedere mai permesso. — Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Cetriolini, insalata, qualcosa per il té — una cosetta semplice. “Cosetta semplice” per lei significava una tavola imbandita come per Natale. — Ah… non lo sapevo. Non ho gli ingredienti… — Farai la spesa. Ti ho fatto la lista. Nulla di complicato. Mi vestii e andai al supermercato. Compra tutto: pollo, patate, aneto, mele per la torta, biscotti… Tornai. Iniziai a cucinare senza pause. Alle due era tutto pronto: la tavola apparecchiata, il pollo al forno, l’insalata fresca, la torta dorata. Arrivarono tre signore in pensione — precise, con i riccioli e profumi di altri tempi. E subito capii che non ero lì come “ospite”. Io ero il “personale”. — Vieni, vieni… siediti qui vicino a noi — sorrise mia suocera. — Così ci servi bene. — Servirvi? — ripetei. — Che sarà mai? Noi siamo anziane. Per te è facile. E così eccomi di nuovo: con il vassoio, i mestoli, il pane. “Porta un po’ di té.” “Passami lo zucchero.” “L’insalata è finita.” — Il pollo è un po’ asciutto — commentò una. — Hai cotto troppo la torta — aggiunse un’altra. Io stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo i piatti. Versavo il tè. Nessuno mi chiese se volevo sedermi. O prendere fiato. — Che bello quando c’è una padrona di casa giovane! — disse mia suocera con finta dolcezza. — Si regge tutto su di lei! E lì… qualcosa in me si spezzò. La sera ho detto la verità Quando le ospiti se ne andarono, lavavo pentole e piatti, mettevo via gli avanzi, lavavo la tovaglia. Poi mi sedetti sul bordo del divano con una tazza vuota in mano. Fuori calava il buio. La bambina dormiva rannicchiata. Mio marito era accanto, immerso nel cellulare. — Ascolta… — dissi piano, ma decisa. — Così non posso più. Lui alzò lo sguardo, sorpreso. — Viviamo da estranei. Io servo tutti, e tu… lo vedi? Non rispose. — Questa non è una casa. È una vita in cui mi adatto e sto zitta. Ci siamo io e la bambina. Non voglio reggere altri mesi così. Sono stanca di essere invisibile e comoda per tutti. Lui annuì… lentamente. — Ho capito… Scusami se non l’ho capito prima. Cercheremo un appartamento. Qualsiasi cosa, basta che sia nostra. E abbiamo iniziato a cercare da quella sera stessa. La nostra casa – anche se piccola L’appartamento era piccolo. Il padrone aveva lasciato i mobili vecchi. Il linoleum scricchiolava. Ma appena entrai… sentii un sollievo. Come se mi fossi ripresa la mia voce. — Ecco… siamo arrivati — sospirò mio marito posando le valigie. Mia suocera non disse niente. Non cercò nemmeno di fermarci. Non sapevo se fosse rimasta male, o se avesse capito che aveva esagerato. Passò una settimana. Le mattine iniziarono con la musica. La bambina disegnava sul pavimento. Mio marito preparava il caffè. Io osservavo tutto e sorridevo. Senza stress. Senza fretta. Senza dover “portare pazienza”. — Grazie — mi disse lui una mattina, abbracciandomi. — Di non aver taciuto. Lo guardai negli occhi: — Grazie a te, che mi hai ascoltata. La nostra vita non era perfetta. Ma finalmente era casa nostra. Con le nostre regole. Con il nostro rumore. Con la nostra confusione. Ed era reale. ❓E tu, che ne pensi? Se fossi al posto della protagonista, avresti resistito “per poco”, oppure te ne saresti andata già dopo la prima settimana?