Per quaranta minuti
Nel corridoio della fisioterapia non avevano ancora acceso la luce centrale. Solo sopra il banco dellinfermiera ardeva una lunga lampada bianca, e per via di essa il pavimento di linoleum sembrava grigio, come lacqua del Tevere prima di una neve che non cade mai.
Nunzia Severina poggiò la borsa sulle ginocchia, estrasse il biglietto della visita, anche se già sapeva lora, e lo vide al solito posto. Vicino alla parete, proprio sotto il tabellone dei movimenti per il collo. Il suo cappotto era piegato con attenzione sul sedile accanto, il termos tra gli stivaletti lucidi, le mani appoggiate al bastone, che a guardarlo bene non sembrava nemmeno gli servisse.
Stava lì come chi non è venuto ad aspettare, ma come chi da sempre ci abita.
Nunzia Severina sbirciò lora sul telefono. Mancavano trentasette minuti alla sua terapia. Dunque, anche oggi lui era arrivato prima.
La prima volta laveva incrociato a novembre, quando era giunta ai raggi con mezzora danticipo, congratulandosi per la sua previdenza. Cera solo la donna delle pulizie allangolo con la scopa, e quelluomo vicino al muro che beveva il suo tè dal tappo del termos, a piccoli sorsi lenti, senza alzare il viso. Nunzia aveva pensato che avesse sbagliato orario. O che fosse stato un militare un po rigido. O forse era solo uno di quelli a cui la vita ha insegnato che si fa così.
Poi lo aveva incontrato anche alla stazione degli autobus. Aspettava, col termos e la solita calma, la corriera per il Cimitero Monumentale. Faltavano cinquantuno minuti alla partenza, il bigliettaio ancora chiuso, ma lui lì, già alla terza banchina. Nessun segno di impazienza, niente andirivieni, niente lamenti. Pareva che il vero senso del viaggio fosse proprio lessere il primo ad arrivare, e tutto ciò che veniva dopo fosse solo unestensione.
Una volta lo aveva visto persino in biblioteca, il mercoledì, durante le letture ad alta voce. Non era un club fisso: una decina di persone si sedeva per ascoltare qualche racconto e magari commentare. Dopo che il medico aveva detto a Nunzia che le avrebbe giovato uscire, lei aveva preso labitudine di andare. Anche senza prescrizione lo sapeva già, ma se te lo dice uno in camice, è quasi come ricevere un permesso. Arrivava sempre venti minuti prima, per riprendere fiato dal pullman e sedersi in sala tra il ticchettio degli orologi. Anche lì, lui cera già. Guardava un ficus in modo tale che sembrava parlare con una pianta di vecchia data.
Da lì, era diventata incapace di non notarlo. Non per caso, ma neppure con intenzione. Alcuni volti lo sguardo li ruba da solo. Non perché sono belli o rumorosi. Anzi. Proprio perché si sono sistemati nel mondo con una discrezione meticolosa.
Quel giorno in ambulatorio lui indossava una camicia scozzese sotto un cardigan slacciato. Una manica era senza bottone; Nunzia lo notò subito, poi distolse rapidamente lo sguardo, come se avesse spiato qualcosa di troppo intimo. Luomo la vide, fece un cenno, complice silenzioso ormai riconosciuto.
Anche lei è in anticipo le disse.
La voce era bassa, senza asprezze, le parole misurate come se scegliessero la strada più breve.
Ma lei è ancora di più rispose Nunzia.
Lui sorrise con un accenno, quasi invisibile.
Già, è vero.
Il telefono interno squillò sullaltro lato. Linfermiera, senza mai alzare lo sguardo, rispose che la macchina era occupata e di attendere. Dal box delle terapie uscì una signora col foulard e lasciugamano stretto alla spalla. Il corridoio si riempì di odore di pomata allarnica, probabilmente già spalmata da casa. Nunzia odiava quellodore: rimaneva attaccato alle sciarpe. Si spostò di un sedile, cambiò idea, pensò che sembrava un capriccio, e tornò.
Luomo finse di non essersi accorto. Lo apprezzò.
Anche lei arrivava sempre prima. Mai quarantacinque minuti, certo: venti, venticinque, in stazione anche trenta. In biblioteca sempre appena dopo la bibliotecaria e, da qualche mese, quelluomo. Si giustificava con gli autobus imprevedibili, lascensore che chissà, le strisce fuori dal mercato perennemente rosse. Ma, a dirla tutta, le piaceva anche semplicemente sedersi da sola, respirare senza dover correre, senza sentire addosso gli occhi degli altri.
Era vero, ma non era tutta la verità.
A casa, dopo le quattro di pomeriggio, si sentiva solo il frigo. Non forte, appena un ronzio che in passato ignorava. Poi anche i tubi del bagno, se i vicini aprivano lacqua sopra, e la tv della signora accanto sembrava sempre su discussioni da salotto. Nunzia poteva accendere la radio, mettere qualcosa sul fuoco, pulire i mobili già puliti. Ma se doveva uscire alle sei, dalle cinque alle sei il tempo si deformava. Si preparava con troppo anticipo, controllava cento volte il ferro già spento, spostava il fazzoletto da una borsa allaltra, e guardava lorologio ancora e ancora. Alla fine indossava il cappotto ed usciva di casa, con la sensazione dubbia di essere attesa da qualcuno che non cera.
Non la aspettava nessuno. Ma fuori era più facile sembrare una donna con una strada.
Lei a che ora ha la visita? chiese lui.
Alle nove e venti.
Io alle dieci.
Nunzia rapidamente calcolò. Erano le otto e quarantacinque.
Quindi è arrivato quarantacinque minuti prima.
Lautobus stavolta era puntuale.
E se non fosse stato?
Sarei comunque venuto prima.
Lo disse senza ironia, e Nunzia sentì che voleva chiedergli qualcosa da molto tempo senza sapere come. Alla sua età la gente si lascia scappare curiosità di troppo, mascherando tutto con la semplicità. Questo non le era mai piaciuto. Nemmeno a lei faceva piacere che in coda la interrogassero su malanni, figli, parenti.
Quindi restò in silenzio.
Una volta, in biblioteca, lui si sedette accanto. Stavano leggendo Moravia, la bibliotecaria giovane, con un anello al naso, lo leggeva senza enfasi. Poi si chiacchierava, ma niente di dotto, quello che ci veniva. Qualcuno rimpiangeva i vecchi libri, qualcuno ricordava le case popolate di troppi, qualcuno sgattaiolava via per non perdere il pullman. Luomo parlava poco. Solo una volta disse che gli era piaciuto come il protagonista del racconto rimandasse sempre la conversazione, come se prima o poi evaporasse da sola. Nunzia si voltò:
Detta così è perfetta gli disse.
Non è una mia invenzione, succede a tutti.
A tutti, a tutti…
Lui sollevò le spalle e si mise a chiudere il termos con dita larghe, macchiate di marrone attorno ai letti ungueali forse iodio, forse medicine. Si voleva chiedere il suo nome, ma la bibliotecaria arrivò con i biscotti e tutto si sciolse.
Alla stazione le aveva aiutato a sollevare la borsa sulla panca, anche se leggera.
Grazie.
Nulla.
Va anche lei al cimitero?
No. Fino a Monteverde.
Cè qualcosa laggiù?
Piscina.
Lei lo osservò perplessa, e lui, in quel momento, rise davvero.
Non vado io. Porto il nipote il sabato.
Ah.
Sembrava una spiegazione totale. In realtà, non spiegava niente. Al nipote poteva bastare anche arrivare dieci minuti prima.
Quel giorno lautobus fu in ritardo, restarono insieme quasi unora. Vicino a loro due donne litigavano per la fila, il barista del chiosco lucidava il bancone con un giornale. Sul display le cifre lampeggiavano, ma nessuno ci badava. Luomo non si agitò. Versò il tè dal termos, indugiò, domandò:
Ne vuole un po?
Nunzia di solito evitava, ma stavolta sì.
Il tè era forte, con sentore di rosa canina.
Ottimo disse.
Così lo faceva mia moglie. Io provo, ma il suo era migliore.
Lo disse senza patetismi, senza quella premessa collaudata che annuncia lutti e mancanze. Nunzia non disse né “mi dispiace” né “da tanto?”. Restituì solo il tappo, facendo attenzione al calore tra le dita.
Da allora, si salutarono come vecchi amici di poche parole. Lui una volta le tenne la porta in ambulatorio, in biblioteca le spostò una sedia, alla stazione le disse dei nuovi orari del sabato. Si chiamava Vito Paolo. Lo scoprì per caso, tra firme su un foglio di elenco.
Nunzia, a un certo punto, si accorse che aspettava da lui una spiegazione. Come se la ripetizione di un incontro dovesse per forza portare a un senso. Era comico, e le vergognava un po. Le persone non sono storie da comporre. Ma lo aspettava, comunque.
La spiegazione arrivò a fine marzo, quel giorno in cui in ospedale spensero il riscaldamento troppo presto e tutti erano rimasti col cappotto sulle spalle. Fuori, il ghiaccio del marciapiede si disfaceva in pozzanghere scure; il tempo pareva scandirsi come un metronomo. Nunzia, come sempre, era già lì quando lui arrivò. No, questa volta senza termos, ma con una busta di pane ancora caldo che spuntava dal sacchetto.
Stamattina ha fatto spesa? domandò.
Ho unito le commissioni, replicò lui.
Comodo.
Già, comodo, ma senza convinzione.
Posò la busta tra i piedi e controllava ogni poco se la baguette non cadesse. Un gesto così non necessario che Nunzia, finalmente, gli chiese:
Vito Paolo, posso chiederle una cosa, anche se non vuole rispondere?
Lui si voltò, senza alcuna diffidenza.
Dica pure.
Perché viene sempre tanto in anticipo?
Linfermiera rideva allaltro capo del corridoio. Si chiuse una porta. Nunzia già si pentiva: pareva una domanda da bambina, non da una di sessantottanni.
Vito Paolo lisciò la piega invisibile dei pantaloni.
A dire il vero, ho iniziato per mia moglie.
La frase suonava più come una sequenza dazioni che come un ricordo.
Prima di uscire si agitava sempre. Non veri attacchi, ma… confusione. Temeva di fare tardi, poi di arrivare troppo presto e sembrare sciocchi, poi di nuovo di fare tardi. Se uscivamo per tempo, respirava meglio. Ho imparato a calcolare. Autobus anticipato, cambio con margine, arrivare, sedersi. Così lei si calmava.
Si zittì, guardò le scarpe, il sacchetto, la lampada fioca.
E poi, anche quando lei non cera più, ho continuato lo stesso. Prima per inerzia. Poi lho notato: quando cerco di arrivare giusto allora, mi sento inquieto. Nella testa, rumore. Come se avessi dimenticato qualcosa. O qualcuno. Invece, in anticipo, mi siedo, bevo il tè, guardo gli altri entrare. Così va bene.
Nunzia ascoltò, senza interrompere. Apprezzava che non cercasse poetica, non camuffasse la consuetudine da memoria struggente. Solo spiegava: come si spiega a qualcuno perché si porta sempre le chiavi nella tasca sinistra.
Anche a casa aggiunse, dopo una pausa il momento peggiore è dopo che mi sono vestito, ma ancora non esco. Quello proprio non lo sopporto.
Nunzia rise piano.
Nemmeno io.
Lui la guardò, scrutando.
Anche lei sempre in anticipo?
Sempre. Credevo fosse il carattere o i mezzi pubblici… Ma, se devo essere onesta, è che non voglio restare lì, ad ascoltare il frigorifero.
Questa espressione la sorprese: pareva uscita da un sogno strano. Ma Vito Paolo annuì, serio, come se veramente avesse afferrato ogni sfumatura.
Già. Proprio questo.
Restarono in silenzio. Non un silenzio imbarazzato; un silenzio che riempiva, come se ciascuno provasse a indossare la confessione dellaltro, scoprendo che calzava a pennello.
Poi Vito Paolo prese dalla busta un bicchierino di carta e il termos che, in effetti, era nascosto sotto la baguette.
Oggi senza il tappo avvisò. Lho scordato. Ma il bicchiere lho preso dal distributore. Ne vuole?
Volentieri.
Il tè, meno forte che in stazione, era comunque caldo. Nunzia stringeva il bicchierino tra le mani, lo sguardo fisso sul tabellone degli esercizi al collo: una signora sorridente le restituiva unenergia irreale.
Mercoledì viene in biblioteca? chiese Vito Paolo.
Se la pressione non decide diversamente, ci sarò.
Allora le tengo il posto.
Ma non per quaranta minuti!
Unaltra risata sfumata.
Daccordo. Trenta cinque.
Linfermiera fece capolino e chiamò Nunzia Severina per cognome. Lei si alzò, lasciò il bicchiere vuoto sul davanzale, solo allora notando che, nonostante tutto, mancava ancora tempo alla terapia, anche se sembrava fosse già iniziata. Così capita, quando lattesa finalmente si fa compagnia di altro.
Torno subito, mormorò, senza ragione.
Io resto, rispose Vito Paolo, e spostò la sua borsa per liberarle il passaggio.
Dopo la terapia uscirono insieme. Laria era umida ma non tirava vento. Alla biblioteca restavano due giorni, alla piscina del sabato ancora di più, alla prossima visita una settimana intera. Prima Nunzia prendeva sempre la scorciatoia vicino alla farmacia. Oggi, invece, svoltarono con calma nel parco, dove lasfalto sbucava sotto la vecchia neve a macchie nere.
Camminarono poco, fino allangolo. Lì la strada si divideva.
Deve andare di qua? chiese Vito Paolo.
No, rispose Nunzia, che sistemava la tracolla. Ma per un po posso andare anche in questa direzione.
Fecero ancora qualche passo, come se mancassero proprio quaranta minuti allinizio di qualcosa qualcosa che ancora sfuggiva ma che, stranamente, li aveva già riuniti nel tempo di un sogno.






