Firmato diversamente
Non serve che me lo stampi, lo salvo direttamente sul telefono.
L’aveva detto con una sicurezza forse ostentata, come se fosse abituato a farlo spesso e senza nessuna difficoltà. In verità, i numeri preferiva scriverli su carta. Il pezzo di carta gli dava più sicurezza: lì sopra non saltavano fuori vecchi nomi, non comparivano automaticamente, non fingevano di sapere già chi volessi.
La signora dellaccettazione scandì lentamente il numero del medico, due cifre alla volta. Giuseppe Pavesi, fermo al banco, teneva stretta sotto il braccio la cartellina delle analisi e faticava a pigiare sullo schermo con il polpastrello del pollice. Nel corridoio dellambulatorio qualcuno tossiva dentro la sciarpa, cera chi discuteva vivacemente della prenotazione online, e vicino al distributore di copriscarpe un ragazzino faceva girare una pallina blu come una trottola. Giuseppe inserì il numero, pigò su crea contatto e il telefono suggerì subito un nome. Non ci badò più di tanto, premette su conferma meccanicamente, anche perché dietro di lui si faceva avanti altra gente.
Salvato?
Certo, certo.
Rimise il telefono in tasca, prese la sua cartellina e si avviò verso lingresso. Non pensava al medico, ma piuttosto a dover passare dal supermercato prima che si affollasse, e poi magari a fermarsi dal ferramenta per la lampadina del corridoio. Una delle luci lampeggiava ormai da tre settimane e Lucia continuava a dirgli: O la cambi, o smetti di promettere. Ogni volta lui rispondeva che l’avrebbe cambiata il sabato, ma al sabato trovava sempre altro da fare.
A casa posò la busta del latte sullo sgabello in cucina, si tolse le scarpe senza nemmeno slegare i lacci e la prima cosa che fece fu andare a rovistare nello scaffale in alto per le lampadine. Era una sua piccola abitudine di cui si compiaceva: se ti ricordi di qualcosa, falla subito, prima che passi. Funzionava solo con le cose di poco conto, però. Le questioni importanti le rimandava per anni, chiamando questa sua indecisione scrupolo.
La lampadina era della filettatura sbagliata. Girò la scatola, lesse le scritte minuscole, la rimise a posto. Lucia, dalla stanza, chiese:
Hai preso la lampadina?
Presa, ma è quella sbagliata.
Lo sapevo.
Lei lo disse senza rabbia né ironia, quasi con pigrizia. Ormai, tra loro, anche le cose importanti venivano dette con la voce di chi parla del tempo, qualcosa che non si può cambiare.
Dopo cena, lui si ricordò del medico. Doveva scrivere un messaggio per chiedere se lecografia andasse fatta a digiuno. Giuseppe aprì il suo messaggiatore, scorse la rubrica e si bloccò. Il nuovo contatto risultava salvato sotto il nome Giulia.
Allinizio non capiva nemmeno perché quella cosa lo avesse infastidito. Poi si rese conto: il medico era uomo, un gastroenterologo, il cognomese lo ricordava dal badgeera Crespi o Cremona. Di Giulia, lì, non cera nessuna traccia.
Verificò il profilo. Il numero era proprio quello che gli avevano dettato allaccettazione. Quindi non era il contatto sbagliato, solo il nome era fuori posto.
Sbuffò, si sistemò gli occhiali e stava già per cambiare il nome, ma in quel momento Lucia lo chiamò dalla stanza:
Hai visto la bolletta della luce?
Andò a cercare la bolletta, poi portò fuori limmondizia, poi si mise davanti al telegiornale a sentire le notizie senza ascoltarle davvero. Il nome rimase lì, come la lampadina, la visita dal dentista, la conversazione con la figlia che da mesi li invitava nella casa in campagna e lui continuava a rimandare.
Il giorno dopo scrisse: Buongiorno. Sono Giuseppe Pavesi, mi hanno detto di contattarla per sapere come prepararmi. Devo venire a digiuno?
La risposta arrivò subito: Sì, senza mangiare da otto ore. Lacqua va bene.
Nessun problema. Il numero era giusto e il nome non dava fastidio. Sorrise tra sé. Con questi aggeggi ormai è così… che ci vuoi fare.
Ma la vera questione si presentò la sera, mentre era in coda alla Coop. Per sbaglio mandò proprio a quel contatto un messaggio che era destinato a Lucia: Se trovi, prendi laneto e la panna. Ho dimenticato. Ma premette sulla chat sbagliata, perché in alto cera Giulia invece di Lucia, che nel suo telefono figurava freddamente come Lucia casa per non confonderla con laltra Lucia del palazzo.
Dopo un minuto arrivò la risposta: Mi scusi, sono il medico. Non compro aneto.
Giuseppe rilesse la risposta e si sentì più infastidito da sé stesso che imbarazzato: per le dita grosse, per i caratteri piccoli, per questi telefoni intelligenti che ti fanno sentire uno scemo in mezzo agli scaffali tra il latte e il cibo per gatti. Scrisse in fretta: Mi scusi, ho sbagliato. Solo allora rinominò il contatto in Dott. Crespi Ecografia. Ma era come mettere una toppa: il messaggiatore continuava a mostrare il vecchio nome, e per giorni nellelenco delle notifiche spuntava di nuovo Giulia.
Due giorni dopo Lucia prese il suo telefono lasciato in ingresso; il suo era scarico e aspettava la chiamata del corriere per larmadio. Giuseppe, intanto, trafficava col sifone sotto al lavello e la sentì gridare:
Ti scrive Giulia!
Corse in cucina troppo in fretta, sbatté la testa contro lo spigolo del mobile e bestemmiò con una parola che in casa non usava mai.
Quale Giulia?
Questa qua. Le ricordo, domani alle 9:20 in ambulatorio 314. Molto premurosa.
Lucia teneva il telefono con due dita, come fosse una cosa trovata sul tram. Non era gelosa, nemmeno offesa. Era curiosa, e quello sguardo curioso era peggio di un rimprovero. Al rimprovero potevi replicare; la curiosità significava che lei aveva notato qualcosa di buffo o patetico su di lui.
È il medico, spiegò. Non avevo ancora cambiato il nome.
E perché Giulia?
Che ne so io? Si è impostato così.
Ah, certo. Da solo.
Restituì il telefono e tornò nella sua stanza. Non sbatté la porta, nulla. Ma per il resto della sera parlò con lui come se in casa ci fosse unaltra persona, invisibile, fuori luogo.
Giuseppe avrebbe voluto spiegare meglio, dire che forse quel nome era saltato fuori da un vecchio contatto, unautocompletamento del telefono, che era una sciocchezza. Ma più pensava alle parole giuste, più tutte suonavano male. Cera qualcun altro con quel nomegià era una brutta partenza. È stata lautocompletamentosuonava infantile. Si limitò a mostrare la chat dellaneto. Lucia dette unocchiata, annuì e disse:
Molto convincente.
Non capì se lo prendesse in giro o no.
Al lavoro la cosa fu ancora più imbarazzante. Giuseppe era il responsabile magazzino in una piccola ditta di forniture idrauliche. Niente di complicato, ma richiedeva memoria sui codici degli articoli, sui fornitori e su quei corrieri che promettevano sempre arrivo fra mezzora. La memoria ancora teneva, anche se ultimamente finiva spesso col fermarsi a metà di un corridoio domandandosi cosa fosse andato a fare lì.
Venerdì il titolare gli chiese il numero della nuova contabile della sede centrale. Giuseppe lo cercò tra i contatti, ma accanto, inevitabilmente, apparve Giulia. Sbagliò chat e inviò al titolare proprio la scheda del medico.
Questa chi è? rise il titolare guardando il telefono. La nuova contabile fa anche le ecografie?
In ufficio tutti scoppiarono a ridere. Non cattiveria, solo complicità da lavoro. Ma subito la collega del magazzino, Carla, rincarò la dose:
Ehi, Giuseppe, segreti eh? Questa Giulia chi sarà mai.
È il medico, tagliò corto lui.
Certo, certo. Il medico.
Ancora quel tono, come quello di Lucia: come se attorno a lui tutti sapessero già qualcosa che lui non aveva ancora chiarito a se stesso.
Si infuriò e rispose più bruscamente del dovuto:
Non avete altro da fare che spiare il telefono degli altri?
Calarono le risa, ma il malumore gli restò addosso. Il titolare si rialzò le spalle, trovò da solo il numero della contabile. Giuseppe, invece, si sentì fino a fine turno come se avesse un post-it con un nome sbagliato spiaccicato sulla schiena.
La sera chiamò la figlia. Lei viveva a Sesto San Giovanni, lavorava in unassicurazione, e parlava sempre rapida e decisa.
Papà, che hai combinato con la mamma?
Niente ho combinato.
Dice che hai una Giulia nel telefono.
Oddio, ci sei anche tu adesso. È il medico!
Papà, non sto qui a fare linquisitrice. Ma se cè qualcosa fra voi, non dite che va tutto bene. La mamma è silenziosa, ma si vede.
È sempre silenziosa.
Appena lo disse, gli suonò male in bocca. La figlia rimase zitta.
Ecco. Non è sempre colpa del telefono.
Adesso sei diventata saggia tu, eh?
Da un pezzo. Va bene, non agitarti.
Cambiò argomento, parlò del nipote, della sua tosse, della scuola materna. Ma Giuseppe ormai ascoltava solo a metà. Quella frase girava nella testa, come una puntura in fondo alla giornata. Non è sempre colpa del telefono.
Il nome Giulia non era un caso. Lo sapeva dallinizio, solo che provava a non pensarci. Non era una questione di autocompletamento o tecnologia: quel nome, anni prima, lo aveva dato davvero a una persona. Erano passati quindici anni, aveva lavorato in unaltra ditta, faceva trasferte in giro per la Lombardia. Cera una responsabile acquisti, Giulia Venturi. Niente di cinematografico: non era una bellezza da film, ma accanto a lei si sentiva a suo agio. Parlava con pacatezza, ascoltava, si ricordava che lui non mangiava dolci in viaggio e odiava i messaggi vocali. Non successe mai niente, se si va a controllare sulle dita. Una volta presero un caffè alla stazione aspettando lautobus, lei rideva del suo errore sulle fatture. Unaltra volta lui le portò in macchina una scatola di cataloghi. Un giorno lei disse: Si sta bene con lei. Tutto qui.
Eppure a casa, dopo quelle trasferte, Giuseppe era più irascibile, portava pane di tipo sbagliato, dimenticava le sue promesse. Lucia allora gli chiedeva chiaro:
A cosa pensi?
E lui diceva: Al lavoro. Ed era quasi vero. Quasi, che è la forma di menzogna più comoda. Poi la ditta chiuse, Giulia sparì, il suo numero rimase in un vecchio telefono, poi migrò su un altro insieme a vecchie cianfrusaglie. Poi sparì per sempre. Giuseppe non cercò mai quel numero. Gli piaceva lidea di essere una persona per bene, che in fondo non aveva mai fatto niente di discutibile. Quindi non cera nulla da ricordare.
Ma il nome rimaneva nelle sue dita. Come una passeggiata che conosci a memoria e puoi fare ad occhi chiusi, anche se il negozio allangolo ormai non esiste più.
Il vero pasticcio successe la domenica a casa della figlia. Si erano ritrovati per il compleanno del nipote; nella cucina stretta, tra le insalate e la torta da guarnire, lui si offrì di ordinare lacqua minerale che, chissà come, lì finiva sempre. Prese il telefono, aprì il messaggero e trovò in cima il messaggio del medico: Se dovesse tardare, avvisi per tempo. Voleva solo inoltrare alla figlia lindirizzo della consegna, invece schiacciò la chiamata.
La vivavoce partì da sola, oppure lo fece senza rendersene conto, non lavrebbe saputo dire. In cucina echeggiò una voce maschile:
Pronto, Pavesi, dica pure.
Ma sullo schermo campeggiava ancora la notifica. Giulia.
La figlia alzò subito lo sguardo. Il genero fece finta di nulla. Lucia smise di tagliare il cetriolo.
Quindi la tua Giulia è il medico? domandò la figlia, così piano che sarebbe stato meglio se avesse urlato.
Giuseppe riagganciò, sbagliò applicazione, il telefono gli sembrava scivoloso come sapone. Iniziò a spiegare troppo nei dettagli, parlando della signora dellaccettazione, del badge, dellaneto, del numero maschile ma del nome vecchio perché… perché prima… E si fermò. Da lì in poi, o avrebbe continuato a mentire in modo ridicolo, o avrebbe detto le cose come stavano.
Perché una volta avevo un contatto con quel nome, disse sommessamente.
In cucina nessuno si mosse. Soltanto dalla stanza si sentiva il nipote che faceva rumore con una macchinina contro il termosifone.
Chi era? chiese Lucia.
Lui non la guardò negli occhi, fissò il tagliere: c’era un cetriolo dalla punta irregolare e il coltello sporco di aneto. Stupido notare proprio questo, eppure era lunica cosa che vedeva.
Una collega di una vecchia azienda. Non è mai successo niente. Non la vedo da anni.
Ma il nome lo ricordi, disse Lucia.
Lo ricordo.
E hai messo il suo nome al medico.
Sì.
La figlia tirò un sospiro rumoroso e si voltò verso il lavello. Il genero finalmente si spostò in camera con il bambino. Rimasero solo loro, tra ciotole, buste e insalata da finire.
Lucia non alzò mai la voce. Era anche peggio. Gli chiese solo:
E cosa è che stai cercando di custodire così, lei o te stesso vicino a lei?
Giuseppe avrebbe voluto dire: Non custodisco niente. Avrebbe pronunciato quella vecchia frase, ma improvvisamente gli parve meccanica, come il nome nel telefono.
Forse custodivo me stesso, disse. Quello che allora mi sembrava di poter essere.
Lo guardava, stanca, senza soddisfazione. Lui proseguì, perché ormai la diga era rotta.
Con lei era semplice, non perché fosse speciale. Ma perché vicino a lei non mi sentivo sempre in colpa o fuori posto. Non marito che compra le lampadine sbagliate, non padre che promette e poi rimanda. Solo uno che si sentiva a proprio agio. Credo sia rimasto dentro di me… Anche se non ho mai fatto nulla, veramente. Solo portato dietro quellidea, come se fosse un altro possibile me.
Non aggiunse altro. Per la prima volta dopo settimane, non serviva altro per spiegarsi.
Lucia posò il coltello.
E io, cosa ti impedivo di essere una persona?
La domanda non chiedeva una risposta bella. Ogni risposta bella sarebbe stata solo una presa in giro.
Io stesso, rispose. E magari anche tu. Ma soprattutto io. Era più facile pensare che da qualche parte riuscivo meglio che qui, invece di parlare davvero.
La figlia si girò. Aveva unespressione dura e commossa insieme, come quando era bambina e cadeva dalla bici, e non voleva che la si consolatasse.
Almeno ora è una risposta umana, disse. Non come si è messo da solo.
Lucia prese la ciotola dellinsalata e uscì dalla stanza. Non lo fece in modo plateale, solo perché la torta non si porta da sola. Giuseppe rimase con il telefono in mano, consapevole che la festa doveva continuare lo stesso. Forse era meglio così: dover versare la bibita o cercare il coperchio della teglia dopo una conversazione difficile toglie subito ogni dramma.
Più tardi, a casa, Lucia sistemava i piatti a scolare. Lui era lì vicino, dimpaccio, e non sapeva bene da dove ricominciare.
Non lho cercata, disse infine.
Ti credo.
E non la cercherò.
Anche questo lo credo.
Lei posò il piatto dritto nello scolapiatti, lo sistemò che non cadesse.
Ma la questione non è lei, Beppe.
Lui annuì. Quando lo chiamava solo Beppe, senza cognome e senza stizza, lui si sentiva sempre più giovane e più sciocco.
Lo so.
Vivi sempre come se tutti ti sottovalutassero. Al lavoro, a casa, dappertutto. E aspetti che qualcuno si accorga di quanto sei bravo, se solo ti lasciassero in pace. Ma nessuno ti lascia in pace, perché la vita è così. Io ti stuzzico, e tu con me. Solo che tu stai zitto, e poi nei tuoi telefoni appaiono nomi strani.
Non seppe trovare nulla da aggiungere. Non serviva altro.
Lucia si asciugò le mani.
Domani chiama questa tua Giulia-medico, cioè come si chiama… Spiega e scusati. E aggiorna pure il contatto. Ah, sorrise guardando la lampadina che ancora lampeggiava in corridoio, comprala finalmente, la lampadina giusta. Sono stanca di vivere al buio, ma non per colpa della luce.
Il giorno dopo fece quello che doveva. Di mattina modificò il contatto con Nome, Cognome, ambulatorio e orario. Poi telefonò al medico e si scusò per errore e chiamata indesiderata. Il medico rispose asciutto, ma senza astio: Capita. Al lavoro, poi, prima di battute, spiegò al titolare di aver sbagliato per sbadataggine, non per misteriosi affari personali. Carla ridacchiò, ma la cosa finì lì.
Il più difficile lo lasciò per la sera. Finita cena, si mise a tavolo con il vecchio quadernetto degli indirizzi che Lucia minacciava da anni di buttare. Alla lettera G non trovò nulla. Ovviamente: quel nome non laveva mai scritto sul cartaceo, solo sul cellulare. Così accese il computer, aprì la vecchia email di lavoro, scovò una conversazione di quindici anni prima sulle forniture di rubinetti e trovò cognome e indirizzo dufficio. Il numero di telefono era ormai inutile. Cercava altro.
Scrisse una breve lettera: Buonasera, signora Venturi. Non so se questa mail le arriverà. Volevo solo ringraziarla per quel lavoro insieme, e dirle che lho ricordata forse più a lungo di quanto servisse. Non serve nessuna risposta.
La rilesse, storpiò la faccia, cancellò metà del messaggio. Lasciò solo: Buonasera. Grazie per il lavoro di allora, nei primi duemila. Ho ripensato alle forniture di Brescia di recente. Giuseppe P. Inviò e chiuse subito la posta, prima di rifare tutto meglio.
Poi andò dal ferramenta e comprò due lampadine della filettatura giusta. Quella sera salì sullo sgabello in corridoio per montarle. Lucia da sotto teneva la scatola, perché non cadesse. Ora il corridoio era tutto luce, senza tremolii.
Ecco, disse lei, già meglio.
Sì.
Scese, mise la lampadina vecchia nella busta e, restando sulluscio, disse:
Lucia… Se mi capita ancora di nascondermi dietro le parole, segnalamelo subito.
Te lo dico sempre subito.
No, tu parli quando ormai è tardi.
Lei ci pensò su, annuì.
Daccordo. Allora anche tu, non aspettare il terzo malinteso.
Ci provo.
Il telefono di Giuseppe squillò nellatrio. Guardò lo schermo: Dottor Crespi Ecografia. Nessuna sorpresa. Mostrò lo schermo a Lucia, senza sapere perché. Lei fece una smorfia, prese la busta con la lampadina e gliela porse.
Portala fuori. E prendi anche del pane.







