Una scelta difficile, ma giusta

Una scelta difficile, ma giusta

Da giovane, Romualdo Stefanini era forte come un eroe delle antiche leggende italiane, quasi come Orlando furioso: aveva braccia poderose, e nei vicoli del paese trasportava sulle spalle due sacchi pieni di farina come se fossero piume, mentre altri arrancavano anche solo con uno.

Che forza che chai, Romu! Sembri proprio un gigante, scherzavano i paesani. Lui rispondeva solo con un sorriso sornione.

Romualdo sposò Liviana, la sua vicina di casa, chiamata da tutti Livi. Erano cresciuti insieme tra quelle colline, e da sempre era chiaro che sarebbero arrivati allaltare. A Liviana brillavano gli occhi appena vedeva Romualdo: lo amava così intensamente che respirare senza di lui sembrava impensabile. Era la più bella del paese, e molti ragazzi sognavano di corteggiarla, ma il rispetto (e un po anche la paura) di Romualdo bloccava ogni baldanza giovanile.

Romualdo e Liviana vissero in armonia e nacque il piccolo Paolo, un bimbetto forte e affabile come il padre. La loro era una famiglia serena, finché Liviana, col passar degli anni, cadde gravemente malata e si spense, lasciando Romualdo ormai anziano a camminare piano tra le ombre della sera, solo nella casa piena di ricordi.

Si cucinava da sé cose semplicipasta e fagioli, polentalavava i panni in una vecchia tinozza col sapone di Marsiglia, schivando con fermezza ogni novità moderna, come la lavatrice parcheggiata in un angolo. Il figlio Paolo, ormai trasferitosi a Firenze, ogni fine settimana tornava per aiutarlo nellorto, portare lacqua dal pozzo, spaccare un po di legna.

Ma papà, perché non usi la lavatrice che ti ho preso? Basta acqua calda, un po di detersivo, metti i panni e ti riposi, no? lo rimproverava il figlio.

Tu pensa al tuo appartamento; le mie abitudini non si cambiano. Quel coso infernale straccia tutto, i panni devono profumare come li lavava tua madre, con calma, ribatteva Romualdo, spingendo via ogni progresso.

Un tempo il paese era vivo, persino la scuola elementare aveva otto classi e il teatro in canonica era affollato. La pièce preferita restava I promessi sposi, tanto che qualcuno si beccava un soprannome di qualche personaggio famoso. La signora Ignazia era chiamata Agnese per la sua solerzia domestica, sempre pronta a lamentarsi di malanni inventati. Romualdo invece si era guadagnato il titolo di Cecco, come il vecchio avaro della commedia, perché nel suo casolare nulla veniva mai buttato.

Papà, perché tieni ancora quel vecchio bricco arrugginito? Prende solo polvere! si lamentava Paolo, strofinandosi una tempia dopo averci sbattuto.

È un ricordo di mamma, e anche di nonna tua. Non puoi capire, la gioventù è come il caffè della mattina: finisce troppo presto, sospirava il padre.

E quella tinozza di latta? Mi ci spacco la testa ogni volta! brontolava Paolo.

Comanda a casa tua, qui si fa come dico io! sbuffava Romualdo, ostinato come una vecchia vite.

Paolo insisteva: Papà, vieni a Firenze, stai meglio da me, niente fatica, hai la doccia, la vista sui giardinetti

A Firenze? E la nostra vecchia stufa di ghisa, la senti anche tu come scalda la malinconia? La vasca della nonna mica lava via i pensieri come quella in plastica, ribatteva Romualdo, che non sopportava lidea di lasciare la sua terra.

Ma datti una mossa, pensaci a un nipote almeno! ribatteva il padre, semi-scherzando.

Lo sai papà, non cè più la mia Angela… Il discorso sincupiva e si spegneva nellaria tiepida del tramonto.

Come può separarsi da una casa dove ogni chiodo è stato conficcato dal proprio sudore? Dalla terra che ha zappato, dagli oggetti riempiti di memoria…

Papà, sei tirchio! sbottava Paolo.

Risparmiatore, non tirchio, replicava serio Romualdo, alzando il dito indice come un antico maestro.

Testardo e parco, Romualdo restava a presidiare il suo regno di ricordi, tra le ferraglie e il profumo di passato.

Poi Paolo, dopo la leva militare, fu tra i primi ad andare in cittànon voleva restare tra quei campi.

Mamma, papà, vado via. Firenze mi aspetta!, annunciò un mattino.

La madre si disperò: Come faremo senza di te, figlio mio?

Romualdo, placido, la zittì: Fai bene Andar via, in città si impara il resto della vita. Tanto le radici, se devono, sapranno richiamarti.

Così Paolo partì. Trovò lavoro in fabbrica, la sua forza gli valse presto un bellappartamento. Lì conobbe Angelica, bionda come il grano, dolce e gentile. Si sposarono e vissero sereni.

Quando la madre di Paolo morì, lui e Angelica tornarono in paese per il funerale. Quella perdita invecchiò Romualdo di colpo: aveva sempre negli occhi una tristezza insistita.

Passavano gli anni. Paolo e Angelica non riuscivano ad avere figli. Dopo quattro anni, Angelica annunciò con un sorriso tremante: Paolo, aspetto un bambino…

Sul serio? Finalmente! pianse di gioia Paolo, alzandola tra le braccia.

Devi curarti, ora siamo in tre, la rassicurava, proteggendola come un soldato la sua regina.

Angosciosa fu lattesa del parto: di notte la clinica si chiuse e Paolo fu costretto a tornare a casa. Passò ore a fissare il soffitto, aspettando lalba. Allapertura, ansioso, chiese notizie e linfermiera lo fece sedere: Angelica era morta dando alla luce una bambina, anche lei volata via in silenzio.

Paolo seppellì moglie e figlia, e la sua casa divenne dun tratto silenziosa come la piazza principale in agosto. Non volle più saperne di donne o illusioni: il dolore era diventato parte di lui.

Dieci anni passarono così. Romualdo ogni tanto suggeriva: Devi rifarti una vita, ficcati in testa! Guarda Margherita, la figlia del nostro vicino Achille Una ragazza doro, e bella come il giorno di Pasqua!

Margherita era davvero bella, ma rimasta al paese per accudire la madre malata. Eppure, ogni volta che Paolo le portava lacqua dal pozzo, tra i due scorreva uno strano calore, una luce fugace negli occhi.

Romualdo, invecchiato e sempre più curvo, visitava la tomba della moglie con regolarità. Paolo saccorse che il padre non ce la faceva più a badare a tutto e cominciò a trascorrere più tempo con lui.

Un giorno, Paolo arrivò con una macchina nuova e un sorriso da ragazzo.

Papà, vengo a stare qui. Basta città. Ho venduto tutto e son tornato alle radici. Era dura decidere, ma sento che è giusto…

Romualdo gli batté una mano sulla spalla: Sarà anche per Margherita, vero? sogghignò.

Paolo rise di gusto: Hai capito tutto. Presto andremo da Achille e Margherita. Costruirò una casa grande qui, come sognava mamma.

E arrivò il giorno del matrimonio, una festa lunga sotto lulivo centenario: balli, risate, vino rosso e pane caldo. Paolo e Margherita ebbero due bambini: una figlia con gli occhi azzurro cielo e un figlio con le mani larghe come quelle del nonno.

La grande casa respirava destate e dinverno, piena di voci. Solo Romualdo e Achille ormai riposavano al camposanto, accarezzati da un vento che sapeva di grano e memoria. Margherita e Paolo, invece, scoprivano che nella loro terra i sogni davano radici, anche quando tutto sembrava solo un racconto di una notte strana, in bilico tra ciò che era stato e ciò che ancora doveva accadere.

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