Sai, questanno maggio sembrava impazzito: unesplosione di colori e profumi quasi imbarazzante. I glicini nei cortili toscani di Montevarchi profumavano così tanto che al tramonto veniva da girare la testa: dolce, denso, quasi soffocante. Nei filari fuori casa di Nina Moretti, i meli sembravano davvero spose: bianchi, vestiti a festa. Lerba era già alta fino al ginocchio, di un verde scuro che faceva voglia di sdraiarsi sopra. Il sole picchiava forte la mattina e laria sopra gli orti tremolava trasparente.
Andava tutto bene, sereno come non mai.
Fino a venerdì.
Nina la conosco da una vita, amica vera. Sono trentanni che è qui in paese. Era venuta giovane, sposa di Gianfranco Moretti, il nostro meccanico bravissimo. Due figli sono cresciuti tra queste vie: Marco e Grazia. Nina ha lavorato sempre in biblioteca: precisa, riservata, col fazzoletto annodato perfetto e il cappotto chiuso pure a luglio.
Gianfranco se nè andato sette anni fa. Cuore. Un colpo di notte, senza un avviso. Mi ricordo Nina al funerale: dritta, gli occhi asciutti, stringeva il fazzoletto e non una lacrima; i figli uno a fianco, la tenevano per i gomiti, e lei lì, come una statua di legno. Una settimana dopo, è venuta da me, senza spiegare: Ho paura da sola, Margherita… ho davvero paura. Da allora, ha vissuto così: silenziosa, fra orto e biblioteca, i figli solo nei giorni di festa.
Poi, due anni fa, è arrivato Egidio.
Egidio ha comprato una casa allultimo vicolo del paese, a novembre. Pure lui vedovo, veniva dallUmbria, provincia di Perugia. I figli? In città, non lo vanno a trovare, lo chiamano una volta la settimana, così per abitudine. Egidio è di poche parole, solido; tutta la vita in fabbrica, ora pensione, si dedica allorto e a qualche gallina. Vive tranquillo, tutto suo.
Come è nata la storia tra lui e Nina, di preciso non me lo ricordo. Però ho notato che dinverno lui le spalava sempre la neve davanti al cancello. In primavera, ha aggiustato la staccionata che stava piegando. Li ho visti ogni tanto davanti alla porticina di Nina: lui parlava piano, lei ascoltava annuendo. Tutto sobrio, a modo.
A un certo punto, ad aprile, Nina mi viene a trovare arrossendo proprio come una ragazzina:
Margherita Egidio mi ha chiesto di sposarlo.
Ho guardato bene: aveva il viso che le arrossiva, e negli occhi una luce viva che non le vedevo da anni.
E tu?
Ho detto sì, rideva piano, la mano davanti alla bocca.
Lho abbracciata, come so fare io: maldestro ma sincero.
Ai figli ha raccontato tutto a inizio maggio.
Quel venerdì mattina ho sentito Marco, il figlio, che urlava dallorto
Mamma, ma tu hai cinquantotto anni!
Mi sono tirata su tra le zucchine, per sentire meglio.
Nina rispondeva piano, non capivo bene.
Ma ti rendi conto? insisteva Marco. Lo conosci da tre mesi, tre mesi, mamma!
Il glicine ondeggiava sulla siepe, laria di maggio era già calda, lenta.
Poi sento Grazia, la figlia: Ma la gente, mamma? A questetà… cosa vorranno pensare?
Sono rincasata, che non mi piace curiosare. Però, il cuore, quello sì, batteva strano.
La sera Nina è venuta da me, bussando piano, quasi non si sentisse.
Lho trovata lì, sul pianerottolo, il solito fazzoletto grigio tra le mani uguale a sette anni fa, al funerale. Occhi asciutti ma arrossati.
Entra, le ho detto.
Sè seduta sulla panca. Ho messo il tè, muta. Lei ha stretto la tazza con tutte e due le mani gelide, sembrava fosse gennaio, altro che maggio.
Dicono che ormai è tardi per me, ha sussurrato.
Chi lo dice?
I miei figli…
Fa una pausa.
Marco dice che mi copre di vergogna. Grazia pure che la gente riderà di me. Guardava nella tazza. Ma io, Margherita, ci penso: e se avessi unaltra occasione? Una vera vita… Sbaglio a sperarlo?
Le ho messo la mano sopra la sua: solitamente quelle mani sono agili, ora invece ferme, tese.
Non sbagli, le ho detto.
Lei di nuovo fissava la tazza.
Ho paura, si è lasciata sfuggire, come se confessasse un segreto. Ho paura di restare ancora sola. Che mi ricapiti. Con Gianfranco era bello, poi solo sette anni di solitudine. Ormai mi ero abituata. Pensavo, resterò così. E ora…
Che vuoi dire La capivo, si sente davvero la paura di voler bene di nuovo, dopo che il cuore lhai già perso una volta.
Egidio è buono, diceva piano. Non parla tanto, ma fa le cose. Ha aggiustato la staccionata senza che lo chiedessi. Il vialetto pulito, anche senza ringraziamenti, fa e basta.
E io pensavo: ma dovè scritto che a cinquantotto anni non si può? Chi lha deciso?
E lui, Egidio, che dice? faccio io.
Dice che devo scegliere io. Che lui aspetta.
Te lo giuro. Proprio così: ti aspetto.
E tu?
Lei rialza la testa. Ha negli occhi qualcosa che non vedevo da tempo una forza, unostinazione antica.
Ho deciso, dice, e basta.
La settimana dopo i figli non mollavano.
Marco telefonava ogni giorno. Grazia mandava messaggi lunghi come la spesa di Natale li leggevamo insieme: Mamma, siamo preoccupati per te, Non conosci davvero quelluomo, Hai pensato a quello che ti sei guadagnata finora?
Eh già, le cose materiali alla fine sempre lì si cade.
Non ho detto niente a nessuno, tanto non sono fatti miei. Però ci pensavo.
Un giorno ho visto Egidio fuori dal cancello di Nina. È rimasto lì tre minuti buoni, guardava la casa e poi se nè andato a passo lento, le mani nelle tasche.
Non so che pensasse. Forse voleva sollevarla da tutte le complicazioni. Forse stava per mollare non per sé, per lei.
Di una cosa sono certa: è una gran brava persona.
Sabato i ragazzi sono ripartiti.
Prima di andare, Marco si è fermato da Nina unaltra volta, lho visto di sfuggita mentre ero nellorto. Parlava sottovoce, lei ascoltava. Poi lha detto più forte:
Mamma, ma pensaci. Cosa dirà la gente?
Lei è stata zitta un attimo. Poi, senza voltarsi, sè girata verso il cancello, lha aperto piano piano, con due mani. E lì è restata.
Marco lha guardata, poi il cancello, ha detto qualcosa che non ho capito e se nè andato in macchina.
Nina è rimasta ancora un po di fronte allingresso, da sola. I petali del glicine cadevano lenti, bianchi.
Poi è rientrata in casa.
Il matrimonio è stato a inizio giugno.
Tranquillo, senza baldoria. Solo in Comune lì a Montevarchi: io e la signora Clara della posta come testimoni. Nina aveva un vestito blu che non le avevo mai visto. Egidio veniva da casa con camicia bianca stirata e cravatta, un po impacciato e tenero. Ma saldo: le ha dato la mano alla discesa delle scale ferma, sicura.
I figli non si sono fatti vedere.
Nina non ha versato una lacrima.
Dopo le firme, siamo tornati a casa sua: in cucina, quattro persone attorno a una teiera. Clara aveva fatto una crostata ai mirtilli, io avevo portato marmellata di lamponi. Ci siamo bevuti il tè, Egidio parlava poco ma sorrideva spesso. Nina invece più loquace, nervosa, poi pian piano si è rilassata.
Dopo due ore noi due abbiamo lasciato spazio.
La sera sono uscita sul balcone a prendere una boccata daria. Giugno profumava diverso, ormai senza quelleccesso del glicine, tutto più mite. Lerba si era già asciugata, laggiù si sentiva appena il trattore del vicino.
Ho guardato oltre la siepe, verso il cortile di Nina.
Loro due seduti insieme sulla panca, sotto il melo. Il melo ormai senza fiori, le foglie fitte, belle. Lì sotto cera proprio pace. Egidio le diceva qualcosa, con la sua calma, senza corse. Nina ascoltava, la testa leggermente inclinata. A un certo punto ha riso un riso sottile, quasi timido.
Era la prima volta che rideva così, quel giorno.
Il fazzoletto le stava sulle ginocchia, non accartocciato tra le mani.
Mi sono fermata lì un po, a guardarli. La sera era silenziosa, solo il gallo di Luciano faceva ancora un verso, così, per abitudine. E il trattore in lontananza.
Poi sono rientrata in casa. Che bisogno cera di restare a guardare?
Dopo un mese i figli lhanno sentita. Marco per una questione di delega, parla poco e via. Grazia lha chiamata per più tempo, già più morbida. Si abitueranno, Margherita, si abitueranno anche loro, mi ha detto dopo Nina.
Forse è così. Il tempo aggiusta molte cose.
O forse no. Anche questa è la vita.
Non so che ne sarà di loro. Davvero, nessuno lo sa. Ma ti posso giurare una cosa: quello sguardo che aveva Nina, quella sera sotto il melo, io lho visto.
E so che era giusto così.
Non so delle carte, non mi interessa della voce degli altri. Ma questa cosa la so.
Dimmi tu, sinceramente, ma a cinquantotto anni non si può ricominciare? Solo i figli pensano che si possa mettere una scadenza alla felicità delle madri.






