Un Regalo Speciale per il Settantesimo Compleanno

UN REGALO PER I SETTANTANNI

Arrivò a quelletà dopo aver cresciuto da solo tre figli. Solo. Sua moglie era morta trentanni prima, e lui Non si era mai risposato. Non era riuscito, non aveva trovato nessuno, non aveva voluto. O forse, semplicemente, non era destino
Si potrebbero elencare mille motivi, ma che importanza aveva ormai?
Non era il momento. I due maschi si azzuffavano in continuazione, erano un bel problema. Lui li aveva spostati da una scuola allaltra, finché non riuscì a trovare un ottimo professore di fisica. Fu lui a scoprire il vero talento dei suoi ragazzi. Da quel giorno, basta litigi, niente più problemi.
Anche la bambina dava i suoi pensieri. Faceva fatica a comunicare con i coetanei. La psicologa scolastica gli consigliò persino una visita da uno psichiatra. Ma poi, arrivò nella loro scuola una nuova insegnante di italiano che aprì un laboratorio di scrittura per giovani autori. Anche qui, bastò pochissimo.
La ragazza iniziò a scrivere giorno e notte. Presto i suoi racconti vennero pubblicati prima sul giornalino scolastico, poi da tutti i circoli letterari della città. Insomma
I ragazzi, finite le superiori, ricevettero una borsa di studio per la prestigiosa Università di Pisa, facoltà di Matematica e Fisica, e lei andò a studiare lettere allUniversità di Firenze.
Così lui si ritrovò solo. E improvvisamente
Improvvisamente se ne accorse, lo sentì addosso.
Intorno cera un silenzio denso. Faceva quasi paura.
Cominciò a occuparsi di pesca, orto e allevamento di maiali. Fortuna che cera spazio la loro casa, con un grande pezzo di terra vicino allArno. Scoprì dessere bravo, riusciva a guadagnare bene. Addirittura di più che da ingegnere in fabbrica, dove ormai la paga bastava appena a tirare avanti. E così
Si accorse di poter aiutare nuovamente i figli. Poder comprargli delle Panda di seconda mano, dar loro qualcosa per le piccole spese, aiutarli a vestirsi bene. Insomma, si rese conto che ora il tempo libero gli mancava più di prima.
Ogni giorno era dedicato allazienda e al mercato. Ma non gli pesava, anzi. Così passarono altri dieci anni, e si avvicinò il traguardo dei settanta.
Pensava di festeggiare da solo. I figli ormai avevano le loro famiglie, ma erano impegnati in un progetto top secret per il Ministero della Difesa e non potevano liberarsi nemmeno un week-end. La figlia correva senza sosta tra simposi di scrittori e giornalisti, quindi lui
Lui non pensava nemmeno di invitarli.
“Ce la faccio da solo,” pensava.
“Non cè niente da festeggiare.”
Solo, come sempre.
Avrebbe fatto un giro nellorto, poi la sera, una bottiglia di grappa. Avrebbe ricordato sua moglie, e le avrebbe raccontato che persone erano diventati i loro figli.
Arrivò il giorno. Si alzò prima dellalba, come sempre, per controllare i maiali con la prima luce. Alimentazione speciale, cure particolari.
Ma quella mattina, scendendo di casa, davanti a sé, nellaia ancora illuminata dalle stelle, vide qualcosa di stranissimo.
Un oggetto allungato, coperto da un telone cerato.
“Ma che cosè questo?!”
E proprio in quellistante
Proprio allora! Improvvisamente!!!
Qualche faro si accese di colpo, illuminando il cortile, la sagoma coperta e delle figure emergenti da dietro la casa. I suoi figli con le mogli e i nipoti, qualche cugino e parente. E cera anche la figlia, affiancata da un uomo alto con spessi occhiali.
Tutti stringevano palloncini, soffiavano nelle trombette, alcuni esplodevano barattoli di coriandoli con aria compressa. E tutti insieme, a voce altissima, urlavano, gesticolavano, lo abbracciavano.
“Auguri, papà!!!”
Quasi aveva già dimenticato quelloggetto strano in mezzo al prato. Che importanza aveva cosa avevano portato quei monelli? Ma non gli permisero di rientrare in casa: le nuore corsero subito in cucina a preparare il tavolo.
“Fermo papà, stai lì!”
Disse la figlia.
“Lascia che ti bendi gli occhi!”
“Va bene,” disse lui sorridendo.
Gli legò una sciarpa sugli occhi, lo fece girare un paio di volte e lo accompagnò dove volevano loro.
“Cosavete architettato stavolta?” chiese.
“Un regalo, per te,” rispose uno dei figli.
“Spero nulla di costoso” borbottò preoccupato.
“Ma no, papà, rilassati!” disse laltro ridendo.
“Una cosina semplice, un pensiero. Solo per dirti grazie.”
Lo portarono davanti a qualcosa e
La figlia gli tolse la benda. Le casse stereo partirono con musica e rullio di tamburi.
Lui si ritrovò davanti a quelloggetto coperto da un telo spesso.
I figli, a tre, sollevarono la copertura.
Alla luce dei fari, nella corte, brillava una fiammante Fiat 124 Spider depoca.
Per poco non gli venne un colpo. Si sarebbe accasciato, ma lo presero in tempo e lo sedettero su una sedia.
Continuava a mormorare:
“Mamma mia, mamma mia, mamma mia”
“Papà, tranquillo!” La figlia gli spruzzava lacqua sul viso.
“Lhai sempre sognata, questauto!”
“Ma è carissima”
“Non esistono solo i soldi, papà!”
“Vieni,” disse la figlia.
“Siediti nellabitacolo, goditela. Facciamo una foto?”
Aperta la portiera, vide che sul sedile cera una scatola di cartone.
“E questa?”
“Aprila,” rispose la figlia.
Lui tirò fuori la scatola, la aprì.
Dal fondo lo guardarono due occhioni. Una pallina di pelo, minuscola e calda, saltò tra le sue braccia.
“Un vero siamese! Come quel gatto che avevamo io e la tua mamma, ricordi? Tomino. Da piccoli ladoravate.”
“Certo che lo ricordiamo, papà!” risposero i figli.
Lui non se la sentì nemmeno di sedersi in macchina. Salì al piano di sopra, nella sua stanza. Mise il micetto davanti alle foto della moglie.
Le lacrime gli scendevano lungo il viso.
“Vedi, Marta, vedi? Sono stati capaci di ricordare tutto. Non hanno dimenticato niente, cara mia.”
Ma i figli non gli permisero di restare da solo per troppo tempo.
La tavola era imbandita di sotto: si diede il via a brindisi e risate. E la figlia, a bassa voce, gli sussurrò allorecchio che era al quarto mese; lei e il fidanzato erano lì per stare un po insieme a lui. Lei sarebbe rimasta ancora, tanto poteva scrivere la sua nuova opera anche da lì. E lui, il compagno, sarebbe andato a prendere i genitori in Toscana; tra due settimane si sarebbero sposati nella chiesetta del paese.
“Sei daccordo, papà?”
“Lho sempre sognato”
rispose lui, baciandola in fronte.
La giornata scorse tra abbondanti assaggi, vino e ricordi, tra le risate dei nipotini e le voci di tutti. Era tornato il calore che un tempo sembrava irrimediabilmente disperso.
La sera, lui andò al cimitero, sulla tomba della moglie; rimase lì a lungo, a raccontare tutto.
La vita tornava ad avere un senso nuovo. E con una macchina così Bisognava comprarsi abiti depoca, magari farsi un giro fino a Firenze la prossima domenica.
Nel lettone, accoccolato, dormiva il piccolo siamese.
“Tomino,” sussurrò luomo. E ancora:
“Tomino.”
Il micetto fece le fusa e si stiracchiò tutto. Luomo si sdraiò accanto a lui, accarezzando la pancina calda, e si addormentò sereno.
Allalba doveva alzarsi presto. Maiali da nutrire, verdura da annaffiare e sì La pesca non aspettava.
Al piano di sotto, dormivano la figlia e il fidanzato.
La mattina dopo, i figli coi loro piccoli partirono e tornò la pace. Tomino seguiva il suo padrone ovunque: cadde nella mangiatoia, si impigliò nelle reti della barca, persino tentò di mangiarsi lesca dei pesci. Luomo rideva, scherzava con quel monello.
“Pare tornata la giovinezza,” gli diceva, accarezzandolo.
Tomino miagolava mentre gli agguantava la mano coi dentini da cucciolo.
“Birbante!” gridava luomo.
Questa storia non è che un piccolo promemoria.
Un invito, per chi può ancora tornare a trovare i propri genitori.
Non aspettate domani.
Andate oggi stesso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

6 + 3 =

Un Regalo Speciale per il Settantesimo Compleanno
La piccola orfana porta un anello speciale al banco dei pegni per salvare un randagio: il gesto del gioielliere sconvolge tutti Cinque anni fa il mondo di Leonardo si è frantumato — e poi rinato, più luminoso che mai. Allora sua figlia Marta, angelo di sei anni, ha iniziato a perdere le forze. Il suo sorriso, capace di illuminare ogni stanza, si affievoliva. I medici, prima cauti poi freddi, hanno pronunciato la sentenza: malattia incurabile. Tumore al cervello. Una parola che fa tremare solo a pensarla. Ma per Marta non era una condanna — era una sfida, affrontata con la dignità di una regina. Leonardo e Galina, genitori dal cuore spezzato prima ancora di capire quanto potesse spezzarsi, hanno fatto di tutto per dare a Marta una vita normale. Sognavano che andasse a scuola, imparasse a leggere, contasse, leggesse una favola prima di dormire. Sognavano ciò che per molti è routine, ma per loro era un’impresa. Hanno assunto una tutor — Daria, donna dalle mani calde e dal cuore saggio. Dopo due settimane, Daria ha notato un sintomo inquietante: dopo ogni lezione, Marta soffriva di forti mal di testa. Stringeva le tempie, impallidiva, ma insisteva: «Voglio studiare, devo farcela». Daria, preoccupata, ha consigliato ai genitori di consultare un medico: — Potrebbe non essere solo stanchezza. Bisogna indagare. Seriamente. Galina, guidata dall’intuito materno, ha capito che qualcosa non andava. Ha prenotato subito una visita. Il giorno dopo, tutta la famiglia — padre, madre e la fragile Marta — si è recata in ospedale. Leonardo, imprenditore sicuro di sé, si ripeteva: «Sono cambiamenti dell’età. Passerà». Non poteva accettare che sua figlia fosse malata. Marta era un miracolo — nata a 37 anni, quando nessuno ci sperava più. Ogni mattina ringraziavano Dio per lei. Ora Dio sembrava volerla riprendere. Tre ore — un’eternità — in clinica. Il medico era gelido. Il giorno dopo, lasciata Marta con la tata, i genitori sono tornati per i risultati. In ufficio li ha accolti il silenzio e uno sguardo pesante. — Vostra figlia ha un tumore al cervello, — disse il medico. — La prognosi è negativa. Galina vacillò. Il volto di Leonardo si pietrificò. Era incredulo, rifiutava la realtà. Era un errore. Un errore dell’universo. Hanno consultato altre cliniche, ma la diagnosi era sempre la stessa. È iniziata la battaglia. Per ogni giorno, ogni respiro. Leonardo e Galina hanno venduto tutto: azienda, casa, auto. Sono volati in America, Germania, Israele. Hanno pagato per cure sperimentali, per le migliori cliniche, per un filo di speranza. Ma la medicina si è arresa. Marta si spegneva, lentamente, ma sempre con il sorriso. Una sera, mentre il sole colorava la stanza d’oro, Marta ha sussurrato al padre: — Papà… mi avevi promesso un cagnolino per il compleanno. Lo voglio tanto… Ce la farò? Il cuore di Leonardo si spezzò. Le strinse la mano e le disse: — Certo, piccola. Te lo prometto. Galina pianse tutta la notte. Leonardo fissava il buio dalla finestra, sussurrando: — Perché la prendi? È così buona… Prendi me! Prendi me al suo posto! Lei serve al mondo, io no! La mattina dopo portò a Marta un cucciolo di golden retriever dagli occhi dolci. Il cucciolo saltò sul letto e Marta, per la prima volta dopo tanto, rise. — Papà! Che bello! — esclamò, stringendo il cucciolo. — Lo chiamerò Zeus! Da quel giorno furono inseparabili. Zeus divenne la sua ombra, la sua voce. I medici le davano sei mesi. Marta visse otto. Forse fu l’amore per Zeus a darle forza. O forse fu un dono dal cielo. Quando Marta non poteva più alzarsi, parlava piano al cane: — Presto me ne andrò, Zeus. Per sempre. Forse mi dimenticherai… Ma voglio che tu ricordi. Prendi il mio anello. Tolse il piccolo anello d’oro e lo mise sul collare. Le lacrime le rigavano il viso. — Così ti ricorderai di me. Prometti. Pochi giorni dopo Marta se ne andò, tra le braccia dei genitori, con Zeus accanto. Galina impazzì dal dolore. Leonardo non si riconosceva più. Zeus smise di mangiare, aspettava. Dopo una settimana sparì. Leonardo e Galina lo cercarono ovunque. Sentivano di aver perso l’ultimo dono di Marta. Passò un anno. Leonardo aprì un banco dei pegni e una gioielleria, chiamandoli «Zeus». In ogni gioiello, un ricordo. Una mattina, Vera, la sua assistente, disse: — Leonardo, c’è una bambina in lacrime. Puoi venire? In foyer c’era una bambina di nove anni, vestita di stracci, con occhi identici a quelli di Marta. — Che succede, piccola? — chiese dolcemente. — Mi chiamo Uliana, — sussurrò. — Ho un cane… Muktar. L’ho trovato sporco e affamato. L’ho salvato. L’ho nutrito come potevo… anche rubando. Per questo mia zia mi picchiava. Vivevamo in cantina. Lui era il mio protettore… La voce tremava. — Oggi dei ragazzi l’hanno avvelenato. Sta morendo. Non ho soldi per il veterinario. Prenda questo anello. Era sul suo collare. La prego, aiuti Muktar… Leonardo guardò la mano della bambina. E sentì la terra mancargli sotto i piedi. Era proprio quell’anello. D’oro. Piccolo. Con un graffio all’interno — il segno di Marta. Si inginocchiò, con le lacrime agli occhi. Tutto tornò al suo posto. — Indossalo, — sussurrò, rimettendo l’anello al dito di Uliana. — La sua padrona sarebbe felice che tu ami il cane come lei amava Zeus. — Zeus? — chiese Uliana. — Ora ti racconto tutto. Ma prima andiamo a salvare Muktar. Arrivarono alla casa fatiscente. In cantina, su un vecchio materasso, c’era il cane. Magro, sofferente. Ma quando Leonardo entrò, il cane lo leccò. — Zeus… — sussurrò Leonardo. — Mio caro, ti ho ritrovato. In clinica i veterinari lottarono per la vita del cane. Uliana pregava. Galina, arrivata all’ultimo, abbracciò la bambina: — Ora vieni da noi. Giocherai con Zeus. Lui ti aspettava. Dopo un’ora Zeus era salvo. E Uliana aveva una nuova vita. Veniva ogni giorno. Galina la vestiva come una principessa. Ma un giorno Uliana non arrivò. Zeus si agitava, annusava l’aria. — È successo qualcosa, — disse Galina. — Andiamo, — rispose Leonardo. — Zeus sa dove andare. Arrivarono alla casa. L’odore di muffa e disperazione. Al secondo piano aprì una donna ubriaca e rabbiosa. Zeus corse in camera. Sul letto c’era Uliana. Lividi. Sangue. — Cosa le avete fatto?! — urlò Galina. — Colpa sua! Ruba! — strillava la zia. — Lei è una criminale, — disse Leonardo gelido. — Verranno a prenderla. Ora portiamo via la bambina. In ospedale curarono Uliana. Leonardo e Galina, con tutte le loro conoscenze, ottennero la revoca della tutela. Uliana divenne loro figlia. Non per legge — per amore. E Zeus? Ogni sera ai suoi piedi, con l’anello al collare. E ogni volta che Uliana lo accarezzava, sussurrava: — Tu ti ricordi di lei, vero? Di Marta? E Zeus la guardava, le leccava la mano. Come a dire: «Sì. Ricordo. Ricorderò sempre. L’amore non muore. Cambia solo forma.» Così, dal dolore e dalle lacrime, è nato un miracolo. Un miracolo chiamato — speranza.