Una fiaba antica in una veste nuova – una giornata felice

Ho sempre pensato che fosse un figlio di papà viziato e un po arrogante. Carlo aveva tutto quello che uno poteva desiderare: un appartamento nel centro di Firenze, una macchina sportiva, abiti firmati.

Io invece sono sempre stata quella silenziosa, un po invisibile. Nascondevo il fatto che i miei genitori erano alcolisti e che, fin da quando avevo quattordici anni, lavoravo per mantenermi. In quel periodo ho imparato a cucire, così rammendavo e sistemavo i vestiti degli amici.

Allinizio delluniversità, i miei compagni di corso decisero di organizzare una festa. La cosa che più mi stupì fu che invitarono anche me. Ero impaziente di dimostrare a tutti che valevo qualcosa.

Non avevo soldi per comprare un vestito, così me ne cucii uno da sola. La mia vicina, la signora Grazia, mi pettinò con cura. Quando arrivai alla festa, i miei amici quasi non mi riconobbero. Carlo mi notò subito e non smise di guardarmi per tutta la serata. Cercai di andare via in punta di piedi, ma lui mi raggiunse e si offrì di accompagnarmi in auto.

Gli diedi lindirizzo della casa accanto alla mia, perché mi vergognavo a fargli vedere dove abitavo davvero. Da quella sera abbiamo iniziato a frequentarci, poco alla volta ci siamo innamorati luno dellaltra. Col tempo, ho capito che non era poi così arrogante, perché con me si comportava come se fossimo sempre sullo stesso piano.

Tutto è andato bene fino a quando i miei compagni di corso scoprirono che lavoravo in una sartoria nel quartiere. Hanno iniziato a prenderci in giro, a ridere e a parlare dietro le mie spalle. Volevo solo scomparire dalla vergogna. Non sapevo che altro fare, così sono corsa dal preside e ho presentato la domanda per una sospensione dagli studi.

Pensavo che dopo un anno si sarebbero dimenticati di me e magari avrei potuto trasferirmi in unaltra università. Ora so che è stata una scelta sciocca, ma in quel momento mi sembrava lunica via duscita. Ho cambiato numero di telefono e così si è conclusa anche la storia con Carlo. Due mesi dopo scoprii di essere incinta.

Non avevo nessuno con cui condividere quella notizia. Lavoravo tutto il giorno e di notte piangevo nel cuscino. I miei genitori, ormai persi nellalcool, continuavano a chiedermi soldi da spendere in vino. Mia madrina, la zia Lucia, vedendo la situazione, decise di prendermi a vivere con sé.

Quando le raccontai tutto, mi sentii un po meglio. Lei mi accompagnò in ospedale quando venne il momento: fu la prima persona a cui dissi che era nato mio figlio. Era un bambino biondo con gli occhi azzurri, davvero un angioletto. Passavo le ore a guardarlo, non mi stancavo mai.

Un giorno arrivò un messaggio da Carlo: diceva che ci voleva bene, che ci amava e voleva stare con noi. Il giorno dopo mi dimisero dallospedale e avevo una paura tremenda di guardare Carlo negli occhi. Ancora oggi mi ricordo quel momento davanti alla porta, stringendo mio figlio al petto, terrorizzata allidea di incontrare il mio ragazzo.

Ero stata sciocca, riuscendo quasi a cancellare un anno intero di felicità. Come avevo potuto pensare di rinunciare per sempre alluomo che amavo? Solo guardando lamore e la dolcezza con cui Carlo teneva nostro figlio, ho capito quanto aveva contato davvero tutto quel tempo per me.

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