Taceva troppo a lungo

Dove vai? chiede Marco, senza distogliere gli occhi dal laptop.
Al negozio. Voglio comprarmi una camicia, lho vista ieri: è davvero bella, ricamata.
Hai detto che il tuo armadio è pieno. Coshai intenzione di comprare?

Ginevra rimane immobile nella porta. Il tono di Marco non è arrabbiato, solo freddamente irritato, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato ancora una volta.

Ho qualche sulla carta. Quelle che mi hai trasferito per il compleanno.
Sì, la camicia. Avresti dovuto spendere quei soldi per la spesa o per le lezioni di Luca.

Lei tace. Come sempre.

Per tutto il tragitto verso il centro commerciale sente un peso familiare nel petto. Cammina non per la strada, ma come se fosse dentro un tunnel di vetro. Tutto è bello: aiuole fiorite, abiti svolazzanti nelle vetrine, risate di bambini, ma nulla è per lei.

Marco e Ginevra si conoscono da otto anni. Lui è un giovane e sicuro dentista, che sta aprendo il suo studio. Lei è una designer dinterni non ancora laureata, che lavora come freelance. Lui ha un piano: famiglia, figli, stabilità. È deciso. Le fa regali costosi, promette protezione.

Non devi più lavorare, le dice. Perché ti preoccupi, se io ti garantisco tutto?

Allinizio sembra cura, poi diventa regola, poi muro.

Ora ha un figlio, un marito, un bel appartamento in centro, ma il telefono è sempre sotto controllo. Le carte hanno limite ristretto. Le amiche quasi sparite: Perché ti perdi in queste sciocchezze, Ginevra? Stai sprecando tempo.

Il punto più grave è che ha perso la voce. Ha smesso persino di capire cosa vuole. Marco sa sempre meglio.

Entrando per caso in una piccola caffetteriagalleria vicino al parco, vuole solo sedersi e prendere un caffè. Luci soffuse, silenzio, odore di pittura. Sulle pareti dipinti dal tono profondo e morbido. Un volto di donna nella finestra, un vecchio ritratto di un gatto sul davanzale, una strada sotto la pioggia

Ti piace? sente una voce alle spalle.

Si gira.
Scusi sono le sue opere?

Davanti a lei cè un uomo in jeans, con vernice sulle dita, una barba leggera. Gli occhi azzurri come le acquerelle dei suoi quadri.

Ginevra? sbatte le ciglia. Sei Ginevra Bianchi?

Lei trema.
Luca?

È lui. Il suo ex, pittore. Si erano frequentati quasi due anni, sognavano mostre, viaggi a Firenze, notti sul pavimento con una tazza di ramen e chiacchiere fino allalba. Si sono lasciati quando lei è passata a Marco, credendo di scegliere la sicurezza.

Si siedono. Luca porta il caffè, semplice, senza schiuma, ma caldo.
Non sei cambiata per niente, dice.
Sono cambiata, esala Ginevra. Troppo, forse.

Parlano come se gli otto anni non fossero passati. Ginevra ride, prima imbarazzata, poi libera. Luca racconta del suo studio, dei viaggi in Georgia, di una mostra a Bologna.

E tu? Come stai? chiede.

Vorrebbe dire sono felice, ma le parole si bloccano.
Bene. Ho un figlio, un marito, viviamo in centro. Tutto come in un manuale.
Dipingi?
No.
Perché?
Non ho tempo. E non vedo più senso.
Tu bruciavi per larte, Ginevra. Dipingevi anche sullautobus.

Ginevra distoglie lo sguardo.
Ora è un altro tempo.

A casa Marco è come sempre.
Dove sei stata? Perché non rispondi?

Il telefono è scarico, mente.
Capito. E se fosse successo qualcosa a Luca?

Tutto a posto.

Hai incontrato qualcuno? la sua voce diventa metallica.
Sono entrata in una galleria, ho parlato con un amico.

Un amico? Chi?

Un vecchio amico.

Un uomo?

Ginevra stringe i denti.
Sì. Un pittore. Solo due chiacchiere.

Marco esce silenzioso dalla stanza. Unora dopo blocca la sua carta.

Il mattino dopo il suo laptop sparisce.
Ho deciso che non devi stare ore su internet. Meglio occuparti di casa, le dice.

La sera Ginevra tira fuori una vecchia scatola di matite. Disegna un volto. Fallisce. Usa la gomma. Prova di nuovo. La mano trema. Unondata di respiro la travolge, come se per la prima volta inspirasse aria pulita dopo anni.

Inizia a scambiarsi messaggi con Luca. Si incontrano talvolta nella stessa galleria. Lui le porta fogli bianchi. Lei ricomincia a disegnare, timida allinizio, ma con il cuore.

Ginevra, sembra che tu stia tornando, le dice una volta. Devi andare via.
Non è così semplice. Ho un figlio, niente soldi, nessun amico.
Ti aiuto. Non sei sola.

Marco sente che sta perdendo il controllo.

Ho sentito che sei di nuovo con quel pittore? la sua voce tradisce rabbia.
È una questione privata, risponde Ginevra.
Privata? Vivi nella mia casa, spendi i miei soldi, indossi i miei vestiti.
Non sono una tua cosa.
Allora vattene, subito. Senza figlio, senza cose.

Ginevra si reca in camera, prende il telefono, apre il messaggio di Luca: Se decidi di andare, dimmelo semplicemente.

Di notte, mentre Marco dorme, si veste in silenzio, prende la mano di Luca, i documenti, gli album, la felpa che lui le aveva regalato, e se ne va.

Lappartamento di Luca è spoglio, ma pieno di luce. Luca le copre le spalle con una coperta, le porge una tazza di tè caldo, senza chiedere nulla.

Domani ti porto dallavvocato e in banca. Sistemiamo tutto.

Grazie, sussurra. Pensavo di essere rotta, ma era solo che avevo dormito troppo a lungo.

Due mesi dopo Ginevra affitta un monolocale, trova lavoro in uno studio darte come assistente; i suoi progetti cominciano a farsi notare. Luca non ha fretta, è semplicemente lì.

Marco tenta di riconquistare il potere: minacce, suppliche, nuovi attacchi. È troppo tardi. Ginevra denuncia alla polizia. Il giudice concede una custodia condivisa, in attesa di una decisione definitiva. Lei non si arrende.

In una mostra di giovani artisti una pittura ad acquerello mostra una donna in una gabbia, le mani app

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