Ho accolto in casa mia figlia ventenne e il suo fidanzato di 23 anni per farli convivere da noi. Dopo un mese di convivenza, li ho mandati via entrambi a causa di una situazione inaspettata…

Quando mia figlia Lucia, che aveva appena compiuto ventanni, mi chiese il permesso di vivere insieme a casa nostra con il suo fidanzato Matteo, di ventitré, per giusto qualche mese, acconsentii senza troppi pensieri. Matteo sembrava un giovane serio: parlava di cercare lavoro, aveva qualche velleità di avviare unattività, faceva progetti per il futuro. Io e mio marito decidemmo che sarebbe stato qualcosa di temporaneo e che avremmo aiutato i ragazzi a risparmiare qualche euro per andare a vivere in affitto per conto loro. La condizione era semplice e, credevamo, ovvia: mantenere lordine e non approfittarsi della situazione.

Le prime due settimane scorsero tranquille. I ragazzi erano discreti, non ci crearono alcun particolare problema. Ma poi iniziò ciò che oggi, ripensandoci, chiamo loccupazione strisciante. Matteo non trovò mai davvero lavoro, ma divenne maestro nel gestire il divano del salotto e il telecomando. Passava le giornate disteso davanti alla televisione; al mio rientro dal lavoro trovavo pile di piatti sporchi e un insistente odore di sigarette sul balcone nonostante le ripetute richieste di non fumare in casa.

Fu un venerdì sera a cambiare tutto. Mio marito festeggiava i cinquantanni. Niente festa sfrenata, ma volevo rendergli la serata speciale. Andai in macelleria a comprare delle belle fiorentine di manzo, una bottiglia di buon Brunello di Montalcino, la mattina marinai la carne e la riposi in frigo. A Lucia dissi chiaro e tondo: Lucia, è tutto per la cena di papà. Non toccate nulla.

Tornai a casa verso le sei e già dal corridoio sentii lodore della carne sulla griglia. In cucina, Matteo sedeva al tavolo, davanti un piatto unto e vuoto, e un bicchiere col fondo di quello stesso Brunello. Si appoggiava soddisfatto allo schienale della sedia, pulendosi la bocca. Lucia stava cuocendo lultimo pezzo in padella.

Mamma, ciao! mi salutò allegra. Avevamo fame. Matteo ha passato tutto il giorno a mandare curriculum, è stanco morto.

Senza una parola aprii il frigorifero: era deserto. Niente bistecche, niente vino.

Lucia, la voce mi tremava. Ve lavevo detto: era per la festa di papà.

Ma mamma dai, intervenne svogliato Matteo, dondolandosi sulla sedia. Carne come carne, se devo dirlo era pure un po dura. Giovanni non se la prenderà, gli prepariamo dei tortellini. Siamo famiglia, dai, non si fanno ste differenze.

Guardai mia figlia.

Tu sapevi che oggi era la festa di papà e gli hai dato la sua cena?

Mamma, ma non esagerare, Lucia alzò gli occhi al cielo. È un uomo, ha bisogno di carne. E poi a papà la carne rossa fa male. Davvero, che avari siete per un pezzo di carne.

In quel momento compresi con una lucidità feroce che davanti a me non cerano più solo mia figlia e il suo ragazzo. Avevo accolto persone che non solo si servivano delle mie cose, ma non avevano nessun rispetto per me, neanche in casa mia.

Avari, dici? chiesi calma.

Mah, borbottò Matteo, versandosi le ultime gocce di vino. Fare melodramma per una bistecca, che esagerazione

Non risposi. Andai nella loro camera, presi due valigie grandi dallalto dellarmadio e in silenzio cominciai a buttarci dentro i loro vestiti.

Mamma, cosa fai?! Lucia arrivò di corsa, Matteo poco dopo, ancora con la forchetta in mano.

Preparatevi, dissi ferma. Avete dieci minuti.

Dove andiamo?! A questora di notte?! urlò mia figlia. Non puoi mandarci via! Io sono residente qui!

Tu sì, risposi. Ma il tuo uomo no. Se è davvero adulto, si arrangi lui con vitto, alloggio e bistecche. Il tempo scorre.

In meno di mezzora se ne andarono, sbattendo la porta e maledicendoci per la nostra taccagneria. Mio marito rincasò circa unora dopo. Preparammo i tortellini, tirammo fuori una bottiglia nascosta di grappa e per la prima volta, dopo settimane, ci godemmo la serata in silenzio, solo noi due.

Lucia mi chiamò dopo una settimana per chiedere di tornare. Le dissi che sarei stata felice di riaccoglierla, sola. Ma lei scelse lorgoglio e uno studentato con Matteo. Pare che le bistecche lì non ci siano proprio.

Ma in fondo, questa storia non parla di cibo. Parla di rispetto e di confini.

Era una classica conquista di territorio: Matteo si comportava da padrone in casa daltri, si appropriava delle risorse del capofamiglia, e in più le disprezzava un po dura. Non era la carne, era il principio: prendere ciò che non è tuo. Se avessimo lasciato correre, il passo successivo sarebbero state pretese e imposizioni.

E poi, mia figlia è diventata sua complice. Lucia sacrificava il rispetto verso i genitori per compiacere il proprio ragazzo: è un uomo, ha bisogno è una manipolazione pura. Un uomo adulto si mantiene da solo; se vive sulle spalle dei genitori della ragazza, non è uomo, ma un ragazzino viziato. Lucia recitava la parte della mogliettina premurosa a nostre spese.

Alla fine, confini netti sono lunica soluzione. Qualsiasi dialogo o compromesso sarebbe apparso debolezza. Mandarli via fu uno shock, sì, ma anche un ritorno alla realtà. Vuoi fare ladulto e mangiare bistecche? Guadagnatelo. Se non puoi, rispetta le regole di chi ti ospita.

E voi, che avreste fatto al mio posto? Li avreste cacciati subito, o avreste preferito una discussione lunga e inutile?

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