Mercoledì nel cortile

Mercoledì nel cortile

Sulla panchina vicino al terzo portone cera un sacchetto di plastica, ben stretto, e sopra un bigliettino attaccato con nastro adesivo: prendete. Lina Bianchi si fermò con la borsa della spesa in mano, come se qualcuno lavesse chiamata. Il sacchetto era troppo ordinato per essere un rifiuto e troppo estraneo per quel cortile dove tutto ciò che non apparteneva spariva allistante.

Salì un gradino per osservare meglio senza toccare. Nel sacchetto si intravedevano delle focacce rotonde, ancora caldeil cellophane era appannato. La porta del portone sbatté e uscì Vera dalla quinta, giovane, con le cuffiette nelle orecchie, che si bloccò anche lei.

Cosè, unesca? chiese Vera, togliendo un auricolare.

Che ne so, Lina Bianchi strinse le spalle. Magari qualcuno si è confuso.

Vera sbuffò, guardando verso le finestre. Al piano terra le tende erano tirate, al primo qualcuno aveva appena socchiuso il vasistas. Il cortile viveva la sua solita diffidenza: tutti sentivano, ma nessuno voleva darlo a vedere.

Arrivò Piero, il corriere che affittava una stanza dalla nonna del quarto piano. Era sempre di corsa e parlava mentre camminava.

Oh, che roba! disse, già pronto ad allungare la mano.

Non toccare, gli disse seccamente Vera. Non si sa mai.

Piero ritrasse la mano, come se si fosse scottato.

Ma dai. Cè pure il biglietto.

Il biglietto potrebbe anche brontolò Lina Bianchi, stupendosi di quanto le fosse venuto naturale quel sospetto. Non le piaceva giudicare la gente, ma il palazzo laveva educata: meglio non cercare guai.

Rimasero lì un altro minuto, poi ognuno trovò una scusa per allontanarsi. Vera si diresse ai cassonetti come se avesse una grande urgenza. Piero fece un cenno e sparì sotto il portico. Lina Bianchi salì a casa, ma continuava a guardare giù dalla finestra delle scale. Il sacchetto restava sulla panchina, come una domanda sospesa.

La sera, quando scese a buttare la spazzatura, il sacchetto era sparito. Solo il segno appiccicoso del nastro rimaneva sulla panchina, e Lina Bianchi si accorse di una strana delusione, come se qualcosa di importante non fosse accaduto davvero.

La settimana dopo, di mercoledì, il sacchetto ricomparve. Stavolta non sulla panchina, ma sul davanzale tra il primo e il secondo piano, dove si lasciavano barattoli vuoti e volantini pubblicitari. Il biglietto era lo stesso: prendete. Lina Bianchi tornava dalla ASL, stanca, con la ricetta in tasca e la testa confusa dallattesa. Si fermò e vide che nel sacchetto cera una crostata, tagliata in otto fette perfette, ognuna avvolta in un tovagliolo.

Sul pianerottolo cera già la vicina, Silvana, contabile con la solita borsa a tracolla.

Ha visto? sussurrò Silvana, come in chiesa. Ancora.

Vedo, rispose Lina Bianchi.

Sarà una setta? Silvana fece una smorfia ironica, ma negli occhi aveva un velo di serietà.

Lina Bianchi avrebbe voluto dire qualcosa per tranquillizzarla, ma le mancavano le parole. Si limitò a guardare la crostata, ed ebbe chiaro che qualcuno aveva passato una sera a preparare limpasto, a curare il ripieno, a tagliare con precisione e incartare ogni fetta. Troppo umano per essere una trappola.

Silvana prese una fetta in fretta, come se temesse di cambiare idea, e la infilò nella borsa.

Ai ragazzi mormorò, salendo subito.

Lina Bianchi restò lì. Avrebbe potuto prenderne una anche lei, ma sentiva risalire una vecchia abitudine: non si prende se non si sa a chi dire grazie. Le sembrava che una gratitudine senza destinatario fosse solo rumore vuoto.

Unora dopo, tornando a buttare lumido, vide che della crostata restavano solo due fette. Accanto cera zio Carlo, quello del secondo portone, esperto in manutenzioni e sempre pronto a litigare con lamministratore.

Ah, Lina, disse lui, ecco la beneficenza di nuovo.

Forse cè solo qualcuno che ama cucinare, rispose lei.

Cucina e non parla, zio Carlo scosse il capo. Strano. Ma pare sia buona.

Prese una fetta, senza nascondersi, e morse direttamente sulla scala. Masticava piano, da intenditore.

Mela e cannella, decretò. Non è roba da supermercato.

Lina Bianchi sorrise, e in quello sguardo cera più sollievo che gioia.

Il terzo mercoledì portò piccole crostatine con ricotta. Erano dentro una scatola di scarpe foderata di carta forno. Il biglietto era su un pezzo di quaderno: prendete, per favore. Quel per favore colpì Lina Bianchi più di ogni dolce.

Scendeva al mattino per il latte e vide vicino alla scatola il ragazzino del nono piano, Matteo, magro, in divisa scolastica, con lo zaino. Stava lì a guardare, titubante.

Prendi pure, disse Lina Bianchi.

E se esita. E se non va bene?

Cè scritto.

Ne prese una in fretta, infilando la crostatina nella tasca della giacca, subito gonfia.

Grazie, disse, non a lei, e sfrecciò via.

Lina Bianchi rimase accanto alla scatola. Ne prese una anche leiper la prima volta. Le dita sentirono il calore attraverso la carta. Arrivata a casa, accese il bollitore, mise una tazza. La crostatina era morbida, la ricotta dolce, con uvetta. Mangiava pensando non tanto al sapore, ma a come si fosse fatto strano quel palazzo: come se ci fosse qualcuno, invisibile, che ricordava gli altri.

La sera, in ascensore, incontrò la signora Giulia delottavo piano, con una busta di farmaci.

Lha presa anche lei? chiese Giulia con un cenno.

Lho presa, rispose sinceramente Lina Bianchi.

Anchio, sospirò Giulia. Mi vergogno, ma che ci si può fare. La pensione Lei sa.

Lina Bianchi annuì. Sapeva. E questa confessione rese lascensore più piccolo, ma non scomodo: quasi un luogo di famiglia.

Il quarto mercoledì era quasi una certezza. Lina Bianchi si sorprese a guardare il davanzale, uscendo a prendere il pane. C’era una teglia coperta da un panno, e un biglietto: prendete. Sotto il panno, brioche al papavero.

Vicino alla teglia c’era Vera, la stessa che il primo giorno aveva sospettato trappole. Ora teneva in mano la brioche e sorrideva.

Allora, niente setta? chiese Vera.

Direi di no, rispose Lina Bianchi.

Credevo foste voi, Vera la fissò. Siete sempre attenta a tutto pensavo foste voi a cucinare.

Lina Bianchi rise piano.

Io so fare solo il tè.

E allora chi è?

Lina Bianchi alzò le spalle. E capì che le piaceva non saperlo. Cera qualcosa di rassicurante: accettare la gentilezza, senza sentirsi in debito.

Al quinto mercoledì, però, il davanzale era vuoto. Lina Bianchi chiuse bene la porta, scese al piano terra, guardò nel solito posto. Nulla. Solo un volantino di una pizzeria e un guanto dimenticato.

Rimase in ascolto del silenzio del palazzo. Sopra sbraitava qualcuno al telefono, sotto una porta sbattuta. Lina Bianchi uscì in cortile. La panchina era deserta. Sentì crescere unansia indefinitanon per i dolci, ma per la persona che li preparava. Se aveva smesso, qualcosa era certo successo.

Davanti al portone, zio Carlo fumava, nonostante il cartello vietato fumare proprio sopra la testa.

Oggi niente, disse lui, senza essere interrogato.

Niente, fece Lina Bianchi. Lei non sa mica chi era?

E chi vuoi che sappia, zio Carlo schiacciò la sigaretta sul bordo del cestino. Sarà stufato. O starà male.

O magari Lina Bianchi non finì la frase.

O magari, confermò lui.

Restarono in silenzio. A Lina Bianchi vennero in mente Giulia con le medicine, Matteo col dolce nascosto in tasca, Silvana che diceva ai ragazzi. Per qualcuno, quel mercoledì non era solo un piccolo piacere.

Vado da Giulia, disse Lina Bianchi. Voglio vedere come sta.

Giusto, zio Carlo annuì. Io passo da Michele al quindicesimo. Ieri faceva casino, oggi silenzio.

Lina Bianchi salì allottavo a piedilascensore come sempre bloccato fra i piani. Bussò alla porta di Giulia. Aprì dopo un po.

Lina? Giulia sembrava pallida nel camice da casa, i capelli disordinati. Che succede?

Niente, Lina si accorse di quanto suonasse goffa. Volevo solo sapere come sta.

Giulia abbassò lo sguardo.

Pressione alta. Ieri ho chiamato il 118. Mio figlio è a Milano, la vicina è partita dalla madre. Sono sola.

Lina entrò, tolse gli stivali, appoggiò la borsa sullo sgabello. In casa odorava di medicine e leggermente di acidoun bicchiere di kefir avanzato sul tavolo. Sul davanzale solo un bicchiere vuoto.

Deve mangiare, disse Lina.

Non ce la faccio, Giulia agitò la mano. Non ho cucinato nulla.

Lina aprì il frigo. Poco: uova, un po di burro, un barattolo di marmellata. Prese le uova, mise la padella sul fornello, accese il gas. Fece tutto come fosse casa sua e Giulia sembrò meno fragile.

Quei dolci disse Giulia allimprovviso, seduta alla sedia. Li facevo io.

Lina si voltò.

Lei?

Sì, accennò un sorriso colpevole. Sto meglio se ho le mani occupate. E poi speravo che lasciando qualcosa nessuno chiedesse. Non ho mai voluto aiuto diretto. Così almeno facevo qualcosa da sola.

Lina sentì un groppo in gola. Non per compassione, ma per riconoscimento. Anche a lei non piaceva chiedere.

E oggi non ce lha fatta, disse.

No, annuì Giulia. Girava la testa. Non sono neanche scesa a fare la spesa.

Lina mise il piatto con le uova davanti a lei e una fetta di pane.

Mangiate, ordinò. E per il mercoledì vediamo che si può fare.

Quando uscì, era già buio. Sul pianerottolo trovò zio Carlo.

Allora? chiese lui.

Era Giulia che cucinava, spiegò Lina. Sta male. È sola.

Zio Carlo fischiò piano.

Vedi te. Pensavo fosse qualche ragazzo che si divertiva.

Lina tornò a casa, prese il cellulare che usava solo per chiamare il figlio e per le bollette. Nel gruppo WhatsApp del condominiodove leggeva ma quasi non scrivevapremette scrivi.

Le dita tremavano, non per paura, ma perché stava uscendo dalla sua zona dombra.

Sapete che i dolci del mercoledì li preparava Giulia dell8. Ora sta male, ha bisogno daiuto. Senza tante domande. Domani le porto della spesa. Chi può, scriva cosa riesce a comprare o portare.

Rilesse. Le parole erano semplici, senza pietà e senza imperativi. Premette invia.

Le risposte arrivarono subito. Vera: Dopo lavoro posso passare a comprare le medicine. Silvana: Faccio un bonifico, ditemi quanti euro servono. Piero: Domani mattina posso aiutare coi pacchi. Qualcuno propose di fare una minestra. Qualcun altro chiese se servisse un misuratore di pressione.

Lina fissava il telefono e sentiva qualcosa sciogliersi dentro, anche se un po temeva che il tutto rischiasse di trasformarsi in chiacchiere, in pettegolezzi, in curiosità di troppo.

Il giorno dopo andò al supermercato con la lista: prese pasta, latte, pane, banane, una scatola di tè. Alla cassa aggiunse anche un pacchetto di biscotti, che stavano bene col tè. I sacchetti erano pesanti. Alluscita la raggiunse Piero.

Do una mano io, disse subito, già allungando le braccia.

Lina gli passò una busta. Lui la portava con cura, senza sballottare, come capisse che non era solo spesa.

A casa di Giulia trovarono Vera con la busta della farmacia. Vera si fece timida vedendo Lina.

Ecco, disse. Le medicine, come avete scritto.

Grazie, rispose Lina.

Giulia aprì la porta, li vide e si preparò a rifiutaresi capiva da come alzò la mano.

Non serve, disse. Faccio da sola

Ha già fatto, ribatté Lina calma. Ora tocca a noi. Senza discussioni.

Giulia abbassò la mano e si mise a piangere, piano, senza singhiozzare, lasciando uscire la stanchezza di settimane.

La settimana dopo, il mercoledì, Lina uscì sul pianerottolo con una teglia coperta da un canovaccio. Aveva cucinato la sera prima, a lungo, ricordando i gesti di sua madre. Non era venuta perfetta, ma era fatta con cura. Sul biglietto scrisse: prendete. Poi aggiunse: se volete, lasciate scritto cosa manca col tè per mercoledì prossimo.

Posò la teglia sul davanzale e fece un passo indietro. Il cuore batteva come allesame di maturità. Non voleva che tutto diventasse un impegno, ma nemmeno tornare allindifferenza di prima.

Mezzora dopo uscì di nuovo, facendo finta per caso. Nella teglia restavano pochi dolci. Accanto cera un foglietto piegato. Lina lo raccolse, lo aprì.

Grazie. Possibile senza zucchero? Mia mamma ha il diabete, cera scritto a penna tremolante.

Piegò il biglietto con cura e lo mise in tasca. In quellistante sulle scale saliva Matteo. La vide, si fermò.

Ora siete voi, allora? chiese.

Non solo io, rispose Lina. Facciamo a turno.

Matteo annuì, prese un dolce e, prima di correre via, aggiunse:

Posso raccogliere i biglietti. Tanto faccio avanti e indietro.

Daccordo, disse Lina.

La sera passò da Giulia. Era già seduta alla finestra, col foulard in testa, e sembrava più in forma.

Credevo smetteste, disse Giulia, vedendo la busta di mele.

Facciamo in un altro modo, rispose Lina. Così non pesa tutto a una sola persona.

Giulia sorrise e le porse un piccolo quaderno.

Ho annotato tutti i dolci qui, disse. Prendetelo. Se può servire.

Lina prese il quaderno. La carta era calda di mano.

Servirà, disse piano.

Uscendo, vide sul davanzale un altro biglietto, appesantito da un vecchio magnete: Mercoledì prossimo porto una torta di mele, cera scritto grande.

Lina non sapeva chi lo avesse lasciato. Ed era giusto così. Ora lanonimato non separava, ma dava il diritto di non doversi spiegare. Ma se qualcuno stava male, la porta non sembrava più così pesante da bussare.

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