Mio fratello non vuole mettere nostra madre in una casa di riposo, ma rifiuta anche di accoglierla a casa sua – non c’è spazio!

Da tre mesi mio fratello mi fa il tormentone su nostra madre. Da quando ha avuto lictus, non è proprio più la stessa persona. Spesso sembra cadere dal pero, serve sempre che qualcuno le stia dietro. Insomma, va accudita come un neonato. Peccato che io abbia già un lavoro, una casa, una famiglia. E come ne esco io, scusate? Provo a proporre una casa di riposo, ma mio fratello parte subito con la tiritera: Sei uninsensibile!. E intanto, sia chiaro, lui nemmeno si sogna di portarla da lui. Del resto vive nellappartamento della moglie, figurarsi.

Una volta eravamo una famiglia tutta per uno, uno per tutti. Classica famiglia italiana da quattro. Mio fratello ed io siamo nati uno dopo laltrosono solo 13 mesi che ci separano. I nostri genitori ci hanno avuti tardi, quasi per sport. Ora io ho 36 anni, lui 35. E nostra madre, la signora Giuliana, ha fatto da poco i 72. Finché cera papà Ernesto, filava tutto liscio.

Poi mio fratello è andato a studiare a Firenzee lì si è piazzato, si è sposato, ha messo radici. Io invece sono rimasta nella nostra Ravenna, la città natale. Allinizio stavo con mamma e papà, ma poi ho trovato lamore, e insieme a mio marito, Andrea, siamo passati in affitto, sognando un domani tutto nostro, magari con figli al seguito. Bei tempi e buoni propositi.

Solo che due anni fa papà se nè andato, lasciando un vuoto e una tristezza senza fondo in mamma. Invecchiata di colpo, si è ammalata e, sei mesi fa, le è arrivata pure la stilettata dellictus. Per un attimo temevamo il peggio. Solo i medici hanno fatto il miracolo. Allinizio parlava male, mezza ferma, braccia e gambe non collaboravano. Poi, pian piano, le cose sono migliorate, ma la testa… ecco, quella è rimasta un po a zonzo.

La diagnosi non lasciava spazio a sogni: danni irreversibili. Così, eccomi a fare la figlia infermiera. Andrea ed io ci siamo trasferiti da mamma, ho mollato il mio lavoro dufficio per buttarmi nel mare magnum del freelance, così almeno potevo starle dietro tutto il giorno. Era impensabile lasciarla da sola. E anche dopo che ha ripreso a muoversi normalmente… non è che sia diventato tutto una passeggiata.

Spesso farfuglia, si perde, sembra di rincorrere una bambina smarrita nella folla, la portiamo a casa quasi a forza e lei piange passando il tempo a dire che sta aspettando papà. Insomma: spettacolo che nemmeno su Rai Uno. Io dormo poco e male, con lansia che mi scappi di casa. Il lavoro va a rotolinon riesco nemmeno a scrivere due righe senza perdere il filo. Andrea mi fa: Mettiamola in una buona casa di riposo.

Certo, non costa mica due lire Ma se mi spacco veramente la schiena a lavorare, potrei pure farcela a pagare la retta: tremila euro al mese, mica noccioline. E poi cè mio fratello, no? Che dia un contributo anche lui, mi pare il minimo sindacale.

Ci ho messo un po a farmene una ragione, ma alla fine, diciamolo, non cè altra via duscita. Che dovrei fare, farmi martire tutta la vita? Almeno lì ha assistenza, dottori, compagnia. Sono andata, ho chiesto info, steso i pre-contratti. Costa una follia, ma siamo italianisopravviviamo anche a questo.

Chiamo mio fratello, gliela racconto tutta, senza girarci intorno, aspettando che capisse il quadro. Macché! Si mette a urlare che sembro uscita dallInquisizione, che come mi viene in mente di spedire mamma fra gli sconosciuti. Come fanno a trattarla lì? Tu sei senza cuore! Oppure vuoi solo toglierti il problema dai piedi? urla nel telefono. Hai voglia a spiegare, niente. Una tiritera infinita. E io sempre più allo stremo.

Un giorno mi faccio coraggio e gliene parlo di nuovo. Ma secondo lui non se ne parla proprio, mamma non si tocca. Ci ha cresciuti, ci ha dato tutto. Non ci ha mica spedito in istituto perché eravamo faticosi, sai?disse con la voce rotta. Dovremmo essere noi ad occuparcene. Ma alla fine, guarda tu, sono sempre io la badante!

Bene, sbotto io, Se la pensi così, portatela pure voi a Firenze. Così vediamo la tua generosità allopera.

Lui: Ma vivo dalla suocera! Lì non ci sta. Ah sì? E allora Andrea può vivere con mia madre, ma la moglie di mio fratello no? Comodo, eh! Siamo sempre noi qui a sgobbare. Se proprio vuoi, posso sempre mollare mamma domani. Allora portatela su voi, restituiteci lappartamento di famiglia e risolvetevela. Lui borbotta che lavoro tanto, non posso distrarmi, tu lo dici solo per lavartene le mani.

Sono in apnea. Da un lato so che mandarla in una casa di riposo renderebbe la vita più leggera a tutti, ma ho paura di sembrare la figlia ingrata della provincia. Andrea mi sostieneanche lui la vede come una soluzione: lì mamma sarà seguita, e poi anche noi, ogni tanto, possiamo ricordarci comè avere un fine settimana libero. Non sarà la nostra vita quella di mamma, insomma.

Mi sono data una settimana. Se mio fratello non si presenta, faccio di testa mia. Caschi il mondo, la porto in una buona struttura. Anche perché, va bene dare consigli, ma solo chi si trova a gestire un genitore malato sa cosa vuol dire annaspare ogni giorno. Mio fratello, intanto, può pure inventarsi quel che vuole con i suoi amici. Io di storie ne ho abbastanza per riempire la Divina Commedia.

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Mio fratello non vuole mettere nostra madre in una casa di riposo, ma rifiuta anche di accoglierla a casa sua – non c’è spazio!
Ho 42 anni e sono sposato con la donna che è stata la mia migliore amica fin dai tempi del liceo, quando avevamo solo 14 anni. Ci siamo conosciuti tra i banchi di scuola – nessuna scintilla, nessun interesse romantico, solo due ragazzi che per caso si sono ritrovati vicini di banco, a condividere ogni giorno tra compiti, ricreazione, confidenze e segreti. Sapevo tutto dei suoi fidanzati, lei dei miei; mai un bacio, mai un allusione, mai oltrepassare il confine: eravamo semplicemente migliori amici. Durante l’adolescenza e all’inizio dell’età adulta, le nostre strade si sono divise. A 19 anni sono andato a studiare all’università in un’altra città, mentre lei è rimasta. A 21 ho avuto la mia prima relazione seria, a 24 mi sono sposato con un’altra. La mia migliore amica era al mio matrimonio, seduta accanto alla mia famiglia. All’epoca anche lei aveva un fidanzato stabile. Continuavamo comunque a sentirci, a raccontarci i problemi, a chiederci consigli, ad ascoltarci. Il mio primo matrimonio è durato quasi sei anni. Sembrava stabile agli occhi degli altri, ma in realtà era fatto di silenzi, litigi e distanza. La mia amica sapeva tutto: quando dormivamo in stanze separate, quando smettevamo di parlarci, quando iniziavo a sentirmi solo anche se non lo ero davvero. Non ha mai parlato male di mia moglie, non ha mai tentato di mettermi contro di lei – ascoltava e basta. Nel frattempo lei aveva concluso una lunga relazione ed è rimasta sola per qualche anno, concentrandosi sul lavoro. Il divorzio è arrivato a 32 anni: lungo, difficile sia legalmente che emotivamente. Ho vissuto da solo e ricominciato da capo. In quel periodo la mia migliore amica era la persona più presente: mi aiutava a trovare casa, veniva con me a scegliere i mobili, cenava insieme a me solo per non lasciarmi solo. Ci chiamavamo ancora “amici”, ma iniziavano ad accadere piccole cose nuove: silenzi lunghi senza imbarazzo, sguardi che duravano di più, gelosie che nessuno voleva ammettere. A 33 anni, una sera dopo cena nel mio appartamento, mi sono accorto che non volevo che lei andasse via. Non è successo nulla di fisico. Nessun bacio. Ma quella notte non ho dormito, perché ho realizzato qualcosa che non volevo ammettere: lei non era più solo un’amica. Pochi giorni dopo anche lei me lo ha confessato – raccontandomi episodi precisi: di quando si era sentita male sapendo che ero uscito con un’altra, di come la infastidiva scoprirlo attraverso gli altri, di come aveva iniziato a chiedersi da quando provava davvero qualcosa per me. Ci abbiamo messo quasi un anno ad accettare cosa stava succedendo. In quel periodo abbiamo frequentato altre persone, provando a convincerci che non era amore. Non ha funzionato. Tornavamo sempre a cercarci, a confrontare tutto con quello che avevamo noi. A 35 anni abbiamo deciso di provarci. All’inizio era strano – trasformare un’amicizia di vent’anni in una relazione sentimentale, con tutte le paure, i sensi di colpa, il timore che se non avesse funzionato avremmo perso tutto. Due anni dopo ci siamo sposati – io avevo 37 anni, lei 36. Nessun grande matrimonio: è stata una decisione matura, ponderata e discussa a lungo. Tutti dicevano che “era ovvio”, che eravamo sempre stati fatti l’uno per l’altra. La verità è che noi non l’avevamo mai visto così. Per più di vent’anni siamo stati solo amici, senza mai superare i limiti, senza mai pensare fosse amore. L’amore è arrivato dopo, quando avevamo già vissuto, sofferto e perso. Ora siamo sposati da diversi anni. Non dico che sia tutto perfetto, ma è solido. Ci conosciamo a fondo: sappiamo come reagiamo sotto pressione, come litighiamo, come restiamo in silenzio, come chiediamo scusa. A volte penso che senza il divorzio non avrei mai capito cosa avevo accanto. Non ho sposato la mia migliore amica per comodità. L’ho sposata perché, dopo tutto quello che abbiamo passato, lei era l’unica persona davanti alla quale non ho mai dovuto fingere di essere qualcun altro.