Ombre del passato
Questa mattina piovosa, Genova aveva quellaria umida e cupa che mi fa tremare un po il cuore, soprattutto quando la stagione si avvicina al ricordo delladdio a Giorgio. Sono ormai passati esattamente tre mesi dal funerale e ancora mi ritrovo spesso persa tra i pensieri mentre pulisco i vecchi volumi di Calvino che affollano il mio piccolo negozio in via XX Settembre.
Quando il postino ha bussato alla porta di vetro, non mi aspettavo nulla: ormai, fra e-mail e messaggi, le lettere di carta sembrano quasi reliquie. Lui mi porge una busta bianca, senza mittente. Mi firmi qui, signora, dice, ed io accetto, incuriosita, mentre infilo gli occhiali da lettura.
Gentile Valentina Rossi. Mi scuso per disturbare in questo difficile momento, ma la coscienza non mi permette più di tacere. Suo marito, Giorgio De Simone, ha vissuto una doppia vita negli ultimi ventanni. Se desidera conoscere la verità, venga domani alle 14 al Caffè Mazzini in via San Luca. Sarò quella con la sciarpa rossa. Le chiedo perdono per il dolore arrecato.
La mano mi trema, la lettera mi cade a terra. Mi appoggio dietro il banco, cercando di ricomporre la stanza che pare girare davanti a me. Giorgio? Proprio lui, che mi baciava ogni mattina sulla fronte prima di andare alluniversità? Che recitava Quasimodo la sera? Che è morto durante una lezione su Pirandello, colpito da infarto?
Sarà uno scherzo crudele, sussurro nella solitudine del negozio. Eppure, il seme del dubbio è germogliato. Quella notte non chiudo occhio, ripenso a stranezze degli ultimi anni: conferenze improvvise, telefonate riservate in balcone, ricevute bancarie che si affrettava sempre a prelevare per primo
Il giorno seguente, allorario stabilito, varco la soglia del Caffè Mazzini. Allangolo, una donna sui trentanni, bella, con zigomi alti e occhi grigi intensi e tristi. Porta al collo una sciarpa rossa di cashmere.
Signora Valentina Rossi? Si alza, garbata. Mi chiamo Antonella. Grazie per essere venuta.
Chi è lei? La mia voce tradisce rabbia e incredulità. Come osa parlare così di mio marito?
Antonella estrae una foto sgualcita dalla borsa. Giorgio, molto più giovane, sorride abbracciando una donna che tiene una bambina sulle braccia.
Quella è mia madre, dice Antonella piano. E la bambina sono io. Giorgio De Simone non era mio padre biologico, ma mi ha cresciuta da quando avevo cinque anni. Mamma è mancata lanno scorso, cancer. Prima di morire, mi aveva chiesto di cercarla e raccontarle tutto; non ci sono riuscita finché lui era vivo.
Il pavimento mi sembra vacillare. Accetto un bicchiere dacqua dallinserviente, ma le mani tremano troppo per bere.
Non è possibile, sussurro. Eravamo sposati quarantacinque anni. Non cerano segreti.
Lui vi amava, mi assicura Antonella. Parlava di lei con una dolcezza unica. Ma mia madre aveva bisogno di lui. Era malata di mente. Dopo che mio padre ci ha abbandonate, tentò più volte il suicidio. Giorgio era il suo professore al Dottorato. Lha salvata, e poi non riusciva a lasciarla.
Ventanni, scuoto la testa. Ventanni di menzogne.
Non menzogne, ribatte Antonella. Diviso tra il dovere e lamore. Pagava le cure di mamma, la mia istruzione. Ma ogni sera tornava a casa da lei. Mamma sapeva che era sposato. Non ha mai preteso di più.
Mi alzo bruscamente, rovesciando il bicchiere.
Devo rifletterci. Non mi cerchi più.
Esco dal locale senza voltarmi, sotto una pioggerella fine che si confonde con le lacrime. Quarantacinque anni di matrimonio: erano davvero solo unillusione?
Tornata a casa, comincio a rovistare tra i documenti di Giorgio. In una vecchia cartella, dietro il rivestimento, trovo una chiave di una cassetta di sicurezza, e una ricevuta intestata a P. S. Ferrara il cognome di sua madre, mai usato ufficialmente.
In banca, mostrando il certificato di morte e i documenti delleredità, accedo alla cassetta. Dentro trovo contratti di affitto per un appartamento a Sampierdarena, certificati medici per Elena Antonella, diagnosi di disturbo bipolare, fotografie di Antonella dallasilo alluniversità, e il diario di Giorgio.
Mi siedo a terra, nel caveau, e comincio a leggere.
Mi sento un codardo, lo so. Ma non posso fare altro. Vale la mia luce, la mia forza, la mia vita vera. Ma Elena e Antonella senza di me morirebbero. Elena torna a tagliarsi le vene ogni volta che parlo di lasciarle. E Antonella mi vede come il padre. Come posso abbandonarla?
Oggi Antonella è entrata a Lettere a Milano. Vuole fare come me: insegnare letteratura. Ne sono orgoglioso e mi disprezzo. Vale mi ha chiesto perché piangevo. Ho detto che mi aveva commosso La signora delle camelie era vero: piangevo sul mio destino sdoppiato.
Elena sta morendo. Cancro. Le restano pochi mesi. Chiede solo che io dica la verità a Vale dopo la sua morte. Le ho promesso, ma so che non ci riuscirò. Mi manca il coraggio.
Lultima pagina è scritta una settimana prima della morte di Giorgio:
Il mio cuore non regge più. Letteralmente. Il cardiologo dice che serve un intervento, ma io so: è la punizione. Ho vissuto due vite e ora il mio cuore cede. Vale, se mai leggerai queste pagine perdonami. Ti ho amato ogni attimo. Ma non potevo abbandonare una donna fragile e una bambina. Perdonami, vecchio stupido e debole.
Chiudo il diario. Seduta nel freddo caveau penso ai quarantacinque anni della mia vita. Sono stati menzogna? O Giorgio mi ha davvero amata, pur ritrovandosi imprigionato in una storia impossibile?
Ricordo i suoi occhi: stanchi, ma sempre colmi di tenerezza quando si posavano su di me. Ricordo la sua mano nella mia, in ospedale durante la polmonite. Le poesie recitate. Le risate alle mie battute.
Quella sera telefono a Paolo Grassi lamico storico di Giorgio dai tempi delluniversità.
Paolo, tu sapevi?
Un lungo silenzio.
Vale sì, lo sapevo. Mi aveva chiesto di essere testimone per una registrazione segreta daffitto. Ti chiedo scusa.
Perché non mi ha lasciato? il mio tono si incrina.
Perché ti amava. Te lo giuro, Vale. Era devoto a te. Ma Elena ha tentato il suicidio più volte. Giorgio non sopportava lidea di essere causa di una morte. Poi è arrivata Antonella che lo chiamava papà
Riaggancio. Mi avvicino alla finestra e guardo Genova illuminata dai riflessi sullasfalto bagnato.
Una settimana dopo, ricevo Antonella nel mio negozio.
Parlami di lui, le chiedo. Di quella parte che non conoscevo.
Antonella parla a lungo: di come Giorgio le insegni ad andare in bicicletta, di come le aiutasse con i compiti, di come confortasse sua madre nei momenti peggiori, di come piangesse alla laurea.
Parlava spesso di lei, confida. Diceva che era il suo angelo. Riteneva di non meritarla.
Sbagliava, rispondo, asciugandomi le lacrime. Sono io che non merito un uomo capace di dividersi tra dovere e amore per ventanni senza spezzarsi.
Non prova rabbia?
La provo, sì. Ma capisco. La vita mica è bianco o nero, cara. Specialmente quando si tratta di amore e responsabilità.
Prendo dallo scaffale un volumetto di Pirandello.
Questa era la sua copia de La signora Frola e il signor Ponza. Ora capisco perché la amava tanto. Prendila, te la dono. Era sua.
Antonella prende il libro, commossa.
Signora Valentina, mi mi dispiace davvero.
Non occorre. Nessuno di noi ha colpe. Nemmeno Giorgio. Ha solo provato ad essere un uomo buono in una situazione impossibile.
Dopo la partenza di Antonella, rimango a lungo nel negozio vuoto, ripensando a Giorgio, alla sua doppia vita, al peso che ha portato per tanti anni. E allamore strano, tormentato, imperfetto, ma autentico.
Apro lultima pagina del diario e scrivo:
Giorgio, amore mio. Ora so tutto e ho capito. Ti perdono. Anzi, sono fiera di te. Hai portato una croce che avrebbe spezzato chiunque. Dormi sereno, caro. Le tue segreti restano con me, la tua memoria resta pulita. Mi prenderò cura di Antonella. In fondo, lei è parte di te, quindi, anche parte della mia vita.
Chiudo il diario e lo ripongo nella cassaforte. Domani sarà un nuovo giorno. Continuerò a vivere, a custodire il ricordo di mio marito e, forse, in Antonella troverò quella figlia che io e Giorgio non abbiamo mai avuto.
La vita continua difficile, piena di misteri e rivelazioni, ma reale. Proprio come lamore, che si è dimostrato più forte della menzogna, della morte, e di tutto il resto.







