La nonna premurosa Elisa Matveevna, energica e determinata signora non più giovane, una sera disse…

Diario di Nonna premurosa

Mi chiamo Elisa Mariani, e a oltre sessantanni sento ancora tanta energia e determinazione. Un giorno, esausta da tanto attendere, ho detto a mia nipote:

Livia! Ho aspettato a lungo, ma adesso il mio limite è stato superato. Vuoi farmi finalmente morire in pace?!

Livia, la mia nipotina dindole artistica, esile bruna e storica dellarte, rimase sbalordita dalla mia domanda assurda.

Ma come, nonna?

Quando ti deciderai a sposarti? Vorrei chiudere gli occhi serena Hai quasi ventisette anni, ho continuato . Pensi che io sia andata alla casa di campagna della vecchia Matilde Vasili, e mi sia sorbita tre mesi di lamenti sul suo maledetto reumatismo venti volte al giorno, solo per piacere? Tutto per darti modo di sistemare la tua vita. Ma nemmeno un incontro hai fatto!

Nonna, dove dovrei conoscere qualcuno? Lavoro, studio lo spagnolo, la tesi. Al museo cè solo il professor Arcadio Palmieri, lo conosci.

Sì, Arcadio Palmieri In tempi di magra pure le gamberetti spappolate vanno bene, ho borbottato scuotendo la testa.

Il giorno dopo ho chiamato la vecchia Matilde Vasili, che mi ha raccontato come sua nipote avesse conosciuto il futuro marito in discoteca.

Purtroppo Livia la discoteca neanche la vede. Tocca valutare personalmente se ci siano candidati adatti per mia nipote, oppure cercare altrove.

Ho scoperto che le donne hanno ingresso gratuito nei locali dalle 21 alle 24, e senza perdere tempo, la sera stessa mi sono presentata, lasciando detto a Livia che uscivo per una passeggiata prima di dormire.

Ho surclassato verbalmente il buttafuori, che provava a far storie sulletà, e con laiuto di quei baldi giovani mi sono accomodata al bancone. Il clima nel club si è fatto teso come ai colloqui scolastici quando il preside coglie i ragazzi a bere birra dietro la palestra.

Come si trova qui? È tutto di suo gradimento? mormorò il barman, porgendomi un drink alto. Analcolico, offerto dalla casa.

No. Qui non cè nessuna speranza, ho detto con decisione. Una ragazza per bene qui non trova nulla. E a proposito, avreste potuto offrire una goccia di cognac. E quello là, il rosso, è malato di anca o si balla così adesso?

Prima di Capodanno, ho presenziato a un concerto rock, uno spettacolo di fuoco, una serata di cantautori strazianti, una gara di mountain bike estrema, un torneo di scopone, e, ormai disperata, anche un seminario di giovani poeti. Quella volta mi hanno demolito. Non vale la pena nemmeno lanciare lamo: sai mai che abbocchi qualcuno

Cara Livietta, ti capisco. Ai miei tempi ho scelto tra tuo nonno e almeno una decina di pretendenti altrettanto validi. Anche quella Matilde Vasili aveva diverse opzioni, pure se continuava a fissare tuo nonno per tutta la vita. Ma oggi i giovani si sono fatti piccoli, non cè nessuno che ti colpisca davvero.

A marzo, andando a trovare Matilde, ho deciso di passare da Livia al lavoro. Appena fuori dal museo sono scivolata, fortunatamente non sulle scale. Un militare mi si è avvicinato e mi ha aiutato a rialzarmi. Appoggiandomi al gentiluomo, ho controllato che tutto fosse a posto, poi lho osservato attentamente e gli ho detto:

Maggiore, lei mi sembra un carrista. Mio marito comandava un reggimento di carri armati. Mi dica, maggiore, ha unoretta libera?

Il maggiore, pensando che avrebbe dovuto portarmi a casa sulle spalle, e maledicendo la propria bontà, annuì rassegnato.

Perfetto. Mi dica, ha mai visitato questo museo storico? No? È un peccato. Le consiglio caldamente di farlo. Vada ora! E chieda che sia la dottoressa Livia Mariani a guidarle la visita. È una eccellente guida, non se ne pentirà.

Il maggiore neanche seppe spiegarsi perché entrò realmente in quel museo. Eppure la nonna lo aveva quasi ipnotizzato

***
Pochi giorni fa, ho sussurrato al piccolo Matteo, mio bisnipote, mentre dormiva:

Tu, amore mio, piccolo orsetto, tra poco inizierai la scuola, papà finirà laccademia militare, mamma finalmente scriverà la tesi di dottorato. Io allora potrò andarmene con il cuore sereno. Però, cresci tutto solo, mio passerotto? No Ti serve una sorellina! E quando nascerà la tua sorellina, poi la scuola poi Be, magari vedremo ancoraMatteo, nel sonno, sorrise come se avesse capito tutto. Mi fermai al capezzale, stringendo la mano nodosa di Matilde che mi stava accompagnando, per una volta, a fare la nonna anziché la nonna premurosa. Immersa tra i ricordi, sentii i passi felpati di Livia e il maggiore che, ormai marito, venivano a controllare se Matteo dormisse ancora.

Nonna, ti sembra vero che siamo una famiglia così? sussurrò Livia, accarezzando la fronte del suo bambino.

Li guardai, con le lacrime che mi pizzicavano gli occhi, ma col cuore leggero.

Vi ho aspettato a lungo, ma la felicità, quella vera, sa camminare piano, risposi. Adesso posso finalmente riposare. Ma non troppo: ora mi tocca organizzare il battesimo della piccola Sofia, quando arriverà!

Risate morbide e abbracci silenziosi riempirono la stanza. La famiglia cresceva, e io ero ancora qui, al centro del loro piccolo universo. Dimenticai i lamenti di Matilde, le discoteche e le serate eccessive: quello che resta è la certezza di aver seminato affetto. E, tra i sogni e le promesse, capii che non è il matrimonio che conta, né la tesi, né la carriera. Ma il coraggio di amare, imperfetti e ostinati, perché a essere premurosa non si smette mai.

E così, chiusi gli occhi, ma solo per qualche istante, lasciando che la vita continuasse il suo allegro girotondo attorno a me.

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La nonna premurosa Elisa Matveevna, energica e determinata signora non più giovane, una sera disse…
Dopo dieci anni di matrimonio, mi ha lasciato per un altro uomo. Un anno dopo è tornata da me, incinta e distrutta… Era partita con un altro dopo dieci anni insieme. Dodici mesi più tardi, l’ho ritrovata sul mio pianerottolo: incinta, spezzata… Ho conosciuto mia moglie, Aurora, quasi dodici anni fa. All’università di ingegneria a Torino vivevo in studentato; Aurora arrivava da un paesino della Sardegna, spaesata e silenziosa in mezzo a tanta confusione. All’inizio nemmeno la notavo, sempre immersa nei libri, timida e riservata. Il tempo però ha fatto il suo corso. Dopo qualche mese abbiamo iniziato a parlare, dapprima timidamente, poi ogni sera senza sentirci mai sazi delle nostre chiacchierate. Lei mi raccontava le sue paure, io i miei sogni per il futuro. Ci hanno assegnato una stanza doppia da coppia: la direttrice si fidava di noi, ci vedeva innamorati e seri. Così è iniziata la nostra storia. Sapevo bene cosa volevo: essere un uomo solido, un punto di riferimento. Non solo capace di costruire muri, ma di riempirli di calore e famiglia. Ho sempre detto ad Aurora: “Non devi lavorare per forza. In casa ci penserai tu e, se un uomo non riesce a mantenere la sua famiglia, allora non è un vero uomo.” Lei non ha mai protestato. Cucinava, sistemava, mi aspettava la sera. Eravamo una famiglia vera. Giochi in salotto, risate. Negli anni ho fatto carriera. Sono entrato in una grande impresa edile, sono diventato capocantiere, poi ho aperto una mia ditta. Abbiamo comprato casa in provincia, due macchine—una per me, una per lei. La vita sembrava perfetta, era quella che avevamo sognato. Tutto tranne una cosa: i figli. Gli anni passavano e la casa restava vuota. Dopo decine di visite mediche, con tanti soldi spesi e nessuna risposta, abbiamo smesso di sperare. Soffrivamo entrambi, ma in silenzio. E poi tutto è crollato. All’improvviso, senza un segno, senza che potessi capire. Quel giorno sono tornato prima dal lavoro per evitare il traffico. Il vialetto vuoto, cancello spalancato. Strano. Ho aspettato e aspettato. Poi un SMS da un numero sconosciuto: «Perdonami. Non posso più vivere nella menzogna. C’è un altro. Lui torna a casa, e io vado via con lui. Ti ho tradito, ma forse un giorno capirai…» Il pavimento sotto i piedi si è spento. Ero solo, seduto nel salotto che avevo costruito per due ma che improvvisamente era vuoto. Solo il mio amico e socio Paolo mi ha salvato dal cadere nell’alcol o dallo scappare da tutto. Il tempo è passato. Ho imparato a respirare di nuovo. Ho visto foto di Aurora online—tra le montagne delle Dolomiti. Vivere senza lei era impossibile. Speravo in un suo ritorno. E il destino mi ha ascoltato. Un anno dopo, lo stesso giorno, hanno bussato. Ho aperto e quasi mi sono accasciato. Era lei: magrissima, distrutta, vestiti logori. E col pancione. Era agli ultimi mesi di gravidanza. Aurora si è messa in ginocchio, in lacrime, chiedendomi perdono. L’altro aveva scoperto di essere stato tradito a sua volta e l’aveva cacciata. Senza niente, senza soldi né casa: aveva solo me. Nessuna speranza, solo me. Giudicatemi pure, datemi del debole, ditemi che dovevo chiuderle la porta in faccia. Ma sapete una cosa? Non ce l’ho fatta. Perché la amavo ancora. Perché, nonostante tutto, la volevo ancora accanto. Perché una cosa la so: tutti possiamo sbagliare. E se non avessi perdonato lei, avrei perso anche me stesso. Sono passati anni. Oggi abbiamo un figlio—il figlio che credevo di non poter mai avere. Lo amo come fosse mio di sangue, perché lo è: per scelta, per amore. E amo Aurora, nonostante la cicatrice che non andrà mai via. Cesti regalo Non le ho mai rinfacciato il passato, mai una parola di rimprovero. Perché amare davvero è scegliere di restare. Sempre.