Un mattino d’estate in campagna: la nuova vita di Vovka tra carezze, avventure, scuola, il bosco, l’…

La mosca sul vetro faceva un ronzio sottile, quasi fastidioso. Matteo aprì gli occhi piano piano. Un raggio di sole entrava dalla finestra, accarezzando con dolcezza il guanciale e il suo nasino a patatina, facendolo sorridere. Si stiracchiò dolcemente, come piaceva a lui. Sotto le coperte era così caldo e tranquillo che uscire dal letto proprio non gli andava!

Mamma chiamò sottovoce. Poi ancora più forte, Mammaaa!

La mamma entrò nella stanza asciugandosi le mani sul grembiule.

Sveglio già? Cosè questo chiasso? si avvicinò al letto, si chinò e lo baciò sul naso.

Buongiorno, tesoro mio! Dai, su, alzati, piccola peste!

Matteo la abbracciò forte al collo. Profumava di latte, pane fresco e di quella cosa buona e familiare che avevano solo le mamme. Quando stavano ancora in città, era papà che lo svegliava e lo portava allasilo. Facevano ginnastica insieme, si lavavano i denti, si schizzavano lacqua ridendo, mentre la mamma si lamentava e li sollecitava a far presto. Ma poi tutto era cambiato.

Un giorno, papà non venne a prenderlo allasilo e lui rimase fino a notte con il custode. La mamma arrivò molto tardi, tutta stravolta e con gli occhi gonfi di pianto, e gli disse che papà non cera più e che ora Matteo era luomo di casa. Non gli fu proprio chiaro cosera successo, ma purtroppo poi sentì che papà aveva fatto un brutto incidente con una macchina presa in prestito. Per quella storia, uomini cattivi si presero la loro casa. E così, poco dopo, si trasferirono dalla nonna in campagna.

Il paese dove era cresciuta la mamma si trovava fra le colline toscane, lungo il fiume Arno, e terminava contro i primi boschi. Proprio al limite della selva viveva nonna Anna, ed ora anche loro. Il nonno non cera più, era mancato quando Matteo era piccolo, e quindi, sì, luomo di casa ormai era proprio lui!

La mamma e la nonna lavoravano entrambi in una fattoria: un grande cascinale dove cerano maiali, mucche e perfino dei cavalli. La mamma gli aveva fatto conoscere tutti gli animali quando lo portava con sé. Però a Matteo la stalla non era piaciuta affatto: che odore insopportabile! Si tappava il naso, e la mamma e la nonna ridevano di gusto

Il piccolo infilò i piedi nelle ciabatte fredde e corse fuori in pigiama per andare in bagno. Il mattino dagosto, limpido e silenzioso, avvolse Matteo con un brivido di freschezza. Si strinse nelle spalle. Qua e là cantavano i galli, e in lontananza si sentivano cani abbaiare e urlare. La nonna uscì dal pollaio e si lamentò:

Di nuovo qualcuno ha fatto un buco vicino al pollaio qui ci manca solo la lupa mannara!

Presto arriva lautunno pensava, un po da grande, malinconico e preoccupato, che bello tornare a scuola! Aveva il cuore che batteva contento: era pronto per settembre, tutto era stato già acquistato insieme alla mamma. E quello zainetto nuovo era una meraviglia! Destate aveva imparato a leggere, anche se a scrivere faceva ancora un po fatica

A colazione mangiarono latte caldo, porridge e frittelle.

Matteo, io e la nonna oggi pensavamo dandare a cercar funghi. Vieni anche tu? O sei ancora troppo piccolo? la mamma fece locchiolino complice alla nonna.

Ma certo che vengo! protestò Matteo a bocca piena di frittella e latte freddo.

Si prepararono con calma, e verso mezzogiorno uscirono diretti verso il bosco. Laria profumata e frizzante dava al bosco unatmosfera magica, anche se le foglie erano ancora belle verdi. Matteo incontrava funghi un po ovunque, ma la mamma spiegava che non erano tutti uguali, e gli mostrava quelli buoni e quelli velenosi. Camminarono a lungo. La nonna si era spinta lontano e non rispondeva ai richiami.

Quando il sole cominciava a scendere, la mamma disse che era ora di tornare a casa. Avevano il cestino e una busta pieni di funghi e piccoli tesori del bosco. Il secchiello di Matteo pesava sulle braccia, però lui non si lamentava: doveva essere forte, da uomo! Solo che ora dove si trovavano? La mamma diventò improvvisamente ansiosa. Sembrava avessero perso la strada.

Matteo, tienimi vicino!

Presero una via che finiva in una palude, poi si trovarono davanti a una fitta macchia dove era impossibile passare. Tornarono indietro. Il bosco sembrava girare su se stesso. Chiamarono la nonna a gran voce, ma il vento tra le foglie di pioppo portava via tutto. La nonna non rispondeva. La mamma si accasciò sullerba, sconsolata. Passarono alcuni minuti. Allimprovviso, dietro di loro, sentono dei rami spezzarsi. Dai cespugli apparve una vera strega, la Befana! La mamma balzò in piedi.

Matteo rimase di stucco. La vecchietta, curva come una luna crescente, si scrollò di dosso un fascio di legna e venne più vicino.

Che cè? Siete persi? ghignava fissando la mamma, mentre il suo naso adunco tremolava in modo buffo.

A chi appartenete, voi? AllAnna? Lo sapevo Venite dietro di me ora, forza!

Senza aspettare risposta, si rimise sulle spalle il fascio di rami e si incamminò davanti a loro, guardandoli sottecchi. Così la mamma e Matteo, silenziosi e grati, la seguirono. Dopo pochi minuti di cammino, si aprì davanti a loro una radura, e in fondo si vedeva il campanile del loro paese. Proprio dal lato opposto della radura, sbucò la nonna Anna dal bosco.

La Befana rise con la sua voce roca, fece un gesto con la mano e continuò, quasi piegata in due sotto il peso della legna, verso il villaggio.

Grazie, davvero, signora tentò di dire la mamma, ma la Befana la ignorò, liquidandola con un altro largo gesto, e scomparve tra le case. Arrivò la nonna.

Mamma, dove sei stata? la mamma quasi urlava, disperata. Eravamo persi menomale che questa vecchia signora ci ha aiutate!

Lucia, su! Ma come fate a perdervi in questo bosco? Ci andavi anche da bambina!

Nonna, ma era la vera Befana? chiese Matteo, ancora a metà tra lo stupore e il terrore.

Ma va là, Matteo, quella è la Puperina! Però sì, di carattere sembra davvero una strega!

La sera, mentre cenavano con zuppe e pane caldo, Matteo, allimprovviso, chiese:

Nonna, ma perché la chiamano Puperina?

Non lo so con certezza, ma anche da giovane la chiamavano così. Pare che da bambina fosse paffuta forte! La sua famiglia era benestante, avevano una bella fattoria. Usciva in strada con del pane e del prosciutto e se lo mangiava sulla panchina. A volte la madre le dava una fetta di pane col burro, pure spolverato di zucchero! Che bontà! Ma lei mai che offrisse un boccone agli altri bambini: per questo non aveva tanti amici. Era cicciotta, sì La prendevano in giro, le facevano battutacce: Attenta che ti scoppia il pancione, Puperina! e via di risate.

Io la ricordo già da adulta, avrò avuto dieci anni e lei ne aveva già passati trenta. Usciva con un ragazzo, Giulio il trattorista, più giovane di lei. Lei era una donna in gamba, non troppo magra, ma nemmeno grassa, insomma, normalissima. Solo che aveva un naso lungo, curioso Si sposarono e nacque un bambino.

Quel bimbo, lanno che accadde la disgrazia, avrà avuto otto anni. La primavera portava il fiume pieno, gli uomini lavoravano ai tronchi galleggianti e i bambini si divertivano, saltando da un tronco allaltro. Era un gioco rischioso: se caschi, i grandi risalgono, ma lui era troppo piccolo E infatti, scivolò e finì sotto i legni, che lo spinsero giù; rimasero a cercarlo tre giorni. Lo trovarono giù, più avanti. La Puperina perse la testa, e Giulio si diede al vino.

Lui lo trovarono morto, assiderato nel bosco, dinverno, tornando a casa dopo aver bevuto con gli amici al circolo La Puperina la chiusero per un po in manicomio. Uscì, ma da allora vive sola, è diversa. Da cinquantanni così: vede quasi nessuno, tiene solo una capretta, raccoglie erbe e, a chi la cerca, dispensa cure con le sue tisane.

La nonna tacque. La mamma iniziò a sparecchiare, dicendo a bassa voce:

Eh, la vita non fa regali a nessuno A Matteo venne un grande dispiacere per la Puperina.

Settembre arrivò luminoso e frizzante: le mattinate fresche, a volte brinate, ma durante il giorno il sole scaldava ancora come a luglio. Laria trasparente e pulita, i boschi che si coloravano di rosso e doro. Finite le patate, Matteo andava già a scuola da due settimane. Non si sarebbe mai dimenticato il primo giorno: la maestra, gentile e severa, gli prese la mano e lo portò in classe. Era il più piccolo di tutti, in prima fila, e si sentiva orgoglioso.

Non davano voti ai bambini di prima, ma la maestra Olga lo lodava spesso, gli diceva che si impegnava tanto e che doveva solo esercitarsi di più a scrivere in modo chiaro. Fece amicizia con due bambini della sua via Simone e Nicola, che erano già in seconda. Tornavano da scuola insieme, quando capitava, e imparò da loro il sentiero corto che tagliava attraverso un campo abbandonato e passava proprio dallorto della Puperina. A volte lo veniva a prendere la mamma o la nonna fuori da scuola.

Quel giorno fu fortunatissimo: la maestra gli fece due stelline stampate sul quaderno e lo iscrissero in biblioteca. Gli diedero un libro: La parola magica. Era al settimo cielo mentre usciva da scuola. Simone e Nicola avevano unora in più, così lui incamminò da solo sul sentiero nel campo, attento a non pestare spazzatura o rottami.

Ad un certo punto sentì uno strano rumore. Alzò lo sguardo e si trovò davanti un branco di cani randagi. Erano tantissimi. Matteo si bloccò, pensò di scappare indietro, ma era inutile: già lo avevano circondato. Uno, enorme, gli si avvicinò ringhiando, col muso quasi a terra e i denti scoperti. Matteo urlò, senza quasi sentir la sua stessa voce. In quel momento il cane più grosso saltò su di lui.

Matteo provò a difendersi con lo zainetto, ma i cani, infuriati, gli strapparono la cartella dalle mani e la trascinarono a terra. Cadde anche lui, si coprì con le braccia… Poi un morso secco alla spalla, e fu buio.

Non vide che la Puperina, armata di badile, correva veloce fra le piante dellorto, saltando la recinzione come fosse niente. Cominciò a menar colpi a destra e a sinistra, urlando come una furia. I cani si fermarono, incerti, ma erano tanti e avevano già sentito lodore del sangue. Si lanciarono addosso sia a lei che al bambino. La Puperina urlava con quella sua voce stridula, menando badilate. Il cane grosso le saltò addosso dalla schiena e le afferrò la gola. Lei, barcollando, cadde sopra Matteo, coprendolo col corpo e quella lunga gonna che quasi lambiva il terreno

A quellora in paese non si vedeva nessuno: adulti ai campi, ragazzi a scuola. Il veterinario del paese stava tornando con il suo assistente dopo una commissione in comune, stavano discutendo delle nuove dosi di vaccini e della fornitura di mangimi. Arrivando vicino allorto della Puperina, videro un gran trambusto e sentirono ringhiare.

Guido, gira lì, va, che lì cè qualcosa che non va.

Guido manovrò prontamente, e si avvicinarono al luogo del disastro. Quello che videro li terrorizzò: il branco di cani, nervosi, pronti a tutto. Ovunque brandelli di quaderni e libri sparsi nel fango, tutto sporco di sangue. La Puperina a terra, la mano scarnificata, quasi fino allosso. Un cane sulla sua schiena, che tentava ancora di azzannare il collo.

I due uomini si fiondarono fuori dallauto e cominciarono a menare bastonate, scacciando i cani come potevano. I cani li assalivano alle gambe, saltavano al petto. Guido, brandendo il badile insanguinato, menava fendenti potenti alla bestia. Ci furono urla rabbiose, sangue, cani storditi. Sentirono gente correre dal paese, con forconi, bastoni, qualche fucile che sparava in aria. Il capo del branco, con la testa sanguinante, prese a fuggire verso il bosco: dietro di lui tutta la muta.

La Puperina emise un rantolo. Solo a quel punto i due videro che sotto il corpo anziano cera un altro, più piccolo.

Guido, chiama unambulanza! Pare che la vecchia sia ancora viva.

Quando sollevarono la Puperina e la misero a terra, trovarono Matteo, il viso pallido e coperto di sangue. Anche lui svenuto

Un raggio di sole dautunno filtrava sulla federa e sul nasetto di Matteo. Si svegliò in una stanza bianca: ospedale. Guardò attorno spaventato.

Dove sono? pensò, confuso. Si mosse un po.

La mamma, seduta accanto al letto, si illuminò:

Matteo, amore mio! Hai ripreso conoscenza! e le rigarono le lacrime.

La spalla e il braccio fasciati gli facevano male. Il ricordo tornò tutto in mente.

Mamma i cani mi hanno mangiato la mano, non potrò più scrivere?

No, tesoro, ti giuro che no. Lhanno solo ferita. Il dottore ti ha operato. Guarirai prima che tu te ne accorga, per il tuo matrimonio sarai perfettamente guarito! scherzò la mamma. Devi ringraziare la Puperina: ti ha protetto con il suo corpo. Dormi, amore

Tutto il paese accompagnò la Puperina al cimitero. I cani le avevano dilaniato entrambe le braccia e una gamba. Sul tavolo operatorio il suo cuore di vecchia non resse più.

Il giorno dopo quello che era successo, i contadini guidati dalla rabbia radunarono di nascosto il branco dei cani impazziti e lo abbatterono tutto. Quaranta carcasse scavarono una fossa fuori dal paese, e coprirono tutto con la terra. Vicino al bosco trovarono alcune tane con i cuccioli: quelli se li presero i contadini, dividendoli fra i cortili.

Matteo saltò solo un trimestre a scuola. La mano faticava a scrivere, ma lui perseverava ogni giorno, la maestra Olga lo lodava, e i compagni lo chiamavano il coraggioso.

Con la mamma andarono più volte al cimitero. Portarono sulla tomba della Puperina un gran mazzo di fiori. Sulla targa di legno legata alla croce cera scritto il suo vero nome: Paola Argenti, e che nel giorno in cui era morta aveva compiuto proprio novantanni. La mamma pianse.

Guarda come si è messa la vita, eh! Grazie Puperina, grazie per averci fatto uscire dal bosco, ma soprattutto grazie per aver salvato mio figlio. Che la terra ti sia lieve!

Quando, alle feste di Natale, a scuola fecero lo spettacolo e attorno allalbero apparve la Befana, Matteo non riuscì più a trattenersi. Scappò fuori dalla sala con la mano che improvvisamente gli doleva. Gli era tornata in mente la Puperina.

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