Non insegnatemi come vivere
Martina, lasciami entrare! Non ce la faccio più a vivere con loro. Quella casa ormai è una prigione sobbalzava la sorellina, ferma sulla soglia con gli occhi lucidi.
Sembrava una novella sposa scappata dal ricevimento: mascara spalmato sulle guance, labbra tremolanti In mano trascinava il manico di una valigia talmente grande che pareva avesse intenzione di emigrare in Australia.
Calma, aspetta sbadigliò Martina, ancora intontita, scostandosi appena. Che è successo?
Non mi lasciano vivere, Martina! Non puoi immaginare cosa succede a casa. Ieri sono rientrata alle dieci invece che alle nove e papà mi ha fatto un vero interrogatorio: mi annusava come un segugio! E mamma ancora non ha imparato a bussare alla porta. Sfonda tutto quando mi cambio o quando sono al telefono con gli amici, manco avessi la camera segreta di Harry Potter Non ho uno spazio tutto mio!
Lia sbrodolava parole a raffica, indignata e ansimante. Le sue rimostranze, in effetti, suonavano un po pesanti. A ventanni il controllo totale sembra davvero linferno: chi vorrebbe genitori che controllano le tasche, si infilano in camera ogni due per tre e pretendono il resoconto di ogni passo?
Non frequentare quelli, non mangiare quello, non andare là! proseguiva Lia, infervorata. Non ho dieci anni, sono adulta. Ho il diritto di scegliere come vivere, non come fa comodo a loro. Stamattina ho detto che restavo dalla mia amica a studiare per lesame e papà ha sentenziato: Niente nottate fuori, studi a casa. Ma ti sembra normale? Manco fossi in prima media!
Martina ascoltava paziente, e per un attimo provò quasi pietà. I loro genitori, in effetti, erano un po allantica, ansiosi e irrimediabilmente protettivi.
Non che Martina fosse stata immune. A ventanni aveva passato gli stessi guai: anche a lei non piaceva che papà la aspettasse alla finestra fin quasi mezzanotte, o che mamma controllasse se avesse messo il cappello. Ma Martina aveva risolto il tutto in maniera radicale.
Mi iscrivo alluniversità serale annunciò ai genitori sette anni fa e vado a vivere da sola.
Dove? E come paghi tutto? si agitò la mamma.
La mia amica lavora in un centro estetico, cercano una receptionist. Prendo una stanza con altre due ragazze. Ce la facciamo. Se non ce la faccio, torno.
Martina ce la fece, a fatica ma ce la fece. Per sei mesi mangiò solo riso e dormì su un divano impacchettato, ma almeno nessuno le diceva a che ora tornare. I genitori volevano aiutarla con qualche euro o con la spesa, ma lei rifiutava orgogliosamente.
Tutto bene, faccio da me.
E fu proprio allora che le regalarono le chiavi dellappartamento della nonna, una specie di trofeo: era ormai adulta e responsabile.
Con Lia tutto fu diverso.
Due anni fa era morta la seconda nonna. Lappartamento passò a Lia, che aveva appena compiuto diciotto anni.
Ora sì! esclamò Lia appena incassata leredità. Sono la fidanzata più ambita con il corredo, viva la libertà!
I genitori si scambiarono uno sguardo interrogativo.
Eh, diciamo commentò papà. La casa è tua, ma la bolletta in inverno è sui trecento euro, se risparmi. Cibo dipende, ma altri cinquecento. Mezzi, vestiti, trucco, internet Insomma, per vivere da sola e continuare gli studi ti servono almeno millesettecento euro al mese. Dove li trovi?
Lia sbatté le ciglia, in cerca di una risposta. Si era sempre accontentata di fare un favore al mondo studiando a spese dei genitori.
Finì tutto lì, tanto che Lia non ci rimuginò troppo: non aveva fretta di andarsene. Però la sturbava unaltra cosa. I genitori avevano cominciato ad affittare il suo appartamento e, ovviamente, prendevano i soldi per sé: per pagare università, bollette, cibo e vestiti di Lia. Ogni tanto le arrivava qualche spicciolo, ma la cosa la lasciava comunque insoddisfatta. Voleva una casa tutta sua e lindipendenza, ma senza o sforzo.
Martina, ricordando le scenate, studiò meglio la sorella. Giacca nuova, stivali in pelle, borsa alla moda Lia, francamente, non sembrava una vittima del carcere, ma piuttosto una principessa disturbata dalla presenza di un piccolo pisello nascosto sotto venti materassi.
Mi hanno tolto le chiavi della macchina aggiunse Lia, asciugandosi una lacrima. Finché non recupero lesame, vado in autobus. Capisci? Lautobus! E per giunta lo devo aspettare mezzora!
Oh, che tragedia rispose Martina, secca, guardando Lia trascinare la valigia. E che pensi di fare adesso?
La comprensione di Martina evaporava rapidamente.
Vivo da te. Finché si calmano e si scusano. Hai la casa grande, posto a volontà. Non ti disturbo, giuro. Sarò invisibile: studio e basta
Martina strinse le labbra. Non voleva giudicare Lia, ma qualcosa non tornava.
Lia, sospirò. Facciamo due conti seri. Vuoi vivere come me? Senza controllo, senza domande, senza coprifuoco?
Certo! gli occhi della sorella brillavano. Voglio decidere io quando tornare e cosa indossare!
Grande. Allora perché sei venuta da me invece di affittare una stanza tutta tua? Magari in una casa per studenti?
Lia rimase interdetta. La domanda le sembrava insensata.
Ma come? Non ho soldi. Sono una studentessa!
Appunto. Sei una studentessa a tempo pieno, mantenuta da mamma e papà. Mangia la loro spesa, indossa vestiti che ti comprano loro, guidava la macchina che papà riforniva, Martina contava sulle dita. La libertà, Lia, costa. Io alla tua età lavoravo e studiavo. Tu vuoi la torta e pure la fetta.
Allora non mi ospiti?
Martina fece un altro sospiro. Non le piaceva trovarsi in mezzo, ma il momento lo richiedeva.
Prima chiamo mamma, annuncia. Voglio anche la sua versione.
Lia fece una smorfia, ma non poté fermarla.
Era tardi, ma la mamma non dormiva ancora. La conversazione fu accesa, e Martina mise in vivavoce. Emerge che i genitori avevano sequestrato le chiavi dellauto e punito Lia perché non aveva solo qualche esame da recuperare, ma rischiava addirittura la bocciatura.
Sono i prof, che ce lhanno con me! Odiano le ragazze! protestava Lia, arrossendo.
Eh, però le altre han passato tutto, solo tu no, ribatteva papà. Pensavi di essere furba? Credevi di andare da tua sorella a far niente?
Papà ha ragione, confermò Martina. Qui i debitori non li ospitiamo, e non sono la tua baby-sitter.
Lia fulminò la sorella con lo sguardo.
Ah sì?! Siete tutti contro di me? Va bene allora! Vado a vivere nella mia casa! dichiarò. Mandate via gli affittuari! Sarò sola e nessuno dirà niente.
Silenzio. Lia aggrottò il naso, convinta di aver vinto.
Va bene, rispose serena la mamma. Nessun problema.
Lia quasi saltò sulla sedia.
Davvero? Li mandate via? Subito?
Non subito, dovranno aspettare la scadenza del contratto chiarì papà. Avranno due settimane per traslocare. Intanto stai da noi, finisci gli esami. Ma, Lia da ora, vivi per davvero da sola.
Sì Lia, titubante, strizzò gli occhi.
Le entrate dellaffitto non ci saranno più, papà lasciò una pausa drammatica. Pagherai luniversità da sola. Bollette, spesa, vestiti, ogni cosa da sola. Nessuno ti darà neanche un centesimo. Sei adulta. Vivi da adulta.
La faccia di Lia si allungò per lo shock. Credeva che i genitori avrebbero ceduto.
Ma ma io studio! Non posso lavorare! Ho i corsi!
Anche Martina studiava ricordò la mamma. Si iscrisse al serale e lavorava. Scegli tu, cara: vivi sola e ti arrangi, o stai con noi secondo le nostre regole e noi ti manteniamo. Non cè una terza via.
Lia gettò unocchiata a Martina, cercando supporto e trovando solo ironia.
Allora, sorellina? sogghignò Martina. Benvenuta nel mondo dei grandi. La torta ha la crosta dura, eh?
Sei mesi dopo, il loro rapporto si era ridotto a domande di circostanza e risposte automatizzate: tutto bene, tutto okay. Martina sapeva solo che Lia non stava più dai genitori, né voleva approfondire: temeva il ritorno della sorella, con tentativi di farsi mantenere.
Un giorno, Martina decise di rifugiarsi in una caffetteria vicino al parco centrale, scappando dalla pioggia. Dietro il bancone, chi cera? Lia.
Lei voleva un cappuccino medio senza zucchero, giusto? chiese la sorella, stanca ma educata.
Completamente diversa: niente ciglia finte, né manicure sbrilluccicante. Unghie corte, per ragioni igieniche. Al posto del pullover griffato, solo il grembiule verde della caffetteria e il badge con il nome. I segni della fatica sotto gli occhi sfuggivano anche al fondotinta.
Ciao, sorrise Martina, mista pietà e rispetto. Sì. Anche un cornetto, se fresco.
Lia annuì, lavorando senza un cenno di sorriso.
Fresco, arrivato stamattina.
Era veloce, niente di quella vecchia lentezza regale. Ora, doveva andare a ritmo del mondo.
Come è andata la sessione? chiese Martina, mentre Lia montava il latte.
Chiusa rispose Lia, brusca. Sono passata al serale. Più facile. Mamma mi ha chiamato, voleva portarmi la spesa. Ho detto no. Faccio da sola.
Martina alzò un sopracciglio.
Quando sei diventata così orgogliosa?
Non orgogliosa, furba. Se accetto la spesa, mi ritrovo con la mamma che mi fa domande, chiede perché non ho pulito o perché cè polvere. Preferisco la mia zuppa davena, almeno nessuno mi stordisce.
Martina accennò un sorriso. Lia poggiò la tazzina.
Sono tre euro e cinquanta.
Martina passò la carta. Beep!
È dura? chiese la sorella maggiore, a bassa voce.
Per un attimo, gli occhi di Lia si fecero infantili, come quel giorno col valigione. Ma si riprese subito.
Va bene così. Almeno nessuno mi impartisce lezioni. E ho venduto lauto, tra parentesi. La metro è più veloce. E costa meno.
Sei forte, Lia. Davvero.
La sorella fece una smorfia.
Sì sì, forte. Ma ogni tanto mi addormento qui. Dai, vai, se no mi multano per chiacchiere.
Martina si sedette vicino alla finestra, osservando Lia che lucidava il bancone come se stesse togliendo le macchie della vita.
Insomma, Lia aveva ottenuto ciò che voleva: la vita adulta senza controllo dei genitori. Non era poi così male, solo che la torta, come spesso succede, aveva una crosta dura, e ora doveva masticare bene per non strozzarsi.
Martina finì il caffè, prese una banconota da venti euro e la infilò sotto il tovagliolino, poi portò la tazzina al bancone e uscì.
Non era un aiuto alla sorella disperata. Erano la mancia a un barista che finalmente aveva capito che tra illusioni e realtà cè di mezzo il latte (montato a regola darte).






