Io e Matteo ci siamo conosciuti quando avevamo entrambi ventisette anni, pieni di sogni, con qualche capello già preoccupato per la calvizie. In quel periodo Matteo aveva già finito luniversità con il massimo dei voti la nonna diceva che mancavano solo i coriandoli e si preparava alla discussione della tesi. Era uno che aveva sempre puntato in alto con lo studio. E non solo: era anche già riuscito a mettere da parte abbastanza soldi per comprarsi un appartamentino di due stanze e un box auto e non vi dico lorgoglio del geometra che gli ha venduto il box, finalmente qualcuno che ci metteva una macchina, non solo biciclette e gatti. Dopo la laurea, già si vedeva a scegliere la macchina nuova rigorosamente italiana, ovvio.
Un anno dopo, ci siamo sposati. E dopo un anno e mezzo, è arrivata la nostra bambina, Giulia, con il suo nasino allinsù già pronto a scrutare il mondo con sospetto. Quando abbiamo festeggiato i nostri trentanni, la pupetta aveva appena due mesi e strillava come una sirena ambulanza disperata se le cadeva il ciuccio. Siccome il compleanno di Matteo si avvicinava e lentusiasmo languiva, io ho proposto di andare tutti insieme a cena in trattoria con i suoi genitori per aria di festa e per non ritrovarci poi il freezer pieno di avanzi della torta. Lui però niente da fare: Preferisco festeggiare solo con voi, le mie donne di casa.
Così abbiamo fatto. Il giorno dopo, però, appena tornato dal lavoro, si è fiondato dai suoi. Ma è rincasato subito, col muso più lungo della giornata di Ferragosto. Si è buttato sul divano e ha iniziato a piangere a dirotto. Ragazzi, peggio che quando la nazionale perde ai rigori. Mi ha lasciata di sasso: un uomo, marito e papà, adulto ormai… che piangeva come se avesse appena rotto il vaso buono della nonna.
Ho provato a consolarlo, dirgli che non cera niente che non andasse. E lì, tra un singhiozzo e laltro, Matteo ha mollato tutto quello che si portava dentro. Da piccolo mi ha raccontato prendeva schiaffi anche solo per aver lasciato il pallone nel corridoio, per essersi sporcato i pantaloni, per una macchia dinchiostro nel quaderno Sì, da entrambi i genitori: mamma e papà, democraticamente. Una vera storia allitaliana, ma di quelle che non si raccontano neanche ai preti.
Quando sono cresciuto hanno smesso con le mani, ma le parole belle non sono mai arrivate. Ho finito listituto tecnico a pieni voti.
E allora? È solo un tecnico. Devi andare alluniversità, dicevano.
E così Matteo si è iscritto pure lì, anche se, onestamente, non era che gliene importasse così tanto la laurea.
Poi, ecco lappartamento.
Ma dai, cinquanta metri! Noi abbiamo fatto famiglia in trenta!, criticavano come se i metri quadri fossero un merito. Poi il matrimonio Ma chi è questa, così piccolina e mingherlina? Speriamo che possa mettere al mondo un figliolo.
È nata Giulia.
Mah, chissà di chi sarà veramente. Neanche un sopracciglio che assomiglia a noi!
E ciliegina sulla torta, la sceneggiata perché non abbiamo organizzato un pranzo di gala per lanniversario delle loro nozze.
Ingrato! Che figlio maleducato!, sentenziarono senza appello.
E così, con la voce rotta, Matteo mi guardò: Ma sono davvero una persona così orribile che i miei genitori non riescono ad amarmi?
Gli ho risposto che purtroppo esistono persone incapaci di amare lui aveva solo avuto la sfortuna di nascere in quella famiglia lì. Ma adesso aveva me, aveva Giulia che lo adora. Noi due lo amiamo con tutto il cuore, perché lui sì che è il migliore che cè.
Ma non lo vedi come si illumina nostra figlia ogni volta che torni a casa dal lavoro?
E Matteo, pensando agli occhi spalancati e ai sorrisi sdentati di Giulia appena papà entra dalla porta, finalmente si è calmato. E, va detto, ha cominciato anche lui a sorridere davvero.





