Nove rose rosse…
La suocera era venuta a trovarci per qualche ora, e io mi sono subito reso conto che non ce lavrei fatta a reggere. Ho detto che sarei andato alle terme. Mi sono sistemato e sono uscito.
Ma la giornata aveva in serbo per me unaltra delusione: le terme erano chiuse per lavori. Il mio umore era ormai a pezzi. Non avevo certo intenzione di rincasare subito.
Ho iniziato a vagabondare per le strade di Firenze senza molta meta, buttando un occhio alle vetrine, anche se entrare nei negozi non mi sembrava da uomo. Triste, mi sono seduto su una panchina al bordo di Piazza della Signoria.
Ad un certo punto ho visto una coppia di signori, sui sessantanni circa, vestiti con eleganza, passeggiavano lentamente. Si tenevano sottobraccio, parlando fitto fitto. Sembravano proprio godersi la passeggiata e la reciproca compagnia.
Li osservavo e pensavo: Guarda lì, hanno ancora qualcosa da dirsi dopo tanti anni. Io sono con la mia Francesca da quindici anni, ormai ci siamo detti tutto. Di solito stiamo in silenzio.
A un tratto la coppia si è fermata: lui, con un gesto delicato, ha risistemato la sciarpa intorno al collo della moglie. Poi hanno ripreso a camminare, sempre vicini.
Mi sono trovato a riflettere: E pensare che anche loro sono riusciti a conservare lamore e noi invece nemmeno ci guardiamo più.
Mia moglie è una donna minuta, sempre indaffarata di quelle donne eterne stanche. Una donna che ha smesso di prendersi cura di sé, si accontenta di poco. Lavora in una fabbrica in periferia, abbiamo due figli, la casa è sempre piena di pensieri e problemi.
Corre da una stanza allaltra senza mai fermarsi: sempre con uno straccio o una scopa in mano, sempre coi capelli in disordine, col vecchio accappatoio sformato. Non sorride più, sul viso ha sempre quellespressione stanca e concentrata.
Dal parrucchiere ci va solo quando uscire di casa diventa imbarazzante. E io seduto lì pensavo tra me e me: Ci amavamo tanto Che fine ha fatto tutto?
Ho tentato di risvegliare quel sentimento antico che avevo per lei e, con sorpresa, ci sono riuscito: mi è tornata addosso una dolcezza leggera, tutto il cuore mi si è scaldato. Mi sono sentito improvvisamente in colpa e ho desiderato fare qualcosa di bello per lei.
Non potevo continuare a restare fermo: dovevo fare qualcosa subito. Senza quasi rendermene conto, mi sono messo a camminare di buon passo, guidato da un impulso che non riconoscevo più.
Ecco che quasi urto un chiosco di fiori in Via Roma. Compro dei fiori? No dai penserà che sono impazzito, mi dirà che ho buttato via i soldi per nulla. A Giulia servirebbero delle scarpe nuove per ginnastica, non delle rose.
Sono rimasto indeciso. Ma quella dolcezza mi bruciava dentro. Ho tirato un sospiro: vada come vada.
Entro. La fioraia mi saluta con cortesia, e mi fissa incuriosita. Lultima volta che avevo comprato un fiore per mia moglie era stato quindici anni fa. Prendo una rosa, dai. Una sola. Ma dentro di me una voce diceva: Una sola rosa non significa niente.
Allora, distinto, ho detto: Me ne dia nove. E ho sentito quasi vergogna per il mio gesto: sarò mica matto? Ma ormai la frittata era fatta.
Uscito dal chiosco, avevo la netta sensazione che tutta Firenze mi osservasse con disapprovazione.
Ho telefonato a casa per assicurarmi che la suocera se ne fosse già andata.
Salii le scale con il cuore che batteva forte, perché la situazione era così insolita che quasi temevo che mi avrebbe cacciato via a pedate col mazzo di rose in mano. Se si mette a urlare, glielo giuro, le schiaccio i fiori e li butto nella spazzatura!
Francesca stava sistemando un sacchetto di farina sul tavolo; le mani ancora pulite. Mi avvicinai, lei non sospettava nulla. Mi fermai davanti a lei, silenzioso, il fiato corto dallagitazione. Si voltò, vide i fiori e rimase immobile, come davanti a unapparizione.
Francesca, sono per te. Mi è venuto così, di cuore Non ti arrabbierai, vero?
Non li prese subito. Mi guardava come se stessi scherzando. Sono per te, Francesca, davvero.
Li afferrò, li avvicinò al volto, e fece un sorriso lieve. E in quellistante non cera più la fabbrica, né i mille pensieri, né i quindici anni alle spalle.
Quasi sussurrò: Grazie.
La busta con le nove rose rosse finì al centro del tavolo, e mi sembrò che la stanza si fosse illuminata.
Francesca accarezzò lentamente i fiori, poi rimase pensierosa a specchiarsi, sistemando i capelli. I lineamenti diventavano più dolci, la preoccupazione lasciava spazio a una nuova luce serena. Labbracciai stretto alla vita. Restammo così, in silenzio, avvolti dalla fragranza delle rose.
Si fermò solamente per un attimo. Solo un attimo.
Ho imparato che a volte basta un piccolo gesto per scaldare tutto un amore, anche quello che credevamo ormai sopito.







