Mi chiamo Giovanni e ho 61 anni. Attualmente non vivo in Italia. Da tre anni sono vedovo. Quando Sil…

Ciao, mi chiamo Giuseppe e ho 61 anni. Ormai da qualche anno non vivo più in Italia, anche se in fondo il cuore è sempre rimasto lì. Tre anni fa è venuta a mancare mia moglie, Giovanna. Dopo di lei, sono rimasto a vivere nella nostra casa a Bologna, quella dove abbiamo cresciuto i nostri figli, ma allimprovviso tutto mi sembrava troppo grande e soprattutto troppo vuoto. I miei figli sono sparsi in altre città uno a Torino, laltro a Firenze hanno le loro famiglie, la loro vita. La domenica si fanno sentire, a Natale vengono a casa, ma per tutto il resto del tempo ci siamo solo io e il silenzio.

Per quasi quarantanni ho fatto il maestro elementare. Quando sono andato in pensione pensavo che finalmente mi sarei rilassato, mi sarei goduto il tempo libero. In realtà mi sono ritrovato spaesato, perso, senza sapere bene che farmene delle mie giornate. Nei primi mesi passavo dal letto alla poltrona, guardavo la TV tutto il giorno, mangiavo qualsiasi cosa mi capitava e avevo smesso perfino di sistemarmi un po.

Un giorno mia figlia, Caterina, è passata a trovarmi. Quasi mi si è messa a piangere:
Papà, sembri unombra di te stesso

Aveva ragione, sai?
Così, sei mesi fa, mi sono dato una scossa. Ho iniziato ad andare ogni mattina al Parco Giardini Margherita. Cè una panchina sotto un platano enorme, proprio davanti a un laghetto dove nuotano le anatre. Mi ci siedo tutti i giorni. Il posto è silenzioso, ma non dà mai lidea di solitudine. Cè sempre movimento, ci sono voci, risate di bambini, la vita continua a scorrere.

Un giorno, circa due mesi fa, ho notato una donna anziana. Capelli corti e bianchi, occhiali grandi, sempre con un maglione colorato addosso, anche quando fa caldo. Lei si sedeva sulla panchina di fronte alla mia. Allinizio ci salutavamo appena con un cenno della testa. Poi, un giorno, è venuta a sedersi proprio accanto a me.

È la sua panchina questa? mi chiede, con un sorriso che aveva qualcosa di familiare.
No, però di solito mi metto qui.
Allora cè posto anche per me mi risponde. Venga, siediti.

Così è iniziato tutto. Le ho raccontato di Giovanna, di quanto amasse guardare le anatre, di come diceva che sono più libere di noi, ma scelgono comunque di rimanere nel laghetto, perché qualcuno si prende cura di loro.

Lei si chiama Rosella mi guarda con quegli occhi che capisci subito hanno conosciuto il dolore.
Per me sono passati cinque anni, mi dice sottovoce. Mio marito, un tumore.

Da quel giorno siamo diventati compagni di panchina. Certe volte chiacchieriamo, altre stiamo semplicemente in silenzio insieme, che certe presenze ti riempiono anche così. Un giorno mi ha portato un caffè caldo nel termos; unaltra volta io le ho portato il pane da dare alle anatre. Abbiamo riso come due ragazzini.

Una mattina, mi ha regalato un maglione fatto da lei, azzurro. Il mio colore preferito, anche se non glielavevo mai detto.
La osservo ogni giorno, Giuseppe mi ha detto sorridendo. Impari a notare, quando ti manca chi amavi.

Parliamo della vita, delle perdite, di quello che resta. Abbiamo capito che lamore non si rimpiazza, ma il cuore è più grande di quanto immaginiamo.
Ieri, per la prima volta in tre anni, ho invitato qualcuno a casa mia. Ho cucinato una lasagna, come faceva Giovanna. Non era perfetta, ma era piena di ricordi e di emozione.
Abbiamo passato la serata a parlare. Ci siamo fatti delle grandi risate, ci siamo confidati tutto.

Alla fine, quando se nè andata, mi ha stretto forte in un abbraccio di quelli che ti scaldano fino alle ossa, quelli che ti ricordano che sei ancora vivo.

Oggi sono tornato al parco. Lei era già lì, con due libri in mano.
Uno è per te, mi fa. Così leggiamo insieme.

Mi sono seduto un po più vicino.

Per la prima volta dopo tanto tempo, ho sentito una scintilla di speranza. Non so bene che cosa siamo io e Rosella. E non ho nessuna fretta di saperlo. So solo che non ho più paura dei giorni che verranno.

Mi chiamo Giuseppe. E una sconosciuta incontrata su una panchina mi ha fatto tornare la voglia di vivere.

Tu ci credi alle seconde possibilità?
È mai capitato anche a te che un perfetto estraneo diventasse una persona fondamentale nella tua vita?
Cosa ti manca di più quando non hai qualcuno con cui condividere la tua giornata?

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Mi chiamo Giovanni e ho 61 anni. Attualmente non vivo in Italia. Da tre anni sono vedovo. Quando Sil…
Ho 41 anni e la casa in cui vivo era dei miei nonni; dopo la loro scomparsa è rimasta a mia madre e ora, dopo la sua morte, è intestata a me. È sempre stata un’oasi di pace, ordine e tranquillità, il mio rifugio dopo lunghe giornate di lavoro. Mai avrei pensato che una scelta fatta per aiutare qualcuno potesse sconvolgere questo equilibrio. Due anni fa mi ha chiamato una cugina alla lontana: era in lacrime, si stava separando dal compagno, aveva un bambino piccolo e non sapeva dove andare. Mi ha chiesto di restare da me per “qualche mese”, il tempo di rimettersi in piedi. Ho acconsentito, pensando che il legame di sangue e la sua situazione non mi avrebbero creato problemi. All’inizio tutto andava bene: occupava una stanza, contribuiva alle spese, lavorava e il figlio stava dalla vicina. Nessuna difficoltà. Dopo tre mesi ha lasciato il lavoro, dicendomi che era temporaneo e che sarebbe capitata un’opportunità migliore. Ha iniziato a restare sempre in casa, il bambino non andava più dalla vicina ma rimaneva sempre qui. La casa è cambiata: giochi ovunque, rumore, visite improvvise. Tornavo stanca e trovavo sconosciuti seduti nel mio salotto. Quando le ho chiesto di avvisarmi, mi ha risposto che esageravo, perché “ormai questa è anche casa sua”. Col tempo ha smesso di contribuire alle spese: prima per necessità, poi promettendo che avrebbe recuperato. Ho cominciato a pagare tutto io: bollette, cibo, manutenzione. Un giorno sono tornata a casa e ho trovato i mobili spostati “per rendere l’ambiente più accogliente”, senza che mi avesse chiesto niente. Quando ho protestato si è offesa: sono fredda, non capisco cosa significhi vivere come famiglia. La situazione è peggiorata quando ha ricominciato a frequentare l’ex compagno: lo stesso uomo da cui diceva di fuggire. Veniva qui la sera, dormiva qui, usava il bagno, mangiava. Un giorno l’ho sorpreso che usciva dalla mia camera con una mia giacca, presa senza permesso. Ho stabilito dei limiti: così non si può andare avanti. Lei ha iniziato a piangere e urlare, ricordandomi che l’avevo accolta quando non aveva nulla. Sei mesi fa ho provato a darle una scadenza, ma lei mi ha detto che non può andarsene: niente soldi, il bambino va a scuola qui vicino, come faccio a cacciarla? Mi sento in trappola. La mia casa non sembra più mia. Entro in silenzio per non disturbare, mangio in camera per evitare litigi, sto più fuori che dentro. Vivo ancora qui ma non è più casa. Lei si comporta come se fosse la padrona, io pago tutto e quando provo a chiedere ordine, vengo accusata di egoismo. Ho bisogno di consigli.