La strada sotto le stelle: una notte d’inverno, un vecchio compasso e l’incontro con il custode del bosco sul cammino di ritorno in città

Strada sotto le stelle

I Conti sono partiti dalla casa dei nonni più tardi del solito. La strada che dal paesino conduce a Firenze è quasi deserta. La neve battuta scricchiola piano sotto le ruote della vecchia Fiat Punto. Nell’abitacolo si sente il profumo delle schiacciate della nonna e quella tipica stanchezza dolce che resta dopo giorni di festa natalizia trascorsi felici.

La dodicenne Fiorenza, seduta sul sedile posteriore, appoggia la fronte al vetro freddo. Il suo respiro crea disegni evanescenti sui finestrini mentre fuori scorrono sagome di case addormentate e rami nudi, ricoperti da brina scintillante.

Dormi, Fio, ci vorranno ancora due ore, dice dolcemente la mamma, Caterina, girandosi verso di lei. Ma Fiorenza non vuole dormire. In tasca ha ancora il regalo segreto che il nonno le ha lasciato: una antica bussola di ottone, un po rovinata e con la lancetta bloccata. Non indica il nord, ma la cosa più importante in quel momento, aveva detto il nonno facendole locchiolino, mentre si salutavano.

Fiorenza tira fuori il piccolo oggetto. Il coperchio di ottone è scolorito, il vetro è attraversato da una fitta ragnatela di crepe. La lancetta, tremolando un attimo, non punta verso la strada, ma verso una zona buia del bosco, al lato della provinciale.

Il papà, Lorenzo, accende la radio, dove passa ancora lultima canzone natalizia di Laura Pausini. Poi cala il silenzio, rotto solo dal rumore monotono del motore.

Allimprovviso la macchina ha un sussulto, si spegne e scivola lentamente sulla corsia demergenza.

Ancora? sospira Lorenzo, mentre rigira la chiave di accensione senza risultato; il solo suono è uno scatto secco.

È la batteria, constata lui amaro. Dovevo cambiarla, lo sapevo. Con questo gelo…

Il freddo si insinua subito nellabitacolo, fuori ci sono almeno meno dieci. Lorenzo esce, cerca invano di fare qualcosa sotto al cofano, poi rientra, soffiandosi sulle mani gelate.

Niente da fare. Dovremo chiamare il carro attrezzi.

Il telefono di Caterina mostra una sola, misera tacca di campo; quello di Lorenzo non prende affatto.

La stanchezza allegra lascia il posto a una leggera ansia. Sono soli su quella strada. Nessuna macchina allorizzonte.

E adesso che facciamo? sussurra Caterina, stringendo Fiorenza vicino a sé.

Potremmo accendere un fuoco qui vicino… dobbiamo aspettare, magari passa qualcuno, propone Lorenzo, ma nella sua voce si capisce che non è convinto.

Proprio allora Fiorenza guarda di nuovo la bussola. La lancetta, quasi animata, ora punta decisa verso un sentiero che si inoltra nel bosco scuro a lato della strada.

Mamma, papà, dice piano la ragazza, dobbiamo andare di là.

In mezzo al bosco? Sei fuori, Fio, replica incredulo il padre.

Il nonno mi ha detto che la bussola mostra quello che è più importante. E adesso indica quella direzione.

I genitori si scambiano uno sguardo sospeso. Sembra una follia. Ma restare seduti nella macchina che si raffredda, sperando in un miracolo, pare ancora più insensato.

Guarda, cè una luce, esclama Caterina, indicando la direzione segnata dalla bussola. Lorenzo e Fiorenza fissano il fitto degli alberi. In fondo, tra i tronchi, davvero brilla un fioco puntino giallo. Sembra una finestra.

Una baita forse? ipotizza Lorenzo, dubbioso.

O forse qualcuno che ci può aiutare, dice la moglie. Non voglio che Fiorenza si congeli qui.

La decisione è presa. Raccolgono velocemente le schiacciate e un thermos di tè dalla macchina, poi si incamminano lungo il sentiero verso quel misterioso bagliore. Sembra quasi che la bussola nella mano di Fiorenza li guidi, la lancetta non vacilla mai.

Il bosco non incute timore. Racchiuso nel gelo e segnato dalle stelle in un cielo dinverno profondo, sembra quasi addormentato e silenzioso. La neve sotto gli scarponi emette un rumore strano, come un crepitio da favola. Procedono piano, uno dietro laltro; pian piano lansia svanisce, lasciando spazio a una sensazione di avventura quasi magica.

La luce si fa sempre più chiara. Non è una finestra, ma una lanterna appesa allingresso di una casetta piccola ma ordinata. Dal comignolo esce un filo di fumo. Vicino cè il palo dellantenna radio, appoggiato a una motoslitta parcheggiata.

Lorenzo bussa. Apre un uomo basso, robusto, con i capelli grigi, un maglione di lana e un paio di occhiali dalle montature semplici.

Viaggiatori natalizi? sorride, lasciandoli entrare senza esitazione. Entrate, scaldatevi. Qui sono solo, ascolto le stelle. Ma per gli ospiti la porta è sempre aperta.

Allinterno la casetta sembra lo studio di uno scienziato appassionato, perso tra i tempi. Si sentono profumi di carta antica, aghi di pino secchi e un delicato sentore di stagno e ozono.

I libri sono ovunque: sugli scaffali, impilati sul pavimento, sul davanzale, persino sul grande tavolo di legno. Si tratta di vecchi manuali di meteorologia e astronomia, raccolte di poesie un po consumate. Alle pareti mappe locali, sinottiche coi fronti disegnati a mano e anche una mappa antichissima del cielo boreale.

Ma il centro del mondo è una vera postazione radio. Sul tavolo, che ricorda un ponte di comando, spicca una potente radio; le spie verdi e arancioni rimandano la luce dei ricevitori. Cuffie consunte, un microfono su unasta flessibile, e accanto un vecchio registro in pelle con annotazioni di località e orari: Barcellona, 23:45, ottima ricezione, Tokyo, 05:20, segnalato tifone.

Luomo, energico e gentile, si presenta: Chiara Pasquale, stringendo la mano a Lorenzo. Piacere. Ospiti veri qui non sono frequenti, di solito solo segnali nelletere.

Intanto Caterina si riscalda vicino alla stufa che scoppietta allegra, mentre Fiorenza osserva affascinata le carte meteorologiche piene di frecce, simboli e numeri tracciati di mano dalla padrona di casa. Chiara intanto si affaccenda al tavolo.

Il mio samovar purtroppo è solo elettrico, spiega, attaccandolo, ma il tè è fatto con erbe raccolte qui vicino: menta, sambuco e malva. Riscalda più di ogni grappa.

Parla con tono tranquillo e con un sorriso velato che allontana ogni affanno o paura rimasta fuori dalla porta.

Qui abita da sola? chiede Caterina, prudente.

Sì, ormai da più di dieci anni. Prima lavoravo in una grande centrale meteorologica, come responsabile di turno. Poi… ho sentito il bisogno di silenzio, di altre frequenze. Indica la postazione radio. Questo è il mio ‘mondo’. Ascolto le voci. Non solo delle persone, ma del pianeta. Il rumore dellionosfera, i sibili degli aurore polari. A Capodanno è speciale: tutto il mondo inonda letere. Messaggi, auguri dallArgentina, da Reykjavik, da Palermo. Li sento tutti. È come essere in cima a una montagna e vedere le luci di città in cui non sarai mai.

Fiorenza, incantata, si avvicina.

Posso ascoltare anche io?

Certamente, sorride Chiara. Le poggia le cuffie, gira una manopola. Ascolta.

Sul volto di Fiorenza si dipinge lo stupore: tra i fruscii e i crepitii emergono voci, lingue diverse, saluti, codici Morse e musiche di capodanno. È la vera sinfonia della Terra.

Non sono proprio uneremita, spiega Chiara ai genitori. Registro dati temperatura, pressione, nuvole, pioggia. La meteorologia non è solo previsioni, è anche cronaca. Ogni giorno scrivo tutto nei miei quaderni. Sono i miei anelli di crescita. Indica una fila di taccuini uguali sulla mensola. E di notte… ascolto. A volte aiuto chi si perde, indico la strada, passo le coordinate. Sono una specie di guardiana del bosco. Solo che invece del fucile, uso le onde radio.

Lorenzo la osserva con crescente ammirazione. Questa donna sembra possedere un segreto semplice e importante, che la frenesia cittadina fa dimenticare.

Non le fa paura stare da sola? chiede.

Ogni tanto è monotono, ammette Chiara, mai però solitudine. Solitudine è quando non si può parlare con nessuno. Io invece ho sempre chi mi ascolta e un mondo intero attraverso le onde. E stanotte, ospiti in carne e ossa, che sono la gioia più grande!

Dopo aver finito il tè con le schiacciate della nonna e aver raccontato della macchina in panne, Chiara guarda lorologio antico appeso al muro.

Allora, piano A: io porto Lorenzo con la motoslitta fino alla macchina, vediamo se per caso i contatti sul freddo si sono solo staccati. Altrimenti prendiamo la batteria dalla motoslitta per far partire la vostra Punto; ho i cavi.

E noi? chiede Caterina, gettando uno sguardo preoccupato a Fiorenza.

Voi restate qui, ben al caldo. Non ha senso trascinare una bambina fino alla strada, farà troppo freddo. Io e Lorenzo facciamo velocemente, mezzoretta se va bene. Se non va, piano B: tornate tutti qui, dormite da me e domani vediamo con calma. Ho abbastanza sacchi a pelo.

Lorenzo annuisce, sollevato.

Perfetto.

Poco dopo, accordatisi sui dettagli, Lorenzo e Chiara si bardano con gli abiti più pesanti e scendono nel cortile, dove le stelle sembrano ancora più vicine e laria frigge di freddo.

Tieniti forte, esclama Chiara, prendendo la motoslitta e sfrecciando nella galleria scura del sentiero.

La motoslitta attraversa facilmente la distanza che a piedi sarebbe risultata dura. Sotto i fari si materializza la sagoma della Punto ferma a bordo strada. Chiara illumina il motore col fanale, lavora veloce pulendo i poli della batteria, poi fa il trapianto con la batteria della motoslitta. Collegano tutto; Lorenzo trattiene il fiato, gira la chiave. Un lamento del motorino, un attimo di incertezza e finalmente il motore si ravviva, borbottando piano ma sicuro. I fari spalancano nel buio una scia di neve e pini alti.

Lorenzo tira un lungo sospiro di sollievo.

Grazie davvero! esclama abbracciando Chiara con genuina gratitudine. Non solo ci ha aiutati, ci ha salvato la serata, la notte…

Nel bosco vale la regola d’oro: mai lasciare nessuno in difficoltà, risponde Chiara, sistemando gli occhiali. Ora scalda la macchina, io torno a prendere Caterina e Fiorenza e vi riporto tutti qui.

Chiara si rimette in marcia sulla motoslitta e svanisce nel buio, mentre Lorenzo si siede nella Punto finalmente accesa, sentendo addosso una sensazione di rinascita.

Anche il ritorno sul sellino della motoslitta sembra a Fiorenza come un viaggio di magia: il bosco, meno cupo, scivola via tra ghiaccioli e riflessi di stelle.

Davanti alla macchina, brevi ma caldi saluti e lo scambio di numeri di telefono.

Venite qualche volta destate, dice Chiara, stringendo le mani a tutti. Qui ci sono more, funghi e pace che in città non troverete mai.

Certo, promette sinceramente Caterina.

La strada verso casa ha un sapore nuovo. Fiorenza si addormenta sul sedile posteriore. Lorenzo guida, Caterina osserva il lento scorrere delle stelle nel cielo.

Lo sai? sussurra lei, sono certa che torneremo. Non per educazione, ma perché ora fa parte della nostra… storia di Capodanno.

Lorenzo annuisce sottovoce.

Era davvero sola stanotte, sussurra, eppure quanto si è rallegrata vedendoci. Ci ha salvati. Forse, in qualche modo, abbiamo salvato anche lei dalla solitudine.

Quando arrivano a casa, è già notte fonda. Fiorenza fruga nelle tasche cercando qualcosa.

Mamma, papà… dovè la bussola?

Cercano ovunque in macchina, ma della vecchia bussola di ottone nessuna traccia. È rimasta lì, nella casetta, accanto al grande registro delle registrazioni radio. Forse, pensano, non è un caso.

Sul volto di Fiorenza nessun dispiacere. Anzi, compare un sorriso lieve e sicuro. Guarda i genitori, i loro volti stanchi ma felici.

Va bene così, dice piano. Forse la bussola è rimasta dove serve davvero… e allora, sì, ci torneremo. A vedere come sta Chiara. E magari a riprenderla.

In quelle parole semplici cè una certezza calma. Non è una perdita, ma una promessa. La bussola non è più un souvenir, ma il pegno che questa avventura non finirà qui.

Un giorno destate, una tavola apparecchiata nella casetta, Chiara che insegna a Fiorenza a sintonizzarsi col mondo. E la bussola che torna viva, e la sua lancetta che indica ancora una strada: non più per scappare dal freddo e dalla paura, ma per andare, ogni volta che ne avranno bisogno, verso quel piccolo porto di silenzio dove sanno, ormai, di essere sempre i benvenuti.

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