Grazie, mamma, – disse Romano alzandosi da tavola e stiracchiandosi. – Esco un po’ a fare un giro in macchina, non preoccuparti, sto attento, e ormai la sera ci sono poche auto. – Da quando hai comprato la macchina, passi tutto il tempo con lei. Ma non sarebbe ora di pensare a metter su famiglia? – Mamma, non cominciare, – disse Romano abbracciandola. – Lo sai quanto ho sognato di avere una macchina tutta mia. Adesso mi tolgo la voglia e poi penserò alla famiglia. Promesso. – Va bene. Hai quasi trent’anni e ancora giochi con le macchinine, – la mamma gli accarezzò i capelli. – Vai, vai. Romano uscì dal portone, si avvicinò alla sua auto e spazzò via i fiocchi di neve dal parabrezza. La patente l’aveva presa da tempo, e suo padre gli permetteva di guidare la vecchia macchina di famiglia, quindi un po’ di esperienza ce l’aveva. Ma Romano non aveva mai assaporato davvero la gioia di possedere una macchina tutta sua. Aveva risparmiato a lungo, poi aveva ponderato per mesi quale scegliere. E adesso, ogni sera, guidava senza meta per la città, qualche volta usciva anche sulla statale. Se qualcuno chiedeva un passaggio, Romano si fermava volentieri e non accettava mai soldi. Si mise al volante, girò la chiave e ascoltò con piacere il rombo del motore. Poi alzò il volume della radio e uscì lentamente dal cortile. Alla luce dei fari le neve brillava come fossero mille stelline. Quest’anno l’inverno era arrivato tutto d’un colpo e la neve era caduta copiosa in pochi giorni. Romano guidava senza una meta precisa. In una strada vide una donna con un bambino. Abbassò il volume della radio, si fermò e abbassò il finestrino lato passeggero. – Mi può portare in via degli Artigiani? – chiese la donna affacciandosi. Era giovane e carina. – Certo, salga pure, – disse Romano indicando il sedile accanto a sé. – Quanto costa? Non è vicinissimo, – chiese lei, ancora chinata verso il finestrino. – Non si preoccupi. Alle belle ragazze non chiedo mai nulla. Vedendo però che la donna si era subito allontanata impaurita dal finestrino, Romano si affrettò a rassicurarla. – Cinque euro, va bene? Dai, salga, – rise lui. La giovane donna aprì la portiera posteriore e fece salire per primo il bambino, che avrà avuto cinque anni, poi si sedette anche lei davanti. Romano uscì sulla via principale. – Quanti cavalli ha la tua macchina? – domandò il bambino seduto dietro Romano. – Cavalli? – ripeté lui. – Eh, non lo so… – Come fai a non saperlo? – insisteva il piccolo passeggero. – Vedi, quando l’ho scelta, volevo che fosse bella fuori e comoda dentro. La potenza non mi interessava più di tanto. Ma vedo che tu invece te ne intendi, eh? – disse Romano serissimo. – Certo, – rispose deciso il bambino. – E come ti chiami, esperto di motori? – rise Romano. – Mi chiamo Salvo. E tu? – Che tipetto! Io sono Romano. Scusami amico, non posso stringerti la mano adesso. A Romano divertiva parlare con quel bambino. – Basta, Salvo, non distrarre il signore, – intervenne la mamma. – Ma che, lasci fare! È proprio un bravo bambino, – Romano guardò nello specchietto e incontrò gli occhi della donna. Sentì scaldarsi il petto di una gioia improvvisa. La città notturna era illuminata dalle vetrine dei negozi e dai lampioni. Mancava ancora un mese a Natale, ma nell’aria già si sentiva l’attesa della festa. – Fermi qui davanti a questo palazzo, grazie, – disse la donna dai sedili dietro. – Vuole che la accompagni proprio davanti al portone? – chiese ancora Romano, guardando nello specchietto, ma lei aveva lo sguardo altrove. Romano fermò l’auto proprio davanti al lungo palazzo di nove piani. La donna scese e, tenendo la portiera aperta, attese il bambino. – Dai, Salvo, sbrigati, – lo sollecitò. – Torni a prendermi domani? – chiese il bambino con voce tremante. – Ti verrò a prendere domenica. Dai, non piangere. Sto di fretta, davvero. Esci, – disse la mamma. Salvo, un po’ svogliato, molto lentamente si spostò verso la portiera aperta. Romano scese anche lui. – Tieni qua, – la donna gli diede i cinque euro. Romano prese i soldi, li piegò e li mise nella tasca del giubbotto. – Li terrò come portafortuna, – disse serio, porgendo la mano a Salvo, che finalmente uscì dall’auto. – Ciao! – Ciao, – Salvo mise la sua manina calda nella mano grande di Romano. – Su, andiamo. La nonna ci aspetta già, – la donna trascinò con sé il bambino. Dopo pochi passi, Salvo si voltò ancora e Romano gli fece ciao con la mano. Vide un uomo venirgli incontro da una macchina parcheggiata nel cortile. L’uomo baciò la madre di Salvo, poi tese la mano al bambino. Ma lui si ritrasse all’improvviso. – La mamma ha un appuntamento, e il bimbo è un po’ geloso. Di certo tra lui e il nuovo amico della mamma non scorre buon sangue, – pensò Romano, e la cosa lo fece sorridere. Salì in auto e alzò il volume della musica. Nell’abitacolo si sentiva ancora un leggero e piacevole profumo di donna. Romano guardò nello specchietto, quasi come se la giovane donna fosse ancora seduta dietro. Ma non c’era più nessuno… Non aveva più voglia di andare in giro. La musica cominciava a irritarlo, e cambiò stazione. Non riusciva a togliersi dalla testa lo sguardo della donna. Sembrava una qualsiasi, carina. Ma cosa aveva in lei che lo colpiva così? …Qualche anno prima si era innamorato di una donna più grande di lui, che aveva anche una figlia grande. Romano le aveva chiesto di sposarlo e l’aveva portata dalla mamma. – È più grande di te, ha già una figlia. Sei giovane, bello, davvero non puoi trovare nessuna più giovane? Non fare questo sbaglio, figliolo… – lo supplicava la mamma quando Darina se n’era andata. Poi la mamma si era molto pentita di avergli rovinato la felicità. Però a Romano non era mai andata bene con altre ragazze. Piaceva, certo, ma nessuna aveva toccato il suo cuore come Darina. Che poi era tornata col marito e si era risposata con lui. Ma oggi… Romano spesso passava con la macchina davanti a casa dove aveva lasciato Salvo e sua madre. Passava pure sulla via dove li aveva fatti salire. Ma non li aveva più incontrati… Pensava spesso a quella passeggera sconosciuta e a suo figlio. Sapeva il numero civico, avrebbe potuto chiedere in cortile, qualcuno gli avrebbe sicuramente indicato in quale appartamento abitava la nonna di Salvo. E sarebbe venuto da lei così, e che cosa avrebbe detto? Magari andava tutto bene con quell’uomo che li stava aspettando sotto casa? E Romano continuava a girare per la città, sempre con la speranza di incontrare ancora quella giovane donna… …Arrivarono i giorni prima di Capodanno. La mamma si dava da fare in cucina fin dal mattino, vicino alla finestra c’era un bell’albero di Natale. Romano aveva dormito a lungo, aiutato la mamma a preparare le insalate, tirato fuori dalla credenza i piatti belli delle feste. Ma appena fu buio, come se una forza invisibile lo spingesse fuori. – Mamma, nevica, sembra una favola. Faccio due passi in auto o mi addormento prima di arrivare a tavola. – Ma dove vai? – si preoccupò la mamma. – Mancano solo tre ore… – Starò poco. Torno in tempo. Non preoccuparti, – disse lui e si mise il cappotto. L’auto era coperta da uno strato di neve. Romano salì nel freddo abitacolo e accese il riscaldamento. La città era silenziosa, le strade deserte, solo qualche passante camminava di corsa verso la cena di festa. Dai palazzi filtrava la luce delle finestre, la gente finiva gli ultimi preparativi per la notte più importante dell’anno. Al bordo della strada c’era un uomo alto con il cappotto slacciato che chiedeva un passaggio. Romano si fermò. L’uomo, ansimando, si sedette dietro. In un sacchetto tintinnarono delle cose. Quando scese, gli porse venti euro come niente, anche se il viaggio era stato breve. – A Capodanno tutti sono più generosi. Tariffa festiva, – scherzò Romano, ma i soldi li prese. Poi diede un passaggio anche a una coppia. Litigarono tutto il tempo. Da loro i soldi Romano non li volle. Felici e stupiti, lo ringraziarono a lungo e, contenti, se ne andarono sottobraccio verso una festa. Dopo Romano passò per la stradina tranquilla dove aveva caricato Salvo e la mamma. Guardava le finestre dei palazzi e pensava che magari, dietro una di quelle, lei stava cenando col figlio e quell’altro… Romano percorse come sempre la strada che portava a casa della nonna di Salvo. E all’improvviso li vide! Camminavano verso di lui sul marciapiede. Li riconobbe dal cappotto beige della donna e dal berretto bianco di lana con il pompon. Accanto a lei camminava triste Salvo. Il cuore di Romano ebbe un sussulto di gioia. Fermò la macchina e scese. Loro si fermarono, guardando Romano un po’ diffidenti. – Non si ricordano di me, – capì lui. – Salite! Vi porto dove volete. Stasera c’è la tariffa speciale di Capodanno: è gratis, – disse. Si avvicinarono. Romano tese la mano a Salvo. – Ciao, Salvo. Il bambino guardò la madre e solo dopo mise la manina nella mano di Romano. – Hai lasciato i guanti a casa? Dai, salite in macchina che fa freddo. Il bambino e la mamma si sedettero dietro. – Non vi ricordate di me? Vi ho dato un passaggio qui un mese fa, – Romano guardò la donna nello specchietto. Aveva gli occhi rossi per il pianto. – Dove volete andare? – In stazione, – disse la donna. Stavolta Salvo stava zitto, silenzioso. – Mancano meno di sessanta minuti all’anno nuovo. Ora non andate proprio da nessuna parte. E poi perché? Non so cosa sia successo, ma a Capodanno non si piange. Vero, Salvo? – chiese Romano. – Siamo venuti dalla nonna per la festa, poi lei e la mamma hanno litigato, – raccontò piano il bambino. – Salvo! – lo fermò la mamma. – Può capitare. Sapete che vi dico? In stazione non si va. Ma aspettate! – fermò subito Romano la donna, che stava per scendere. – Pensi a tuo figlio. Ha freddo, non lasciarlo senza una festa. – Cosa te ne importa di mio figlio? Portaci in stazione, – insistette. – Mia madre ha preparato così tanto che basterebbe per un reggimento. E tutto buonissimo. Fidatevi, ho già assaggiato. Andiamo da me e festeggiamo insieme. Va bene, Salvo? – Sì! – gridò felice il bambino. – Dai mamma, andiamo! – e la guardava con speranza. – Su, accetta. Dove andate stanotte? Mia madre sarà felice. Tutte le lacrime e i dispiaceri lasciamoli quest’anno, e iniziamo il nuovo con un bel sorriso. Romano alzò il volume della radio. – È il destino. Cos’altro? E poi di nuovo quella canzone. E dicono che i miracoli non esistono… – pensava Romano. Si fermò sotto casa. – Su, scendete veloci. Manca poco! – esortò. – Questa sì che è una sorpresa! – gridò Salvo, correndo per primo verso il portone. Romano aprì la porta con le sue chiavi ed entrò. – Mamma! – chiamò. – Abbiamo ospiti! E muoiono di fame! Dalla cucina arrivò un fruscio e un tintinnio di piatti. – Dai, togliete cappotto e berretto, – sollecitò Romano. – Dieci minuti ancora! Passò poco e dalla cucina uscì la mamma di Romano. Vide i due e rimase di stucco! – Chi sono, figliolo? – riuscì solo a dire. Romano fece una faccia furba. – Questa è la mia mamma, Antonietta, – disse. – E questi, mamma, sono Salvo e… – Romano guardò la giovane donna che, senza cappotto e cappello, sembrava ancora più fragile, giovane e bella… – Anastasia, – rispose timidamente. – Dai, mamma, metti a tavola Salvo e Anastasia, – disse Romano allegramente, portando gli ospiti in soggiorno. Quando tutti furono seduti, Romano alzò il volume della tv. – L’avevo sentito, che mancava ancora una persona a tavola, – disse tra le lacrime Antonietta. – Non mi abituerò mai all’assenza di tuo padre… – Dai, mamma, pure tu?! Basta piangere oggi! Dai, assaggiamo i tuoi piatti incredibili! Romano stappò lo spumante, lo versò e si alzò da tavola. E dietro a lui tutti, anche Salvo con il suo bel bicchiere di succo. – Buon anno! – disse solenne Romano, alzando il calice. – E agli amici nuovi! – aggiunse squillante Salvo, e tutti risero… …Nella notte di Capodanno, per volontà di chissà chi, quattro persone si ritrovarono insieme attorno a una tavola. E nessuno di loro sapeva ancora che, da quel momento, le loro vite si sarebbero intrecciate per sempre. Ognuno di loro, infine, ebbe ciò che desiderava…

Grazie, mamma, mi sono alzato da tavola stiracchiandomi. Faccio un giro con la macchina, ok? Non preoccuparti, farò attenzione, e poi la sera ci sono poche auto in giro.

Da quando hai comprato la macchina, non pensi che a quella. È ora che ti sistemi, hai quasi trentanni!

Mamma, ti prego, non ricominciare sono andato da lei e lho abbracciata. Lo sai quanto lho desiderata, una macchina tutta mia. Ora mi godo un po questa gioia, poi prometto che penserò anche a farmi una famiglia. Te lo prometto, davvero.

Va bene. Mi raccomando, non fare tardi mi accarezzò i capelli, sorridendo. Vai, vai.

Sono sceso dal portone, sono arrivato alla mia auto e ho spazzato via con la mano i fiocchi di neve dal parabrezza.

Avevo preso la patente da anni, e per esercitarmi guidavo la vecchia utilitaria di papà. Ma la soddisfazione di avere unauto tutta mia era tutta unaltra cosa.

Ci ho messo tanto a mettere da parte abbastanza soldi, poi altri mesi a scegliere quella giusta. Adesso, ogni sera, esco a guidare per Milano, a volte vado anche lungo i Navigli. E se qualcuno alza il pollice lungo la strada, do sempre un passaggio volentieri, senza accettare soldi.

Mi sono seduto al volante, ho girato la chiave, ascoltando il rumore allegro del motore; poi ho alzato il volume della radio e sono uscito lentamente dal cortile del palazzo.

Nel fascio dei fari, la neve scintillava. Questinverno era arrivato allimprovviso in pochi giorni la città era stata inghiottita da una nevicata copiosa.

Guidavo senza meta tra le vie quasi deserte. Su una strada laterale ho notato una donna con un bambino.

Ho abbassato il volume, mi sono accostato e ho abbassato il finestrino del passeggero.

Mi porterebbe in via degli Artigiani? mi ha chiesto guardando dentro.

Era giovane e carina.

Certo, salga pure, ho sorriso, indicando il sedile accanto a me.

Ma quanto le devo? È un bel pezzo, ha aggiunto, piegandosi ancora al finestrino.

Non si preoccupi, per le belle signore è gratis, ho scherzato.

Ma quando ho visto unespressione di timore nei suoi occhi, mi sono affrettato a rassicurarla.

Venticinque euro vanno bene? Su, salga, ho detto ridendo.

La donna ha aperto lo sportello posteriore, ha aiutato il figlio avrà avuto cinque anni a salire davanti, poi si è accomodata lei stessa. Siamo ripartiti verso la strada principale.

Quanti cavalli ha la sua macchina? mi chiede allimprovviso il bambino, alle mie spalle.

Cavalli? ripeto, colto di sorpresa. Non saprei

Come non lo sa? insiste lui, incuriosito.

Sai, quando ho scelto la macchina guardavo più laspetto, che fosse comoda la potenza del motore non minteressava poi molto. Perché, tu te ne intendi? ho detto serissimo.

Certo che me ne intendo, ha risposto lui, impostando la voce da piccolo esperto.

E tu come ti chiami, intenditore di motori? ho sorriso.

Luca. E lei?

Bravo! Io sono Marco. Scusa, oggi niente stretta di mano, sto guidando scherzavo tra me e me, ma la conversazione con quel bambino era divertente.

Finiscila, Luca, non distrarre il signore, ha detto sua madre.

Ma fa pure, è un bambino simpatico, ho commentato, guardando lo specchietto retrovisore e incrociando gli occhi di quella giovane donna.

Un senso di calore e una gioia improvvisa mi hanno riempito il petto.

La città era illuminata dalle luci dei negozi, dai lampioni. Mancava ancora un mese a Natale, ma già si sentiva latmosfera della festa.

Fermi qui, vicino a questo portone, mi ha detto lei seduta dietro.

Vuole che vi lasci proprio davanti al portone? ho chiesto, di nuovo guardandola dallo specchietto. Ma il suo sguardo fissava altrove.

Mi sono fermato allinizio del lungo caseggiato di nove piani.

La donna è scesa, tenendo la portiera per il figlio.

Luca, muoviti, lo ha incoraggiato.

Vieni a prendermi domani? ha chiesto il bambino con voce tremante.

Ti vengo a prendere domenica. Non piangere, dai. Muoviti, ha detto lei.

Con riluttanza, Luca ha fatto scivolare lentamente sul sedile verso luscita. Sono sceso dalla macchina.

Tenga, lei mi ha porso venticinque euro.

Ho preso i soldi, li ho piegati e messi nella tasca della giacca.

Li terrò come portafortuna, ho detto serio, e poi ho dato la mano a Luca, che finalmente era sceso. Ciao, campione.

Ciao, la sua mano minuscola e calda stretta nella mia.

Forza, andiamo. La nonna ci aspetta, la donna lo prese per mano.

Dopo pochi passi, Luca si è voltato e io gli ho fatto un cenno con la mano.

Ho visto spuntare un uomo da dietro una delle auto parcheggiate. Si è avvicinato, ha baciato la madre di Luca e poi ha offerto la mano al bambino, il quale si è bruscamente girato dallaltra parte.

La mamma ha un appuntamento, il bambino è geloso e con il nuovo amico della mamma non si è mai trovato, ho pensato, e mi ha quasi fatto piacere questa riflessione.

Sono risalito in macchina e ho alzato la musica. Labitacolo profumava ancora leggermente del suo profumo.

Mi sono guardato nello specchietto, quasi sperando di trovarla ancora lì, dietro.

Ma il sedile posteriore era vuoto…

Non avevo più voglia di girare a caso. La musica mi innervosiva, ho cambiato stazione.

Non riuscivo a togliermi dalla testa gli occhi di quella giovane donna. Bella, sì, ma cosaveva di speciale?

Anni fa mi sono innamorato di una donna più grande, che aveva già una figlia grande. Le chiesi di sposarmi e la portai da mia madre.

È più grande di te, ha già una figlia. Sei giovane, carino, non puoi trovarti una ragazza più giovane? Figlio mio, non fare questo errore mi disse mentre lei era andata via.

Poi mia madre si tormentò, temendo daver distrutto la mia felicità. Da allora, niente rapporti seri con altre ragazze.

Piacevo, certo, ma nessuna toccava il mio cuore come aveva fatto Clara alla fine il suo ex tornò da lei, e lei lo sposò di nuovo.

E adesso…

Tornavo spesso davanti al palazzo dove avevo lasciato Luca con la mamma. Passavo anche per la via dove li avevo fatti salire.

Ma non li incontrai mai più Eppure ci pensavo sempre. Sapevo civico e tutto, avrei potuto chiedere a qualcuno nel cortile dove abitava la nonna di Luca.

Che gli avrei detto? Magari con quelluomo adesso era felice.

Così continuavo a girare per la città, sperando in un incontro fortunato…

Arrivarono i giorni prima di Capodanno. Mamma, già dal mattino, era indaffarata in cucina, e accanto alla finestra troneggiava un magnifico albero.

Mi sono alzato tardi, lho aiutata a tagliare le verdure per linsalata e dal ripostiglio ho tirato fuori la scatola dei piatti buoni. Ma quando è calato il buio, una specie dirrequietudine mi ha preso.

Mamma, nevica, sembra una favola là fuori. Vado a fare un giro, almeno mi stanco e aspetto la cena senza addormentarmi.

Dove vai? mi ha rimproverato preoccupata Mancano tre ore…

Sto poco, giuro, torno per tempo, le ho sorriso, andandomi a vestire.

La macchina era coperta da una nuova coltre di neve. Mi sono seduto nel freddo abitacolo e ho acceso il riscaldamento. La città era silenziosa, le strade quasi vuote, solo qualche passante frettoloso verso i festeggiamenti.

Dai palazzi filtravano luci di festa, la gente affaccendata negli ultimi preparativi per lultima notte dellanno.

Sulla strada, ho visto un uomo alto con un cappotto sbottonato che faceva lautostop. Ho frenato. Lui è salito dietro ansimando, col sacchetto che tintinnava. Quando è sceso, mi ha dato cinquanta euro, anche se il tragitto era breve.

È la notte in cui tutti diventano generosi ho sorriso, accettandoli.

Più avanti ho dato un passaggio a una coppia. Durante tutto il viaggio hanno litigato. I loro soldi non li ho voluti.

Felici e sorpresi, mi hanno ringraziato a lungo, imboccando sottobraccio il marciapiede.

Poi ho deciso di passare, quasi senza pensarci, per la stessa via dovera salita quella mamma con Luca. Guardavo le finestre illuminate e mi immaginavo che, dietro una di esse, lei stesse cenando con suo figlio e… quell’altro.

Mi sono diretto verso il palazzo della nonna di Luca.

Ed eccoli lì! Stavano venendomi incontro, fianco a fianco sul marciapiede.

Lei la riconoscevo dal cappotto color cammello e dal berretto di lana bianco col pon pon.

Accanto, il piccolo Luca camminava triste. Ho sentito il cuore battere più forte.

Ho accostato e sono sceso. Loro si sono fermati, guardandomi con diffidenza.

Non si ricordano di me, ho pensato.

Salite. Vi porto dove volete. Oggi cè la mia tariffa speciale di Capodanno: gratis, ho detto.

Si sono avvicinati. Ho dato la mano al bambino.

Ciao, Luca.

Il piccolo ha guardato la mamma e poi mi ha dato la sua piccola mano.

Hai dimenticato i guanti? Dai, entrate che fa freddo.

Luca e la mamma si sono seduti dietro.

Non vi ricordate? Vi ho dato un passaggio proprio qui, un mese fa, ho detto guardando la donna dallo specchietto.

Aveva gli occhi rossi di pianto.

Dove volete andare?

Alla stazione, ha risposto lei.

Luca sedeva silenzioso.

Mancano meno di sessanta minuti allanno nuovo. Andiamo, non si può partire adesso. Perché? Non so che vi sia successo, ma non si può piangere questa notte. Vero, Luca? gli ho chiesto.

Siamo venuti qui per festeggiare dalla nonna, poi lei e mamma hanno litigato, ha spiegato timidamente.

Luca! lha fermato la mamma.

Capita. Sapete cosa facciamo? Niente stazione questa sera. Aspetti, lho bloccata mentre cercava di aprire la portiera. Pensi a suo figlio. Fa freddo e si merita il Capodanno.

Che le importa di mio figlio? Ci porti in stazione, ha ripetuto lei.

Mia madre ha cucinato così tanto che potremmo sfamare mezzo quartiere. Tutto delizioso, giuro. Venite da noi, festeggeremo insieme. Daccordo, Luca?

Sì! ha gridato lui. Dai mamma, andiamo! mi guardava implorante.

Su, accetti. Dove potrebbe andare questa notte? A mia madre farà piacere. Lasciamo tutte le lacrime questanno, e nel nuovo entriamo sorridendo.

Ho alzato il volume della radio.

Destino, e cosaltro? La canzone è sempre quella. E poi dicono che i miracoli non esistano… pensavo tra me.

Parcheggiai davanti a casa.

Presto, giù! Manca pochissimo, ho detto.

Ma dai! ha urlato felice Luca, correndo su per le scale.

Ho aperto la porta, sono entrato.

Mamma! ho gridato. Abbiamo ospiti! E hanno una fame da lupi!

Ho sentito rumore di stoviglie dalla cucina.

Su, toglietevi i cappotti, li ho esortati. Dieci minuti e scocca la mezzanotte!

Pochi istanti dopo è uscita dal cucinino mia madre. Ci ha guardati, sorpresa dalle due sagome sconosciute.

Chi sono, Marco? è tutto ciò che è riuscita a dire.

La guardavo con un sorriso complice.

Lei è mia mamma, Antonina Bellini, ho detto. E questi sono Luca e ho guardato la donna, che senza cappotto e berretto era ancora più delicata e giovane.

Sofia, ha detto timida.

Mamma, metti in tavola anche per loro! ho detto allegro, accompagnandoli in sala.

Appena seduti, ho alzato il volume della televisione.

Lo sapevo, ho messo una coperta e un piatto in più per abitudine, ha detto mamma, le lacrime brillavano nei suoi occhi. Non mi abituo mai che tuo padre non ci sia più…

Dai mamma, anche tu?! Tutti a piangere oggi? Su, basta, gustiamoci le tue prelibatezze!

Ho stappato lo spumante, riempito i bicchieri, e mi sono alzato. Si sono alzati tutti, anche Luca, col bicchiere di succo.

Buon Anno! ho detto solenne.

Agli amici nuovi! ha aggiunto Luca tutto felice, e tutti abbiamo riso.

A Capodanno, quattro persone che neppure si conoscevano si sono trovate riunite dallo stesso destino, attorno a un tavolo.

E nessuno sapeva ancora che, da quella notte, le nostre vite sarebbero rimaste intrecciate per sempre.

E ognuno ha trovato ciò che davvero cercava…

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Grazie, mamma, – disse Romano alzandosi da tavola e stiracchiandosi. – Esco un po’ a fare un giro in macchina, non preoccuparti, sto attento, e ormai la sera ci sono poche auto. – Da quando hai comprato la macchina, passi tutto il tempo con lei. Ma non sarebbe ora di pensare a metter su famiglia? – Mamma, non cominciare, – disse Romano abbracciandola. – Lo sai quanto ho sognato di avere una macchina tutta mia. Adesso mi tolgo la voglia e poi penserò alla famiglia. Promesso. – Va bene. Hai quasi trent’anni e ancora giochi con le macchinine, – la mamma gli accarezzò i capelli. – Vai, vai. Romano uscì dal portone, si avvicinò alla sua auto e spazzò via i fiocchi di neve dal parabrezza. La patente l’aveva presa da tempo, e suo padre gli permetteva di guidare la vecchia macchina di famiglia, quindi un po’ di esperienza ce l’aveva. Ma Romano non aveva mai assaporato davvero la gioia di possedere una macchina tutta sua. Aveva risparmiato a lungo, poi aveva ponderato per mesi quale scegliere. E adesso, ogni sera, guidava senza meta per la città, qualche volta usciva anche sulla statale. Se qualcuno chiedeva un passaggio, Romano si fermava volentieri e non accettava mai soldi. Si mise al volante, girò la chiave e ascoltò con piacere il rombo del motore. Poi alzò il volume della radio e uscì lentamente dal cortile. Alla luce dei fari le neve brillava come fossero mille stelline. Quest’anno l’inverno era arrivato tutto d’un colpo e la neve era caduta copiosa in pochi giorni. Romano guidava senza una meta precisa. In una strada vide una donna con un bambino. Abbassò il volume della radio, si fermò e abbassò il finestrino lato passeggero. – Mi può portare in via degli Artigiani? – chiese la donna affacciandosi. Era giovane e carina. – Certo, salga pure, – disse Romano indicando il sedile accanto a sé. – Quanto costa? Non è vicinissimo, – chiese lei, ancora chinata verso il finestrino. – Non si preoccupi. Alle belle ragazze non chiedo mai nulla. Vedendo però che la donna si era subito allontanata impaurita dal finestrino, Romano si affrettò a rassicurarla. – Cinque euro, va bene? Dai, salga, – rise lui. La giovane donna aprì la portiera posteriore e fece salire per primo il bambino, che avrà avuto cinque anni, poi si sedette anche lei davanti. Romano uscì sulla via principale. – Quanti cavalli ha la tua macchina? – domandò il bambino seduto dietro Romano. – Cavalli? – ripeté lui. – Eh, non lo so… – Come fai a non saperlo? – insisteva il piccolo passeggero. – Vedi, quando l’ho scelta, volevo che fosse bella fuori e comoda dentro. La potenza non mi interessava più di tanto. Ma vedo che tu invece te ne intendi, eh? – disse Romano serissimo. – Certo, – rispose deciso il bambino. – E come ti chiami, esperto di motori? – rise Romano. – Mi chiamo Salvo. E tu? – Che tipetto! Io sono Romano. Scusami amico, non posso stringerti la mano adesso. A Romano divertiva parlare con quel bambino. – Basta, Salvo, non distrarre il signore, – intervenne la mamma. – Ma che, lasci fare! È proprio un bravo bambino, – Romano guardò nello specchietto e incontrò gli occhi della donna. Sentì scaldarsi il petto di una gioia improvvisa. La città notturna era illuminata dalle vetrine dei negozi e dai lampioni. Mancava ancora un mese a Natale, ma nell’aria già si sentiva l’attesa della festa. – Fermi qui davanti a questo palazzo, grazie, – disse la donna dai sedili dietro. – Vuole che la accompagni proprio davanti al portone? – chiese ancora Romano, guardando nello specchietto, ma lei aveva lo sguardo altrove. Romano fermò l’auto proprio davanti al lungo palazzo di nove piani. La donna scese e, tenendo la portiera aperta, attese il bambino. – Dai, Salvo, sbrigati, – lo sollecitò. – Torni a prendermi domani? – chiese il bambino con voce tremante. – Ti verrò a prendere domenica. Dai, non piangere. Sto di fretta, davvero. Esci, – disse la mamma. Salvo, un po’ svogliato, molto lentamente si spostò verso la portiera aperta. Romano scese anche lui. – Tieni qua, – la donna gli diede i cinque euro. Romano prese i soldi, li piegò e li mise nella tasca del giubbotto. – Li terrò come portafortuna, – disse serio, porgendo la mano a Salvo, che finalmente uscì dall’auto. – Ciao! – Ciao, – Salvo mise la sua manina calda nella mano grande di Romano. – Su, andiamo. La nonna ci aspetta già, – la donna trascinò con sé il bambino. Dopo pochi passi, Salvo si voltò ancora e Romano gli fece ciao con la mano. Vide un uomo venirgli incontro da una macchina parcheggiata nel cortile. L’uomo baciò la madre di Salvo, poi tese la mano al bambino. Ma lui si ritrasse all’improvviso. – La mamma ha un appuntamento, e il bimbo è un po’ geloso. Di certo tra lui e il nuovo amico della mamma non scorre buon sangue, – pensò Romano, e la cosa lo fece sorridere. Salì in auto e alzò il volume della musica. Nell’abitacolo si sentiva ancora un leggero e piacevole profumo di donna. Romano guardò nello specchietto, quasi come se la giovane donna fosse ancora seduta dietro. Ma non c’era più nessuno… Non aveva più voglia di andare in giro. La musica cominciava a irritarlo, e cambiò stazione. Non riusciva a togliersi dalla testa lo sguardo della donna. Sembrava una qualsiasi, carina. Ma cosa aveva in lei che lo colpiva così? …Qualche anno prima si era innamorato di una donna più grande di lui, che aveva anche una figlia grande. Romano le aveva chiesto di sposarlo e l’aveva portata dalla mamma. – È più grande di te, ha già una figlia. Sei giovane, bello, davvero non puoi trovare nessuna più giovane? Non fare questo sbaglio, figliolo… – lo supplicava la mamma quando Darina se n’era andata. Poi la mamma si era molto pentita di avergli rovinato la felicità. Però a Romano non era mai andata bene con altre ragazze. Piaceva, certo, ma nessuna aveva toccato il suo cuore come Darina. Che poi era tornata col marito e si era risposata con lui. Ma oggi… Romano spesso passava con la macchina davanti a casa dove aveva lasciato Salvo e sua madre. Passava pure sulla via dove li aveva fatti salire. Ma non li aveva più incontrati… Pensava spesso a quella passeggera sconosciuta e a suo figlio. Sapeva il numero civico, avrebbe potuto chiedere in cortile, qualcuno gli avrebbe sicuramente indicato in quale appartamento abitava la nonna di Salvo. E sarebbe venuto da lei così, e che cosa avrebbe detto? Magari andava tutto bene con quell’uomo che li stava aspettando sotto casa? E Romano continuava a girare per la città, sempre con la speranza di incontrare ancora quella giovane donna… …Arrivarono i giorni prima di Capodanno. La mamma si dava da fare in cucina fin dal mattino, vicino alla finestra c’era un bell’albero di Natale. Romano aveva dormito a lungo, aiutato la mamma a preparare le insalate, tirato fuori dalla credenza i piatti belli delle feste. Ma appena fu buio, come se una forza invisibile lo spingesse fuori. – Mamma, nevica, sembra una favola. Faccio due passi in auto o mi addormento prima di arrivare a tavola. – Ma dove vai? – si preoccupò la mamma. – Mancano solo tre ore… – Starò poco. Torno in tempo. Non preoccuparti, – disse lui e si mise il cappotto. L’auto era coperta da uno strato di neve. Romano salì nel freddo abitacolo e accese il riscaldamento. La città era silenziosa, le strade deserte, solo qualche passante camminava di corsa verso la cena di festa. Dai palazzi filtrava la luce delle finestre, la gente finiva gli ultimi preparativi per la notte più importante dell’anno. Al bordo della strada c’era un uomo alto con il cappotto slacciato che chiedeva un passaggio. Romano si fermò. L’uomo, ansimando, si sedette dietro. In un sacchetto tintinnarono delle cose. Quando scese, gli porse venti euro come niente, anche se il viaggio era stato breve. – A Capodanno tutti sono più generosi. Tariffa festiva, – scherzò Romano, ma i soldi li prese. Poi diede un passaggio anche a una coppia. Litigarono tutto il tempo. Da loro i soldi Romano non li volle. Felici e stupiti, lo ringraziarono a lungo e, contenti, se ne andarono sottobraccio verso una festa. Dopo Romano passò per la stradina tranquilla dove aveva caricato Salvo e la mamma. Guardava le finestre dei palazzi e pensava che magari, dietro una di quelle, lei stava cenando col figlio e quell’altro… Romano percorse come sempre la strada che portava a casa della nonna di Salvo. E all’improvviso li vide! Camminavano verso di lui sul marciapiede. Li riconobbe dal cappotto beige della donna e dal berretto bianco di lana con il pompon. Accanto a lei camminava triste Salvo. Il cuore di Romano ebbe un sussulto di gioia. Fermò la macchina e scese. Loro si fermarono, guardando Romano un po’ diffidenti. – Non si ricordano di me, – capì lui. – Salite! Vi porto dove volete. Stasera c’è la tariffa speciale di Capodanno: è gratis, – disse. Si avvicinarono. Romano tese la mano a Salvo. – Ciao, Salvo. Il bambino guardò la madre e solo dopo mise la manina nella mano di Romano. – Hai lasciato i guanti a casa? Dai, salite in macchina che fa freddo. Il bambino e la mamma si sedettero dietro. – Non vi ricordate di me? Vi ho dato un passaggio qui un mese fa, – Romano guardò la donna nello specchietto. Aveva gli occhi rossi per il pianto. – Dove volete andare? – In stazione, – disse la donna. Stavolta Salvo stava zitto, silenzioso. – Mancano meno di sessanta minuti all’anno nuovo. Ora non andate proprio da nessuna parte. E poi perché? Non so cosa sia successo, ma a Capodanno non si piange. Vero, Salvo? – chiese Romano. – Siamo venuti dalla nonna per la festa, poi lei e la mamma hanno litigato, – raccontò piano il bambino. – Salvo! – lo fermò la mamma. – Può capitare. Sapete che vi dico? In stazione non si va. Ma aspettate! – fermò subito Romano la donna, che stava per scendere. – Pensi a tuo figlio. Ha freddo, non lasciarlo senza una festa. – Cosa te ne importa di mio figlio? Portaci in stazione, – insistette. – Mia madre ha preparato così tanto che basterebbe per un reggimento. E tutto buonissimo. Fidatevi, ho già assaggiato. Andiamo da me e festeggiamo insieme. Va bene, Salvo? – Sì! – gridò felice il bambino. – Dai mamma, andiamo! – e la guardava con speranza. – Su, accetta. Dove andate stanotte? Mia madre sarà felice. Tutte le lacrime e i dispiaceri lasciamoli quest’anno, e iniziamo il nuovo con un bel sorriso. Romano alzò il volume della radio. – È il destino. Cos’altro? E poi di nuovo quella canzone. E dicono che i miracoli non esistono… – pensava Romano. Si fermò sotto casa. – Su, scendete veloci. Manca poco! – esortò. – Questa sì che è una sorpresa! – gridò Salvo, correndo per primo verso il portone. Romano aprì la porta con le sue chiavi ed entrò. – Mamma! – chiamò. – Abbiamo ospiti! E muoiono di fame! Dalla cucina arrivò un fruscio e un tintinnio di piatti. – Dai, togliete cappotto e berretto, – sollecitò Romano. – Dieci minuti ancora! Passò poco e dalla cucina uscì la mamma di Romano. Vide i due e rimase di stucco! – Chi sono, figliolo? – riuscì solo a dire. Romano fece una faccia furba. – Questa è la mia mamma, Antonietta, – disse. – E questi, mamma, sono Salvo e… – Romano guardò la giovane donna che, senza cappotto e cappello, sembrava ancora più fragile, giovane e bella… – Anastasia, – rispose timidamente. – Dai, mamma, metti a tavola Salvo e Anastasia, – disse Romano allegramente, portando gli ospiti in soggiorno. Quando tutti furono seduti, Romano alzò il volume della tv. – L’avevo sentito, che mancava ancora una persona a tavola, – disse tra le lacrime Antonietta. – Non mi abituerò mai all’assenza di tuo padre… – Dai, mamma, pure tu?! Basta piangere oggi! Dai, assaggiamo i tuoi piatti incredibili! Romano stappò lo spumante, lo versò e si alzò da tavola. E dietro a lui tutti, anche Salvo con il suo bel bicchiere di succo. – Buon anno! – disse solenne Romano, alzando il calice. – E agli amici nuovi! – aggiunse squillante Salvo, e tutti risero… …Nella notte di Capodanno, per volontà di chissà chi, quattro persone si ritrovarono insieme attorno a una tavola. E nessuno di loro sapeva ancora che, da quel momento, le loro vite si sarebbero intrecciate per sempre. Ognuno di loro, infine, ebbe ciò che desiderava…
Torna da me. Racconto.