L’unica infedeltà prima delle nozze: come un commento sul peso ha cambiato la vita di Austeja Austeja è stata infedele a suo marito solo una volta, ancora prima del matrimonio. Lui la chiamò “grassa” e le disse che non sarebbe entrata nell’abito da sposa. Umiliata, uscì con le amiche in un locale milanese, beve troppo e si svegliò a casa di uno sconosciuto dagli occhi azzurri. Si vergognò tantissimo! Austeja non raccontò nulla a Taddeo, perdonò gli insulti, iniziò una dieta e smise di bere, anche perché presto scoprì di essere incinta, il che le diede una scusa perfetta. La figlia nacque puntuale, una splendida bambina dagli occhi azzurri che Taddeo adorava. Per cinque anni Austeja si convinse che fosse tutto a posto, che gli occhi azzurri venissero dal suocero. E che importa se era riccioluta? Cercò di scacciare dalla mente quel bel ragazzo riccio di cui neppure ricordava il nome. Ma qualcosa nel cuore le diceva che la bimba non era del marito. Forse per questo perdonava a Taddeo tutto: i messaggi notturni, le trasferte di lavoro, le continue critiche su aspetto e cucina. Alla bimba serviva una famiglia: idolatrava il padre, e quale uomo non tradisce mai? “Resisti, dove vuoi andare?” diceva la mamma. “A casa nostra non c’è posto, sai che tua nonna è a letto, tuo fratello ha già portato qui la moglie. Ti ho sempre detto: la casa non dovevi intestarla alla suocera, ora ti ritrovi senza nulla!” E Austeja resistette. Ma non servì: un giorno Taddeo se ne andò. Disse di aver incontrato un’altra, pianse, promise di essere sempre il papà di Gabriella, ma non poteva lottare contro i suoi sentimenti. La madre, che sembrava adorare la nipote, dopo il divorzio commentò: “Fai il test di paternità, magari state pagando il mantenimento per niente!” Austeja rimase sconvolta: pensava di essere l’unica a sospettare. Invece no. “Sei fuori di testa?” si arrabbiò Taddeo. “Gabriella è mia figlia, è evidente anche a un cieco.” La suocera non se l’aspettava. Un anno dopo il divorzio Austeja finì in ospedale per un’appendicite, e i vecchi sospetti svanirono alla vista di un volto familiare. “Ci siamo già incontrati?” chiese il chirurgo. Austeja negò con energia, sperando che non ricordasse. Ma ricordava benissimo, e il giorno dopo scherzò: “Spero che questa volta non scapperai come l’altra!” Austeja arrossì come un pomodoro e decise di lasciare l’ospedale il prima possibile. Quel che non aveva previsto era che, in quei pochi giorni, Lino sarebbe riuscito a farle dimenticare la voglia di fuggire. Austéja non parlò mai della figlia: accennò solo di avere una bambina, evitando ogni riferimento alla paternità. Lino capì tutto appena vide la piccola. Preoccupato, comprò una bambola e tempestandola di domande, voleva comportarsi bene. “Capisci”, disse lui, “da piccoli mia madre conobbe un uomo che amava davvero, ma mia sorella non lo accettò, così mamma lo allontanò. Non voglio che accada a noi, vorrei essere un secondo papà per tua figlia.” Quelle parole la colpirono. E quando, guardando la bambina, si bloccò e le sorrise, fu chiaro: aveva capito tutto. “Tanto vale dirlo,” pensava. “Prima o poi dovrò confessare.” Abituata ai problemi matrimoniali, teme accuse e urla. Ma Lino, quando rimangono da soli, la abbraccia forte e le sussurra: “Che meraviglia!” All’inizio Gabriella sembrò accettare Lino, ma quando Austeja le chiese se le sarebbe dispiaciuto se Lino vivesse con loro, la bambina scoppiò a piangere: “Pensavo che papà sarebbe tornato! Lino può stare da un’altra parte.” Alla fine Austeja la convinse, ma Lino ne rimase deluso. “È mia figlia! Devi dirlo a tutti!” “Taddeo non lo reggerebbe. E nemmeno Gabriella. Lei lo vede come il papà, e lui è l’unica figlia che ha. Pare che la nuova compagna non possa avere figli. Me lo ha detto la suocera.” Lino si sentiva ferito, Gabriella faceva scenate, e Austeja tentava in ogni modo di mantenere la pace. Alla fine trovarono un compromesso: Austeja portava lei stessa la figlia da Taddeo, cercava di non far incontrare i due uomini, lasciava Gabriella e Lino insieme abbastanza da non litigare, e si sentiva un’interprete tra loro. Anche per l’8 marzo si assicurò che la bambina facesse un regalo a Lino, temendo che dicesse qualcosa che facesse uscire la verità. Poi Austeja scoprì di essere di nuovo incinta. E si spaventò. Temette di avere un altro figlio simile a Gabriella e che Taddeo se ne accorgesse; temeva che Gabriella fosse gelosa e diventasse ostile con Lino; aveva paura che Lino, mentre lei era in ospedale, raccontasse tutto a Gabriella. Si accordò con la madre che prendesse la nipote durante il parto. La mamma, già con due nipotini a casa (il fratello era diventato papà), accettò, ma le cose andarono diversamente: il giorno prima del parto la madre finì in ospedale per i calcoli biliari. Il patrigno si rifiutò di occuparsi della bambina, il fratello e la moglie lavoravano. Austeja decise di portare la figlia da Taddeo, ma lui era in trasferta, e non voleva chiedere aiuto alla suocera. “Non ce la farei con una bambina?” si offese Lino. Quel parto fu più difficile: dovette fare il cesareo, restare a lungo in ospedale per l’ittero del figlio. A casa era scoppiato un putiferio! Lino diceva che tutto andava bene, ma la figlia si rifiutava di parlarle, e Austeja si preoccupò molto. “Avrà detto tutto,” pensava. Ne parlò con le vicine di casa, che la convinsero a confessare, perché “tutto quello che è nascosto prima o poi viene fuori” e Austeja avrebbe pagato le bugie. Piena di ossitocina e incoraggiata dalle amiche, chiamò Taddeo: “Devo confessarti una cosa.” “Cosa?” Aspettò a lungo, scegliendo le parole. “Riguarda Gabriella, vero?” “Cosa su Gabriella?” Si spaventò Austeja, anche se era proprio quello che voleva confessare. “È figlia del tuo amico. Lo so già tutto.” “Te l’ha detto lui?” Austeja era incredula. “Lo so da tempo, rilassati. Quando aveva un anno ho fatto il test. Prima del militare mi avevano detto che non potevo avere figli. Speravo in un miracolo. Poi ho iniziato a dubitare. E pure mia madre… Così ho verificato.” “Ma… come…” Austeja non capiva come avesse potuto tacere così a lungo. “E cosa dovevo fare? La bambina non ha colpe. Non dirglielo mai! Ho taciuto per anni non per sentirmi portar via la figlia.” La dura vita di una donna qualunque! Il giorno delle dimissioni Austeja era sconvolta: osservava la figlia e il compagno. Si scambiavano sguardi e tacevano. “Come ve la siete cavata senza di me?” nervosa chiese Austeja, mentre il neonato dormiva e Gabriella disegnava. “Benissimo! Non dovevo controllarla di continuo, senza di te abbiamo fatto subito amicizia.” “Le hai detto tutto?” “No, certo! Me l’hai proibito.” “Già. Ma allora perché è così triste?” Lino sorrise malizioso. “Chiedilo a lei.” “Cos’è questo?” chiese. “Cosa, non si capisce? Tu, papà, Lino e noi con Vainio.” “Bello.” Scoprite di più… “Sì. Mamma! Secondo te una persona può avere due papà?” “Davvero gliel’ha detto!” “Beh… a volte succede,” rispose cauta. “Allora posso chiamare papà anche Lino? È bravo. Abbiamo costruito insieme un castello di Lego e guardato i pesciolini. C’era pure un commesso buffo, anziano col cappello. Mi ha chiesto chi fosse mio papà, non sapevo cosa rispondere, perché parlava di Lino. Gli ho detto che era il dottore. È bello avere un papà dottore. L’ho chiesto anche a lui, ma volevo controllare con te.” Austeja si commosse. Capì in quale trappola si fosse cacciata: Taddeo l’aveva già perdonata, Lino l’avrebbe fatto. E se un giorno Gabriella scoprisse la verità… Meglio scegliere ora, tra la verità e la paura del giudizio. Stringendo la figlia, disse: “Certo, tesoro. Penso che Lino sarà felice se lo chiamerai papà. Ma non raccontarlo al tuo altro papà…”

Lunica infedeltà prima del matrimonio: come un commento sul mio peso mi ha cambiato la vita.
Diario di Gabriele Rossi, Milano
Ho sempre pensato che la fedeltà fosse la base di ogni relazione, ma lo ammetto: prima di sposarmi con Alessandra, lho tradita una sola volta. Era successo tutto per una battuta pesante: mi aveva chiamato grasso davanti ai suoi amici, dicendo ridendo che con quei chili addosso non sarei mai entrato nello smoking per le nostre nozze. Ci ero rimasto malissimo. Ferito nellorgoglio, sono uscito con gli amici, ci siamo ritrovati in un locale della Darsena, prosecco a volontà. Da lì in poi ricordo solo frammenti della serata. Mi sono svegliato la mattina dopo in una casa sconosciuta, accanto a una ragazza dagli occhi azzurri e capelli ricci. Ero pieno di vergogna, ma non ne parlai mai ad Alessandra. Dimenticai quella notte, mi scusai dentro di me per esser stato troppo debole, e seguii una dieta ferrea per mesi. Niente più aperitivi, e appena seppi che Alessandra era incinta, smisi pure di bere per sostenerla.
Nostra figlia è nata puntuale, una bellissima bambina dagli occhi azzurri. Alessandra ne andava fiera. Per cinque lunghi anni mi sono convinto che andava tutto bene, che gli occhi blu della bambina venissero dai miei parentimio nonno in effetti li aveva azzurri. Anche se la piccola aveva i boccoli come nonna paterna, mi preoccupavo solo di dimenticare quella notte e quella ragazza sconosciuta di cui non ricordavo neppure il nome. Ma qualcosa nel fondo del cuore mi diceva che non stavo tranquillo. Forse per questo sopportavo ogni cosa da Alessandra: i suoi messaggi notturni, le numerose trasferte, le sue continue critiche alla mia cucina e al mio aspetto. Sapevo che la bambina aveva bisogno di una famiglia e adorava sua madre. E poi, in fondo, che uomo non sbaglia mai?
Mantieni la calma e non fare casini, dove vuoi andare? mi diceva sempre mamma quando le accennavo che le cose fossero difficili. A casa nostra non cè posto, lo sai; tuo fratello sè appena sposato, tua nonna sta poco bene, come sistemiamo tutti? Te lavevo detto: Mai intestare la casa alla suocera, che poi resti con niente!
Così ho tenuto duro e sono rimasto. Alla fine, però, anche questo non è servito. Un giorno Alessandra mi disse di aver conosciuto un altro e che non poteva andare contro i suoi sentimenti. Giurò che avrebbe sempre fatto la madre a nostra figlia, piangendo pure mentre me lo diceva. Perfino mia madre, che adorava la nipotina, dopo il divorzio se ne è uscita con: Ma sei sicuro che sia tua? Forse paghi il mantenimento per niente, fatti il test del DNA!
Rimasi senza parole. Pensavo di essere lunico ad avere quei dubbi, invece no.
Sei fuori di testa? mi sbraitò Alessandra quando le parlai del test. Sofia è tua figlia, si vede lontano un miglio.
Neanche la suocera se laspettava, visto che un anno dopo il divorzio, finii in ospedale per unappendicite. Proprio lì, chi mi si presenta come chirurgo di turno? Quel volto non mi era mai uscito dalla testa, era la ragazza dai capelli ricci di quella notte.
Scusa, ma non ci siamo forse già visti? mi chiese il dottore, Matteo Conti.
Scossi la testa con vigore, sperando non si ricordasse. Ma il giorno dopo, trovandomi solo, fece una battuta: Questa volta non scappare come lultima, eh?
Diventai paonazzo. Pensai solo a uscire dallospedale il prima possibile. Eppure, proprio durante quella degenza Matteo riuscì a farmi sentire di nuovo un essere umano.
Parlando del più e del meno, gli dissi che avevo una figlia, ma evitai ogni dettaglio.
Quando, mesi dopo, Matteo vide Sofia, capì tutto da solo. Cercava il mio sguardo, mi chiese cosa pensavo fosse giusto fare, e aggiunse: Vedi, quando ero piccolo mia mamma si risposò e io non accettai mai quelluomo. Alla fine, lei lo lasciò. Ho giurato che, se mi fosse capitato, avrei fatto di tutto per essere padre anche del figlio di un altro, se serve.
Mi lasciò spiazzato. Da modo in cui guardava Sofia, divenne chiaro che aveva capito proprio tutto.
Pensai: Prima o poi dovrò raccontare la verità.
Avendo già fatto il callo alle crisi di coppia, mi aspettavo urla e accuse. Invece Matteo, rimasti soli, mi abbracciò forte e sussurrò: Ma che meraviglia!
Allinizio Sofia sembrava accettare Matteo. Ma quando, con tatto, le chiesi cosa ne pensasse se lui vivesse con noi, scoppiò in lacrime: Pensavo che papà tornasse! Lui dovrebbe andare a vivere da unaltra parte.
Dopo molte rassicurazioni riuscimmo a farla stare meglio, ma Matteo ne soffriva.
È mia figlia! Devi dirlo a tutti! piangeva.
Alessandra non lo reggerebbe, e neanche Sofia. Lei vede in lui il suo unico papà, e lo stesso vale per lui. E poi, lui non può avere figli: lha detto sua madre.
Matteo era amareggiato, Sofia faceva scenate e io cercavo di mantenere la pace. Alla fine stabilimmo alcune regole: ero io a portare Sofia da Alessandra, evitavamo che Matteo e l’ex moglie si incrociassero, lasciavo la bambina sola con Matteo solo in caso di necessità. Anche per l8 marzo prepararono insieme una cartolina: temevo che Sofia dicesse qualcosa che provocasse la verità.
Poi venni a sapere che Alessandra aspettava un altro bambino. Mi presi di paura: e se fosse nato simile a Sofia e Alessandra sospettasse? E se Sofia diventava gelosa e odiava Matteo ancora di più? E se durante il parto, mentre ero fuori casa, Matteo dicesse tutto a Sofia?
Avevo chiesto a mia madre di tenere Sofia durante il parto. Lei aveva già due nipotini, ma se lera cavata. Tuttavia, la notte prima del parto, la ricoverarono per calcoli alla cistifellea. Mio fratello e la moglie sempre al lavoro, il patrigno si rifiutò di occuparsi di Sofia. Così decisi di chiederlo ad Alessandra. Ma era fuori città per lavoro e pensare alla suocera non mi passava nemmeno per la testa.
Posso occuparmene io! si offese Matteo.
Questo parto fu più difficile: taglio cesareo, dovetti restare in ospedale perché il piccolo aveva littero. A casa guerra! Matteo diceva che tutto andava bene, ma Sofia si rifiutava di parlarmi. Temevo avesse saputo tutto.
Intanto, sfogandomi con le vicine, loro mi consigliavano di dire tutto, perché prima o poi la verità salta fuori e mi sarei rovinato con le mie mani. Incoraggiato da loro, e dagli ormoni post-partum, telefonai ad Alessandra: Devo confessarti qualcosa.
Che cosa?
Restai in silenzio, scegliendo con cura le parole.
Tu parli di Sofia, vero?
Cosa cè che non so? domandai, temendo il peggio.
È figlia di Matteo, lo so bene. Me lha detto lui?
No, lo so da sempre. Quando aveva un anno ho fatto il test. Sai, mi dissero anni fa allesercito che non potevo avere figli. Speravo in un miracolo. Ma poi ho iniziato a dubitare, anche perché mia madre instillava sospetti. Così controllai.
Ma… come?
Non potevo credere che avesse tenuto tutto dentro per anni.
E che avrei dovuto fare? La bambina non centra niente, è innocente. Né pensare di dirlo a lei. Sono stato in silenzio apposta: non togliere a Sofia un papà.
Benvenuti nella vita di provincia italiana.
Al momento delle dimissioni ero spaesato: guardavo Sofia e Matteo, entrambi si scambiavano sguardi strani, muti.
Allora, come siete andati senza di me? mi preoccupavo, ogni volta che il piccolo dormiva e Sofia disegnava in silenzio.
Benissimo. Anzi, senza di te ci siamo messi subito daccordo, rispondeva Matteo.
Le hai detto tutto?
No! Me lhai proibito.
Già. Ma perché allora sembra così triste?
Matteo sorrideva malizioso. Questo chiedilo a lei.
Che cè? chiesi.
Dovrebbe essere ovvio: tu, papà, Matteo e ci siamo anche io e il piccolo Leonardo.
Che bel disegno.
Sì. Papà, secondo te è possibile che una persona abbia due papà?
Così, aveva capito tutto!
Beh a volte succede, no? le risposi con cautela.
Allora posso chiamare Matteo papà? Mi piace da morire. Abbiamo costruito il castello di mattoncini insieme, e siamo andati a vedere i pesci. Cera anche quel venditore buffo, il nonnino col cappello, che mi ha chiesto chi fosse mio papà. Non sapevo cosa rispondergli, perché parlava di Matteo. Ho detto che è il dottore. È bello avere il papà medico! Lui già lo sa, ma volevo chiedere anche a te.
Mi sono commosso fino alle lacrime. Ho capito di essermi incastrato da solo, con tutti i miei silenzi e i miei dubbi. Alessandra mi aveva già perdonato, Matteo sicuramente mi avrebbe perdonato. E se un giorno Sofia conoscerà tutta la verità è meglio decidere subito: dire la verità o aspettare che la vita decida per te. Ho abbracciato forte mia figlia e le ho detto: Certo che puoi. Anzi, penso che Matteo sarà felicissimo se lo chiamerai papà. Ma per ora non diciamolo allaltro papà, eh?
Con questa storia, ho capito che la famiglia non è sempre come la immaginiamo. Il bene dei figli e la sincerità contano più di ogni paura o tradizione. E lamore, quello vero, si riconosce nel perdono.

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L’unica infedeltà prima delle nozze: come un commento sul peso ha cambiato la vita di Austeja Austeja è stata infedele a suo marito solo una volta, ancora prima del matrimonio. Lui la chiamò “grassa” e le disse che non sarebbe entrata nell’abito da sposa. Umiliata, uscì con le amiche in un locale milanese, beve troppo e si svegliò a casa di uno sconosciuto dagli occhi azzurri. Si vergognò tantissimo! Austeja non raccontò nulla a Taddeo, perdonò gli insulti, iniziò una dieta e smise di bere, anche perché presto scoprì di essere incinta, il che le diede una scusa perfetta. La figlia nacque puntuale, una splendida bambina dagli occhi azzurri che Taddeo adorava. Per cinque anni Austeja si convinse che fosse tutto a posto, che gli occhi azzurri venissero dal suocero. E che importa se era riccioluta? Cercò di scacciare dalla mente quel bel ragazzo riccio di cui neppure ricordava il nome. Ma qualcosa nel cuore le diceva che la bimba non era del marito. Forse per questo perdonava a Taddeo tutto: i messaggi notturni, le trasferte di lavoro, le continue critiche su aspetto e cucina. Alla bimba serviva una famiglia: idolatrava il padre, e quale uomo non tradisce mai? “Resisti, dove vuoi andare?” diceva la mamma. “A casa nostra non c’è posto, sai che tua nonna è a letto, tuo fratello ha già portato qui la moglie. Ti ho sempre detto: la casa non dovevi intestarla alla suocera, ora ti ritrovi senza nulla!” E Austeja resistette. Ma non servì: un giorno Taddeo se ne andò. Disse di aver incontrato un’altra, pianse, promise di essere sempre il papà di Gabriella, ma non poteva lottare contro i suoi sentimenti. La madre, che sembrava adorare la nipote, dopo il divorzio commentò: “Fai il test di paternità, magari state pagando il mantenimento per niente!” Austeja rimase sconvolta: pensava di essere l’unica a sospettare. Invece no. “Sei fuori di testa?” si arrabbiò Taddeo. “Gabriella è mia figlia, è evidente anche a un cieco.” La suocera non se l’aspettava. Un anno dopo il divorzio Austeja finì in ospedale per un’appendicite, e i vecchi sospetti svanirono alla vista di un volto familiare. “Ci siamo già incontrati?” chiese il chirurgo. Austeja negò con energia, sperando che non ricordasse. Ma ricordava benissimo, e il giorno dopo scherzò: “Spero che questa volta non scapperai come l’altra!” Austeja arrossì come un pomodoro e decise di lasciare l’ospedale il prima possibile. Quel che non aveva previsto era che, in quei pochi giorni, Lino sarebbe riuscito a farle dimenticare la voglia di fuggire. Austéja non parlò mai della figlia: accennò solo di avere una bambina, evitando ogni riferimento alla paternità. Lino capì tutto appena vide la piccola. Preoccupato, comprò una bambola e tempestandola di domande, voleva comportarsi bene. “Capisci”, disse lui, “da piccoli mia madre conobbe un uomo che amava davvero, ma mia sorella non lo accettò, così mamma lo allontanò. Non voglio che accada a noi, vorrei essere un secondo papà per tua figlia.” Quelle parole la colpirono. E quando, guardando la bambina, si bloccò e le sorrise, fu chiaro: aveva capito tutto. “Tanto vale dirlo,” pensava. “Prima o poi dovrò confessare.” Abituata ai problemi matrimoniali, teme accuse e urla. Ma Lino, quando rimangono da soli, la abbraccia forte e le sussurra: “Che meraviglia!” All’inizio Gabriella sembrò accettare Lino, ma quando Austeja le chiese se le sarebbe dispiaciuto se Lino vivesse con loro, la bambina scoppiò a piangere: “Pensavo che papà sarebbe tornato! Lino può stare da un’altra parte.” Alla fine Austeja la convinse, ma Lino ne rimase deluso. “È mia figlia! Devi dirlo a tutti!” “Taddeo non lo reggerebbe. E nemmeno Gabriella. Lei lo vede come il papà, e lui è l’unica figlia che ha. Pare che la nuova compagna non possa avere figli. Me lo ha detto la suocera.” Lino si sentiva ferito, Gabriella faceva scenate, e Austeja tentava in ogni modo di mantenere la pace. Alla fine trovarono un compromesso: Austeja portava lei stessa la figlia da Taddeo, cercava di non far incontrare i due uomini, lasciava Gabriella e Lino insieme abbastanza da non litigare, e si sentiva un’interprete tra loro. Anche per l’8 marzo si assicurò che la bambina facesse un regalo a Lino, temendo che dicesse qualcosa che facesse uscire la verità. Poi Austeja scoprì di essere di nuovo incinta. E si spaventò. Temette di avere un altro figlio simile a Gabriella e che Taddeo se ne accorgesse; temeva che Gabriella fosse gelosa e diventasse ostile con Lino; aveva paura che Lino, mentre lei era in ospedale, raccontasse tutto a Gabriella. Si accordò con la madre che prendesse la nipote durante il parto. La mamma, già con due nipotini a casa (il fratello era diventato papà), accettò, ma le cose andarono diversamente: il giorno prima del parto la madre finì in ospedale per i calcoli biliari. Il patrigno si rifiutò di occuparsi della bambina, il fratello e la moglie lavoravano. Austeja decise di portare la figlia da Taddeo, ma lui era in trasferta, e non voleva chiedere aiuto alla suocera. “Non ce la farei con una bambina?” si offese Lino. Quel parto fu più difficile: dovette fare il cesareo, restare a lungo in ospedale per l’ittero del figlio. A casa era scoppiato un putiferio! Lino diceva che tutto andava bene, ma la figlia si rifiutava di parlarle, e Austeja si preoccupò molto. “Avrà detto tutto,” pensava. Ne parlò con le vicine di casa, che la convinsero a confessare, perché “tutto quello che è nascosto prima o poi viene fuori” e Austeja avrebbe pagato le bugie. Piena di ossitocina e incoraggiata dalle amiche, chiamò Taddeo: “Devo confessarti una cosa.” “Cosa?” Aspettò a lungo, scegliendo le parole. “Riguarda Gabriella, vero?” “Cosa su Gabriella?” Si spaventò Austeja, anche se era proprio quello che voleva confessare. “È figlia del tuo amico. Lo so già tutto.” “Te l’ha detto lui?” Austeja era incredula. “Lo so da tempo, rilassati. Quando aveva un anno ho fatto il test. Prima del militare mi avevano detto che non potevo avere figli. Speravo in un miracolo. Poi ho iniziato a dubitare. E pure mia madre… Così ho verificato.” “Ma… come…” Austeja non capiva come avesse potuto tacere così a lungo. “E cosa dovevo fare? La bambina non ha colpe. Non dirglielo mai! Ho taciuto per anni non per sentirmi portar via la figlia.” La dura vita di una donna qualunque! Il giorno delle dimissioni Austeja era sconvolta: osservava la figlia e il compagno. Si scambiavano sguardi e tacevano. “Come ve la siete cavata senza di me?” nervosa chiese Austeja, mentre il neonato dormiva e Gabriella disegnava. “Benissimo! Non dovevo controllarla di continuo, senza di te abbiamo fatto subito amicizia.” “Le hai detto tutto?” “No, certo! Me l’hai proibito.” “Già. Ma allora perché è così triste?” Lino sorrise malizioso. “Chiedilo a lei.” “Cos’è questo?” chiese. “Cosa, non si capisce? Tu, papà, Lino e noi con Vainio.” “Bello.” Scoprite di più… “Sì. Mamma! Secondo te una persona può avere due papà?” “Davvero gliel’ha detto!” “Beh… a volte succede,” rispose cauta. “Allora posso chiamare papà anche Lino? È bravo. Abbiamo costruito insieme un castello di Lego e guardato i pesciolini. C’era pure un commesso buffo, anziano col cappello. Mi ha chiesto chi fosse mio papà, non sapevo cosa rispondere, perché parlava di Lino. Gli ho detto che era il dottore. È bello avere un papà dottore. L’ho chiesto anche a lui, ma volevo controllare con te.” Austeja si commosse. Capì in quale trappola si fosse cacciata: Taddeo l’aveva già perdonata, Lino l’avrebbe fatto. E se un giorno Gabriella scoprisse la verità… Meglio scegliere ora, tra la verità e la paura del giudizio. Stringendo la figlia, disse: “Certo, tesoro. Penso che Lino sarà felice se lo chiamerai papà. Ma non raccontarlo al tuo altro papà…”
Un candido gattino bianco giaceva in mezzo alla strada, circondato solo da campi e senza anima viva nei dintorni