Mi trovavo in un sogno dove le leggi della fisica erano incerte come le intenzioni delle persone. Passeggiavo nel bel mezzo di una Milano tiepida, dove il Duomo ondeggiava come un miraggio tra la nebbia, e sentii due voci che si rincorrevano come riflessi storti sulle vetrine di una pasticceria: una era quella di mia nuora, laltra di unamica invisibile, forse una statua che si era svegliata per loccasione.
Ma abbi un po di pazienza, Daniela! Che vuoi che sia, qualche mese ancora, massimo sei, te lo giuro. Ho già parlato con lavvocato: se vendiamo adesso quella topaia della nonna di Giovanni e intesto lappartamento anche a me, poi a divorzio fatto metà sarà mia. Lui, poveretto, crede davvero stiamo costruendo il nostro nido. Santi numi, ma è così noioso! Le sue sere passano tra progetti, microprocessori… io sbadiglio, la mascella mi cade, e intanto annuisco: Certo, amore, che interessante. Però poi! Un bilocale in centro, la macchina, e se resto incinta pure il mantenimento… Vabbè, ti lascio, ho il sospetto che mia suocera stia per piombare in casa. È andata al mercato, ma ha il fiuto di un cane da tartufo, quella.
Non ero piombata, ero solo rientrata prima perché avevo dimenticato il portafogli. La porta si apriva silenziosa, come cosparsa dolio, il sacchetto di mele renette stretto al petto, il cuore che batteva come una campana stonata in gola. Sentivo tutto, la voce di Chiara, la mia nuova nuora: tagliente come una lama ben affilata. In cucina, la porta era semiaperta e io stessa non sapevo se fossi una spettatrice o un fantasma.
Appoggiai piano il sacchetto sul pouf quasi temendo che il rumore potesse rompere lincantesimo. Sentivo la nebbia nella mente. Giovanni, il mio Gianni, il figlio cresciuto sola dopo che la morte del marito era diventata solo una data sul calendario, ora era solo il noioso pollo e un bancomat vivente. Ma come recitava bene! Quegli occhioni alla nostra tavola, il mese scorso al matrimonio: Signora Caterina, ha cresciuto un uomo speciale. Io e Giovanni, siam fatti luno per laltra.
Mi appoggiai gelata contro la parete. Avrei voluto afferrarla per i capelli e gettarla fuori dalla finestra, come nei film in bianco e nero sulle Alpi lombarde. Ma la mia esperienza di ex capocontabile mi suggeriva che perdere la testa era un regalo che non ci si poteva permettere. Lei avrebbe rigirato tutto, Giovanni mi avrebbe data per pazza, gelosa. Andava giocata di fino, con uno di quei piani che solo la notte milanese ispira alle donne di provincia.
Mi scrollai, lisciai lacconciatura davanti allo specchio e, con un gran tonfo allegorico, richiusi la porta sussurrando da attrice:
Cè nessuno in casa? gridai sfilandomi le scarpe basse. Chiara? Giovanni?
Lei sbucò dalla cucina luminosa come una pubblicità di detersivi, con addosso la vestaglia di seta verde che Giovanni le aveva regalato, un sorriso angelico modellato a regola darte.
Oh, signora Caterina! Non vi aspettavamo così presto. Giovanni è uscito, lavoro urgente. Io… stavo per fare delle crespelle per la cena.
Trattenni a stento listinto di indietreggiare.
Ho dimenticato il portafogli risposi placida entrando in cucina. Immaginati, piena di mele, senza euro per pagare. Fortuna che la cassiera mi conosce e mi ha fatto credito.
Capita annuì lei compassionevole, versando acqua nel bollitore. Siete stanca? Sedete, vi preparo un tè.
Mi misi proprio sulla sedia dove, pochi istanti prima, aveva architettato la disfatta di mio figlio. La guardavo muovere tazze, piattini, e la mente mi volava agli incastri. Giovanni aveva ereditato la casa della nonna, un bel trilocale sui Navigli, ma da ristrutturare. Vivevano ancora con me, in quellappartamento luminoso di Porta Romana, finché non si sarebbero messi in proprio. Solo che Chiara insisteva: vendere la vecchia casa, prendere il mutuo e comprare un nuovo appartamento in centro, con le finestrone, tutto moderno. E ora capivo, era tutta una trama. Vendere lappartamento precedente, investirlo insieme per il nuovo, e così, al divorzio, metà sarebbe stata sua.
Chiaretta la chiamai dolce, accettando la tazza , pensavo oggi mentre uscivo: avete progetti interessanti, tu e Gianni. Ieri, di nuovo, discutevate della casa a cena…
Nei suoi occhi passò un lampo predatorio che subito nascose sotto ciglia lunghe.
Sì, signora Caterina. Giovanni ci tiene, ma lo stress della ristrutturazione gli pesa. Sarebbe meglio, per tutti, un appartamento nuovo, fresco…
In effetti, sospirai, il mutuo di questi tempi è da far tremare i polsi. Gli interessi, santo cielo…
Ma Giovanni guadagna bene, e io tra poco troverò lavoro. In men che non si dica avremo pagato tutto e senza debiti, una vera casa nostra!
Nella mente la imitai: Certo, con i soldi degli altri anche laceto sembra dolce.
Riflettevo dissi lentamente, fissandola negli occhi : forse hai ragione, forse conviene davvero vendere la casa della nonna.
Chiara smise di respirare.
Davvero la pensate così? Giovanni ci tiene ma… Se glielo dite voi, vi ascolterà!
Lo dico, certo che lo dico. Ma bisogna farlo bene, sennò rischiate di restare col groppone del debito. Ne parleremo stasera insieme.
Quando lei sgusciò via canticchiando in bagno, io tirai fuori il telefono. La mano ora era ferma. Chiamai Lucia, la mia amica notaia di unaltra vita.
Lucia, ciao. Ho bisogno di te, questione da un milione dico, senza intendere la cifra. Mi serve una consulenza urgente. Sì, riguarda i giovani. No, senza auguri. La situazione va… salvata.
La sera Giovanni arrivò stanco ma felice, col panettone sotto braccio senza motivo. Guardando il suo viso buono mi sentii stringere il cuore: come avevo fatto a non vedere la vipera? Ma bisogna guardare avanti, e io sapevo che Giovanni aveva sempre visto il bene negli altri, troppo.
A cena Chiara era lo zucchero fatto donna, si spremeva in premure e occhiate complici.
Gianni iniziai io a fine pasto, mentre servivo il tè oggi Chiara e io abbiamo parlato della casa.
Giovanni irrigidì le spalle.
Sì, mamma? Hai cambiato idea?
Ci riflettevo, e sfoderai la miglior espressione materna, avete bisogno di una casa vostra, moderna. La vecchia casa è troppo difficile da sistemare, troppo vecchia per due ragazzi.
Chiara raggiante schiacciò la mano di mio figlio.
Vedi, amore, anche la mamma è daccordo!
Se anche tu lo dici… Giovanni si grattò la testa. Pensavo fosse un ricordo. Ma… la nuova casa avrebbe il box, lascensore…
Appunto! feci eco. Ma non voglio che vi mettiate in un mutuo infinito per ingrassare la banca. Ho una proposta.
Chiara si sporse in avanti, gli occhi che brillavano come zaffiri.
Quale proposta?
Vendiamo la casa della nonna. Sono il 70% del valore di un bel trilocale nuovo. Il resto… ve lo do io. Ho da parte dei risparmi, e la mia casetta al lago posso venderla; tanto non ci vado più.
Ma mamma! protestò Giovanni. La tua casa, i tuoi soldi! Non possiamo…
La casa va ai giovani, spesso i vecchi ostacolano con le loro radici, insistetti, con voce ferma. Così lo compriamo subito e niente mutuo.
Chiara aveva vinto al Superenalotto, già ridecorava mentalmente i balconi e organizzava la lista nozze. Ma io presi la cartellina con un modulo stampato.
Cè solo un dettaglio, infilai la voce nella stanza : visto che il grosso della cifra viene dalla nostra famiglia, compriamo la casa a regola darte.
Il sorriso di Chiara vacillò, ma ancora non capiva.
Che intendete?
Intesteremo lappartamento a me, subito donato a Giovanni. Oppure lo intestiamo direttamente a lui, ma con atto che certifichi il regalo.
Cadde un silenzio pesante, un cucù milanese che batteva le ore sulla mensola. Giovanni annuì senza sospetti.
Logico. Sono soldi vostri, va bene. Conta solo viverci. Che dici, Chiara?
Chiara sbiancò, il collo chiazzato.
Ma… signora Caterina, perché questa complicazione? Siamo una famiglia! Io sono sua moglie, dovremmo fare tutto insieme… Se la casa è solo sua, sarò sempre unospite…
Ospite? Giovanni davvero non capiva. Dai, Chiara. È solo una questione formale. Che differenza fa di chi è scritto il nome?
Eccome se fa! La voce di Chiara graffiò laria. Non vi fidate! Pensate che io… io voglia rubare? Ci siamo appena sposati e parlate di divorzio?!
Io giravo il tè con lentezza glaciale.
Cara, se hai intenzione di vivere con mio figlio per tutta la vita, che importa lintestazione? Solo chi prevede di dividersi si preoccupa della divisione. Tu non vorrai mica già pensare a separarti?
Chiara si pietrificò. Negli occhi capì che sapevo tutto. Il mio sguardo la trapassava come un pavé di via Torino.
Giovanni! urlò, cercando difesa. Di qualcosa! È umiliante! Io sono tua moglie, non un parassita! Voglio che la casa sia anche mia!
La ristrutturazione puoi farla, certo, conserva gli scontrini ribattei. In caso di separazione, metà delle tende e dei copridivano saranno tuoi. I muri sono leredità di Giovanni.
Mamma, basta mormorò lui, rabbuiandosi. Chiara, calmati. È giusto così, non puoi pretendere metà della casa… Non metti un euro.
Ah, ecco! ora aveva smesso la maschera, era una furia. Non metti un euro… e la mia giovinezza? Le cene che ti preparo valgono zero? Pensavo tu fossi un uomo con prospettiva, invece… sempre attaccato alle gonne di mammà! Uno zerbino!
Chiara! Giovanni scosse il tavolo. Bada come parli!
Tenetevi la casa! urlò lei. Non minteressa! Pensavo almeno di guadagnarci qualcosa! Credevo in te! Troverò uno meglio, con la casa vera e senza la zavorra della vecchia!
Un silenzio irreale, la stanza si strinse come in una bolla. Giovanni la fissava per la prima volta senza veli. Il viso sinduriva lentamente, non più per pudore ma per rabbia.
Mi alzai piano.
E così è andata, dissi calma, ma tremavo dentro. Giovanni, meglio che accompagni tua moglie. Da sua madre. O dallamica Daniela, quella con cui ha discusso oggi dei suoi piani per fregarti la casa.
Chiara tossì aria inesistente, gli occhi sbarrati.
Voi… avete origliato?
Sono entrata proprio mentre riversavi la tua anima. Della vecchia topaia, della mascella slogata per i microprocessori. Ho sentito tutto. Ogni parola.
Giovanni guardava ora sua madre, ora moglie.
È vero? sussurrò. Hai detto così?
La maschera era rotta. Chiara ora gettava veleno.
Sì! E allora?! Sei noioso, risparmi sempre, niente aperitivi, solo nonne e ricordi e soldi messi via! Pensavo almeno avrei avuto la casa. Ma tua madre no! Dovresti averla sposata tu!
Afferrò la borsa.
Non mi vedrete più! Buona vita nel vostro museo!
Le tue cose, disse Giovanni, stupendomi. Prendile ora.
Che? rimbalzò lei mentre era già sulla porta.
Prendi le tue cose, ora. Non voglio vederle neppure un minuto di più.
Giovanni, magari domani tentai, vedendo la tempesta.
No, mamma. Ora. Ti aiuto.
A silenzio, prese la valigia e buttò dentro indumenti e trucchi suoi. Lei, in corridoio, stringeva le braccia, occhi di fuoco.
Te ne pentirai! Senza mammà sarai nessuno!
Giovanni non rispose. Portò la valigia al pianerottolo.
Vai.
Ah! Alimenti, sono incinta! urlò allultimo, afferrando la speranza.
Mi venne da ridere.
Incinta? Per grazia divina? Ho visto oggi la scatola della pillola nel bidone. Non mentire. Vai, e conserva quel poco di dignità che ti resta.
Chiara arrossì, poi sparì, tacchi schioccanti giù per la scala, e la porta dingresso tremò come una campana rotta.
Una famiglia di pazzi! si sentì da giù.
Giovanni chiuse, un chiavistello, due chiavistelli. Rimase fermo a fronte sulla porta, tempo sospeso. Lo lasciai respirare la sua sofferenza e il nuovo vuoto meglio la fine di un incubo che un incubo senza fine.
Infine si voltò, viso invecchiato ma calmo.
Grazie, mamma. Se non ceri tu… avrei venduto tutto. Le credevo, come uno scemo.
Non sei scemo, Gianni, lo abbracciai . Sei solo onesto. Ora sei più forte. Lesperienza costa, ma insegna.
Il tè è freddo, mormorò guardando la tavola dove il panettone ancora intatto ci osservava triste.
Ne facciamo di nuovo, alla menta. E affettiamo il panettone. Oggi, Gianni, è il tuo secondo compleanno: quello della libertà.
Restammo in cucina fino a notte; non parlammo di Chiara ma di progetti. Decidemmo che la casa della nonna non si sarebbe venduta: meglio sistemarla pian piano, col tempo. Non cera alcuna fretta.
Sai, mamma, disse mangiando il panettone, quella casa, alla fine, a me piace. Il parco è vicino. Erano sempre state pressioni di Chiara, con la storia del centro, prestigio. A me qui va bene.
Sono contenta, sorrisi. Vivi dove stai bene. La sposa vera arriverà. Una che amerà te, non i metri quadri.
Dopo una settimana Giovanni, come in una scena rallentata, presentò la richiesta di separazione. Niente figli, niente casa comune. Chiara non si presentò nemmeno, firmò tutto da lontano come da un punto della mappa non più collegato col nostro mondo.
Passarono mesi. Lappartamento cambiò faccia. Tinte fresche, parquet lucido, la luce entrava meglio. Un giorno Caterina cioè io passai a trovarlo per inaugurare. In cucina, tagliando il sedano, cera una ragazza dai capelli castani, occhi limpidi come le acque del Lago di Como dopo il temporale.
Mamma, ti presento Elena, disse Giovanni, quasi timido. Lavora con me, architetta. Mi ha aiutato col progetto.
Piacere signora Caterina, sorrise, mani morbide, niente calcoli. Giovanni ha gusto, io ho solo suggerito.
La osservai: niente secondi fini, solo la calma di chi ha radici e verità.
Lena, feci il mio miglior sorriso , linsalata va con la senape, non maionese. Ti mostro come si fa?
Magari! Amo cucinare, ma mi serve una maestra. Giovanni parla sempre dei vostri dolci…
Quando uscii, la sera profumava di nebbie e castagne. Guardai le finestre accese del vecchio appartamento e sentii, come in un sogno lucido, che ora potevo dormire senza incubi. Limmunità dal veleno era fatta, e la felicità conosceva il suo posto: tra chi ama senza calcoli, nel silenzio buono della città che sa dimenticare.
Se questa storia vi ha lasciato qualcosa, ricordate: fidarsi sì, ma verificare sempre. E non smettete mai di voler bene a chi di vero cuore vi sta accanto.







