Dovresti stare più attenta col formaggio, Lucrezia. Costa caro, e tu, ricordalo, al momento non contribuisci al bilancio di casa. Due fette per un panino sono esagerate. Non siamo mica nobili.
La voce di Vittorio non era alterata, era piatta, quasi monotona, mentre sfogliava distrattamente la Corriere della Sera, come se mi parlasse del tempo o delle previsioni del meteo. Proprio quella calma assoluta mi fece andare di traverso il boccone. Appoggiai il panino morso sul piattino, le guance in fiamme, una miscela tra vergogna e rabbia. Non mi degnò di uno sguardo, continuando a leggere la cronaca, ma le dita battevano nervose sulla tovaglia, segno di uninsofferenza che ormai conoscevo fin troppo bene.
Nella cucina aleggiava una tensione tagliente, appena mitigata dallo sfrigolio del vecchio frigorifero Smeg. Guardavo mio marito senza riconoscerlo. Ventanni di matrimonio alle spalle, due decenni di passioni condivise, mutui, discussioni sui compiti di nostro figlio Riccardo. E io? Sempre lavorato, anzi, a volte anche guadagnato più di lui, che faceva lingegnere a Torino. Con i miei premi presi allagenzia di contabilità avevamo comprato la casa in Liguria, quella che lui mostrava con orgoglio agli amici, e avevo sempre coperto le ripetizioni di Riccardo grazie alle quali era entrato alluniversità statale.
Ma un mese fa la ditta dovero da dieci anni era implosa come una bolla di sapone. Il proprietario, un certo Di Lorenzo, era volato a Montecarlo, i conti bloccati, i dipendenti lasciati per strada, la liquidazione sostituita da un pugno di spiccioli. Non mi ero spaventata: con la mia esperienza, in un paio di settimane qualcosa lo trovo. Invece il mercato si era rivelato crudele con donne prossime alla pensione, come mi aveva fatto notare una giovane recruiter dallaccento milanese e le labbra rifatte.
Ho mangiato abbastanza, dissi sottovoce, spingendo via il piatto. Il Grana Padano in offerta adesso sapeva di amarezza.
Meglio così, annuì Vittorio, chiudendo il giornale. Bisogna imparare a risparmiare. Ho pure visto lo scontrino che hai lasciato ieri sul comodino: perché hai comprato lammorbidente? È superfluo. Il detersivo basta. Siamo in ristrettezze, Lucrezia. E qui a fare sacrifici sono solo io.
Si alzò, raccolse con attenzione le briciole dal tavolo con la mano e se le portò alla bocca. Questa nuova abitudine era spuntata appena tre giorni dopo il mio licenziamento. Prima non laveva mai fatto.
Quando la porta dingresso sbatté alle sue spalle, mi lasciai cadere pesante sulla sedia. Le lacrime, quelle che avevo trattenuto, mi lavarono il viso. Avevo quarantanove anni, sana e piena di energia, ma improvvisamente mi ritrovavo nella parte della mantenuta, rinfacciata a ogni pasto. Vittorio che avevo sempre affrontato con rispetto e complicità si stava lentamente trasformando in un piccolo, meschino tiranno. Come se il mio licenziamento avesse strappato un velo, mostrando ciò che si nascondeva sotto: una vena di diffidenza e avarizia, un fondo dombra che cova in molti cuori.
La giornata volò in una spirale di telefonate e curriculum inviati. Sentivo più e più volte la stessa canzone: Le faremo sapere, Cerchiamo personale sotto i trentacinque, Non si adatterebbe al nostro team giovane. A pranzo avevo la testa che fischiava. Andai in cucina a prepararmi un tè, la mano si allungò automaticamente verso la scatola dei biscotti. Vuota. È vero, Vittorio aveva messo i biscotti nellarmadietto chiuso. Così non si seccano, aveva detto. Ma non serviva essere Einstein per capire che lo faceva per non farmi sgranocchiare nulla senza il suo controllo.
La sera, tornato dal lavoro, era ancora più cupo. Ispezionò la cucina: aprì il frigorifero, studiò a lungo la pentola del minestrone.
È di nuovo magro questo brodo? Lhai fatto solo con lacqua?
Brodo di pollo risposi, trattenendo il tremore nella voce. Ho comprato un misto per il brodo.
Che misto, sono ossa brontolò lui. Lavoro tutto il giorno, avrò pure diritto a della carne vera, non a questi scarti.
La carne costa quattordici euro al chilo, cercai di restare calma, e tu mi hai dato quarantacinque euro per tutta la settimana. Per tutto. Anche per comprare detersivi. Come vuoi che ci compri filetto?
Vittorio sbatté lo sportello del frigorifero.
Devi arrangiarti! La padrona di casa deve saper fare la zuppa con un sasso, non lamentarsi. E comunque, se perdessi meno tempo su Facebook e cercassi lavoro davvero, ora mangeremmo una fiorentina.
Era ingiusto: passavo le giornate su siti di offerte. Ma era inutile discuterne. Vittorio si godeva ormai il potere di essere lunico che portava lo stipendio.
Settimana dopo settimana, il tempo si sciolse in un incubo appiccicoso. Avevo paura del tramonto e il rumore della chiave nella serratura di sera era un colpo allo stomaco. Di cosa si sarebbe lamentato oggi? Avrei avuto la predica sul consumo dacqua in doccia? O il controllo sui scontrini? Oppure mi avrebbe rimproverata per aver mangiato una mela in più?
Il punto più assurdo fu quando rimasi senza shampoo uno normale, mica da profumeria e lo dissi a cena.
Vittorio, avrei bisogno di comprare shampoo e dentifricio. Mi dai cinque euro?
Lui masticava lentamente le penne lisce (la cotoletta se lera preparata solo per sé, dicendo che io dovevo alleggerirmi).
Shampoo? E il sapone di Marsiglia? Mia nonna lo usava per tutto e aveva una treccia che le arrivava ai piedi, commentò guardandomi sopra gli occhiali.
Stai scherzando? Rimasi con la forchetta sospesa.
Nessuno scherzo. Tutta questa chimica moderna è inutile. E il dentifricio, basta tagliare il tubetto che ci viene almeno una settimana ancora. Lucrezia, non capisci? Non abbiamo soldi da sprecare. Ogni euro conta. Quando troverai lavoro, allora potrai comprarti tutto quel che vuoi. Fino a quel momento, bisogna stringere la cinghia.
Quella notte non riuscivo a dormire. Distesa accanto alluomo che mi aveva consigliato di lavarmi la testa col sapone, sentivo solo il respiro regolare di chi dorme tranquillo, ignaro. Eppure sapevo che sul suo conto risparmio, quello a cui io non avevo accesso, cerano abbastanza euro per comprarsi una Fiat 500 nuova. Ci avevamo versato entrambi, ma da poco Vittorio aveva dichiarato che quelli sono risparmi strategici, non si toccano.
Allalba mi svegliai prima del solito. Dopo che lui se ne fu andato (senza salutare, solo brontolando che non scordassi la luce dellingresso accesa), presi una decisione. Basta elemosinare. Mai più.
Aprii la scatola delle cose preziose: un paio di orecchini doro, regalo dei miei per i trentanni, una collanina sottile, due anelli. Quello era il mio tesoretto segreto, mai contato da Vittorio. Il Monte dei Pegni era a due isolati da casa.
Limpiegato, un ragazzo tatuato con aria annoiata, pesò tutto e annunciò una cifra magra rispetto al valore reale, ma sufficiente per due settimane libere dalla vergogna della dipendenza. Accettai senza esitare.
Fuori, acquistai uno shampoo decente, una fetta di pecorino buono e una tavoletta di cioccolato. Mi sedetti su una panchina del Parco del Valentino, spezzai un po di cioccolato e piansi. Ma non erano lacrime di autocommiserazione. Era sollievo. Da qualche parte dentro di me iniziava a crescere una rabbia fredda e lucida, di quelle che salvano la pelle quando non cè più nulla in cui credere.
Tornai a casa con la determinazione di una locomotiva. Di nuovo cercai offerte di lavoro, stavolta per qualsiasi mansione: cassiera, centralinista, addetta alle pulizie. Mi servivano soldi MIEI. E subito.
La fortuna mi sorrise dopo appena due giorni, dallo spazio più inaspettato: una vecchia collega, Assunta, mi telefonò.
Lucrezia cara! Sei ancora in cerca? Il titolare di una ditta di logistica amico mio ha il direttore amministrativo in maternità, cercano qualcuno urgente. Niente stipendi astronomici, ma sono onesti e puoi lavorare da casa, basta una presenza a settimana in ufficio. Vuoi provare?
Assunta, ti bacerei! Certo, mi butto! Quando devo iniziare?
Anche domani. Mandami il curriculum e lo giro subito.
Il colloquio fu online. Il proprietario, un torinese stremato, mi fece due domande sui bilanci, in dieci minuti capì che ero preparata: Va bene, facciamo contratto a progetto, un mese di prova. Quattromila euro netti. Se vai bene, ti prendo a tempo indeterminato e ti aumento anche. Che ne dici?
Affare fatto, risposi ferma.
Quattromila euro. Un tempo erano la metà di quanto prendevo, ora erano una fortuna. Soprattutto, erano MIE.
Quella sera, quando Vittorio tornò, gli lasciai credere che nulla era cambiato. Volevo vedere fin dove arrivava la sua cattiveria. Era una scelta spietata, ma avevo bisogno di capire se nel nostro matrimonio fosse rimasto altro.
Cosa si mangia? Ancora orzo? chiese scuotendo le pentole. Prima o poi mi metterò a cantare come un fringuello.
Lorzo fa bene, contiene ferro, risposi tagliando insalata di cavolo. La carne non lhai presa.
Ho lasciato la carta in macchina, mentì, benché lavessi visto mettersi il portafoglio in tasca. Vabbè, mi accontento.
Mangia storcendo il naso in modo plateale.
Ah, masticando, comunica: Mia mamma vuole venire sabato a pranzo. Prepara una tavola come si deve. Pizza rustica, pollo al forno, le piace la tua torta salata.
Va bene. Dammi dei soldi per la spesa.
Vittorio sospirò come se stessi chiedendo lanima.
Ancora soldi… Non sai gestire nulla! Ti avevo dato cinquanta euro lunedì. Dove sono finiti?
Detersivo, carta igienica, latte, pane, orzo. Gli scontrini sono là.
Unghia sulle labbra, tirò fuori una banconota da cento euro, la girò tra le dita come un fazzoletto sporco e me la mise sul tavolo.
Che siano sufficienti. Deve sembrare tutto perfetto, non facciamo brutte figure con mia madre.
Non facciamo brutte figure ecco, non gli importa che sono senza calze decenti, ma che cosa penserà la mamma.
Sabato arrivò la suocera, Teresa, donna dalle maniere squillanti e invadenti, idolatra del suo Vittorino. Tavola imbandita con pollo in offerta, insalate, torta rustica, mi impegnai, ma dentro ero vuota.
A pranzo, solite chiacchiere: Teresa lodava il figlio, criticava la politica, dispensava frecciatine a me.
Ti vedo pallida, Lucrezia, osserva tra un boccone e laltro di pollo. E hai la ricrescita. Dovresti curarti, una donna deve fiorire per il proprio uomo. Attenta, eh, che gli uomini non aspettano.
Vittorio ammiccava sornione, riempiendo il bicchiere alla madre.
Ma che dici, mamma. Lucrezia ormai non lavora più, cerca ancora, ma io mando avanti tutto.
Poverino! sbottò Teresa. E tu, Lucrezia, non ti vergogni? Sai quanti mestieri si facevano ai miei tempi? Anche lavare i pavimenti andava bene. Oggi volete solo la poltrona di capo
Appoggiai la forchetta. Guardai mio marito, lui masticava soddisfatto. Neanche una parola per difendermi. Nessun Mamma, Lucrezia per ventanni ha faticato per la famiglia. No. Godersi la sua superiorità era molto più facile.
Cerco lavoro eccome, signora Teresa, dissi sottovoce.
Male, evidentemente! Chi cerca trova, cara! E non ti illudere di stare sotto lala protettrice di mio figlio troppo a lungo, eh
Quella fu la goccia. I ponti erano bruciati. Non da me, ma da loro: lumiliazione di dover chiedere ogni centesimo anche per gli assorbenti o per lo shampoo, le prediche, lo sguardo dacciaio della suocera.
Una settimana dopo mi arrivarono i primi soldi dallo stipendio. Li feci versare su una nuova carta prepagata che Vittorio non conosceva. Guardai la notifica col sorriso.
Quella sera niente cena. Nemmeno lacqua sul fuoco. Quando Vittorio arrivò, trovò la cucina vuota.
E la cena? Sei diventata pigra?
Cena non cè gli dissi uscendo dalla camera. Avevo labito buono, i capelli freschi di parrucchiere, truccata. E non ce ne sarà più. Almeno, non cucinata da me.
Che vuol dire? Fai la rivoluzione? Scalda almeno lorzo.
Ho detto che non cè niente. Io me ne vado.
Dove vai? In farmacia? Non ti do altre monete finché non mi spieghi dove sono finite le cento euro!
Vado via da te, Vittorio. Per sempre.
Lui si bloccò, in volto il panico.
Sei matta? Dove vai a finire? Chi vuoi che ti prenda, una donna di quasi cinquantanni senza un euro? Tra tre giorni tornerai a piangere da me!
Non tornerò, presi la valigia già pronta. E non sono disoccupata: è da due settimane che lavoro. Direttore amministrativo, stipendio decente. Abbastanza per affittare un appartamentino e mangiare quello che voglio, quando voglio.
Lavori? E non mi hai detto niente? Nascondevi i soldi!
Famiglia? risi amaro. La famiglia è finita il giorno in cui sei diventato il mio carceriere. Hai mostrato chi sei davvero. Non ti riconosco più. Grazie, almeno, di avermelo fatto vedere.
Ho risparmiato tutto per noi! urlò.
Continua pure a risparmiare. Così al cimitero ci arrivi in una bara doro. Ma ci andrai da solo.
Aperta la porta, provò a fermarmi.
Lucrezia, non fare così! Sono nervoso, ho sbagliato. Resta! Vuoi dei soldi? Te li do subito!
Liberai il mio braccio con calma.
Tieniti i tuoi euro. Comprati una coscienza, se riesci.
Mi chiusi alle spalle la porta, chiamai lascensore. Il cuore non tremava più. Avevo negli occhi il cielo largo e blu, anche in quel vano scale grigio di Torino.
Vittorio restava sulla soglia, un uomo piccolo nei suoi pantaloni slabbrati.
Ti pentirai! Nessuno ti vorrà mai!
Mi voglio bene io, risposi piano.
Presi una casa piccolina in zona Santa Rita. La prima cosa fu fare una spesa abbondante: formaggio stagionato, una scatola di ottimo caffè, trota fresca, uva siciliana e un mazzo di tulipani.
La sera mi sedetti in cucina, panino spesso di burro e pesce, il caffè fumante, le luci della città sotto i miei occhi. Mi sentivo viva.
Un mese dopo Vittorio cercò di riconciliarsi, arrivando in ufficio con un mazzo di fiori, visibilmente provato. Diceva che la casa era un disastro, che gli mancavo. Lo ascoltai, presi i fiori e risposi gentile ma ferma:
Vittorio, tra noi è finita. Sto divorziando. I beni li divideremo in tribunale, compreso il tuo conto segreto. Quello è patrimonio comune.
Il volto gli si incupì.
Non otterrai nulla! Dimostrerò che ho risparmiato solo io!
Provaci, sorrisi. Sono pur sempre una contabile precisa. Conosco ogni tuo reddito, anche quello in nero.
Lui borbottò deboli proteste. Tornai nel mio ufficio, dove mi aspettava il caffè caldo e la stima dei colleghi. Il futuro non era roseo: cerano processi e divisioni davanti. Ma il peggio era passato. Mai più avrei permesso a qualcuno di rinfacciarmi il pane sulla mia tavola. Perché quando il pane lo compri con i TUOI soldi, è sempre più buono. Anche fosse solo una crosta umida di nero integrale.







