Casa mia, cucina mia: la suocera decide chi comanda tra arrosti, sughi e sconfitte familiari nel cuore di una casa italiana

Grazie per avermi tolto persino il diritto di sbagliare? Nella mia stessa casa…

Nella *mia* casa, sottolineò a bassa voce ma in modo tagliente Assunta Ramponi. Questa è casa mia, Giada. E nella mia cucina, le cose immangiabili non hanno posto.

Un silenzio irreale scese sulla cucina. Persino le pareti sembravano trattenere il respiro.

Giadina, ma lo capisci da sola che era impossibile servire quella roba a tavola, concluse Assunta, versando il tè nelle tazze di porcellana bianca decorate con piccoli limoni.

Accanto al tavolo, Giada sentiva muoversi nel petto un groviglio rovente e duro. Nelle orecchie sentiva il vento del mare, lontano e ossessivo.

Nei piatti dei suoi genitori che si erano appena spostati in salotto con Edoardo cerano i resti di quella che la suocera aveva chiamato “suola di scarpa”: petto danatra allarancia e rosmarino, guarnito con salsa al ribes, che Giada aveva coccolato nelle sue mani per quattro ore. Almeno, così aveva creduto.

Non era una suola, la voce di Giada vacillò, ma rimase ferma a incrociare gli occhi di Assunta. Ho seguito la ricetta della mia mamma. Ho comprato apposta unanatra del contadino. Dovè finita, signora Assunta?

Assunta scostò il tegame e si strofinò i palmi con un canovaccio bianco candido, portato sulla spalla come un vessillo.

Sul suo volto, nessun rimorso, solo la paziente commiserazione che si offre ai cagnolini inesperti.

Nel cassonetto del condominio, bambina mia. Il tuo intingolo… come dire… lodore di aceto strappava gli occhi.

Ho cucinato un bel confit, come si deve. Con il timo e sul fuoco lento, come si fa a Firenze la domenica. Hai visto come tuo padre ha chiesto il bis? Questo si chiama livello.

Quello che hai combinato tu poteva andare bene, forse, in unosteria da autogrill, ma qui no.

Non aveva il diritto! sussurrò Giada. Era la mia cena! Era il mio regalo ai miei genitori! Nemmeno mi ha chiesto!

Cosa dovevo chiedere? Assunta sollevò un sopracciglio e negli occhi le brillò la lama di uno chef stellato, abituato a comandare ai fornelli e bacchettare i commis. Se la casa va a fuoco, si chiede il permesso prima di spegnere?

Ho salvato la reputazione della famiglia. Anche Edoardo sarebbe rimasto male, se gli ospiti si fossero sentiti male.

Forza, porta in sala la torta. Lho sistemata anchio, la tua crema era tutta liquida: ho aggiunto un po di amido e scorzetta di limone.

Giada guardò le proprie mani che tremavano lievemente. Quella giornata laveva trascorsa come un folletto in cucina, mentre Assunta riposava “nel suo regno”.

Aveva pesato ogni grammo, passato la salsa al setaccio, giocherellato con le decorazioni. Era una prova: voleva dimostrare che non era solo lospite temporanea, una comparsa di Edoardo, ma la padrona di casa, capace di un banchetto.

Era bastata mezza doccia per sistemarsi prima degli ospiti: eppure, sui fornelli si era già insediato “il professionista”.

Giada! Che fai lì? Edoardo apparve sulla soglia, il sorriso rilassato da un bicchiere in più. Mamma, lanatra era una bomba! Giada, ti sei superata. Non sapevo fossi così brava.

Giada si voltò verso il marito, lenta.

Non sono stata io.

Eh?

È stata tua mamma. Ha buttato tutto quello che avevo preparato e cucinato da sola. Dal contorno al secondo: tutto fatto da lei.

Edoardo fissò per un istante sua moglie, poi sua madre. Assunta, con tempismo, iniziò a lucidare la superficie del piano cucina, già perfetto.

Su, Giada… Edoardo tentò di abbracciarla, ma lei si scostò di scatto. Mamma voleva aiutare.

Se ha visto che qualcosa non andava… è il suo mestiere. Lo sai comè fissata con la qualità.

Comunque era tutto buonissimo. I tuoi sono contentissimi. Che importa chi ha cucinato, limportante è che sia andato tutto bene, no?

Che importa?! sentì le lacrime salire agli occhi, calde di rabbia. Importa che in questa casa io non sono nessuno. Una sedia, una tenda.

Ho programmato il menù per tre giorni! Volevo sfamare i miei genitori io! Invece tua madre mi ha ridicolizzata, di nuovo, come una incapace che non sa nemmeno montare una salsa.

Nessuno vuole farti sentire così, intervenne Assunta, piegando il canovaccio con precisione. Non abbiamo detto niente. Loro credono che tu abbia fatto tutto.

Ti ho salvato la faccia, Giada. Al posto tuo ringrazierei invece di queste sceneggiate teatrali.

Grazie? Giada sorrise amaramente. Grazie per avermi tolto persino il diritto allerrore? Nella mia stessa casa…

Nella *mia* casa, Assunta ribadì, quieta ma ferma. Questa è casa mia, Giada. E nella mia cucina non cè posto per i pasticci.

Il silenzio cadde di nuovo tra i fornelli. Dal salotto si percepiva il mormorio tenue della tv e le risate dei genitori di Giada, beati.

Loro credevano che la loro figlia fosse una campionessa. Lei, invece, si sentiva come se qualcuno le avesse dato uno schiaffo davanti a tutti e poi le avesse versato del limone su una ferita.

Giada uscì in silenzio dalla cucina. Passò accanto ai genitori.

Mamma, papà, scusatemi. Non mi sento bene. La testa mi scoppia. Edoardo vi accompagna, va bene?

Giadina, tutto bene? la madre si alzò di scatto. Lanatra era divina! Forse hai esagerato a faticare così tanto?

Sì, annuì Giada, guardando il vuoto oltre la spalla di sua madre. Ho faticato troppo. Non lo farò più.

Si chiuse nella camera matrimoniale. Si sedette sul bordo del letto: nella testa un pensiero continuo: “Così non si può andare avanti”.

Era da sei mesi che vivevano “temporaneamente” da Assunta, per mettere da parte l’anticipo sul mutuo.

Se portava la spesa a casa, Assunta rovistava nei sacchetti con lo sguardo stizzito:

Dove lhai trovato questo pomodoro? Serve solo nei film, non nellinsalata!

Se provava a friggere le patate, la suocera dietro, sospirava come se stesse assistendo a una tragedia in diretta.

Alla fine, Giada aveva smesso di mettere piede in cucina quando cera lei.

Quella sera doveva essere la rivincita, invece fu la resa.

Un rumore di porta. Entrò Edoardo.

I tuoi sono andati via. Credo sia andata bene, se non contiamo il tuo scatto. Mamma ha esagerato, le parlerò, però…

Non serve, lo interruppe Giada, iniziando a tirare fuori la valigia dal guardaroba.

Che fai?

Preparo le mie cose. Torno dai miei. Questa notte.

Giada, ma dai, per unanatra? Sul serio? È solo cibo!

Non è solo cibo, Edoardo! ribatté serrando tra le mani il maglione preferito. È questione di rispetto. Tua madre mi tratta come un errore di percorso nel suo mondo perfetto.

E tu le lasci carta bianca: È professionista, fa per il meglio… E io chi sono? Solo una stagista nella sua cucina?

Non voleva offenderti. È fatta così. Ha passato una vita nei ristoranti, vuole che ogni cosa sia impeccabile.

Che resti allora nel suo mondo perfetto da sola. O con te. Io voglio almeno poter salare troppo la pasta e bruciare una frittata a casa mia. Senza che nessuno butti via ore di lavoro mentre sto facendo la doccia.

Dove andrai? Edoardo cercò di trattenerle le mani. È notte fonda. Parliamo domani.

No. Se resto fino a domani, mi sveglierò con la lezione su come NON si prepara il caffè.

Non posso più, Edo. O domani cerchiamo anche solo una stanza in affitto, o… o non so cosa succede.

Lo sai che adesso non possiamo. Stiamo mettendo via i soldi. Fra sei mesi abbiamo la caparra, stiamo quasi arrivando. Perché buttare via euro in affitto? Solo un po di pazienza.

Giada lo guardò stranita, come se fosse uno sconosciuto. Negli occhi di lui non cera la sua sofferenza. Solo calcolo, e la speranza che il litigio sparisse da solo.

Sei mesi? mormorò, ridendo per non piangere. Tra sei mesi non resterà niente di me. Mi sto facendo ombra da sola.

Buttò in valigia il necessario: beauty, biancheria, qualche maglietta, tutto alla rinfusa.

Quando uscì nel corridoio, Assunta era lì, braccia incrociate e uno sguardo freddo da sfida.

Sei in cerca di applausi per la tua uscita di scena? Terzo atto del dramma “Genio incompiuto della cucina”?

No, signora Assunta, rispose Giada allacciandosi le scarpe. Il finale. Ha vinto lei. Cucina tutta sua. Butti pure via anche le mie spezie, saranno sicuramente di livello basso”.

Giada, adesso basta! Edoardo la seguì agitato. Mamma, dille qualcosa!

Che dovrei dire? Assunta fece spallucce, gelida. Se una ragazza è pronta a lasciare la famiglia per una casseruola, vuol dire che quella famiglia già traballava.

Alla mia età sapevo riconoscere i miei sbagli e imparare dai grandi. Adesso sono tutti orgogliosi, tutti artisti…

Giada non ascoltò oltre. Afferò la borsa ed uscì sul pianerottolo.

Laria fredda del pianerottolo, dopo la cappa della cucina, sembrava un gelato alla menta.

Avviandosi verso lascensore, dietro di sé rimase la sinfonia debole delle voci Edoardo che faceva la sua arringa, Assunta che rispondeva col tono da maestra di scuola.

***

Per tutta la settimana, Giada rimase dai suoi. Avevano capito tutto, ma facevano finta di niente.

La mamma sospirava solo, mentre le riempiva il piatto di crespelle, fatte semplici, buone, senza demi-glace né confit.

Edoardo chiamava ogni giorno. Prima arrabbiato, poi supplicante, infine prometteva di parlare seriamente con la madre. Il quinto giorno si presentò.

Giada, torna sembrava sfatto e con la barba in disordine. Mia madre non sta bene.

Giada si bloccò a mezzaria con la tazza di tè.

Cosa ha? Di nuovo la pressione?

No. Si appoggiò al tavolo, coprendosi il viso con le mani. Sembra un virus strano. Da tre giorni ha la febbre altissima.

Adesso dorme, ma Giada, non vuole mangiare. Dice che il cibo non ha sapore. Nessun sapore.

Scusa? Cioè il gusto le è sparito?

Sparito del tutto. Dice che sembra di masticare carta. Non sente neanche gli odori. Questo per lei… lo puoi capire, no?

Ieri ha rotto un barattolo intero delle sue spezie preferite, perché non sentiva nessun aroma. È rimasta a piangere sul pavimento. Non lho mai vista così.

Il rancore, che le era cresciuto nei giorni precedenti come una siepe, cominciava ora a sciogliersi sotto la brina.

Giada ricordava quando Assunta ramponi, ogni mattina, macinava il caffè, inspirandone lodore come fosse aria pura, prima di iniziare la giornata.

Per chi vive di sfumature, di ricette, di basilico fresco, perdere gusto e olfatto è come per un pittore ritrovarsi senza colori.

Ha chiamato un dottore? chiese sottovoce Giada.

Sì. Dicono una complicazione. Qualcosa di neurologico. Può passare in una settimana oppure mai.

È chiusa in stanza. Dice che, se non può sentire i sapori, allora non esiste più.

Giada fissò oltre la finestra, dove le luci della città tremavano come pesci tra le onde. Immaginò Assunta la regina di quella cucina ora esclusa dal suo tempio, incapace di distinguere la vaniglia dallo scalogno. Quella era vera paura.

Non ti chiedo di tornare per me, Edoardo la guardò negli occhi. Ma aiutala tu. Ha paura persino dei fornelli, adesso.

Ieri ha provato a preparare una minestra; lha salata a morte senza accorgersene e gridava disperata quando me lha fatta assaggiare.

E io cosa potrei fare? sogghignò Giada. Sono sempre la pastrocchiona. Non mi lasciava nemmeno girare il sugo.

Tu sei la sua unica speranza. Non lo chiederà mai per orgoglio. Ma ho visto come guardava il tuo scaffale vuoto nel frigorifero.

Il giorno dopo Giada tornò. Non per perdonare, ma perché sentiva una responsabilità strana, familiare, da non ignorare. In fondo Assunta era parte della sua vita anche spinosa come i cactus selvatici.

Lodore era strano dentro casa. Niente biscotti, nessun soffritto. Solo polvere e desolazione.

Entrò in cucina. Assunta era seduta al tavolo, invecchiata di dieci anni. I capelli, sempre raccolti perfetti, ora crespi e raccolti malamente. Davanti a sé, una tazza di tè quasi piena.

Buongiorno, signora Assunta, disse piano Giada.

La suocera trasalì, sollevando lentamente lo sguardo.

Sei qui per prendermi in giro? la voce era opaca. Vai pure. Prepara la tua suola. Non saprei distinguerla da un filetto.

Giada poggiò la borsa e si avvicinò. Notò le mani di Assunta, quelle stesse mani capaci di sfilettare unorata in trenta secondi ora tremavano come foglie al vento.

Non sono qui per prenderti in giro. Sono venuta a cucinare.

Perché? Assunta guardò oltre la finestra. Non percepisco nulla, Giada. Il mondo è diventato grigio. Come se avessero spento il volume e i colori.

Mangio pane: sembra cotone. Bevo caffè: acqua tiepida. Perché sprecare cibo?

Giada sospirò. Si tolse il cappotto.

Perché sarò io la tua bocca. E il tuo naso. Tu mi dici cosa fare, io assaggio per te.

Assunta rise, amaramente.

Tu? Non distingui la salvia dal prezzemolo nemmeno al mercato.

Così mi insegni. Sei tu la professionista. O ti arrendi?

Silenzio. Assunta fissò le mani. La guardò, e nei suoi occhi apparve un lampo della vecchia energia severa, ma vera.

Non sai nemmeno tenere il coltello, borbottò. Al primo colpo ti tagli.

Allora tieni pronti i cerotti, Giada tirò fuori la carne dal frigo. Facciamo una brasato?

Assunta si avvicinò ai fornelli spenti, sfiorandoli.

Per il brasato serve una rosolatura giusta. Crosta, non carbone. Tu rischi di lessarlo.

Tu sorveglia! Giada prese il coltello. Siediti qui vicino, e dirigi. Ma senza insultarmi. Sono unapprendista, non un punching ball.

Assunta sedette, pesante, al tavolo. Osservò Giada impugnare il coltello, impacciata.

Cambia la presa. Improvvisamente, dura. Pollice sopra, indice lateralmente.

Non strizzare la mano. Lavora col polso. La carne deve sentire la lama, non la forza.

Giada cambiò presa.

Così?

Meglio. Taglia a cubetti da tre cm. Uniforme. Così si cuociono insieme. Le basi, Giada, capito?

Iniziò così la loro lezione surreale. Giada tagliava, saltava, cuoceva. Assunta guidava da bordo campo, le narici stirate da uno sforzo di memoria doloroso.

Ora il vino, ordinò. Sfuma lalcol nella casseruola.

Il vino sfrigolò. Laroma uva, campagna sotto la pioggia, qualcosa di dolce nascosto si diffuse.

Che odore fa? Assunta chiese, piano.

Giada inspirò.

Sa di fine estate. Di legna bagnata. Aspro ma dolce insieme.

Assunta chiuse gli occhi. Le labbra si muovevano, ripetendo le parole.

Sono i tannini. Brava. Aggiungi un pizzico di zucchero.

E ora? assaggiò la salsa. Buona, ma manca una punta di piccante… qualcosa.

Un po di senape. Quella di Digione. Cambierà tutto.

Giada provò. Gli occhi le si illuminarono.

Incredibile! Ma lei come fa? Neppure lha assaggiato!

Assunta, per la prima volta, sorrise.

La memoria, ragazza. Il sapore sta anche nella testa. Tanti volumi nella mia testa, ormai

Passarono tutta la sera così. Quando Edoardo tornò, trovò una casseruola fumante ad aspettarlo.

Accidenti! si fermò sulla porta. Che profumo! Mamma, sei già guarita?

Assunta era affranta, ma una pace nuova la rendeva quasi intatta.

No, Edoardo. Ha cucinato Giada. Io solo… ho guidato la mano.

Edoardo guardò la moglie, stupito. Lei gli fece locchiolino, asciugandosi le mani.

A tavola! disse. E guai a lamentarti del sale! Con Assunta abbiamo discusso ogni granello.

Mentre Edoardo mangiava entusiasta, Assunta disse, guardando il vuoto:

Sai, Giada Perché ho buttato la tua anatra quella sera?

Giada si fermò a metà boccone.

Perché?

Era normale. Non eccezionale, ma si poteva mangiare.

E allora?

Assunta la fissò. Per la prima volta nei suoi occhi Giada leggere paura. Inevitabile, umana.

Perché se lavessi fatta perfetta, non sarei più servita a nessuno.

Mio figlio ormai ha la sua vita. Io… sono una cuoca. Se non cucino per qualcuno, non esisto.

Volevo mostrare che, senza di me, qui non si va avanti. Che in casa comando ancora io.

Giada appoggiò lentamente la posata. Non aveva mai visto la suocera così.

Per lei, Assunta era un blocco di marmo, una dittatrice della cucina, sempre nel giusto.

E invece era solo una donna spaventata che stringeva le pentole come un salvagente.

Non sarà mai inutile, signora Assunta, disse Giada, scostando una sedia e sedendosi accanto. Chi mi insegnerà a usare il coltello come si deve? Ho capito oggi che di cucina non so proprio nulla.

Assunta tirò su col naso, cascando quasi nella commozione, ma subito tornando dura.

Proprio vero. Hai le mani di un carpentiere. Domani crema pasticcera: se ce la fai senza addensanti, ti do la ricetta del mio tiramisù segreto.

Giada rise.

Affare fatto! Ma se mi viene bene, il tuo segreto del millefoglie è mio!

Si vedrà dal comportamento borbottò Assunta, ma la sua mano indugiò lievemente su quella di Giada, sul tavolo.

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Casa mia, cucina mia: la suocera decide chi comanda tra arrosti, sughi e sconfitte familiari nel cuore di una casa italiana
Non è la persona giusta per te