La mia quiete negoziata: come il signor Petrovich e i suoi vicini hanno trovato la pace tra rumore, trapani e musica nel condominio italiano

Il silenzio che è solo tuo

Alle sette e cinque, il letto sobbalzò come per una scossa improvvisa; nel muro, subito sopra la testiera, sinfilò il ruggito rabbioso di un trapano. Prima brevi strappi, poi un lungo stridio affilato.

Alessio Petroni si risollevò di scatto. Il cuscino cadde sul pavimento. Il cuore gli precipitò nello stomaco, batteva forte, irregolare. Si sedette qualche minuto, le dita strette al bordo del materasso, finché il rumore non si mischiò con tutto il resto, diventando sfondo. Nellangolo, il vecchio orologio radio illuminava tenue: 7:06.

«Ma che razza di gente, di mattina presto» pensò, tastando le pantofole con i piedi. La sinistra era rimasta sotto la poltrona, quindi raggiunse la cucina sgambettando con un piede nudo sul linoleum. Aprì il rubinetto, mise un bicchiere sotto lacqua, bevve due sorsi enormi. Era calda, stagnante. Un poco lo calmò.

Il trapano smise. Alessio Petroni riuscì a rilassare le spalle, ma subito iniziò a risuonare un colpo sordo qualcuno demoliva con il martello, abbatteva piastrelle. Una risata esplosiva, un grido:

Cosimo, tienilo dritto!

Erano voci giovani, di ragazzi. Probabilmente degli inquilini del 105, appena trasferiti da un mese. Li aveva intravisti due volte: due ragazzi magri, con giubbotti sportivi, scatoloni e rotoli sotto braccio. Sulla scala uno di loro gli aveva detto, educatamente:

Buongiorno, nonno.

Alessio, preso alla sprovvista da quel nonno, bofonchiò qualcosa. Rimase a pensare a quando era stata lultima volta che qualcuno si era rivolto a lui col nome completo e non come una presenza casuale dellandrone.

Era pensionato da due anni. Aveva lavorato trenta anni come ingegnere progettista in fabbrica, abituato ai disegni, al silenzio, allidea che i pensieri si sentono meglio circondati solo dal ronzio delle lampade e dal fruscio della carta. Dopo la chiusura della fabbrica, aveva trovato lavoretti qua e là. Negli ultimi mesi disegnava con i programmi per una piccola ditta: da casa, vicino alla finestra. Lappartamento al nono piano gli era piaciuto soprattutto per la tranquillità. Sotto le finestre un cortile raccolto, una panchina, qualche pioppo. La strada dietro smorzava il traffico in un brusio lontano a cui era abituato.

Lultimo mese però era stato un delirio. Prima, al 103 avevano cambiato le finestre una settimana di profili tagliati e colpi di trapano nel cemento. Poi al 101 la piastrellatura in bagno, polvere nellaria che lo faceva starnutire ogni volta che usciva. Ora il 105. Gli sembrava che i trapani si passassero il testimone attraverso le tubature.

Cercò di sopportare. Si diceva che i lavori sarebbero finiti prima o poi. Accendeva la radio più forte in cucina, tentava di leggere le notizie sul tablet. Ma il trapano sembrava impazzire a intervalli, e in testa si incuneava un dolore sordo. La pressione schizzava, le pillole contro lipertensione doveva prenderle più spesso. Di notte, quando finalmente tutto taceva, i ragazzi del decimo piano inauguravano la loro vita: risate, musica, bassi che pulsavano nei muri come tamburi.

Una sera non resse più. Era quasi mezzanotte, dal piano sotto il fracasso faceva vibrare i vetri del mobile. Alessio si alzò, indossò i pantaloni consunti da casa, infilò ai piedi le scarpe da ginnastica senza calzini e raggiunse la porta.

Tirò la catena, aprì, si affacciò sul pianerottolo. Lì le pareti tremavano, le cassette della posta vibravano. Dietro la porta del 105 ruggiva lassordante stridio della smerigliatrice.

Alessio strinse il pugno e bussò. Tre colpi, forti.

Il rumore cessò allistante. Dopo diversi secondi la porta si socchiuse. Un ragazzo spettinato, maglietta grigia, occhiali protettivi sulla fronte e tracce bianche di stucco sul petto.

Sì? esordì, poi si corresse: Buonasera. Succede qualcosa?

Succede, sospirò Alessio. È tardi. È notte.

E sentì che la voce tremava, e questo lo irritò ancora di più.

Ah, sì il ragazzo guardò indietro. Stiamo finendo. Davvero non abbiamo tempo, oggi solo fino a

Fino a domattina? sbottò Alessio. Non vi importa che le pareti tremino? Che qui ci sono anziani, malati? Che domani devo andare dal medico, e non dormo?

Le sue frasi gli sembrarono quasi estranee, chiassose, come nei programmi litigiosi in TV. Il ragazzo chinò la testa, come se fosse stato colpito non dalla voce, ma da una mano.

Va bene, va bene mormorò. Non succederà più. Scusate.

La porta si chiuse con cautela. Il rumore non riprese davvero. Nel silenzio si sentiva la porta dellascensore che si chiudeva al piano di sopra.

Alessio rimase un momento fermo, sentendo svanire quel groppo caldo. Rientrando, gettò unocchiata alla porta del 103 sembrava vuoto, ma si sentiva osservato. Ritrovando il proprio riflesso nello specchio dellingresso, vide un volto stanco, invecchiato.

«A gridare ai ragazzini bravo. Eroe», pensò con unironia amara.

Quella notte faticò a dormire, non per il rumore ma per la vergogna. Gli tornò alla mente quando, ai tempi dellUniversità nelle case di ringhiera, sopra di lui di notte spaccavano legna per il camino. Allora si era ripromesso di non diventare mai quello che batte il soffitto con la scopa.

Al mattino lo svegliò non il trapano, ma il campanello. Guardò lorologio: le nove meno dieci. Si mise la camicia, raggiunse il corridoio. Dal piccolo spioncino, il ragazzo della sera prima, stavolta con una maglietta pulita e un sacchetto in mano.

Buongiorno, disse, quando aprì. Ieri insomma, abbiamo esagerato. Ecco. Un po di cioccolato. E se dovessimo fare rumore, ce lo dica pure. Siamo pronti a metterci daccordo.

Nel sacchetto cerano una tavoletta di cioccolato fondente e una scatola di tè. Alessio si imbarazzò, bofonchiò un ringraziamento, annuì. Stettero entrambi impalati sulla soglia, poi si salutarono.

Quel giorno fu tranquillo, ma limpressione non passava. Come se avesse vinto una piccola battaglia, ma perso qualcosa dentro. Pensando che avrebbe dovuto unaltra volta bussare, gli stringeva il petto.

Il giorno dopo il trapano riprese. Almeno dalle dieci, non dalle sette. Ma si prolungò quasi fino alle nove di sera. E, nelle pause, la musica dei ragazzi sopra bassi che svegliavano Alessio nel cuore della notte. Finora non aveva mai protestato non trovava il coraggio. Si metteva i tappi, ma il ronzio comunque filtrava.

Verso la fine della settimana si accorse che iniziava a svegliarsi unora prima della sveglia per scrutare il silenzio come un campo minato. Ogni tonfo sembrava linizio di un nuovo inferno. Il blister delle pillole finì, dovette uscire e andare in farmacia.

Sulla via del ritorno, entrò nellufficio amministrativo del condominio, dove al tavolo sedeva la signora gestore, bassa, occhiali appesi alla catenina.

Alessio, come va la salute? domandò, mettendo in ordine delle carte.

Troppo rumore, rispose. Un cantiere dietro laltro. È legale tutto questo fracasso?

Lei sospirò.

Da regolamento, si può lavorare nei giorni feriali dalle nove alluna e dalle tre alle sette. Nei festivi meno ore. Possiamo solo pregare. Appendere avvisi, magari. Vuole che scriva un cartello?

Alessio fece una smorfia. Gli avvisi li vedeva da anni: «Non lasciate le biciclette», «Buttare limmondizia negli orari», «Vietato fumare». Tutti li leggevano e ognuno continuava a fare come voleva.

No, grazie, disse. Ma la nostra responsabile di scala è ancora attiva?

Natalia Serena? Certo. Tiene tutti in riga, disse con rispetto. Nel gruppo del palazzo, cè anche lei.

Il gruppo chat del condominio. Alessio aveva solo quel vecchio telefono a tastiera. Ma la nipote, mezzo anno prima, gli aveva regalato uno smartphone e configurato tutto. Cera già il messaggio, ma lo usava per inviare emoji a lei.

A casa, si sedette al tavolo, tirò fuori dal cassetto il foglietto dei suoi password, cercò Palazzo XIV, Scala C. La chat la trovò presto. Quaranta persone: foto di gatti, avvisi dellascensore bloccato, lamentele sui bidelli.

Ci pensò a lungo prima di scrivere. Le dita inciampavano sullo schermo. Voleva mettere: «Cari vicini, chiederei di smettere con tutto questo rumore», poi cancellò. Sostituì con qualcosa di più moderato.

«Buongiorno. Sono Alessio Petroni del 97. In scala troppi lavori e troppa musica alta. Dormo male, ho pressione alta. Si può concordare qualche orario in cui fare rumore e altri in cui stare più tranquilli?» spedì, sbagliando pure una lettera.

Arrivò risposta prima che potesse distogliere lo sguardo.

«Alessio, salve, qui Natalia Serena, responsabile. Ha ragione. Discutiamone.»

Poi i commenti si moltiplicarono. Qualcuno si lamentava della trapano del 105. Qualcuno difendeva i lavoratori: «Devono anche loro lavorare». Una giovane madre del 109 scrisse: «Ho un bambino piccolo che dorme di giorno. Se trapano, si sveglia e piange. Concordiamo bene lorario».

Alessio leggeva e si sentiva stranamente sollevato. Non era lunico infastidito dal rumore. Non gli riusciva parlare con durezza, così propose:

«Cè la legge del silenzio. Si può fare rumore dalle nove alle tredici e dalle quindici alle diciannove. Di notte no, ovviamente. Magari fissiamo questa regola per la scala nostra? E chi deve usare il trapano, avvisi qui in chat?»

La chat si infuocò per due ore. Natalia Serena proponeva una riunione di scala. Il giovane del 105 intervenne finalmente:

«Sono Cosimo del 105. Facciamo lavori. Possiamo seguirne le regole. Parliamone.»

La sera stessa Natalia Serena chiamò Alessio. Voce ferma, pratica.

Alessio, basta litigare online. Bisogna parlare di persona, disse. Domani alle sette, passo da te. Andiamo insieme dai ragazzi che hanno la musica troppo alta e da quelli del 105 coi lavori. Ci sta?

Alessio chiuse con lieve inquietudine: non si aspettava che si passasse dal messaggio alla porta così in fretta. Un po gli faceva paura, ma pensò che ormai non si poteva più tornare indietro.

Tutta la notte ripassò mentalmente cosa dire: che un tempo era giovane anche lui, ascoltava De André a tutto volume, ma ora il cuore e le medicine sono una necessità; che chiedeva solo un po di rispetto. Ogni volta la sua frase si spezzava.

Il giorno dopo pulì il corridoio, sistemò la mensola, spostò la giacca su un altro appendino. Alle sette meno cinque era già davanti alla porta, in ascolto. Lascensore tintinnò, sul pianerottolo comparve una donna robusta in un impermeabile chiaro, la cartella in mano.

Allora, andiamo? disse con energia Natalia Serena.

Alessio annuì. Prima salirono al decimo, dai musicisti, come li chiamava lei. Lì abitavano due giovani che affittavano: conosciuti solo per le chiacchiere e le casse di sera. In persona erano una ragazza diafana con capelli tinti chiari, e un ragazzo con gli occhiali.

Salve, iniziò Natalia Serena quando aprirono. Siamo qui a nome della scala, non preoccupatevi, nessun litigio.

Il ragazzo si irrigidì, la ragazza strinse il telo sulle spalle.

Il punto è che le vostre casse suonano forte la sera tardi, continuò lei. Ci sono pensionati, bambini piccoli. Abbiamo pensato una soluzione. Guardate.

Dalla cartella uscì una tabella stampata: giorni della settimana, orari in cui si può fare rumore e quelli da silenzio. Alessio aveva preparato la tabella lui stesso, la sera prima al computer, allargando le celle perché tutti potessero capirla.

Non andiamo mai oltre le undici disse timido il ragazzo. A volte solo i film. Siamo giovani, ci piace

Cercò lo sguardo di Alessio, in cerca di complicità. Lui si rese conto che spettava a lui dire qualcosa.

Vi capisco, cominciò Alessio. Anchio e mia moglie ascoltavamo dischi la sera. Ma ora mi pesa, il cuore Mi sveglio con i vostri bassi che sembra di essere in cantiere. Se, almeno dopo le dieci, abbassate, già respiro meglio. E i bambini dormono. Se pensate una serata rumorosa, scrivete qui in chat. Così prendo la pillola prima, chiudo la finestra. Sapere che cè un motivo daiuto, non sembra una calamità.

Si sorprese di essersi espresso così. Parlò calmo, pacato.

La ragazza si rilassò appena, lasciando il telo.

A essere sinceri, non pensavamo si sentisse così tanto, ammise. I vicini di prima urlavano più della musica. Va bene. Facciamo che dopo le dieci usiamo le cuffie, e i film bassi. Se facciamo festa, avviso in chat. E se cè qualcosa, scrivete o bussate, insomma.

Affare fatto, sorrise Natalia Serena.

Scendettero al nono. Alla porta del 105, odore di stucco fresco. Al campanello aprì Cosimo, seguito dal collega. Dentro tutto avvolto da plastica, rotoli di cavo per terra.

Oh, vi conosco, disse Cosimo vedendo Alessio. Ancora con il casino?

Non siamo qui per litigare, ripeté Natalia Serena. Dobbiamo metterci daccordo.

Cosimo e il compagno ascoltarono, guardarono la tabella, appresero della pennichella del bambino al 109, della pressione di Alessio, del regolamento cittadino.

Devo consegnare il lavoro al cliente tra due settimane, ammise il compagno, la mano gli tremava infilando il cacciavite in tasca. Si vedeva che la responsabilità lo pesava.

Vi ha ordinato qualcuno di lavorare fino a notte fonda? chiese gentile Alessio. Facciamo così: rumorosi solo nei giorni feriali dalle dieci alluna e dalle tre alle sette. Il resto del tempo dedicatevi a cose tranquille: stucco, carta da parati. Non siamo belve, si capisce che non trapanate per piacere.

Cosimo fece un mezzo sorriso.

Sarebbe grave farlo per piacere disse. Va bene, ci stiamo. Già in genere facciamo così salvo qualche eccezione. Firmiamo il vostro patto. Se dovessimo tardare, avviso in chat: oggi andiamo fino alle otto, abbiate pazienza.

E nei weekend solo fino alle quattro. La gente ha bisogno di riposo, aggiunse Natalia Serena.

Si strinsero la mano. Quando la porta del 105 si richiuse, scese un silenzio. Dal secondo piano si sentiva solo una madre che rimproverava il figlio perché non voleva lavarsi le mani.

Ecco, disse Natalia Serena. Vede, Alessio, non abbiamo urlato né minacciato. Abbiamo parlato. Chi non vorrà ascoltare sarà trattato diversamente.

Lui annuì. Dentro si sentiva vuoto, come la tensione prima di un esame che si rivela meno spaventoso del previsto. Ma anche un rispetto nuovo per sé stesso. Non un eroe, non uno vigilante. Semplicemente una persona che ha parlato.

Il giorno dopo il trapano partì davvero solo dalle dieci, e smise a mezzogiorno e mezzo. Alle tre riprese, finì alle sette. Poi arrivò un messaggio in chat: «Oggi rumoriamo fino alle 20:00, davvero urgente. Scusate. Cosimo, 105.»

Sotto il messaggio, faccine scontente e un mi piace da parte di un ragazzo giovane. Alessio guardò lo schermo, pensò e scrisse: «Allora domani unora di silenzio in più a pranzo? Cordiali saluti, 97». Cosimo rispose con un cuore.

La sera la musica dal decimo si sentiva, ma più sommessa. I bassi quasi scomparsi, restavano solo lievi accordi. Alle nove un messaggio dalla ragazza: «Vicini, oggi ho amici, stiamo tranquilli fino alle 23. Se cè troppo rumore, fateci sapere».

Alessio si rilassò in poltrona. Era strano sentire come ciò che prima sembrava una minaccia, ora prendeva forma: orari, frasi brevi nella chat.

Il rumore ogni tanto trapassava le pareti. Il bambino del 109 scoppiava a piangere allimprovviso durante la siesta, qualcuno sopra faceva cadere qualcosa di pesante. Cosimo sforava di un quarto dora col trapano, e di nuovo la casa vibrava.

Ma ora ogni rumore aveva un volto, un nome, un appartamento. Si poteva scrivere o chiamare. Si poteva essere comprensivi, concedere mezzora in più se necessario. E la sensazione di essere parte di una trattativa sottile, non una vittima della confusione cittadina, era per Alessio più preziosa del silenzio totale.

Un pomeriggio, seduto col disegno davanti alla finestra aperta, sentì battere i martelli in cortile. Prima avrebbe chiuso di scatto. Stavolta pensò solo che era orario di lavoro, tornò alle sue misure. Il cuore rimase calmo, le mani asciutte.

Una sera, prese dal mobile la vecchia radio, la mise in cucina e accese sul suo programma preferito. Le otto, le notizie. Si accorse di alzare il volume più del solito. Per anni aveva tenuto i suoni bassi, come se avesse timore che qualcuno se ne lamentasse. Ora pensò che alle sette anche lui aveva diritto al suo rumore, come Cosimo col trapano alle tre.

Dietro la parete qualcuno rideva. Probabilmente i ragazzi del decimo, immersi nellultimo telefilm. Sotto, il trapano gracchiò e si spense, come se il padrone avesse guardato lorario e spento.

Alessio si versò del tè, scartò finalmente il cioccolato, ne spezzò un quadretto e lo mise sul piattino.

Nella chat del palazzo intanto si susseguivano foto di un nuovo tappetino dellascensore, richieste sui giocattoli smarriti. Il rumore si disperdeva in numeri, faccine, immagini.

Il silenzio che cera ora in cucina, tra le notizie e il tintinnio del cucchiaino, non era più fragile e casuale. Era uno spazio conquistato, discusso, dove ogni vicino aveva fatto un piccolo passo.

Il rumore, in fondo, non era diminuito. Ma ora, quando la mattina si avvicinava alla finestra, Alessio sapeva di poter aprire la chat, chiamare, bussare alla porta non per urlare ma con la tabella in mano. E questa consapevolezza dava alle sue notti più solidità, e alla sua vecchiaia un minimo di forza ritrovata.

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Mio fratello mi ha detto che nostra madre ha colpito sua moglie e subito ho sentito che c’era qualcosa che non andava.