Ho vietato a mia cognata di prendere le mie cose senza permesso e ho messo una serratura all’armadio: la storia di come ho difeso i miei confini quando la famiglia dimentica il rispetto

Ho finalmente vietato a mia cognata di prendere le mie cose senza chiedere e ho messo la serratura allarmadio

Perché sulla mia nuova camicetta, quella che neanche ho fatto in tempo a tagliare il cartellino, cè una macchia di fondotinta? la mia voce tremava per la rabbia repressa, anche se cercavo di mantenere il tono calmo.

Beatrice, la sorella di mio marito, era seduta in cucina, una tazza di tè e una rivista tra le mani; nemmeno alzò lo sguardo. Dondolava pigramente una pantofola pelosa e sembrava completamente indifferente al mio nervosismo.

Ma dai, Giulia, che ti scaldi subito appena entri in casa? rispose infine, degnandomi di uno sguardo svogliato Era solo una prova. Volevo vedere se il colore mi stava bene. Stasera ho un appuntamento, pensavo magari me la prestavi. Il fondotinta? Mi è scivolato, capita. Tanto con la lavatrice nuova che hai, uscirá tutto. Vedrai che torna come nuova.

Stavo ferma sulla soglia, stringendo il tessuto celeste di quella camicetta in seta per cui avevo risparmiato, metà del mio anticipo era andata via lì. Sognavo di indossarla per la presentazione del progetto il prossimo martedì. Ora invece sul collo spiccava una larga macchia arancione, grassa, che sulle sete delicate rischiava di diventare permanente.

Beatrice, non ti ho mai autorizzata a toccare le mie cose, scandii lentamente, parola per parola. Non ti ho mai dato il permesso di aprire il mio armadio. Sei qui da noi solo temporaneamente, finché finisci i lavori in casa tua, ma non vuol dire che tutto quello che ho sia diventato di proprietà comune.

E su dai, che taccagna! fece lei ridendo tra un morso di crostata. Siamo famiglia! Francesco è mio fratello di sangue, tu sei mia cognata, che ti costa? Non te lho rubata, solo presa in prestito. Te la riportavo. Poi, va bene, si è sporcata, ma cose che capitano. Tu guadagni più di me, se proprio va male te la ricompri. Io invece ogni euro lo spendo per i lavori in casa.

In quel momento è entrato Francesco, mio marito. Sembrava esausto, appena rientrato dal lavoro, e sicuramente avrebbe preferito silenzio piuttosto che uno scontro tra donne.

Ma cosa succede stavolta? chiese, lanciando lo sguardo dalla mia faccia rossa alla calma olimpica della sorella.

Questa qui disse Beatrice facendo finta di piagnucolare sta facendo un macello per una camicetta. Voglio dire, mi fa una scenata come se le avessi portato via largenteria! Francesco, spiegale tu che in famiglia ci si aiuta.

In silenzio allungai a mio marito la camicetta ormai rovinata. Lui osservò la macchia, sospirò pesantemente e si massaggiò la radice del naso.

Dai Bea, almeno chiedere… Giulia ci teneva davvero.

Ma se non era neanche a casa! sbottò Beatrice. Dovevo andare allappuntamento, che faccio, esco nuda? Ho tutte le mie cose nelle scatole, lo sai.

Però hai tre valigie di vestiti in corridoio, replicai io. Avevo già chiesto di non toccare le mie cose. E non sei nuova: la scorsa settimana hai finito mezzo flacone del mio profumo caro, quello con la scatola speciale, e tutto per unuscita con le amiche. Prima ancora, hai indossato i miei stivali nuovi per caso e ci hai lasciato sopra un graffio.

Ma basta, il battito secco della tazza sul tavolo sottolineava il suo fastidio sembra di stare su un campo minato. Un passo falso e vai al muro! Per un po di profumo! Sono fatti per essere usati, no? Smettila di frignare, Giulia. Tanto te la lavo io la camicetta.

É meglio che non la tocchi proprio, rischi di rovinarla del tutto, sussurrai esausta. Ti chiedo solo di smetterla di toccare le mie cose.

Ruotai sui talloni e rientrai in camera, gettando la camicetta nel cesto per la lavanderia. Dentro di me ribolliva tutto. Era due mesi che convivevamo così. Il suo cantiere non finiva mai, gli operai sempre in ritardo, a volte sparivano del tutto, e Beatrice era ormai diventata di casa. Allinizio era discreta, ma coi giorni i confini si erano sempre più assottigliati.

Quella sera facevo fatica a prendere sonno. Percepivo la voce di Beatrice in cucina che si lamentava con Francesco della freddezza della cognata, mentre lui, come sempre, cercava di appianare le cose. Francesco aveva un cuore doro, ma proprio non riusciva a mettere i paletti con la sorella minore. Per lui sarebbe rimasta per sempre quella bambina da proteggere e coccolare. Che ora avesse ventisette anni e si comportasse da padrona di casa, per lui passava sotto silenzio.

La mattina mi svegliai presto apposta per nascondere le cose a cui tenevo di più. Gioielli nascosti nel fondo della mensola della biancheria, make-up di marca infilato nella borsa deciso di portarlo con me al lavoro. Era umiliante dover nascondere i propri averi nella propria casa, ma non vedevo alternative.

La settimana successiva fu relativamente tranquilla. Beatrice mi ignorava, il che per me andava benissimo. Ma venerdì mi aspettava una sorpresa.

Rientrando, trovai la porta del bagno chiusa a chiave. Dal di là, si sentiva lacqua scorrere e profumo di mousse da bagno quella costosa regalata dalle colleghe che tenevo per le occasioni migliori.

Bussai.

Occupato! mi urlò Beatrice dalla vasca.

Hai usato la mia mousse? domandai.

Quella roba? Ma dai, ne ho usato un po, ma fa un sacco di schiuma! Non fare la pignola, ce nera una confezione intera.

Mi appoggiai con la fronte sullo stipite freddo. Non era il prezzo, non era la camicetta, era la totale mancanza di rispetto. Per Beatrice tutto in casa nostra era automaticamente suo. Io venivo trattata come una fastidiosa coinquilina che le rovina la festa.

Quando uscì avvolta nel mio accappatoio (perché, a detta sua, aveva lasciato il suo in camera e uscire bagnata fa freddo), non replicai. Entrai in bagno e vidi il flacone vuoto nel cestino. Solo un po, ma era finita tutta.

Francesco, dobbiamo parlare, dissi a mio marito quella sera a letto.

Giulia, so già cosa vuoi dirmi, sospirò lui abbracciando il cuscino. Inconvivibile. Ma resisti ancora un po. Gli operai le hanno promesso che tra due settimane finiscono i lavori e va via. Non posso mandare mia sorella in strada. Mamma ci scannerebbe.

Non ti sto chiedendo di cacciarla, spiegai. Ma di spiegarle come si sta in una casa che non è la sua. Prende le mie cose, mi invade lo spazio.

Domani ne parlo con lei, te lo prometto, disse lui. In trenta secondi già russava.

Sapevo che non sarebbe cambiato nulla. Beatrice avrebbe fatto la faccia pentita e il giorno dopo avrebbe ricominciato.

La goccia che fece traboccare il vaso fu sabato. Io e Francesco eravamo invitati a una festa di compleanno da amici. Volevo indossare il mio vestito da cocktail preferito, blu notte, di velluto, cucito su misura. Sapevo di averlo riposto in camera, nella sua custodia.

Apro larmadio, la custodia cè. Dentro è vuota.

Un brivido nella schiena. Rovescio ogni appendino, guardo sopra e sotto, ridefino cassetti e cesto del bucato. Niente.

In casa, Beatrice non cè, era uscita già di pomeriggio per vedere unamica.

Comincio a chiamarla. Dopo molti squilli, risponde in mezzo a musica e risate.

Pronto? Giulia? Che cè, sono impegnata!

Beatrice, dovè il mio vestito di velluto blu? faccio fatica a non urlare.

Ah, quello… Ascolta, è il compleanno di Laura, siamo venute in discoteca. Non avevo niente da mettere, niente! Il tuo vestito mi calza che è una meraviglia! Sono stata attentissima, te lo giuro! Te lo riporto domani e nemmeno te ne accorgi!

Sei uscita col mio vestito senza chiedere? Beatrice, torna a casa subito, anche noi stiamo uscendo per una festa tra due ore!

Ma dai! Mettine un altro, il tuo armadio è pieno! Non me ne vado ora, la serata è appena iniziata. Oh, non ti sento più… forse cade la linea!

Click.

Mi sono seduta sul letto e mi sono messa a piangere. Di rabbia, umiliazione, e impotenza. Francesco mi trovò così.

Cosè successo? È morta qualcuno?

No, Francesco. La mia pazienza è morta. Tua sorella ha preso il mio vestito ed è uscita in discoteca.

Provò a chiamarla, ma non rispose più. Andai alla festa col completo vecchio, lumore a zero. Continuavo a immaginare il mio bel vestito assorbire odore di fumo fragranze di liquore e chissà quale danno.

Beatrice tornò la mattina dopo. Mi lanciò il vestito arrotolato come uno strofinaccio.

Visto? Riportato. A proposito, si è scucito un po lorlo, ci hanno pestato sopra, ma tanto tu sai cucire bene.

Aprii il vestito: lorlo era non solo scucito ma proprio strappato, il velluto incollato di qualcosa di appiccicoso con una puzza nauseante di sigaretta e spiritsa da discount. Era perduto.

Francesco, lo chiamai.

Lui arrivò, guardò il vestito, poi Beatrice.

Dai, adesso hai esagerato. Devi rimborsare Giulia.

Quanto? sbuffò lei. Cinquemila euro? Te li do quando prendo lo stipendio. Nemmeno fossi estranea!

Era costato ventimila, sussurrai. Non era questione di soldi.

Lunedì presi un giorno di ferie. Non appena Francesco e Beatrice uscirono (anche lei aveva trovato una supplenza e usciva verso le dieci), chiamai un fabbro.

Vorrei una serratura, dissi allomone coi baffi blu da tuta. Alla porta della camera da letto. Una robusta.

Lui sorrise di sbieco.

Dai figli o dalla suocera? mi stuzzicò.

Dalla cognata dissi onestamente.

Ah, capita! Niente paura.

Unora dopo, la mia camera aveva una serratura bella solida, con maniglia dorata. Portai di là tutto: cappotti, scarpe, borse, anche shampoo e phon. La stanza sembrava un magazzino, ma almeno era un magazzino protetto.

Chiusi la porta, controllai la chiave, infilai il mazzo in tasca e lasciai il doppione in auto, nel cassetto chiuso a chiave. Al momento non diedi la copia nemmeno a Francesco, temendo che la mollasse a Beatrice per pietà.

Beatrice fu la prima a rientrare. Io ero in cucina con un libro, immersa in una pace infinita. Sentii la porta che si apre, i passi diretti in bagno, poi il rumore sulla porta della mia camera. Lei provò la maniglia, ancora, insistente.

Giulia! chiamò dal corridoio. Cè la camera bloccata! Non si apre!

Non è bloccata, è chiusa a chiave, le risposi, senza nemmeno alzarmi.

Entrò in cucina con occhio sbarrato.

In che senso chiusa? Serve il phon! Devo asciugarmi i capelli!

Il phon ora vive sotto chiave. Come il resto delle mie cose.

Hai messo davvero la serratura? Scherzi? Per colpa mia?

Certo Beatrice. Dato che il rispetto delle regole non fa effetto, ho dovuto prendere provvedimenti pratici.

Sei malata! urlò. Chiudere stanze in casa, roba da matti! E se mi serve qualcosa? O se scoppia un incendio?

Se cè un incendio, chiama i pompieri. Se ti serve qualcosa, ti compri il tuo.

Ora chiamo Francesco! Vedrai tu! Anche lui dorme in quella stanza!

Chiama pure, dissi serena.

Dopo mezzora arrivò mio marito. Beatrice in scena da vittima, piangeva e si disperava.

Francesco! Lei mi tratta da ladra! Ha chiuso tutto! Mi farà andare in bagno col permesso? Come vivi con una pazza così?

Francesco guardò la porta, poi me.

Giulia, hai davvero messo la serratura?

Certo. Sono stufa, Francesco. Voglio proteggere le mie cose. Quando ci sei tu, apro. Fuori entrambi, chiudo. Tutto qui.

Ma non è… poco familiare? mormorò.

Rubare vestiti e rovinarli è familiare? O usare i miei trucchi e profumi senza ritegno? O il phon? Francesco, scegli: o la serratura o me che impacchetto tutto e me ne vado. Basta vivere in una pensione dove la coinquilina ruba ogni cosa.

Il termine ladra fece infuriare Beatrice.

Ah, davvero! urlò Tenetevi pure la vostra roba! Non metto più piede qui! Lo racconto a mamma come mi state trattando!

Raccolse cappotti e borse.

Ma dove vai? Fuori è buio! tentò Francesco.

Vado da Laura! Meglio dormire per terra che stare con questa strega! E tu sei sotto il suo tacco, Francesco! Bah!

La porta sbattè così forte che tremò tutto. Un silenzio irreale finalmente regnò.

Francesco cadde sulla sedia.

Ora arriva mamma a rovinarci la vita.

Ce la faremo, gli appoggiai una mano sulla spalla. Almeno ora cè ordine. E le mie cose sono salve. Beatrice dovrà imparare che il mondo non gira solo intorno a lei.

Il giorno dopo il telefono di Francesco impazziva. Frasi concitate: Come avete potuto!, Mia figlia in strada?, Giulia lha trattata male!. Lui provava a spiegare dei vestiti rovinati, dei furti, del disordine. Per sua madre, comunque, Beatrice era la vittima.

Io rimasi in disparte. In fondo, secondo il codice civile, la proprietà è sacra. Avevo tutto il diritto di difendere sia le mie cose che la mia serenità.

Beatrice non tornò, mandò lamica con la macchina a prendere valigie e scatoloni. Io controllai bene che non mancasse nulla e consegnai tutto. Grazie alla serratura, nulla era più sparito.

Passò un mese. Forse finì i lavori, o trovò unaltra sistemazione, non mi interessava. I rapporti con la suocera rimasero freddi, ci si vede solo a Natale e Pasqua. Almeno, però, tornò la pace.

Una sera, preparando per il teatro, dal mio armadio tirai fuori proprio il vestito di velluto. Lo avevo mandato da una sarta brava, che aveva ricamato sullo strappo in modo quasi invisibile. Il tessuto era come nuovo.

Mi guardai allo specchio. La serratura della camera riluceva. Francesco, facendosi il nodo alla cravatta, mi lanciò uno sguardo riflesso.

Sai disse in fondo avevi ragione sul lucchetto… ora sto meglio anchio. Nessuno mi tocca più le mie cose.

Sorrisi.

I confini personali sono la base delle relazioni sane, anche in famiglia. Anzi, soprattutto.

Presi la borsetta, chiusi la camera a chiave e infilai la chiave in tasca con un gesto naturale. Uscimmo. La serata prometteva meraviglie. Nessun parente troppo invadente lavrebbe più rovinata.

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Ho vietato a mia cognata di prendere le mie cose senza permesso e ho messo una serratura all’armadio: la storia di come ho difeso i miei confini quando la famiglia dimentica il rispetto
Palcoscenico dopo i settant’anni Quando l’aspirapolvere ronzò nel corridoio e dietro la porta tintinnarono le stoviglie del carrello della cena, Anna Petrovna era già seduta sul letto, in vestaglia, osservando il suo abito blu scuro ricamato di paillettes, adagiato sopra la coperta. Sembrava fuori luogo, lì nella stanza della casa di riposo, come un oggetto di scena dimenticato dopo lo spettacolo. Spostò lo sguardo sull’orologio sopra la porta. Mancavano venti minuti alla cena, due ore all’arrivo dei volontari. Sul comodino lampeggiava un vecchio cellulare coi tasti grandi, ma non suonava nessun messaggio. “Meglio così,” si disse Anna. “Oggi di trambusto ce n’è già abbastanza.” Dal corridoio fece capolino un’infermiera in camice azzurro. — Signora Anna, — disse, — stasera va al concerto? I volontari hanno promesso la quadriglia. — La quadriglia, — ripeté Anna Petrovna, annuendo. — E dove mai dovrei andare? L’infermiera sorrise e scomparve lasciando dietro sé un profumo di candeggina e qualcosa di dolce dalla sala da pranzo. Di nuovo silenzio in stanza. La sua compagna di letto, la signora Valentina, dormiva rivolta verso il muro con un auricolare all’orecchio, dal quale filtrava la voce di un conduttore radiofonico. Anna sfiorò l’abito: il tessuto era fresco sotto le dita. L’aveva portato con sé quando la figlia l’aveva accompagnata in questo residence per anziani, quasi un anno fa. Allora sembrava sarebbe servito, forse per il compleanno di qualcuno, forse per Capodanno. Poi l’aveva riposto nell’armadio e aveva smesso di pensarci. Da dietro la porta chiamarono per la cena. Anna nascose l’abito nell’armadio, chiudendo le ante e lasciando un attimo la mano sulla maniglia. Lo specchio nell’armadio rifletteva il suo viso: familiare, testardo, con le labbra sottili e un filo di matita agli occhi. L’abitudine era rimasta, anche lì. — Venite, — si sentì dal corridoio. — Sennò il tè si raffredda! Anna infilò il gilet di lana e uscì. La sala da pranzo era quasi piena. Ai tavoli lunghi sedevano uomini e donne d’ogni età: chi in tuta, chi in camicia e cravatta. Alle pareti, fiocchi di carta e una ghirlanda intermittente, un po’ stanca. — Anna, qui! — la richiamò la signora Tamara, ex ragioniera e ora regina dei giochi da tavolo e delle chiacchiere. Anna si sedette accanto a lei. Sul tavolo c’erano già il piatto con il risotto e la polpetta, il pane nel cestino di metallo e la caraffa con il tè rosa. — Sapeva? — chiese Tamara avvicinandosi — Tornano di nuovo quei ragazzi colla chitarra, come l’anno scorso. — Suonavano bene, — intervenne Semën, il signore alto con il bastone, seduto di fronte. — Ma sempre le stesse. “Luna rossa”, “Ciao bella”. — Fanno col programma, è più semplice, — rise Anna. La parola “programma” la pronunciò con naturalezza, da professionista. Anche lei, una volta, aveva scritto programmi: “Serate di canzonetta italiana”, “Hit delle radio anni ’60”, “I classici del cinema”. Sapeva quando sorridere, dove fare la pausa, come sollevare il braccio. La sala in penombra, la luce dei riflettori: lei entrava, e tutto riusciva. — Programma, — sbuffò Tamara. — Ma io vorrei che cantassero “Occhi blu”. L’ho chiesto l’anno scorso e quelli, niente. — Faccia un elenco! — suggerì Semën. — Son giovani, a loro va bene tutto. — E lei, Anna, — si voltò Tamara, — canta ancora? L’ho detto all’infermiera, che qui abbiamo la nostra star. Anna strinse la forchetta più del dovuto. — Basta, — sussurrò. — Ho già dato. — Suvvia, — Tamara insisteva. — L’ho vista in TV. Nella hall, quando davano i concerti vecchi. Era la più brillante. — Era un altro secolo, — tagliò corto Anna. — E la TV aggiusta tutto. Percepì dentro di sé salire la vecchia resistenza. Lì era solo la signora Anna della camera sei. Aiutava a compilare moduli, lavare gli indumenti, dare consigli per chiamare la reception. A volte allestiva la bacheca delle comunicazioni, ordinando con precisione i fogli. Così era più semplice. Niente locandine. Niente aspettative. Dopo cena radunarono tutti nella hall, dove già avevano montato l’albero di Natale: finto, l’apice storto. Le palline e i festoni dell’anno prima. La TV sulle news, sottopancia scorrevole. — Domani, — annunciò l’infermiera responsabile, battendo le mani, — arrivano i volontari. Ci sarà il concerto. Quindi, oggi finiamo gli addobbi. Chi può, aiuta. Alcuni si alzarono e andarono alla scatola delle decorazioni. Anna rimase seduta. Sapeva che bastava alzarsi per ritrovarsi in mezzo: “Anna, lei sa come fare bello.” Non voleva comandare. Non voleva quelle attese nella voce degli altri. — E noi, — iniziò Semën, appoggiandosi al bastone, — niente? Aspettiamo soltanto che ci suonino i ragazzi e via? L’infermiera sorrise stanca. — Sa che non abbiamo tempo, Semën. Poco personale, niente prove. — Ma se organizzassimo noi, — insistette lui, — qui c’è chi sa le poesie, chi sa le canzoni… Anna, lei è la nostra cantante! Qualche testa si girò. Anna sentì il rossore salirle al volto. — Non mi esibisco, — disse subito. — Non ho più la voce. — La voce c’è eccome, — ribatté la magrissima signora Zina, ex maestra, seduta nell’angolo. — Vi ho sentita cantare in doccia. Anna serrò le labbra: era vero, ogni tanto canticchiava sotto voce sotto l’acqua. Vecchie arie, romanze, un paio di strofe di “Tenerezza”. — Facciamo così, — tagliò corto l’infermiera per sciogliere l’impasse. — Se volete, preparate qualcosa. Un’esibizione breve, prima dei volontari. Ma niente polemiche se non fa in tempo qualcuno! Un piccolo fermento animò il gruppo. Proposte di canzoncine, stornelli, idee. Tamara diede una pacca sulla mano di Anna. — Ha sentito? Hanno detto sì. Senza di lei non si fa! — Non salgo, — ripeté Anna. — Ma aiuto: metto in ordine, trascrivo i testi, gestisco la scaletta. — Senza di lei non è uguale, — sospirò Tamara, distratta subito dalla disputa su quale brano aprire la festa. Anna si alzò, tornando alla sua camera senza farsene accorgere. Il pianerottolo era nella penombra. Sul davanzale, due ficus e un pupazzo di neve di plastica, la sciarpa scolorita. Si fermò alla finestra. Fuori, dietro la grata, nevicava: le auto nel cortile già ricoperte. In lontananza, sulle facciate dei condomìni, lampeggiavano le luci. Le tornò in mente il palco. Non quello di gala, ma il teatrino del quartiere popolare. Odore di polvere e trucco. Lei cantava la vita, l’amore, ai volti degli operai e delle cassiere dopo il turno. Il pubblico applaudiva, qualcuno intonava i ritornelli. Sembrava che sarebbe stato sempre così. Poi vennero i cambiamenti, le sale chiuse, gli eventi privati. Alla fine si smise semplicemente di chiamarla. — Ormai il suo tempo è passato, — le aveva detto un giovane regista, sorridendo. — Adesso servono nuovi volti. Quella frase le era rimasta incastrata. Da allora, la usava per proteggersi: niente attese, nessuna paura di rifiuti. Rientrò in camera che già distribuivano le pillole. Valentina era sveglia e subito cominciò: — Sa? Domani festa. Io leggo una poesia. Sulla neve. — Bene, — assentì Anna. — E lei canterà? — No. — Peccato. Ha una bella voce. Non come quelle ragazze arrivate l’anno scorso. Urlavano sempre. Anna si sdraiò girandosi verso il muro e spense la luce da notte. Nel buio, sentiva i colpi di tosse dalle stanze vicine, il passaggio del carrello degli inservienti. Cercava di scacciare i pensieri, ma in testa le giravano canzoni, volti del pubblico, e gli sguardi di oggi nella hall. Il mattino seguì la solita routine: sveglia, ginnastica per chi se la sentiva, colazione. Sulla zuppa d’avena, una nocciolina di burro. Qualcuno ricevette un pacco di mandarini dai parenti e li condivise con tutti. Alla TV, videoclip natalizi. Dopo il giro visite, la caposala radunò tutti in sala comune. — Chi si esibisce, decide adesso. I volontari arrivano alle sei, il nostro spettacolo alle cinque. Abbiamo un’ora. — Prima io! — disse Zina alzando un dito. — La poesia di Leopardi. — Io la canzone, — urlò dall’ultima fila Livia, ex infermiera. — “I tre white horses”. — Io lo stornello, — dichiarò Tamara. — E io… — cominciò Semën, gettando un’occhiata ad Anna. — Però c’è chi sa organizzare meglio. Tutti si girarono di nuovo verso Anna. — Non mi esibisco, — ripeté meccanicamente. — Ma facciamo la lista. Così è chiaro l’ordine. Prese carta e penna, alzandosi con un sospiro: — Allora, prima la poesia. Poi la canzone. Poi lo stornello. Poi… chi altro? — Io racconto una favola, — disse Gaia, la signora con la cuffia di lana. — Quella del coniglietto. — Benissimo, segno. Annotava, assegnava i ruoli, consigliava dove stare, come impugnare il microfono. Negli occhi degli altri spuntava una voglia nuova. Disputavano su chi dovesse essere il presentatore, e alla fine scelsero Zina, che assicurò di saper introdurre “a tono”. — Anna, — le sussurrò Tamara quando stare per disperdersi nelle prove. — Faccia almeno una canzone. Per sé. — Ho paura, — sfuggì ad Anna, senza volerlo. Tamara la guardò stupita. — Di cosa? — Che la voce vada via. Di scordare le parole. Di uscire e… — Tacque. — Di non farcela. — E che sarà mai, se non ce la fa? — rise Tamara. — Siamo tra amici. Non c’è la giuria. Anch’io temo di perdere la rima. Pazienza. Ridiamo. Anna voleva ribattere, ma non trovò le parole. Per Tamara la scena era un gioco. Per lei no. Là, nel passato, un errore voleva dire perdere un contratto, una reputazione. Qui, nessuno la cacciava. Ma il bisogno di essere irreprensibile restava. — Va bene, — si arrese. — Ci penso. Tornò in stanza e chiuse la porta. Prese dal’armadio il vestito blu e lo appese alla sedia. Lo guardò a lungo. Poi lo rimise via. Il cuore batteva come se stesse per entrare in scena. Prima di pranzo aiutò le altre: provava la poesia con Valentina, snelliva i dettagli della favola con Gaia, indicava la tonalità giusta a Livia. — Così, — canticchiò sottovoce. — Non più alto. — Sembra una direttrice d’orchestra, — ammirò Livia. — E poi? — Io? Poi, — tagliò corto Anna. Nel primo pomeriggio arrivò una volontaria col maglione delle renne. Veniva a preparare le casse. — Buonasera, — salutò sorridente. — Mi chiamo Caterina. Stasera suoniamo e facciamo qualche gioco. Voi rilassatevi, pensiamo a tutto noi. — Ma noi facciamo la festa nostra, — si pavoneggiò Semën. — Davvero? — Caterina si stupì. — Che bello! Ma prendetevela comoda… Alla vostra età, ormai, dovreste riposare. Lo disse senza malizia, ma Anna sentì come un punto fermo dentro: “Alla vostra età non è più il tempo”. Come se suggerisse la resa. — A noi ci basta poco, — replicò Tamara, stavolta col fiato tremante. Anna all’improvviso vide la scena: i giovani coi sorrisi e la chitarra. Avrebbero cantato, distribuito regali, la foto tutti insieme — poi sarebbero tornati alle loro feste. E loro sarebbero rimasti lì, con l’albero, la TV, le medicine sul comodino. E quelle parole nelle orecchie. Riprese la stanza. Sedeva sul letto. L’abito era già lì, sulla sedia. L’aveva preso di nuovo, senza nemmeno accorgersene. Le mani tremavano slacciando la zip. — Lo indosserà stavolta? — entrò Valentina. — Forse, — rispose Anna. — Non so. — Lo metta, — disse solenne Valentina. — Quando la vedo elegante, mi sembra che non sia proprio finita. Quelle parole la toccarono più della frase della volontaria. Non è ancora finita. Anna sospirò, si alzò. — Mi aiuti a chiudere? — chiese. Il vestito calzava largo, ma ricordava ancora la vecchia eleganza. Lo specchio restituiva il riflesso di una donna dai capelli d’argento raccolti, le spalle sottili, i riflessi di paillettes al collo. Non più il volto dei manifesti, ma qualcosa di vivo. — Un incanto, — sinceramente disse Valentina. — Da televisione. — Basta con la televisione, — rise Anna. — Aiutami col rossetto, mi tremano le mani. Tra matita e sbavature, risero entrambe. Dal corridoio chiamavano alle prove. Nella hall il microfono su asta era già collegato. Zina stringeva il foglio di poesia. Tamara sistemava una sciarpa vistosa. — Ma che meraviglia! — esclamò Tamara vedendo Anna. — Ora non scappa più dal palco! — Vedremo, — rispose Anna tra paura e un alleggerimento nuovo, come chi smette di nascondersi. La prova iniziò. Zina perse il filo alla terza riga e ricominciò; nessuno rise, anzi tutti aiutavano. Livia sbagliò il ritornello e Anna intervenne sussurrando la melodia, e lei si riprese. — E lei ora? — chiese Semën. — Tocca a lei. Anna si avvicinò al microfono. Le mani stringevano il sostegno per non tremare. — Non so, — disse. — Forse una romanza… “Carrettiere, non correre coi cavalli”. — Fantastica, — esultò qualcuno. Chiuse gli occhi e pescò le parole. All’inizio la voce era incrinata, roca. Al secondo verso la nota acuta le sfuggì. Si fermò. — Basta, — sussurrò. — Non posso. — Eccome, — replicò secca la maestra Zina. — Da capo. — Noi aspettiamo, — ribadì Semën. Anna respirò profondo. Iniziò di nuovo, stavolta abbassando la voce, come a raccontare. La voce tremava comunque, ma in sala era silenzio perfetto. Qualcuno spense addirittura la TV. Finì e per qualche secondo nessuno applaudì. Poi Tamara per prima, poi tutti. — Così si canta, — disse una voce. Anna lasciò il microfono. Nel petto le restava una sensazione agrodolce, ma leggera. Non era perfetto. Ma aveva cantato. — Allora, — fece capolino l’infermiera, — siete pronti per stasera? — Prontissimi, — risposero a coro. Alle cinque, la sala era un’altra. Vassoi con biscotti, mandarini, l’albero brillante, la stella fatta col cartone. Tutti nei vestiti migliori o almeno nella camicia pulita. — Iniziamo, — annunciò Zina con il suo foglio. — Cari amici… Saltò una frase, si riprese. Nessuno faceva caso. Tutti sorridevano. Non era una festa di gala, non il copione serrato che Anna ricordava. Ma aveva qualcosa di toccante. Poesie, canzoni, la favola del coniglio, gli stornelli che facevano ridere anche i più burberi, Livia coi suoi “tre cavalli” che diventavano due o quattro. Poi: — Ora… la signora Anna Petrovna! Cadeva il silenzio. Anna sentì il sudore nelle mani, si alzò, gambe di piombo. Ma andò al microfono. — Io… — iniziò, mozzandosi. D’un tratto la paura assurda: davanti non migliaia di sconosciuti, ma poche decine di amici. Ma il brivido era identico. — Canti, — sussurrò Valentina dalla prima fila. — Siamo con lei. Anna prese il microfono. Le tornò in mente: “Alla vostra età ormai basta.” Ma sentì che era proprio il momento. Altri non ne avrebbe avuti. Non scelse la romanza. Cominciò invece una vecchia canzone di Capodanno, di quelle di cortile, semplici. La voce vacillò sulle note alte, ma non si fermò. Qualcuno prese il ritornello, poi un altro. Presto mezza sala cantava con lei — non sempre a tempo, ma di cuore. Anna sentì che qualcosa dentro si scioglieva. Non tornava la giovinezza, non i manifesti. Scompariva, però, il bisogno di sparire. Guardava i volti — non pubblico, ma amici coi quali spartire tè e compresse, discorsi e silenzi. E loro guardavano lei come “una di noi”, non l’artista di un tempo. Quando finì la canzone gli applausi furono forti. Qualcuno fischiò, qualcuno gridò “Brava!”. Anna si inchinò appena, come allora, e inaspettatamente scoppiò a ridere: una risata leggera, quasi adolescente. — Bis! — gridò Tamara. — No, — scosse il capo Anna. — Basta. Per oggi è abbastanza. Tornò a sedersi. Il cuore batteva ancora forte, ma senza paura. Valentina sedette accanto, stringendole la mano. — Grazie, — sussurrò. Alle sei arrivarono i volontari: con chitarre, casse, pacchi regalo. Caterina osservò la sala e stupita sollevò le sopracciglia. — Ma avete già fatto festa! — Abbiamo provato, — fece il saggio Semën. — Abbiamo un nostro show. — Splendido! — si entusiasmò Caterina. — Allora ci uniamo! Fu davvero festa. Tutti insieme, vecchi, giovani, chi col bastone, chi sulla carrozzina. Poi una volontaria chiese un duetto ad Anna. Lei rifiutò, ma con un sorriso. — La prossima volta. Per stasera, basta così. Caterina sorrise, non insistette. Finito tutto, coi volontari che distribuivano regali e scattavano foto, Anna uscì nel corridoio calmo. Da lontano, ancora risate e musica. Andò alla finestra. Fuori cadeva la neve, i lampioni accesi sulla strada, l’auto dei volontari pronta a partire. Anna posò una mano sul davanzale freddo. Nel vetro vide il riflesso di sé: in abito blu, con un velo di rossetto sbavato e luce di paillettes sul collo. Non una stella, non una leggenda dei palcoscenici. Solo una donna che quella sera aveva avuto il coraggio di tornare di fronte agli altri. Una stanchezza leggera, ma bella, la avvolse. Da lavoro compiuto. Voglia di tè e silenzio. — Signora Anna! — nella porta Tamara, le gote in fiamme e la sciarpa storta. — Dove si è cacciata? Si discute già che cantare per il Capodanno vecchio. — Arrivo, — rispose Anna. Gettò un ultimo sguardo alla neve. L’auto dei volontari partiva, lasciando la scia dei fari. Anna tornò verso la sala, dove la aspettavano amici con cui discutere, provare, scherzare ancora. E sentì la certezza che ora, se qualcuno avesse chiesto “serve una cantante”, non si sarebbe più nascosta. Sì: poteva dimenticare le parole, stonare. Ma sarebbe salita lo stesso. E bastava questo, perché Capodanno in quella casa smettesse d’essere solo una data, e diventasse finalmente una festa, viva — come la voce, non più giovane, ma ancora vera, che aveva avuto il coraggio di cantare.