La casa degli equivoci: La zia Clotilde irrompe di notte nella mia nuova abitazione a Roma, tra ristrutturazioni, parenti inaspettati e una guerra fredda per le chiavi

Casa dei grattacapi

E quindi, che centra col mio appartamento?

Zia Claudia, che aveva appena tirato fuori dal frigo un vasetto di melanzane sottolio e una fetta di pecorino, si voltò con laria di chi pensa che la cosa sia ovvia.

Ma dai! Sai che nella stanza piccola di casa mia, dove di solito dormo, ci sono i muratori che fanno il lavoro! E poi mio figlio Paolo, sua moglie Silvia e i tre nipotini sono arrivati di punto in bianco! Non ho neanche dove metterli a dormire. Così ho pensato di venire a dormire qui da te stanotte, domani torno, sistemo i lavori col capo cantiere e tutto si aggiusta!

***

Sonia fu svegliata da un botto improvviso al piano di sotto, proprio mentre stava sognando qualcosa di bello. Saltò su, si mise seduta sul letto e stette ad ascoltare

Cosè? sussurrò nel buio della sua camera da letto, che stava al secondo piano.

Niente altri rumori strani. Solo il ticchettio dellorologio appeso al muro, che di solito la tranquillizzava, ma adesso sembrava quasi inquietante

Forse è caduto un ramo sul portico pensò Sonia O magari una vecchia sedia si è rotta. La casa è vecchia, daltronde. Domattina controllo.

Cercando di riprendere sonno, si sdraiò di nuovo. Stava scivolando tra le lenzuola, quando sentì ancora un rumore giù: stavolta più sottile, ma anche più strano. Scrash scrash. Qualcuno si muoveva al piano di sotto. E non era certo il gatto.

Il terrore le congelò i pensieri. Non era un sogno. Erano ladri. O forse peggio ancora. Meglio non pensarci.

Sonia saltò giù dal letto senza fare rumore. Il pavimento era freddo, ma lei era sudata dalla paura. Lo sguardo cadde sul comodino, dove cera quella vecchia lampada di ottone col paralume di vetro pesante. Una bella botta, se avesse avuto il coraggio

Sonia lo prese e, senza far rumore, avanzò piano verso la porta.

Aprì la porta di poco, quel tanto che bastava. Il corridoio era buio, solo qualche luce arancione dei lampioni filtrava dalle finestre in alto, e le ombre sembravano lunghe e oscure. I passi si erano fermati, proprio davanti alle scale, verso la cucina.

Sonia scese in punta di piedi.

Si schiacciò contro il muro e prese fiato, pensando a quel corso di autodifesa mollato dopo la prima lezione. Ora o mai più.

Scattò avanti con la lampada alzata.

Adesso vediamo se! urlò tentando di colpire la figura che le dava le spalle ai piedi della scala.

La sagoma non ebbe tempo di girarsi.

Ma Sonia mancò il bersaglio.

Per fortuna!

Perché davanti a lei, invece di un ladro col piede di porco, cera zia Claudia.

Sonia rimase immobili con le braccia abbassate, poi accese la luce.

Zia Claudia?

Zia Claudia stringeva una borsa di stoffa, fissando Sonia così comera: maglietta buffa e pantaloni del pigiama.

Sonia cara! Mamma mia! si portò una mano al polso come a cercare il battito Mi stai facendo andare in tilt! Mi hai quasi ammazzata

Sonia tirò il fiato come non le succedeva dai risultati della maturità.

Zia, pensavo fosse un ladro! Mi hai fatto prendere uno spavento Giuro, ho visto tutta la mia vita passarmi davanti mentre scendevo.

Appoggiò la base della lampada, rimasta in mano, sul gradino.

A te? Io non oso pensare se mi avessi presa in pieno tremava zia Claudia.

Ma come sei entrata qui?

La zia si ricordò che semmai doveva spiegarsi lei, mica Sonia.

Scusami, tesoro. Non volevo svegliarti. Pensavo dormissi come un sasso. Mi sono mossa pianissimo, te lo giuro

Pianissimo? replicò Sonia Eh, ci mancava solo il fuoco dartificio!

Ho fatto cadere la gruccia nel corridoio. Poi cercavo un posto per posare le borse

Le borse? Sonia guardò in corridoio: cerano diverse buste della Coop Ma perché alle tre del mattino?

Ma non è che proprio sfondo la porta ribatté la zia Sono solo venuta a salutarti.

SalutarMI? Avevi ancora le chiavi? Sonia ci arrivò, finalmente.

Ops, qualcuno era stata scoperta.

Eh, diciamo che non proprio rimaste

Zia, quando mi hai venduto questa casa, mi hai dato tutte le chiavi. Dicevi che erano tutte.

Zia Claudia si mise a ridere ricavando dalla memoria la sua proverbiale confusione.

Vedi, Sonia Metto in ordine gli armadi e, in un vecchio taschino, mi spunta fuori un mazzo di chiavi che neanche ricordavo di avere! Proprio per caso eh!

Sonia si appoggiò al muro, indecisa se ridere o piangere.

Capito quindi è saltata fuori unaltra copia. Ma perché sei venuta qui, e a questora, senza avvisare? Lo sai che da sola al buio mi prende male.

Mentre Sonia parlava, la zia girava per il salotto curiosando in tutte le stanze.

Ammazza che pulizia qui! Brava, Sonia. Ti dico la verità, sono venuta perché ho una situazione di emergenza.

Di che tipo?

Zia Claudia si infilò in cucina, ben visibile dal soggiorno, e senza accendere la luce aprì il frigo. Il chiarore del frigo le illuminava la figura curva.

Sai il mio Antonino, con la moglie, sono arrivati senza preavviso! E i nipotini con loro

E quindi, col mio appartamento che centra?

Zia Claudia, già pronta con melanzane sottolio e pecorino tra le mani, si voltò:

Ma dai, Sonia! La stanza dove dormo è un cantiere, tra pittori, polvere e calcinacci! Poi cè la confusione di Paolo, Silvia e i tre bambini. Non cè proprio posto! Così sono venuta qui a dormire, domani mattina riparto, parlo coi muratori, e si risolve tutto!

Cera quasi da darle la lampada in testa realmente.

Zia Claudia Non vorrei fare la scortese, ma tecnicamente questa ormai è casa mia.

Lei finì il pecorino, rimise il vasetto al suo posto e poi guardò Sonia interrogativa:

E che sarà mai? Non vorrai mica mandare via la zia di notte? E guarda che te lho venduta a un prezzo che neanche al mercato immobiliare, eh!

Sembrava quasi che te lavesse regalata invece di venderla. Proprio benefattrice.

Va bene, zia, Sonia si arrese, ormai troppo stanca per litigare e non sapendo dove mandarla a quellora Ma sia chiaro: questa volta è lultima. Fai la notte qui, domani torni a casa tua.

Dovette sistemare il letto sul divano che aveva comprato per gli ospiti, ma finora mai utilizzato.

La mattina dopo, Claudia, vedendo che Sonia si era proprio sistemata ormai, iniziò a aprire ogni cassetto:

Ma guarda qui?! Hai comprato il frullatore nuovo? Il mio te lavevo lasciato, funzionava pure. Tu lo dicevi vecchio Le cose non si buttano, lo sai.

A pranzo, quando Sonia ormai pensava che la zia fosse sulla porta e invece lei non ci pensava proprio ad andarsene:

Sonia! Sei stata troppo gentile a non buttarmi fuori! Sai stavo pensando

Cosa avrà mai pensato questa volta?

Che cosa, zia?

I lavori non finiscono mica in un giorno! Il capocantiere dice che ce la fa entro mercoledì, ma son già tre volte che rimanda. Dicono una cosa e poi ne fanno unaltra. Antonino resta ancora per altri giorni, allora che faccio?

Io avevo i miei programmi rispose Sonia.

Ma che disturbo ti do? Dormo sul divano, faccio piano come un topolino. Neanche ti accorgi che sono qui.

Ma mi accorgo eccome! sbottò Sonia.

Non è che ho fatto qualcosa di male? fece la zia col tono di chi ti fa pena.

Sonia proprio non ce la faceva a essere dura, soprattutto con una parente. E comunque non chiedeva di restare per sempre e quellappartamento era stato casa sua per davvero tanto tempo

Va bene sussurrò Sonia Ma solo fino a mercoledì. E senza altri ospiti, mi raccomando.

Mercoledì! Lo giuro!

Arrivò mercoledì.

I lavori non erano finiti.

Passò unaltra settimana.

Sonia si rese conto che ormai sembrava vivere in una stanza dalbergo: poteva usare la cucina solo quando zia Claudia aveva finito con sughi e pentole; in pratica sembrava lei stessa la cameriera.

Sonia cara, hai mica altri asciugamani? Questi li ho già sporcati. Me li lavi, per favore?

Sonia iniziava a dare segni di logoramento. Voleva pensare solo alle sue cose, avere la cucina senza turni e potersi godere silenzio e privacy almeno nella sua camera. Cominciò a chiudersi a chiave, fatto che offese terribilmente la zia:

Che, hai paura di me? O che significa?

Voglio solo stare da sola

Perché ti dò fastidio?

Sì!

Ma lei disse solo:

No.

Finalmente, dopo due settimane, Paolo e famiglia se ne andarono, portandosi via pure metà freezer. Sonia decise: era ora che gli ospiti se ne andassero.

Zia Claudia, oggi pensi di poter dormire a casa tua finalmente?

Certamente, Sonia!

Ma non era finita.

Prima di andare, devo che mi lasci le chiavi.

Ti servono le mie chiavi?

Non sono più tue. La casa è mia. Non ci vivi più qui. Voglio che abbia il controllo solo io.

Mi stai cacciando? con gli occhi da gatto finto innocente.

Con tutto il rispetto, sei ospite. Agli ospiti non si danno le chiavi.

Dai, Sonia, lo sai che ci ho vissuto per anni ogni angolo mi è familiare

Capisco il tuo attaccamento, ma ormai la casa è mia, zia. Me lhai venduta, mica regalata

Ma allora non è che non posso fermarmi una notte ogni tanto! Non mi ci sono mica trasferita!

Zia Claudia, sono due settimane che vivi qui, mangi dal mio frigo, dormi sul mio divano e ora le chiavi non vuoi lasciarle! Questo non è fermarsi una notte.

Potremmo anche convivere insinuò.

Non se ne parla neanche! sbottò Sonia.

Allora la zia, stufa, tirò fuori finalmente le chiavi dalla tasca.

Ecco, le lanciò Prendile, tanto non ci metterò più piede qui!

Buon viaggio, zia Claudia.

Il messaggio era chiaro: era lora di fare le valigie.

Va bene. Non chiamarmi più. Se non vuoi vedermi, tanto vale chiudere disse la zia.

Come preferisci.

Finì che non si lasciarono proprio benissimo: zia Claudia sbraitò delle cose tra le labbra mentre andava via, tutta stizzita. Ma una volta chiusa la porta dietro di lei, Sonia finalmente tornò a respirare. E non si sentì minimamente in colpa.

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La casa degli equivoci: La zia Clotilde irrompe di notte nella mia nuova abitazione a Roma, tra ristrutturazioni, parenti inaspettati e una guerra fredda per le chiavi
Un regalo arrivato tardi L’autobus sobbalzò e Anna Petrovna si aggrappò con entrambe le mani al corrimano, mentre sotto le dita sentiva il plastico ruvido che cedeva leggermente. Il sacchetto della spesa sbatté sulle sue ginocchia, le mele rotolarono all’interno con un tonfo. Lei attendeva vicino all’uscita, contando le fermate che mancavano alla sua. Nell’orecchio frusciavano piano gli auricolari che la nipote le aveva raccomandato di non spegnere: «Nonna, dovessi mai chiamarti…» Il cellulare, infilato nella tasca esterna della borsa, sembrava pesante come una pietra. Anna Petrovna controllò comunque che la cerniera fosse chiusa. Già immaginava come sarebbe rientrata in casa, dove avrebbe posato la borsa sulla sedia dell’ingresso, cambiato le scarpe, tolto il cappotto e appeso con cura la sciarpa. Poi avrebbe sistemato la spesa, messo a cuocere il brodo. La sera sarebbe passato il figlio, a ritirare i contenitori. Con il turno di lavoro, non aveva tempo di cucinare. L’autobus frenò, le porte si aprirono. Anna Petrovna scese piano dai gradini, aggrappandosi al corrimano, infine si ritrovò davanti a casa propria. Nel cortile i bambini giocavano a pallone, una ragazzina sul monopattino quasi la urtò, ma svoltò all’ultimo momento. Dal portone arrivava l’odore di cibo per gatti e di fumo di sigaretta. Nell’ingresso posò i sacchetti, si tolse le scarpe e, con gesto abitudinario, le spinse con la punta verso il muro. Cappotto appeso al gancio, sciarpa ripiegata sulla mensola. In cucina sistemò la spesa: carote con le altre verdure, pollo in frigo, pane nel portapane. Riempì la pentola d’acqua, finché la mano posata sul fondo fu coperta. Il telefono vibrò sul tavolo. Si asciugò le mani nello strofinaccio e lo avvicinò. — Sì, Sasha, — rispose, chinandosi leggermente verso la cornetta, come per sentire meglio il figlio. — Ciao mamma, come stai? — la voce del figlio era frettolosa, qualcuno domandava qualcosa in sottofondo. — Tutto bene. Sto preparando il brodo. Passi da me? — Sì, arrivo tra due ore. Senti, mamma, alla scuola materna di nuovo stanno raccogliendo fondi per la manutenzione. Potresti… — esitò. — Come l’altra volta. Anna Petrovna già cercava il cassetto con la cartelletta grigia dove annotava le spese. — Quanto serve? — domandò. — Se riesci, tremila. Contribuiscono tutti, ma lo sai… — sospirò. — Non è facile, adesso. — Capisco, — disse lei. — Va bene, te li do. — Grazie, mamma. Sei d’oro. Passo stasera, prendo anche il tuo brodo preferito. Alla fine della telefonata l’acqua già bolliva. Anna Petrovna aggiunse il pollo, un pizzico di sale, la foglia d’alloro. Si sedette al tavolo e aprì il quaderno. Nella riga “pensione” campeggiava la cifra scritta con cura. Sotto: bollette, medicinali, “nipoti”, “imprevisti”. Aggiunse “scuola materna” e la cifra, fermandosi per un attimo con la penna. I numeri si accavallavano, come spinti dal basso. Restava meno di quanto avrebbe voluto, ma non era una catastrofe. «Va bene, ce la faremo», pensò chiudendo il quaderno. Sul frigorifero c’era un magnete con un piccolo calendario. In basso la pubblicità: «Casa della Cultura – Abbonamenti stagionali: musica classica, jazz, teatro. Sconti per pensionati». Il magnete glielo aveva regalato la vicina Tamara, insieme ad una torta di compleanno. Più volte Anna Petrovna si era sorpresa a rileggere quella scritta mentre aspettava che bollisse il tè. Questa volta lo sguardo si soffermò di nuovo su “abbonamenti”. Ricordò quando, prima di sposarsi, con l’amica andava in filarmonica. I biglietti costavano poco ma si doveva fare la fila. Tremavano di freddo, ridevano, lei portava i capelli lunghi raccolti e il suo vestito migliore con le uniche scarpe col tacco. Ora immaginava la sala, la scena che non vedeva da anni. I nipoti la portavano alle recite scolastiche, ma era un’altra cosa: confusione, rumore, coriandoli. Qui… Non ricordava neppure che concerti facessero, chi ci andasse. Staccò il magnete, lo girò: sul retro trovò il sito e il numero di telefono. Il sito non le diceva nulla, il telefono invece… Rimise a posto il magnete, ma il pensiero non se ne andava. «Sciocchezze, — si disse. — Meglio mettere da parte per la giacca nuova della nipote. Cresce, tutto costa caro». Si avvicinò ai fornelli per abbassare la fiamma. Tornò al tavolo, ma il quaderno rimase chiuso. Invece tirò fuori dal cassetto la vecchia busta dove teneva i soldi “per le emergenze”. Dentro c’erano banconote conservate negli ultimi mesi. Non molte, ma abbastanza per la riparazione della lavatrice, se si fosse rotta, e per le analisi mediche. Contò i soldi, mentre in testa ronzava la pubblicità del magnete. La sera arrivò il figlio. Tolse la giacca, la appoggiò allo schienale, e prese i contenitori. — Oh, c’è il borsc! — esultò. — Mamma, come sempre sei insuperabile! Hai mangiato? — Sì sì, mangia tu. I soldi li ho preparati, — disse contando con cura tremila rubli dal portafoglio. — Mamma, annota almeno quanto ti resta, — diceva lui prendendo le banconote. — Non sia mai che poi non basti. — Annoto tutto, — rispose lei. — Ho tutto ordinato. — Sei un’economista, — sorrise. — Sabato puoi stare di nuovo coi bambini? Io e Tanja dobbiamo andare al supermercato e non c’è nessuno. — Posso, — annuì. — Che cosa ho da fare? Raccontò qualcosa del lavoro, del capo, delle nuove regole. Alla fine, mentre si infilava le scarpe: — Mamma, almeno qualcosa prendilo per te! Sempre per i nipoti, per noi… — Ho tutto, — disse. — Non mi manca nulla. Lui fece spallucce: — Va bene, tu sai cosa ti serve. Passo in settimana. Quando la porta si richiuse, la casa tornò silenziosa. Anna Petrovna lavò i piatti, pulì il tavolo. Poi di nuovo guardò il magnete. Risuonavano le parole del figlio: «Almeno qualcosa per te…» Al mattino, svegliandosi, restò un po’ coricata a guardare il soffitto. I nipoti erano all’asilo e a scuola, il figlio al lavoro. Nessuno sarebbe passato prima di sera. La giornata sembrava libera, ma in verità piena di piccole faccende: innaffiare le piante, pulire il pavimento, sistemare vecchi giornali. Si alzò, fece gli esercizi come indicato dal medico: alzò lentamente le braccia, si stirò, ruotò il collo. Mise il bollitore, versò il tè nella tazza. Mentre l’acqua scaldava, di nuovo sollevò il magnete. «Casa della Cultura. Abbonamenti…» Prese il telefono, compose il numero stampato in piccolo. Il cuore accelerò. Dopo qualche squillo, rispose una voce femminile: — Casa della Cultura, biglietteria, mi dica. — Buongiorno, — disse Anna Petrovna, con la bocca asciutta. — Vorrei informazioni… sugli abbonamenti. — Certo. Per quale ciclo è interessata? — Non saprei… Quali avete? La donna con pazienza elencò: orchestra sinfonica, musica da camera, “serate di romanze”, programmi per bambini. — Per i pensionati c’è lo sconto, — aggiunse. — Ma l’abbonamento è sostanzioso. Quattro concerti. — Si possono anche singoli? — chiese Anna Petrovna. — Sì, ma conviene l’abbonamento. Anna Petrovna pensò ai numeri nel quaderno, alla busta. Chiese cautamente il prezzo, che risuonò in testa come qualcosa di pesante. Si poteva fare, ma restava davvero poco “per i giorni neri”. — Ci pensi, — disse la donna. — Gli abbonamenti finiscono in fretta. — Grazie, — rispose, scollegando. Il bollitore già fischiava. Anna Petrovna versò l’acqua, sedette al tavolo e scrisse sulla pagina bianca del quaderno: «Abbonamento». Poi a fianco la cifra. Infine «Quattro concerti». «Quanto fa al mese?» — calcolò mentalmente. Non era così spaventoso. Sforbiciò mentalmente qualche piccola spesa. Meno dolci, niente parrucchiera, si arrangia lei. Pensava ai nipoti: il piccolo chiedeva da tempo un nuovo gioco di costruzioni, la grande voleva le scarpe da ballo. Il figlio e la nuora sospiravano per il mutuo. E subito il suo desiderio — quasi vergognoso, come se stesse per andare chissà dove. Chiuse il quaderno, senza decidere. Andò a lavare il pavimento, riordinò la biancheria, la mise ad asciugare. Ma il pensiero della sala non se ne andava. Dopo pranzo suonò il citofono. Era la vicina Tamara, con un barattolo di cetriolini sotto sale. — Prendi, — disse entrando in cucina. — Non ho più posto. Come va? — Si va avanti, — sorrise Anna Petrovna. — Sto pensando… Si interruppe, imbarazzata a parlare. — A cosa pensi? — Tamara si sedette, sferruzzo già in mano. — Al concerto, — confessò. — Vendono abbonamenti qui. Da giovane andavo in filarmonica. Ora penso: magari dovrei acquistare. Ma costa. Tamara sollevò le sopracciglia. — E a me che chiedi? Sei tu che ci devi andare! Se vuoi, vai. — I soldi… — iniziò Anna Petrovna. — Soldi, sempre soldi, — scosse la testa la vicina. — Hai sempre aiutato tutti. Al figlio hai dato anche stavolta? Sì. Ai nipoti fai regali? Sempre. E per te? Porti sempre la stessa sciarpa, vai in giro col solito cappotto. Possibile che non puoi spendere una volta per la musica? — Non una volta sola, — obiettò Anna Petrovna. — Anche prima andavo. — Prima — quando il gelato costava venti lire! — ridacchiò Tamara. — Ora è diverso. E non chiedi nulla a loro. Sono soldi tuoi. — Diranno che è assurdo, — disse sottovoce Anna Petrovna. — Meglio per i nipoti. — Allora non dirlo, — scrollò le spalle Tamara. — Dici che vai in ambulatorio. Ma anzi… che ti importa. Non sei una bambina. “Non sei una bambina” le rimase impressa. Sentì dentro una specie di amarezza, mista a vergogna. — All’ambulatorio ci vado già, — rispose. — Ma fa paura. Magari non arrivo, magari c’è la scala, magari il cuore… — C’è l’ascensore, — tagliò corto Tamara. — E stai seduta, mica devi saltare. Io sono stata a teatro il mese scorso, vedi? Sono viva. Le gambe un po’ male, ma emozioni per un anno. Parlarono ancora di notizie, medicine, prezzi. Quando la vicina uscì, Anna Petrovna prese il telefono. Chiamò la biglietteria e, prima di ripensarci, disse: — Vorrei prenotare l’abbonamento per le serate di romanze. Le spiegarono che si doveva andare di persona con la carta d’identità. Annotò su un foglietto indirizzo e orario, lo attaccò al frigo con il magnete. Il cuore batteva forte come dopo una camminata veloce. La sera chiamò la nuora. — Anna Petrovna, sabato ci sei sicura? — domandò. — Dobbiamo andare in centro commerciale, c’è lo sconto sugli elettrodomestici. — Sì, — rispose lei. — Grazie infinite. Poi ti portiamo qualcosa. Tè? Asciugamani? — Non serve, — disse Anna Petrovna. — Non ho bisogno di nulla. Dopo la telefonata guardò il foglio con l’indirizzo. La biglietteria chiudeva alle sei, bisognava uscire presto. Di notte sognò la sala: poltrone morbide, luci, persone vestite scure. Era in mezzo, con il programma in mano, timorosa di muoversi per non disturbare. Al mattino si svegliò col fiato corto. «Ma chi me lo fa fare — pensò. — Che fatica». Ma il foglio dell’indirizzo non spariva. Dopo colazione tirò fuori dal guardaroba il cappotto migliore, lo scrollò, controllò i bottoni. Scelse la sciarpa calda, scarpe comode. In borsa mise carta d’identità, portafoglio, occhiali, medicine per la pressione, bottiglietta. Sulla sedia d’ingresso rimase seduta qualche minuto, valutando: la testa non gira, le gambe ferme. «Ce la farò», disse chiudendo la porta. La fermata era vicina, ma camminava piano, contando i passi. L’autobus arrivò subito: dentro tanta gente, un ragazzo le cedette il posto. Lei ringraziò e guardò fuori dal finestrino, stringendo la borsa. La Casa della Cultura era a due fermate dal centro. Un palazzo alto con colonne, le locandine ovunque. All’ingresso due signore gesticolavano. Dentro odore di polvere, legno, qualcosa di dolce dal bar. La biglietteria sulla destra, dietro il vetro una donna garbata. Anna Petrovna passò la carta d’identità, indicò il ciclo scelto. — Per i pensionati c’è lo sconto, — ripeté la cassiera. — Che fortuna, restano buoni posti in centro sala. Mostrò la pianta, ma i quadratini confondevano Anna Petrovna. Annui soltanto. Quando la donna disse il prezzo, la mano di Anna Petrovna tremò. Prese i soldi, li contò. Avrebbe voluto dire di no, ripassare un’altra volta. Ma dietro la fila si agitava, qualcuno tossiva, così posò le banconote in fretta. — Ecco il suo abbonamento, — disse la cassiera, passandole la tessera con le date. — Il primo concerto tra due settimane. Arrivi prima per cercare il posto con calma. Era sorprendentemente bella: in copertina la foto del palco, all’interno le date precise. Anna Petrovna la mise in borsa, tra la carta d’identità e il quaderno delle ricette. Uscendo, sulle gambe una debolezza. Si sedette sulla panchina all’ingresso, bevve un sorso d’acqua. Vicino due ragazzi fumavano, parlando di musica sconosciuta. Si sorprese ad ascoltare come se fosse una lingua straniera. «Ecco, — pensò. — L’ho preso. Ormai non si torna indietro». Le due settimane passarono tra le solite cose: nipoti malati, lei a cucinare composte, misurare febbri. Il figlio portava la spesa, ritirava contenitori. Più volte pensò di parlargli dell’abbonamento, ma cambiava discorso. Il giorno del primo concerto si alzò presto, con una strana ansia nello stomaco. Prese avanti tutto per la cena, per non tardare. Chiamò il figlio. — Stasera non sono in casa, — disse. — Se serve, chiamatemi per tempo. — Dove vai? — lui sorpreso. Esitò. Non voleva mentire, ma dirlo la spaventava. — Alla Casa della Cultura, — rispose. — Concerto. Un attimo di silenzio. — Che concerto? — domandò il figlio. — Ma ti serve davvero? Ci sono solo giovani, rumore, confusione… — Non è una discoteca, — replicò calma. — Sono romanze. — E chi ti ci porta? — Nessuno, — disse. — Ho comprato io l’abbonamento. Pausa lunga. — Mamma, — finalmente lui. — Sei seria? Lo sai che adesso non è proprio il momento. Quei soldi li potevi… be’, capisci. — Capisco, — interruppe lei. — Ma sono i miei soldi. Le parole le uscirono più ferme di quanto pensasse. Stringeva la cornetta, aspettando la reazione. — Va bene, — sospirò il figlio. — Sono tuoi. Ma non lamentarti se poi manca qualcosa. E non raffreddarti. Insomma, alla tua età… — Alla mia età si può sedere in sala e ascoltare musica, — replicò. — Non vado sull’Everest. Sospirò di nuovo, più morbido. — D’accordo. Chiama quando torni. Che non mi preoccupi. — Lo farò, — promise lei. Finita la chiamata rimase a lungo al tavolo, guardando l’abbonamento. Le mani tremavano. Sentiva di aver fatto qualcosa di audace, quasi sconveniente. Ma non voleva rinunciare. La sera si vestì: abito migliore, blu scuro col colletto ordinato, calze senza smagliature, scarpe basse e comode. Pettinò i capelli a lungo, lisciando ogni ciocca ribelle. Era già buio quando uscì. Le vetrine risplendevano, la fermata gremita. Stringeva la borsa con abbonamento, carta d’identità, fazzoletto, medicine. Sull’autobus folla, qualcuno le pestò il piede, si scusò. Lei tenne il corrimano contando le fermate. Alla sua scese evitando la calca. Davanti alla Casa della Cultura gente di tutte le età. Coppie anziane, donne giovani, ragazzi in jeans. Anna Petrovna si rilassò: non era la più vecchia. Al guardaroba consegnò il cappotto, ricevette il badge, rimase alcuni secondi esitante. Seguì la freccia “Sala”, poggiando la mano al corrimano. Dentro quasi buio, solo i segnaposti sulle file. All’ingresso l’addetta controllava biglietti. — Sesto fila, posto nove, — disse, guardando l’abbonamento. — Prosegua lì. Anna Petrovna attraversò la fila, scusandosi per disturbare. Alla fine trovò la poltrona, si sedette con la borsa sulle ginocchia. Il cuore batteva forte, ma di attesa, non di paura. La gente chiacchierava, qualcuno sfogliava il programma. Lei guardò anche il suo, scorrendo i titoli delle romanze. Riconobbe solo il nome di un compositore, che ascoltava da giovane alla radio. Le luci si abbassarono. Sul palco la presentatrice disse alcune parole. Anna Petrovna ascoltava, ma più importante era il sentirsi lì, tra la gente, non tra pentole e fornelli. Al primo accordo sentì brividi lungo la schiena. La voce della cantante era profonda, un po’ roca. Parole di amore, separazione, viaggio – le sembravano familiari. Ricordò la sala di un’altra città, un altro tempo, accanto a una persona che non c’era più. Gli occhi si inumidirono, ma non pianse. Stringeva il bordo della borsa e ascoltava. Dopo un po’ si rilassò, il respiro si fece regolare. La musica riempiva tutto, e la sua vita non sembrava più solo una sequenza di pensieri e risparmi. Dopo l’intervallo gambe e schiena un po’ indolenzite. Uscì nel foyer per sgranchirsi. Gente che commentava, che mangiava dolcetti, che beveva tè nei bicchieri di plastica. Comprò una piccola cioccolata, sebbene di solito le giudicasse superflue. — Buona, — disse ad alta voce, con un morso. Vicino una signora della sua età, in tailleur chiaro. — Bel concerto, vero? — le disse. — Sì, — annuì. — Era da tanto che non venivo. — Anch’io, — sorrise l’altra. — Sempre impegni: nipoti, campagna. Ma ho pensato: se non ora, quando? Scambiarono due parole sul programma, sulla cantante. Poi squillò la campanella e tutti tornarono in sala. La seconda parte passò rapida. Anna Petrovna non pensava ai soldi, né al prezzo di ciascun pezzo. Solo ascoltava. Alla fine del concerto gli applausi durarono a lungo. Applaudì finché le mani le dolevano. Fuori l’aria era fresca. Tornò alla fermata con la piacevole stanchezza alle gambe, dentro un calore quieto. Non entusiasmo, non gioia, ma la consapevolezza di aver fatto qualcosa di importante per sé, anche se piccolo. A casa, chiamò subito il figlio. — Sono già tornata, — disse. — Tutto bene. — E com’era? — chiese lui. — Non hai avuto freddo? — No, — rispose. — Era… bello. Rimase in silenzio, poi: — L’importante è che ti sia piaciuto. Ma occhio a non esagerare: dobbiamo ancora pensare alle spese. — Lo so, — disse lei. — Ma ormai l’abbonamento l’ho preso. Mi restano tre concerti. — Tre? — disse lui sorpreso. — Vabbè, visto che ce l’hai, goditeli. Ma stai attenta. Finito il colloquio appese il cappotto, posò la borsa. In cucina si preparò il tè, sedette al tavolo. L’abbonamento stondato ai bordi davanti a sé. Lo accarezzò, poi con la penna copiò le date dei concerti sul calendario a muro. Le cerchiò. La settimana dopo, quando il figlio le chiese aiuto per un’altra raccolta, Anna Petrovna aprì il quaderno, guardando a lungo i numeri. Poi disse: — Posso darti solo metà. Il resto mi serve. — Per cosa? — domandò lui, distratto. Lei guardò lui, il volto stanco, le occhiaie. — Per me, — rispose calma. — Serve anche a me. Lui iniziò a protestare, poi lasciò perdere. — Va bene, mamma. Come vuoi. Quella sera, sola, Anna Petrovna tirò fuori l’album delle foto. In una era giovane, in abito chiaro, davanti a una filarmonica di un’altra città. In mano il programma, sul volto un sorriso timido. Restò a guardarla, cercando di ritrovare quella ragazza. Poi chiuse l’album e lo rimise via. Sul frigorifero aggiunse un foglietto. In grandi lettere: «Prossimo concerto — 15». Sotto: «Ricordarsi di uscire per tempo». La sua vita non cambiò. La mattina continuava a cucinare, fare il bucato, andare in ambulatorio, occuparsi dei nipoti. Il figlio chiedeva aiuto e lei aiutava, fin dove poteva. Ma dentro restava la consapevolezza di un piccolo spazio per sé, di progetti che non serviva giustificare. A volte, passando davanti al frigo, toccava il foglietto delle date. Ogni volta sentiva quel sentimento caparbio: era viva, aveva ancora il diritto di desiderare. Un giorno sfogliando il giornale trovò l’annuncio per il corso di inglese per anziani in biblioteca. Lezioni gratuite, ma bisognava iscriversi. Staccò la pagina, la mise vicino all’abbonamento. Si preparò il tè e pensava: «Non sarà troppo audace?» «Prima finirò le romanze, — decise. — Poi si vedrà». Mise il giornale nel quaderno, ma l’idea di imparare qualcosa di nuovo non le sembrava più impossibile. La sera, prima di dormire, si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Nel cortile le luci dei lampioni, un ragazzo con le cuffie, un bambino col pallone. Anna Petrovna rimase lì, la mano sul davanzale, sentendo in petto una pace silenziosa. La vita scorreva come sempre: tanti pensieri, tante rinunce. Ma fra queste c’era spazio per quattro sere a teatro e, chissà, per nuove parole in una lingua sconosciuta. Spense la luce in cucina, andò in camera, si coricò con cura sotto le coperte. Domani sarebbe stato come sempre: spesa, chiamate, cucina. Ma sul calendario c’era quel cerchio piccolo, e questo cambiava tutto, anche se nessuno lo vedeva, solo lei.