Marito va a festeggiare dai suoi amici e mi lascia sola con tre figli la notte di Capodanno: una moglie italiana tra caos, delusione e la scelta di chiudere la porta per sempre

Mio marito uscì per festeggiare con gli amici, lasciandomi da sola con i tre figli

Secondo te questa cravatta ci sta con i jeans? O è meglio quella camicia blu che mi hai regalato per il compleanno? la voce di Antonio proveniva dalla camera da letto, tranquillissima, come se in casa non regnasse il caos di un piccolo terremoto.

Chiara, immersa fino ai gomiti nella schiuma dei piatti in cucina, con il piccolo Tommaso di tre anni aggrappato ostinato alla gamba, si prese un attimo per inspirare ed espirare contando fino a cinque. In pentola sfrigolava minacciosa la base per il minestrone, nel forno larrosto alla maniera della nonna cuoceva piano, e nella stanza accanto il settenne Paolo costruiva e poi abbatteva rumorosamente barricate di cuscini del divano.

Antonio! gridò cercando di superare il frastuono della cappa. Ma che ti importa la cravatta? Festeggiamo in casa. Noi e i bambini. Che te ne fai della cravatta?

Lui comparve sulla soglia: fresco di rasatura, odorava di colonia costosa e sembrava uscito da una pubblicità di abiti da uomo quasi uno straniero in quella casa sempre in disordine, dove i giocattoli facevano da arredamento fisso. Chiara si sentì un po uno straccio, con il suo chignon disfatto, la maglietta macchiata dalla pappa e le occhiaie impossibili da mascherare.

Dai, Chiara, è pur sempre Capodanno Antonio fece spallucce con tono teatrale. Non posso mica riceverlo in tuta! Bisogna dare importanza a certi momenti.

Importanza la dai aiutandomi a tagliare linsalata russa borbottò lei, sfilandosi Tommaso dalla gamba. Vai da papà, che ti aggiusta la macchinina.

Ma Antonio schivò agilmente le manine appiccicose del figlio.

Amore, guarda che cominciò ad aggiustarsi il colletto senza esserle di fronte. Mi ha chiamato Gennaro, sai, quello dellufficio. Si vedono un attimo lì tra colleghi, si salutano per lanno nuovo. Solo mezzora. Io rientro per le otto, così ti aiuto anche qui.

Chiara si bloccò, il cucchiaio a mezzaria.

Da Gennaro? ripeté bassa. Sono già le sei. Abbiamo tre figli. Tommaso è nervoso, forse sta mettendo i denti. Paola voleva aiuto con i capelli. Paolo ha devastato la sala. Sono in cucina da stamattina. Tu che vai inventando?

Oh, non esagerare fece una smorfia come se patisse il mal di denti. I bambini giocano, la cena è quasi pronta, che devo fare? È solo un saluto per lavoro ci tengo, lo sai. Pure tu vuoi che porti euro a casa, no?

Io vorrei che il marito facesse il marito, che fosse padre la voce le tremava tra la rabbia e la delusione. Lanno scorso anche eri per un attimo dai vicini e sei tornato cinque minuti prima della mezzanotte, ubriaco e festoso. E io? Da sola a mettere a letto i bimbi.

Ecco, ci risiamo, sempre a rinfacciare il passato Antonio si ficcò il cappotto in corridoio. Prometto che stavolta torno presto. Faccio perfino la spesa. Non arrabbiarti, le rughe non ti stanno!

Le diede un bacio frettoloso sulla guancia, formale, e in un attimo la porta dingresso sbatté. Chiara rimase immobile per un secondo il silenzio durò quanto bastava perché Tommaso scoppiasse in pianto appena realizzato che papà se nera andato senza di lui.

Ma! urlò Paolo dalla camera Paola mi ha distrutto la torre!

Non è vero! Lui si è buttato sopra! gridò la decenne Paola.

Chiara chiuse gli occhi. Avrebbe voluto lasciarsi cadere lì per terra sul linoleum, tra molliche e macchie, e piangere con Tommaso. Ma era una mamma. E le mamme, si sa, non si concedono crisi di nervi, non con il Capodanno che incombe e la russa ancora smontata.

Si caricò in braccio Tommaso, respirò lodore dolce di shampoo e latte e cercando di non tremare disse, con tono più saldo di quanto si sentisse dentro:

Su, basta, che ne dite di aiutare la mamma a grattugiare la barbabietola? Ci verranno le mani rosse come vampiri!

Paolo corse subito in cucina, già dimentico del litigio. Lidea di diventare vampiro lo divertiva eccome.

Passarono due ore in un vortice di caos organizzato: Chiara tagliava insalata, puliva nasi, mescolava arrosto. I bambini più impicciavano che altro, però occupati smettevano almeno di litigare. Paola, brava e giudiziosa, apparecchiava con cura posate e tovaglioli con alberelli di Natale.

Alle otto la tavola era pronta, i bambini infilati negli abiti buoni, ma di Antonio nessuna traccia. Chiara guardava lorologio: la lancetta avanzava senza pietà.

Prese il telefono. Tonò la chiamata lunga, infinita, di quelle che strisciano dentro lansia. Al quinto squillo rispose lui. In sottofondo si sentivano risate, bicchieri, la radio a tutto volume.

Pronto! Chià! la voce di Antonio era troppo allegra, troppo sciolta. Di sicuro aveva bevuto.

Dove sei? domandò lei con freddezza. Dovevi esserci in punto alle otto. I bambini aspettano, non ci sediamo senza te.

È una bella serata! urlò lui. Gennaro ha fatto un banchetto, brindisi Capisci, è arrivato anche il capo, non si può andar via così, sarebbe scortese. Ancora mezzora, va bene? Iniziate voi, che ai bambini fa bene la routine. Io arrivo, giuro!

Antonio, sei terribile mormorò Chiara, ma lui aveva già chiuso.

Guardò i bambini. Tommaso rosicchiava una frisella sul seggiolone, Paolo sistemava il papillon, e Paola, che ormai capiva tutto, osservava la madre con triste solidarietà.

Papà è in ritardo, vero? chiese la figlia.

Sì, tesoro. Ha un incontro importante mentì Chiara, la bugia amara come la senape scaduta. Dai, chi vuole un paninetto con luovo?

Cenarono insieme. Chiara fece del suo meglio per raccontare barzellette, mise canzoni allegre, organizzò un concorso di indovinelli, ma sentiva dentro aprirsi una voragine nera. Guardava la sedia vuota a capotavola, il posto apparecchiato per lui, la carne ormai fredda, e le sembrava che lamore che aveva creduto eterno si sgretolasse minuto dopo minuto come sabbia tra le mani.

Aveva scelto altro. Nella notte più familiare dellanno aveva preferito Gennaro, i colleghi, lalcol. E laveva lasciata sola a combattere con la routine, la stanchezza, e soprattutto con i sogni dei bambini.

Alle dieci Tommaso era ormai in crisi totale. Agitato, piangeva, si strusciava gli occhi. Chiara lo prese in braccio, lo cullò nella stanza buia, accompagnata solo dal bagliore della ghirlanda alla finestra. Finalmente, in quellombra, le lacrime le scesero senza rumore, non per autocommiserazione ma per rabbia. Rabbia per la propria cecità, per aver creduto a scuse su stanchezza e lavoro troppo a lungo.

Quando il piccolo si addormentò, tornò in sala. Paolo si stava già addormentando guardando Il Ciclone di Pieraccioni.

Mamma, papà quando arriva Babbo Natale verrà anche lui? mormorò Paolo mezzo addormentato.

Certo, amore. Ora vai a dormire, Babbo Natale vuole bimbi nel letto. Domattina ti svegli e ci saranno le magie sotto lalbero.

Accompagnato anche lui, Chiara andò a sedersi accanto a Paola, sdraiata sul davanzale a guardare i fuochi che già si accendevano sopra Firenze.

Non torna, vero mamma? domandò Paola senza voltarsi, troppo grande, ormai, per i suoi dieci anni.

Tornerà, ma tardi rispose Chiara, onesta. A volte i grandi sono più sciocchi dei bimbi e dimenticano le cose che contano.

Io non mi voglio sposare dichiarò convinta la figlia. Che ci sto a fare, ad aspettare così?

Il cuore di Chiara si stringeva. Ecco il vero regalo del padre: lanticipo della delusione.

Non tutti sono così, amore. Incontrerai gente migliore. E se no, sarai comunque felice da sola, basta non lasciare mai che qualcuno ti calpesti. Neanche se pensi di voler bene.

Rimasero abbracciate fino a mezzanotte meno venti. Il telefono silenzioso, Chiara non chiamò più. Aveva deciso.

Basta! si alzò Ora beviamo lo spumante dei piccoli? Festeggiamo il Capodanno insieme! Siamo belle, brave, ci siamo fatte una tavolata. Non roviniamoci la festa per chi non sa apprezzare la famiglia.

Versarono il chinotto nei calici, lei si mise addosso il festone doro, alzarono la musica ritmata. Ballarono tutte e due in mezzo alla sala, tra risate e mandarini sbucciati. Allo scoccare della mezzanotte scrissero il desiderio su un bigliettino, bruciarono la carta in sicurezza e buttarono la cenere nel bicchiere.

Chiara desiderò una sola parola: Libertà.

Alluna Paola andò a dormire. Chiara rimase sola. La casa, finalmente calma, rischiarata dai riflessi dellalbero, profumava di pasto consumato. Mise via posate e resti del cenone, poi prese la sedia di Antonio e la portò in cucina, nellangolo più remoto. Al suo posto, un grande vaso di frutta. Simbolico: spazio occupato da qualcosa di allegro e utile.

Andò infine alla porta. Il portone aveva la doppia serratura, raramente usata, ma quella sera Chiara chiuse la spranga con decisione.

Fece una doccia, si mise la pigiama preferita e si coricò in un letto che per la prima volta da anni sembrava infinito e confortevole.

Tra il sonno udì rumori alla porta, intorno alle quattro. Qualcuno armeggiava, spingeva, suonava il campanello una, due volte. Poi il suo cellulare iniziò a vibrare: Chiara lo voltò e lo lasciò così.

Sentì un colpo secco sulla porta.

Chià! Dormi? Apri, sono io! Non gira la chiave!

Si alzò, indossò la vestaglia, andò alla porta restando al buio.

Dai, Chiara, ho sentito che passi! Apri, fa freddo! sembrava un bambino capriccioso.

Non ti apro disse lei, forte e chiaro.

Un attimo di silenzio.

Come sarebbe? Sei impazzita? Sono tuo marito! Voglio entrare in casa mia!

Un marito che doveva esserci alle otto di sera. Adesso sono le quattro di mattina. Qui viviamo io e i miei figli. Gli uomini ubriachi non sono ammessi.

Non sono ubriaco! Dai, si è bevuto un bicchiere, è festa! Su Chiara, basta, apri! Ho sonno! E devo andare in bagno!

Vai da Gennaro. Dal capo. Da chi vuoi. Da loro i bagni funzionano di sicuro.

Non è divertente! Ho le chiavi, è casa mia!

La casa sarà tua rispose lei ma la famiglia è mia. E non voglio che i miei figli la mattina trovino il padre puzzolente in salotto. Passa domani, da sobrio. Poi parliamo.

Te ne pentirai! urlò e sentì un calcio alla porta Dormo qui fuori allora! Vediamo se ti vergogni davanti ai vicini!

Buonanotte, Antonio replicò Chiara tornando in camera.

Il cuore batteva veloce, ma le mani non tremavano. Si infilò sotto le coperte. Pensò che avrebbe continuato a suonare e bussare tutta la notte, invece dopo poco fu silenzio. Forse se nera andato o si era addormentato sul pianerottolo. Ormai, non gliene importava più. La compassione era morta da tempo, soffocata dalla frase è arrivato il capo, non posso andare.

La mattina del primo gennaio era gelida e piena di sole. I bambini si precipitarono allalbero sventolando i regali nuovi, tra urla e carte colorate.

Mamma, guarda, i mattoncini!

A me la bambola della pubblicità!

Chiara gustava un caffè in cucina, finalmente serena. Alle nove, questa volta con discrezione, suonarono il campanello. Tolse la spranga. Sulla soglia cera Antonio: spettinato, con gli occhi rossi, la camicia macchiata (vino? sugo?), la cravatta nel taschino. Pareva uno sconfitto.

Bel teatro, mi hai fatto fare bofonchiò entrando Ho dormito in macchina. Mi sono congelato. Non hai proprio cuore.

Si aspettava le scuse, che lei scaldasse il tè, che si sentisse in colpa per la propria crudeltà. Era la solita storia: lui sbagliava, lei si addossava la colpa.

Ma Chiara lo fissava solo, sorseggiando il caffè.

I bambini sono in salotto disse. Va, lavati. Niente alito pesante con loro. Poi vieni che parliamo del calendario.

Antonio si fermò, sfilandosi la scarpa.

Che calendario?

Degli incontri con i bambini. E la divisione delle cose. Divorzio, Antonio.

La scarpa le cadde di mano.

Stai scherzando? Per una serata? Ma dai! Abbiamo tre figli!

Appunto: tre figli. Hanno bisogno di vedere cosa sia il rispetto, laffetto. Non voglio che Paolo pensi che trattare così una donna sia la norma. Né che Paola creda che sopportarlo sia il destino delle donne.

Ma chi credi di essere con tre figli a carico?! Pensi di trovarne un altro?

Chiara sorrise. Ora quella minaccia era solo aria.

Non mi serve una fila, Antonio. Mi servo io, e i miei figli. Qui lunica zavorra eri tu. Pesante e arrugginita. Finalmente mollo il rimorchio.

Proprio in quel momento Paolo entrò con la sua macchinina nuova in mano.

Oh, papà è tornato! gridò, ma invece di abbracciarlo si fermò a distanza, storcendo il naso. Papà, puzzi come uno che dorme in stazione.

E se ne andò di corsa.

Antonio rimase lì, nel corridoio, umiliato anche da suo figlio, guardando Chiara che, circondata dai figli, rideva, costruiva torri e abbracciava Paola. E capì che si era appena estromesso da quellimmagine perfetta di famiglia.

Quel giorno Antonio comprese finalmente che la porta sprangata durante la notte era la stessa che si era chiusa per sempre: non serve nessuna chiave, nessun bouquet, nessuna preghiera per riaprirla. Non era chiusa a chiave, ma dal rispetto di sé.

Se questa storia ti ha fatto emozionare, condividila con chi vuoi bene. Forse anche tu, come Chiara, meriti semplicemente libertà.

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