30 anni ho vissuto in silenzio. Mio marito diceva una cosa io annuivo. Mia suocera arrivava allimprovviso io mettevo su il caffè. La cognata si presentava con le valigie la sistemavo nella stanza in fondo. Solo per qualche giorno, prometteva. Restava tre mesi.
Che dovevo fare? Alzare la voce avrebbero pensato che fossi una cattiva moglie. Dire di no mi avrebbero giudicata senza cuore. Mi sono abituata a sopportare. E con il tempo nemmeno mi accorgevo più di come la mia vita si fosse trasformata nel servire i desideri degli altri.
Mio marito, Antonio Ferraro, era un uomo semplice. Faceva il capocantiere, amava le tavolate allegre, i brindisi sullamicizia e i lamenti contro il capo. Mi chiamava la mia donnina di casa e non capiva davvero perché io piangessi certe notti. Sei stanca riposati. La famiglia arriva cucina qualcosa. Tutto facile.
Dopo che Antonio è morto, sono rimasta sola in un trilocale in viale Tiburtina, a Roma. Il funerale è andato come si deve: pranzo, vino, parole su quanto fosse una brava persona. I parenti sono arrivati, hanno pianto, poi se ne sono andati. Ho pensato: Ora finalmente posso riposarmi.
E invece niente riposo.
Dopo una settimana telefona mia cognata, Valeria:
Giulia, domani passo da te. Porto un po di cose che ho comprato.
Non serve niente, Vale.
Ma dai, dai! Non fare così. Non sono mica a mani vuote.
Arriva con due buste di pasta e una richiesta precisa: ospitare suo figlio Matteo, che deve iscriversi alluniversità a Roma. Ho provato a rifiutare con delicatezza:
Ma non ci sarà il dormitorio per lui?
E quando arriva quello? E intanto dove lo metto, in stazione?
Ho ceduto. Matteo si è piazzato nella stanza dangolo. Viveva disordinato: calzini ovunque, piatti accumulati nel lavandino, musica a tutto volume fino a tardi. A studiare, comunque, non sè mai iscritto. Però ha trovato lavoro come pony express, e adesso usava casa mia come base.
Matteo, magari potresti cercarti un posto tuo? ho suggerito, cauta, dopo un mese.
Zia Giulia, e dove vado? Non ho i soldi per laffitto!
Due settimane dopo, eccola, arriva la figlia del defunto Antonio dal primo matrimonio, Letizia. Porta con sé un rancore di trentanni e una lista di lamentele:
Mio papà ha lasciato la casa a te. E a me? Sono sua figlia pure io!
Sono rimasta muta. Lappartamento era intestato ad Antonio, per legge ora spettava a me. Ma Letizia mi guardava come se avessi rubato qualcosa.
Ti rendi conto di quanto sia dura per me? incalzava sono sola con un bambino, pago laffitto!
Ho provato a spiegare che quella era lunica casa che avevo, che denaro non ne avevo e non sapevo nemmeno come andare avanti. Letizia però non ascoltava. Non era venuta per comprensione: cercava giustizia. O quello che lei chiamava giustizia.
E così è cominciato tutto.
I parenti hanno iniziato a fare spesso capolino. Mia suocera arrivava con il consiglio di vendere la casa e prenderne una più piccola. Poi la cognata con lennesimo nipote. Poi Letizia con nuove pretese.
Ogni volta preparavo la tavola, offrivo il caffè, ascoltavo i rimproveri.
Poi un giorno si sono fatti più chiari riguardo la casa.
Giulia, ti serve tutta questa casa? ha detto Valeria, sorseggiando caffè vendila e prenditi un bilocale. Il resto dai una mano ai ragazzi.
Quali ragazzi? non capivo.
Ma Letizia, Matteo loro faticano.
Ho guardato i miei ospiti: la cognata, Letizia, la suocera. E mi è improvvisamente stato chiaro: non erano venuti a consolare, ma a spartire.
Se non vi sta bene ho detto piano potete anche andarvene.
Silenzio. Mi hanno guardato come se parlassi in cinese.
Ma come ti permetti? Valeria è stata la prima a reagire. Siamo famiglia!
Famiglia? ho domandato. Quella che veniva solo per mangiare o guardare la tv?
Mamma, hai sentito? Valeria si è rivolta a mia suocera Lo dicevo che si è montata la testa!
Mia suocera zitto guardava altrove, scuoteva la testa. Così capivano tutti: Giulia ingrata aveva sbagliato ancora.
Signora Paola mi sono rivolta a lei per trentanni mi avete insegnato come essere moglie, organizzare i pranzi, accontentare tutti. E quando piangevo, cosa mi dicevate? Sopporta, tutte le donne lo fanno. Ricorda?
Le sue labbra si serravano.
Ho sopportato. Ora basta. La pazienza è finita. Proprio come il burro nel frigo: cera, ora è andato.
Valeria si è alzata:
Lo dico a Matteo! Vediamo se capisce davvero chi sei tu!
Ditegli quello che volete. Ma portatelo via da qui. Se domani non se ne va, butto fuori tutto io.
Sono andate via. Porta sbattuta così forte che il lampadario ha tremato. Sono rimasta in cucina, le mani che tremavano, il cuore che batteva troppo forte. Ho bevuto un bicchiere dacqua di rubinetto.
E ho pensato: Oddio, che ho fatto?
Poi: Ma che ho fatto, in fondo? Ho cacciato gente indesiderata da casa mia?
Non ho dormito quella notte. Pensavo e ripensavo, come in una centrifuga che non smette. Forse avevano ragione loro? Forse sono cattiva? Avrei dovuto sopportare ancora?
La mattina, però, tutto era nitido. Sopportare va bene quando è una cosa a tempo. Io ho sopportato trentanni. Questo non è sopportare. Questa è resa.
Matteo se ne è andato dopo due giorni. Valeria è venuta a prenderlo con la faccia buia, senza guardarmi. Matteo borbottava qualcosa tipo vecchia strega. Sono rimasta muta. Una volta avrei pianto, mi sarei scusata, avrei implorato. Ora stavo zitta.
Dopo una settimana chiama Letizia:
Abbiamo pensato io e mamma inizia cauta.
Quale mamma? la interrompo. La tua è morta anni fa. Paola è mia suocera. Ex suocera.
Silenzio. Letizia non si aspettava questa risposta.
Comunque beh, preferiamo non litigare. Papà ti voleva bene.
Sì, a modo suo. Però la casa è intestata a me, legalmente. Non devo niente a nessuno.
Ma per correttezza
Correttezza? ho sorriso. Letizia, corretto sarebbe stato ricevere un augurio di compleanno in trentanni. Una telefonata solo per salutare, non per chiedere soldi. Quella sarebbe stata correttezza.
Sei diventata amara ha detto lei freddamente. La solitudine ti ha indurito.
No. Ho solo smesso di fingere.
Le settimane dopo sono scivolate lente. Andavo a lavorare facevo la donna delle pulizie in ospedale tornavo a casa, cenavo da sola. La vicina, zia Clara, a volte passava con le ciambelle:
Giulia, come va? Sei giù?
No, sto bene.
E i parenti tuoi, non li vedo più
Non vengono più.
Fai bene ha detto zia Clara con un lampo negli occhi. Per anni li ho visti, e pensavo: ma quando si sveglia quella poveretta? Brava, finalmente!
Ho sorriso. Per la prima volta dopo secoli, sinceramente.
Il peggio non era che i parenti fossero offesi. Il vero terrore era il silenzio. La sera, nessuno a cui dire ciao, nessuno a cui preparare un caffè. Ho capito dun tratto che non avevo mai vissuto per me stessa.
E ora? Ora toccava imparare. E questa cosa faceva più paura di tutte le accuse di Valeria messe insieme.
Un mese dopo, tornano loro. Senza avvisare. Valeria, Matteo, la suocera Paola e Letizia. Tutti insieme, come uno sbarco.
Apro la porta ed eccoli. Fermi sul pianerottolo, schierati. Valeria davanti.
Allora Giulia attacca la cognata hai cambiato idea?
Su cosa?
La casa. La vendi?
Li guardo in faccia. Erano venuti certi che dopo un mese sarei crollata. Che avrei chiamato io a supplicarli di tornare.
Entrate pure ho detto. Ormai siete qui.
Si sono infilati in cucina. La suocera subito al frigo per controllare. Letizia col cellulare. Valeria davanti a me.
Giulia, da sola qui non ce la farai. Condominio, spese, lavori… E poi a che ti serve tutta questa metratura?
A me piace ho risposto.
Ma sei da sola! Letizia si è intromessa. Ho trovato una soluzione: vendi questa, prendi un bilocale fuori Roma. Restano 180mila euro. 60mila a me ho un figlio da crescere. 60mila a Matteo per la sua istruzione. 60mila a te, per la vecchiaia.
Sono stata zitta. Guardavo Letizia. Unghie curate, borsa costosa.
Dovrei andare in periferia perché voi volete 60mila euro ciascuno?
Dai, è giusto! protestava Letizia. Papà ha lavorato tutta la vita per questa casa!
No ho detto piano. Questa casa glielha data lo Stato, quando era giovane. I lavori li ho pagati io. Con i miei soldi.
Giulia, non fare la solita difficile interviene Valeria. Noi siamo ragionevoli. Siamo famiglia.
Qualcosa dentro di me ha scattato come un interruttore. Click. Buio.
Famiglia? ho ripetuto. E doveravate voi quando sono stata operata tre anni fa? Chi è venuto a trovarmi? Tu, Valeria?
Lei si muoveva nervosa sulla sedia:
Avevo impegni, lo sai.
E lei, signora Paola? Ha mai chiamato?
La suocera guardava fuori, muta.
E tu, Letizia? Lo sapevi che ero in ospedale?
Nessuno mi ha detto niente ha mormorato.
Appunto. Perché non vi interessava. Ora uguale. Non siete venuti per me, ma per la casa.
Giulia, ma che ti prende? tenta Valeria.
Non mi prende niente. Semplicemente basta. Ho finito la pazienza.
Mi sono alzata. Ho aperto la porta.
Andatevene. Ora. E non tornate più.
Sei impazzita?! ha urlato Letizia. Chi ti credi di essere? Sei una straniera in questa famiglia!
Già ho annuito. Menomale.
Valeria urlava:
Se solo Antonio sapesse!
Eh, se solo sapesse ho sospirato. Lui mi avrebbe costretta a cedere. Come sempre. Ma non cè più. Ora decido io.
Te ne pentirai! ha sibilato Letizia. Quando invecchierai, verrai a chiedere aiuto!
Ho sorriso, stanca.
Vedi Letizia, ho 58 anni. Ho creduto per trentanni che se fossi stata buona mi avreste voluto bene. Se cedevo, mi avreste apprezzata. Ma più cedevo, più volevate. Mai più. Non verrò mai da voi.
Sono usciti in silenzio. Valeria rossa, la suocera col muso, Letizia ha sbattuto la porta dietro di sé.
Sono rimasta in corridoio. Le mani tremavano. Mi sono seduta in cucina, ho iniziato a piangere.
Non per compassione di me stessa. Per sollievo.
Dopo una settimana ha chiamato zia Clara:
Giulia, ho sentito che hai litigato con tutti?
Non litigato. Ho detto la verità.
Hai fatto bene. Senti, cè mia nipote, Caterina. Ha trentanni, ha lasciato il marito, sta da sola. Le va di conoscerti? È una brava ragazza, lavora.
Ci siamo conosciute. Caterina era timida, gentile. Era contabile, affittava una stanza in dormitorio. Veniva spesso a prendere il tè, sedute a parlare.
Vuoi venire a stare da me? le ho proposto un giorno dimpulso Qui cè una camera libera. Bastano le spese.
Caterina è venuta un mese dopo. E ho scoperto che vivere con una persona estranea è facile, quando rispetta gli spazi. Niente giudizi, niente prepotenze.
Mi sono iscritta in biblioteca quella dove lavoravo anni fa. Adesso ci vado a prendere i libri che non avevo mai letto.
A volte penso ai parenti. Chissà che fanno. Valeria e Matteo? Letizia e la sua bambina? La suocera Paola?
Ma non ho più voglia di chiamare. Proprio per niente.
Dopo sei mesi, zia Clara mi aggiorna:
Hai sentito? Valeria è finita a vivere da Matteo. Dormitorio. Dice che in paese si annoiava.
Eh, meglio così rispondo.
E Letizia? Si è sposata con un imprenditore. Vivono da signori adesso.
Contentissima per lei.
Mi guarda curiosa:
Non ti dà fastidio?
Perché?
Che se la cavano anche senza di te.
Sorrido:
Clara, hanno sempre fatto senza di me. Solo che adesso lho capito.
La sera sto alla finestra. Fuori il crepuscolo, i lampioni, la gente che corre a casa. Caterina cucina e canticchia.
Penso che eccolo, il vero sollievo. Non nellapprovazione dei parenti, ma nel poter dire di no e non morire dal senso di colpa.
E voi? Vi è mai capitato di dover mandar via dei parenti troppo invadenti?







