SUOCERINA
Annina, tesoro! esclamò Maria Conti, spalancando le imposte della finestra. Ma che ci fai così presto qui fuori? Non è ancora nemmeno sorto il sole!
Anna, infagottata in uno scialle vecchiotto, stava gironzolando sui ciottoli davanti al cancello. Fuori era un ottobre umido, e la nebbiolina del mattino accarezzava la terra come una vellutata crema al latte.
Eh… mi sono svegliata prima, Maria. Oggi è proprio il giorno giusto per tirar su le patate…
Oh, cuore mio! La suocera si precipitò ad infilarsi la vecchia giacca imbottita. Aspetta, arrivo subito. In due si fa prima, lo sai.
Questo succedeva tre anni prima, quando Anna aveva messo piede per la prima volta nella casa dei Conti da sposa fresca. Prima? Prima era tutta unaltra vita.
Annina era cresciuta orfana: la mamma era venuta a mancare al parto, il padre si era perso chissà dove tra i boschi che tagliava quando lei faceva appena in tempo a ricordarsi il suo volto. Laveva allevata tutto il paese: chi portava un po di patate, chi una bottiglia di latte fresco. La nonna, la vecchia Natalina (che il Signore labbia in gloria), se lera pure presa a casa per poco, appena tre anni, poi era partita anche lei. Così, la piccola Anna era passata di braccia in braccia, un po qua e un po là.
Crescendo era diventata bella: una lunga treccia castana che sembrava filata a mano, occhi grandi da cerbiatta, ma dal carattere quieto e riservato. Sempre a guardare le mattonelle quando parlava, ma quando sorrideva spuntava il sole in una giornata di pioggia. Lavoratrice infaticabile: se cera da fare qualcosa, non si tirava mai indietro. Per questo, in paese, la stimavano tutti.
Annina! la chiamò un giorno Paolo, il figlio di Maria. Fermati un attimo!
Lei si girò, stringendo tra le braccia un mazzetto di fieno profumato appena tagliato. Paolo era appoggiato alla staccionata, sorrideva a 32 denti. Un “bellimbusto”, come si dice, occhi neri furbi e statura da attaccabrighe di osteria.
Che cè, Paolo? Anna abbassò lo sguardo, sentendo il rossore salire fin sulle orecchie.
Pensavo si avvicinò, profumava di fumo e di erba tagliata Non sarebbe ora di sposarci? Che aspetti a mettere la fede, resti zitella in eterno?
Glielaveva sparata là come si lancia un cucchiaio: Anna rimase imbambolata, senza sapere che dire, e lui, con laria di chi ci ride su, continuò:
Non fare quella faccia, sono serio! Mia mamma ti adora, sempre a dire che sei la regina della casa. Pure a me, non te lo nascondo, sei entrata nel cuore. Allora? Mi dici di sì?
Anna fissava i fili derba, una tempesta di pensieri in testa: Ma ha ragione… ventanni sono già qui, forse è ora di metter su famiglia. Paolo pare uno in gamba, lavora, e la madre, Maria, è una santa donna
Vengo, sussurrò lei, senza guardarlo in faccia.
Il matrimonio lo fecero a settembre, appena raccolto tutto. Non ricchi, ma allegri. Maria Conti fece miracoli: crostate, polpette, vino rosso fatto in casa; tutto il paese a festeggiare.
Da oggi, labbracciò dopo la cerimonia sei mia figlia, come se ti avessi fatta io. Staremo insieme, anima e cuore!
E, allinizio, fu così davvero. Anna si faceva in quattro per accontentare tutti: allalba già in piedi a sbrigare la stalla, cucinava a puntino, la casa tirata a lucido. Maria andava fiera della nuora alle amiche non dava tregua: la mia Anna vale oro!
Poi, però, le cose presero una brutta piega.
Tutto cominciò la vigilia di Capodanno. Paolo tornò a casa già bello pieno: lalito di vino lo precedeva di un paio di metri. Anna era intenta a impastare, voleva sorprendere tutti con una bella crostata.
Ma che fa la padrona, qua dentro? ruggì lui, barcollando. Chi tha dato il permesso?
Paolo, domani è festa balbettò Anna, titubante.
Festa?! Diede uno schiaffo sul tavolo che fa saltare la farina per aria tipo neve. E il marito, qualcuno lo consulta?!
La prima sberla arrivò come un treno Anna non ebbe neanche il tempo di scansarsi. Lampi agli occhi, il sangue salato sulle labbra.
Paolo… sussurrò, accostando la mano alla guancia. Che ho fatto di male?
Ma lui già se nera uscito, barcollante, lasciandola sola in mezzo a quella nuvola di farina e lacrime che si mescolavano sulla faccia come se nevicasse sulle Alpi
Da lì fu tutta una discesa. Paolo diventò imprevedibile: un giorno dolce come un babà, quello dopo peggio di un mastino. Soprattutto quando sbronzava. E, a dirla tutta, sbronzava sempre più spesso.
Allinizio Maria Conti faceva finta di niente o non voleva vedere. Anna taceva e sperava: magari passa, si ravvede. Nascondeva i lividi sotto le maniche e, se qualcuno domandava, cancellava tutto con un sorriso: Noi? Andiamo damore e daccordo
Ma le madri, non le frega nessuno. Una sera Maria sentì un casino nella stanza accanto, poi pianti soffocati.
Disgraziata! tuonava la voce impastata dal vino. Ti insegno io come si parla a un uomo!
Qualcosa si spezzò dentro quella donna in là con gli anni. Un lampo del passato le entrò nel cuore: lei, anche lei tremava in un cantuccio, il marito col pugno alzato… Basta, questa storia non si ripete.
Afferrando il primo ramo che trovò sotto mano quello che usava per rincorrere la mucca testarda Maria irruppe nella stanza. Quello che videro i suoi occhi le fece bollire il sangue: Anna rannicchiata in un angolo, mentre Paolo, sangue del suo sangue, alzava uno sgabello contro una donna indifesa.
FERMO! Il suo grido risuonò come un tuono nelle Langhe.
Paolo si voltò sbiancò. Mai vista sua madre così prima. Negli occhi aveva una furia che nemmeno il diavolo.
Mamma… che ti prende? balbettò, calando lo sgabello.
Ti faccio vedere io, mamma… E sbam! Il ramo fendeva laria. Brutto mascalzone! Ti alzi le mani su una donna?!
Colpo, altro colpo, ancora.
Mamma! Ma sei fuori?! Paolo cercava di schivare, ma il ramo era più veloce.
Questo per Anna! Zaaac. Questo per tutte le donne picchiate! Zaaac. E questo perché impari a non prepotere sui deboli!
Lei picchiava e piangeva di rabbia o di dolore, chi lo sa. Suo figlio… come si è arrivati a questo?
Fuori! sbuffò infine, mollando il bastone. Fuori dai piedi finché non ti passa la sbornia! E se la tocchi ancora Riprese fiato. Se la tocchi anche solo con un dito, stavolta ti stendo io. Giuro sulla Madonna, ti stendo!
Paolo, barcollando, uscì. Sbatteva la porta alle sue spalle.
Maria si girò verso Anna. Era ancora accovacciata, con le ginocchia strette al petto e gli occhi pieni di lacrime.
Figlia Maria si lasciò cadere sul pavimento accanto a lei, labbracciò. Da quanto va avanti?
Da questinverno singhiozzò Anna. Pensavo che passasse…
Oh piccina Maria la diede stretta, come una chioccia. Perché tacevi? Perché non me ne sono accorta
Restarono lì sedute fino allalba: suocera e nuora, legate ormai più dal dolore che dalla parentela. Anna pianse tutto quello che aveva dentro, Maria le accarezzava i capelli, sussurrando:
Va tutto bene, tesoro mio Da adesso cambia tutto. Promesso. Nessuno ti toccherà più.
E mantenne la promessa.
Paolo si presentò a casa due giorni dopo: la faccia stravolta, aria da cane bastonato. Ma ad accoglierlo non trovò la moglie, ma la madre severa come una nota a scuola.
Senti qui, figliolo, annunciò ferma scegli: o smetti di bere e ti comporti da cristiano, o prendi su il fagotto e vattene. Anna non la tocchi più, fine dei giochi.
Per un mese Paolo si tenne a freno: basta alcol, lavoro, casa puntuale. Anna cominciò piano piano a rilassarsi, quasi a credere che la fortuna volesse girare. Ma le disgrazie, si sa, non vengono mai sole passò in paese un tizio con la grappa clandestina, e via, daccapo.
Questa volta Maria nemmeno ci pensa: appena sente la prima urla ubriaca, la porta gli indica. Paolo se ne va con un sacco di panni e trova rifugio da un amico alcolista peggio di lui.
Dopo una settimana lo trovarono stecchito. Intossicazione da monossido la stufa chiusa male, la solita sfortuna da ubriachi.
Quando la vicina corse a dirlo, Maria divenne bianca come il lenzuolo di lino buono. Si sedette sulla panca, a fissare il vuoto. Anna le si gettò accanto:
Mamma! Mamma mia!
Quel mamma le scappò come una confessione: prima sempre Maria e basta. Maria, tremando, le posò addosso un lungo sguardo poi le lacrime.
Non lho protetto Non sono riuscita a salvare mio figlio
Non è colpa vostra, sussurrava Anna, abbracciandola. Avete fatto tutto il possibile. Era destino
Paolo fu seppellito col corteo di tutto il paese. Maria Conti non pianse nemmeno una lacrima davanti a tutti, solo le mani più bianche e un paio di pieghe in più sulla fronte. Anna le stava sempre alle costole.
Dopo il funerale, la vita ricominciò a scorrere. Anna restò a vivere con la suocera Maria non voleva sentire parlare di separarci.
Ormai sei come una figlia, ripeteva. E dove credi che ti mandi?
Il tempo passava. Maria guariva piano piano: guardando la giovane nuora, pensava sempre più spesso che sarebbe stato un peccato tenerla vedova per sempre.
In paese cera Stefano: uno che lavorava duro, serio, con la casa in ordine. La moglie gli era morta di malattia cinque anni prima, era rimasto con due bambini piccini. Faceva tutto lui: orto, bestie, e due figli sempre puliti e con la cartella pronta. Maria aveva notato che Stefano, passando, salutava sempre Anna con uno sguardo diverso.
Senti, figliola, buttò lì una sera davanti alla camomilla. Ma Stefano sei sicura che non ti interessi?
Anna arrossì come un pomodoro:
Ma mamma! Che dite!
Eh, sorseggiò Maria con le labbra a sorriso è uno bravo, non beve, i figli han bisogno di una mamma
No, Anna scosse la testa. Non potrei mai… E lei allora?
E io? rise la suocera Io sono qui. Vengo a trovare i nipoti, mi farai il caffè ogni tanto
Anna non disse più niente, ma il seme era stato gettato. Dopo un mese, Stefano si presentò a chiedere la sua mano.
Il secondo matrimonio fu discreto: niente festa in piazza, solo due testimoni e una cena fra intimi. Ma quella casa era piena di più gioia del primo matrimonio. Stefano la venerava, i bimbi ladoravano (“Mamma!” le dicevano subito). Dopo un anno arrivò anche una bimba: la chiamarono Maria, in onore della nonna.
Maria Conti diventò di casa nella nuova famiglia. Anna le portava le ciambelle appena sfornate, le faceva compagnia tutti i giorni. Con il tempo il loro legame divenne ancora più forte.
Quando Maria si ammalò letà e la fatica si fanno sentire Anna la portò a stare da lei. Le fece da infermiera, senza dormire la notte per starle accanto.
Grazie, figliola, sussurrava la vecchia negli ultimi giorni. Grazie di tutto Tu sei la figlia che non ho mai avuto
Anna piangeva, baciava quelle mani rugose:
No, grazie a voi, mamma Mi avete salvata Siete stata la madre che ho perso
La seppellirono di fianco al figlio. Ogni domenica, Anna va sulla tomba porta fiori, parla come se Maria fosse lì accanto. Insegna ai suoi figli:
Ricordate, bambini: la vera famiglia non sempre la dà il sangue. La nonna Maria era solo la mia suocera, ma contava più di qualsiasi mamma. Perché la bontà e lamore valgono più di qualsiasi legame.
Ancora oggi in paese tutti ricordano la storia. Se mai una nuora e una suocera si beccano, salta fuori subito qualcuno:
Eh, guarda Maria Conti e Annina
E tutti fanno sì con la testa. Perché niente è più grande dellamore di una madre il cuore, alla fine, sa sempre chi scegliere.







