La gelosia mi ha distrutto: quando ho visto mia moglie scendere dall’auto di un altro uomo ho perso il controllo e mi sono rovinato la vita

La gelosia mi ha rovinato: quando ho visto mia moglie scendere dallauto di un altro uomo, ho perso la testa e ho mandato allaria la mia vita
Ero appoggiato alla finestra del salotto, le mani chiuse in pugno, il cuore che mi batteva talmente forte da farmi temere un infarto sul posto. Regnava un silenzio quasi religioso, ma nella mia testa rimbombava sempre la stessa domanda: Ma quanto ci mette?
Lorologio appeso al muro emetteva un tic-tac molesto, più fastidioso di una zanzara a Ferragosto.
Era tardi. Maledettamente tardi.
E allimprovviso, ecco i fari che illuminano Via San Giovanni.
Una macchina nera, di quelle eleganti, si ferma proprio davanti al portone. Mi si ferma il respiro. Al volante cè un uomo. Alto, sorridente, un tipo che non avevo mai visto prima.
Poi lo sportello del passeggero si apre.
Ed esce lei.
Qualcosa dentro di me si spezza, come una baguette il giorno dopo.
Sorrideva. Con una naturalezza che mi ha gelato il sangue in vena. Si abbassa, dice qualcosa al guidatore. Lui si mette a ridere. Ridere! Come se niente fosse.
Lei chiude lo sportello e si incammina a passo sereno, come se tornasse dalla pasticceria.
Io già sentivo le tempie che pulsavano e la vena sulla fronte che si gonfiava come un palloncino.
Chi era quelluomo? Da quanto andava avanti sta storia? E io, scemo, che non mi sono mai accorto di nulla?
La porta si spalanca e lei entra, lancia la borsa sul tavolo come se fosse il sacco della spesa.
Chi era? chiedo bloccando un nodo in gola.
Si ferma, mi guarda con le sopracciglia aggrottate. Chi era chi?
Luomo della macchina. Chi è?
Sospira, con quellaria stufa che mi fa venire la gastrite da solo.
Luca, ti prego, non ricominciare. Era Fabrizio, il marito di Chiara. Mi ha accompagnata perché era tardi. Davvero vuoi discutere per questa sciocchezza?
Ma dalla mia testa ormai le sue parole non entravano più.
Nella mia testa è solo bufera. Sento la rabbia salire.
E poi la mano mi scappa.
Il suono dello schiaffo risuona per il soggiorno peggio dello scoppio di un petardo.
Lei fa un passo indietro, la mano sul viso. Dal naso inizia a spuntare una gocciolina di sangue.
Il silenzio che segue mette addosso paura.
E lo vedo, nei suoi occhi.
Non è rabbia. Non è dolore. È paura.
Lo capisco all’istante: è la fine.
Niente più scusami. Nessun ritorno indietro.
Niente urla. Nessuna lacrima.
Prende il cappotto e se ne va.
La mattina dopo, mi citofona un avvocato con i documenti del divorzio già belli pronti.
Il tribunale mi ha portato via tutto persino mio figlio
Ho sopportato i tuoi scatti di gelosia per anni, mi ha detto poi, un ghiacciolo in persona. Ma la violenza, Luca, mai più.
Mi sono umiliato. Le ho chiesto perdono. Era solo un attimo di follia. Ti giuro, non succederà mai più.
Non le è importato nemmeno un po.
E poi è arrivata la mazzata finale: in tribunale, ha detto che ero stato aggressivo anche con nostro figlio.
Menzogna.
Una menzogna tagliata su misura. Con mio figlio non avevo mai alzato nemmeno la voce.
Ma chi avrebbe mai creduto a me? Uno che aveva già mollato uno schiaffo alla moglie.
Il giudice non ha avuto dubbi.
Affidamento esclusivo a lei.
Io? Solo qualche ora a settimana. In una stanza impersonale di un punto neutro.
Niente notti insieme. Niente colazioni con il profumo di biscotti.
Per sei mesi ho vissuto solo per quei brevi momenti.
Quando lui mi saltava in braccio, mi stringeva come un peluche e mi diceva quanto gli mancavo.
Poi, di nuovo, dovevo guardarlo andare via.
Finché un giorno, mi ha detto una cosa che mi ha davvero mandato in frantumi.
La rivelazione di mio figlio di cinque anni
Cresceva. Cominciava a collegare i puntini.
Un pomeriggio, mentre giocava con le macchinine, se ne esce, serissimo:
Papà, ieri la mamma non era a casa. È venuta una signora a stare con me.
Mi si blocca il respiro.
Che signora? domando cercando di non sembrare un investigatore.
Non lo so. Viene ogni volta che la mamma esce la sera.
Sudo freddo.
E la mamma dove va?
Si stringe nelle spalle. Non me lo dice.
Le mani mi tremano.
Dovevo scoprire la verità.
Quando lho capito, ho sentito il cervello andarmi in blackout.
Aveva assunto una baby-sitter.
Una sconosciuta.
Io che chiedevo in ginocchio di stare qualche ora in più con mio figlio, e lei lo lasciava a una perfetta estranea.
Ho preso il telefono e lho chiamata.
Perché lasci nostro figlio con una sconosciuta, quando potrei tenerlo io?
Voce di ghiaccio. Perché è più comodo così.
Più comodo?! Ormai mi mancava il fiato. Sono suo padre! Se tu non ci sei, deve stare con me!
Ha sbuffato come se stessi discutendo di mozzarella scaduta. Luca, non vengo ogni volta a portarglielo. Non fare tragedie.
Mi si sbiancano le nocche.
Cosaltro potevo fare? Denunciarla? Unaltra battaglia legale?
E se perdessi di nuovo?
Un solo errore.
Un solo scatto di rabbia.
E mi hanno portato via tutto.
Ma mio figlio…
Lui non lo mollo.
Non lascerò mai che cresca con una sconosciuta.
Combatterò.
È lunica cosa che mi è rimasta.

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La gelosia mi ha distrutto: quando ho visto mia moglie scendere dall’auto di un altro uomo ho perso il controllo e mi sono rovinato la vita
Un Uomo per un’Ora. Il papà di Barbara è mancato all’improvviso. Nessuno se lo aspettava. In soli tre mesi, se n’è andato via per colpa di una malattia maledetta. Eppure ha lottato fino all’ultimo respiro. Aveva un sogno: vedere la sua unica figlia sposata e felice. Purtroppo, non è successo. Il papà di Barbara è morto d’inverno, subito dopo Natale. “Almeno non ha rovinato per sempre le feste della ragazza,” dicevano i vicini scuotendo il capo con tristezza. Il suo sogno, però, non si è mai realizzato, perché Barbara non aveva nessuno. Beh, a parte quel corteggiatore conosciuto su Internet, con cui si scriveva pigramente da anni. Ma non erano mai andati oltre un paio di appuntamenti al mese. E il papà sapeva di lasciare la figlia da sola, nel mondo. La mamma di Barbara li aveva lasciati quando Barbara era bambina ed era partita per lavorare in Italia. All’inizio mandava soldi, giochi e dolci prelibati da Firenze, ma nel tempo, i pacchi e le lettere sono diventati sempre più rari. L’ultima lettera della madre, Barbara l’ha ricevuta a dieci anni: la mamma aveva trovato l’amore con un certo Lorenzo, un italiano, e viveva ormai nella sua villa fuori città. Chiedeva al papà di Barbara di non scriverle più, perché suo marito era molto geloso. Chiedeva di essere compresa, che non avrebbe più potuto inviare né regali né lettere. “In ogni caso tua figlia resta col suo vero padre, che dovrebbe provvedere a tutto, invece di vivere sulle spalle di una donna,” scriveva la madre. Il papà di Barbara, però, non aveva mai chiesto nulla alla ex. Loro due si arrangiavano come potevano. Lavorava come elettricista, idraulico, operaio edile, pur avendo una laurea. Ma tutto quello che poteva, nonostante le ristrettezze, lo dava a Barbara. Mai una lamentela, mai un vizio; spesso si privava anche delle cose più semplici come scarpe o vestiti nuovi. “Gli idraulici mica vanno al lavoro in giacca e cravatta,” diceva a Barbara già adulta ogni volta che la figlia cercava di comprargli un maglione o un portafoglio di pelle. “Lo regalerai a tuo marito. Vedrai che gli piacerà. Io posso lavorare tra i tubi anche con gli stracci vecchi.” Alla fine dei quaranta giorni dopo la sua morte, le giornate di Barbara erano diventate tutte uguali. Aveva ordinato una messa per il papà e poi era tornata a casa a piedi: le mancavano le sue chiacchiere, i cartoni che guardavano insieme, anche se non erano più bambini, la cura e l’attenzione, come quando il padre la aspettava davanti all’ufficio per non farla bagnare nei giorni di pioggia con la sua vecchia sgangherata Lada. Era quasi sera, pioveva, il ghiaccio diventava fango sotto i piedi. Barbara stava per arrivare a casa, quando, nel grigiore di fine inverno, notò una piccola luce arancione: un minuscolo gattino rosso, tremante dal freddo, che miagolava tristemente davanti al portone. “Chissà chi l’ha buttato fuori,” pensò Barbara con dolore. Si guardarono negli occhi; capì che se non l’avesse portato via con sé, il povero animale sarebbe morto. E di un’altra morte, Barbara proprio non ne voleva sapere. Lo raccolse, lo infilò sotto il cappotto e il micino iniziò subito a fare le fusa, strofinando il musetto sulla mano di Barbara. “Hai fame?” chiese la ragazza. Il gatto la guardò con occhi così intelligenti che le vennero i brividi. Barbara si rassicurò da sola. “Sarà la fame. Quando si vuole vivere, si guardano le cose in un modo diverso…” Col gattino in casa la solitudine si sentiva meno. “Meglio in due che da sola,” decise Barbara, posando la ciotola del micio e accendendo il suo cartone animato preferito, quello che vedeva sempre col papà. Ma stranamente, il gatto, sebbene affamato, prima di mangiare si mise a guardare attento lo schermo, seguendo ogni movimento del protagonista. Solo allora, con la ciotola nella giusta posizione per vedere e mangiare, il gattino si buttò sul cibo. “Proprio come papà,” pensò per un attimo Barbara. Osservando meglio, notò che il gatto aveva le guance cosparse di macchie rossastre, proprio come le lentiggini del papà, e dietro le orecchie una grossa chiazza simile alla voglia che aveva sempre il padre. Anche gli occhi grigio grandi le ricordavano quelli di lui. Però Barbara non era superstiziosa e allontanò subito quei pensieri. Stanca, cenò al volo e si addormentò profondamente con il micio arrotolato a fianco come una piccola palla di fuoco. *** Morire non era stato spaventoso. Spaventoso era lasciare le cose in sospeso. E la questione principale era sua figlia! Come poteva lasciarla, sola al mondo, lei che sapeva essere forte solo in apparenza? Ma il suo sogno — vedere dei nipotini, raccontar loro storie, insegnare a costruire cose con le mani — non si sarebbe avverato… Sentì il sollievo dell’anima che si stacca dal corpo, un vortice di luce, calore, pura accettazione, amore assoluto. Tutto era Uno: piante, rocce, aria, cielo, stelle… Dio. Era parte di Dio e Dio era tutto. Ma poi si ricordò di Barbara. Non poteva lasciarla; doveva tornare. “Qualunque cosa, devo tornare!” decise. All’istante la luce sparì ed eccolo in un giardino come quello di sua nonna, con tutti i parenti a salutarlo tra grandi preparativi. C’era un misterioso stagno, con una fila di anime che si immergevano, tendevano verso qualcosa di nuovo e ignoto. “È una porta, figlio,” spiegò il nonno. “Chi vuole tornare a casa, si tuffa nelle acque.” “E posso tornare anch’io?” “Certo, ma non nello stesso corpo. Dovrai cambiare abito; all’attraversamento troverai tutto.” Il nonno lo benedisse e senza che la nonna lo vedesse lo spinse verso quell’acqua profonda, fredda, accogliente. ** Il telefono svegliò Barbara e il suo nuovo amico, Fiamma, così aveva chiamato il gattino. Era il suo corteggiatore di sempre. — Vieni a trovarmi? Ho preso il tuo vino preferito. — No, oggi non posso. Ho trovato un gattino, ha bisogno di me. Magari un’altra volta. Dopo la telefonata Barbara si voltò verso Fiamma. — Sarò sola per tutta la vita? Beh, ora ci sei tu… Mentre piangeva per la fatica e per la stanchezza, il micio le leccò il volto con dolcezza, riuscendo finalmente a consolarla. Al mattino, decise di portare il portatile rotto in riparazione; si mise il cappotto a quadri sopra il pigiama con i pinguini e uscì. Ma Fiamma scappò e si infilò in cantina. Barbara lo inseguì e lì trovò un giovane idraulico, proprio come suo padre; gentile, con gli stessi attrezzi, che si offrì subito di aiutare. Ritrovarono Fiamma e poi… — Credo di aver chiuso le chiavi in casa… — Nessun problema, signorina. Le apro la porta. In mezz’ora, la casa fu di nuovo aperta e il giovane sistemò anche la serratura. — Non so come ringraziarla. — Salvo volentieri le belle signorine — disse scherzando. Barbara non aveva soldi per pagarlo, ma propose i vecchi attrezzi del papà. Il ragazzo sorrise, emozionato. — Anche suo padre era un tuttofare? — Idraulico, proprio come lei. — In realtà, io sono “un uomo per un’ora”. — Cioè? — A richiesta, aggiusto e riparo tutto ciò che serve in casa, come farebbe un marito. Due anni fa sono arrivato da un paesino per fare l’insegnante, ma ho capito che con le mani lavoro meglio e ci si arrangia sempre… La somiglianza col padre la toccò come un déjà-vu. Il ragazzo le lasciò il bigliettino da visita e si offrì di accompagnarla in centro per riparare il computer. La giornata passò e, rientrata a casa, Barbara scoprì con orrore che il gatto aveva ridotto il portafoglio del giovane a brandelli. Ricordandosi del biglietto, lo chiamò per restituirlo. Lui venne subito, sorridente, con una bustina di giochi per il gatto e dolcetti per lei. — Ho anche un portafoglio nuovo, era per papà… spero che vada bene anche per lei. Ridevano insieme, sorseggiando il tè. — A proposito, le goccia il rubinetto della cucina? Posso darci un’occhiata adesso, se vuole! Quella sera, nella casa di Barbara regnava una pace inaspettata. E solo Fiamma, strizzando gli occhi soddisfatto, sembrava davvero sorridere. Forse è proprio così che sorride Dio.