Lasciare il marito andare alla cena aziendale: pentimenti, consegne notturne e scambi improbabili – Cronaca esilarante di una serata oltremodo “creativa” con marito recapitato a domicilio, travestimenti improbabili e un finale da commedia tutta italiana

– Consegna di mariti! Buonasera! Lo prende o no?

Valeria fissava luomo barcollante sulla soglia e, ancora confusa dal sonno, non riusciva a capire se fosse uno scherzo.

– Non cera uno più presentabile da mandare? chiese lei.

– Signora! proclamò solennemente il fattorino. Non ne ha mai visti di migliori! È sua fortuna ricevere il marito dalle mani del miglior rappresentante possibile!

La parlantina era snervante. A quellora di notte il cervello dorme invece di cercare senso nelle frasi strampalate.

– Allora, lo prende il marito o lo lasciamo qui fuori? insistette lui. Glielo giuro, signora, così comè può dormire davanti alla porta come un cane fedele fino a domani mattina!

– Ormai che siete qui cercando di scacciare il sonno dagli occhi, Valeria sospirò portatelo dentro.

Il fattorino si fece da parte e davanti a Valeria comparvero tre uomini. Anzi, due reggevano il terzo nel mezzo, come uno stendardo ubriaco.

– E quale dei tre sarebbe mio marito? domandò Valeria.

A dire la verità, non riconosceva nessuno come suo consorte.

– Ma come, signora! il fattorino la rimproverò dolcemente. In mezzo alla formazione, lanima della festa!

– Di feste non vedo tracce, ribatté Valeria. E quello in mezzo non è mio marito!

– Come non è suo? la faccia del fattorino si fece seria. Guardi che abbiamo controllato!

– Se lo dite voi però quello al centro è pelato!

Il mio Enrico una testa così non lha mai avuta! E non ci è ancora arrivato naturalmente!

– Signora il fattorino sorrise non tutti hanno avuto la stessa fortuna nei giochi aziendali! Si tolse il berretto, rivelando anche lui una testa pelata con ciuffi sparuti qua e là.

Chiarissimo: li avevano rasati con una macchinetta e alla buona.

– Come anche il sottoscritto sospirò il fattorino.

– Siete pazzi voi e le vostre feste aziendali! sbottò Valeria.

– Oh, signora, questa è niente! Quella a cui è andata peggio è stata la signora Marinella, la vice del ragioniere, cinquantasei anni! Il gioco della matita e della bottiglia non le è proprio riuscito!

– Lhanno rasata pure lei? domandò Valeria sconvolta.

– Eh sì, ma almeno ha vinto un buono da cinquemila euro per un bel parrucchino artigianale! Soddisfatta della spiegazione? Lo riconosce?

– Proprio no, disse Valeria. Dietro quel trucco nemmeno sua madre lo riconoscerebbe! Anche quello è un gioco?

– Più un passatempo! rise il fattorino Trucco con i colori! Basterà una bella lavata e torna come nuovo!

– E questi abiti improponibili?

– Sempre per colpa dei giochi del capo! Ma non si preoccupi, appena si svegliano riprenderanno ognuno le proprie cose!

– Vi siete scambiati tutto per rafforzare il gruppo?

– Più che altro, per mettersi a nudo fuori e dentro poi vedendo gli occhi spalancati di Valeria, aggiunse in fretta: Ma tutto nel rispetto della decenza! Su quello siamo rigidi!

– Dopo rasate a zero e facce pitturate? Valeria scosse la testa.

– Io sono solo il fattorino! Per il resto chieda al capo!

E per vestirlo, abbiamo fatto come si poteva con la roba trovata.

Dopo le feste tutti si scambieranno gli abiti e saranno felici!

Valeria lo sapeva che Enrico al raduno aziendale non doveva andarci. Glielo aveva detto! Ma lui niente, temeva di fare un torto ai superiori.

– Lo prendete o no? Ho altre tre consegne da fare! chiese ancora il fattorino.

– Portatelo sospirò Valeria rassegnata.

Capiva già quanto divertente sarebbe stata la mattina dopo. E magari avrebbe passato la notte a correre tra il divano e il bagno

– Appoggiate in salotto, sul divano! Non voglio sentirne la puzza! ordinò Valeria.

Il corpo fu depositato di schiena contro lo schienale del divano.

– Così almeno si filtra! disse il fattorino facendo un inchino e spingendo fuori i colleghi.

– Te lo dicevo che non dovevi andarci! sbottò Valeria al marito.

Ma lui nessuna reazione.

– Va beh, ne riparliamo domani mattina

Andò subito a dormire, sperando di riposare un po.

Chissà se avrebbe dovuto svegliarsi presto a soccorrere il povero marito dopo le fatiche della festa. E sapeva che sarebbe stato necessario, perché Enrico non era mai stato così male. Sembrava uno straccio.

– Lavevo detto io ma chi mi ascolta mai?

Illudersi che il matrimonio resti sempre quello della luna di miele è da ingenui. Labitudine, la convivenza, i ricordi degli screzi cambiano i rapporti.

È per questo che negli auguri si dice felicità nella vita di coppia e personale.

Eh sì, perché col tempo ogni coniuge si ritaglia anche un po di spazio proprio. Non per forza amanti, solo attività o momenti che non si condividono col partner.

Hobby, amici, uscite, un film in tv.

Il famoso spazio personale di cui parlano psicologi e riviste.

Neanche Enrico e Valeria erano diversi. Erano sposati da diciannove anni. E il loro figlio, Andrea, ormai maggiorenne, era prossimo a lasciare la casa.

Lo spazio personale tra i due era nato sette anni prima. Valeria si era appassionata alla pittura numerata: una fuga dal mondo, una pausa mentale, e le tele abbellivano la casa.

Enrico aveva provato i videogiochi ma presto si era stufato. Le passeggiate solitarie non gli garbavano. Sera interessato per qualche tempo alla storia alternativa ma si era stancato delle assurdità lette qua e là.

Alla fine, non aveva davvero trovato la sua passione, ma comunque trascorreva il tempo da solo: con i colleghi al bar, con gli amici per scampagnate, o a casa del vicino cinque minuti che diventavano due ore.

Naturalmente, non mancavano le uscite in famiglia o dai parenti, ma capitava che uno o laltro declinasse senza problema.

Quando era stanchi dal lavoro o svogliati.

E i famosi raduni aziendali di Enrico erano un capitolo a parte: raramente invitavano partner, e in realtà nessuno aveva voglia di portarli. Il capo di Enrico era molto, troppo creativo.

A volte succedeva di tutto, cose che poi facevano vergognare tutti ma univano il gruppo. E il capo diceva:

– Se sono sopravvissuti a QUESTO, possono affrontare qualsiasi cosa insieme!

Sempre si poteva anche stare a casa, ma alla fine era unoccasione diversa. Un diversivo, e poi cera qualcosa da raccontare.

Valeria ascoltava le storie di Enrico senza crederci.

– Quindi vince chi si spalma più miele e poi si rotola nelle piume?

– No! rideva Enrico. Vince chi riesce ad attaccarsi più piume grazie al miele! Poi le contano e pesano! Ma tanto vince sempre Giorgio: è alto due metri e largo il doppio di me!

– Ma la gara con le bambole gonfiabili, quella ancora non ho capito

– Gonfiare un palloncino è da tutti spiegava Enrico qui si tratta di velocità!

– E se invece portaste più palloncini o un materassino gonfiabile?

– Si potrebbe, diceva lui, ma così è più divertente! E i commenti? Meglio non ascoltarli Cera da vergognarsi!

Quando Enrico aveva annunciato di dover andare al raduno di fine anno, Valeria aveva cercato di dissuaderlo.

– Dai, Enrico, lascia perdere aveva supplicato.

– Valeria, non si può mancare. Il capo ha pure detto che il bonus di Natale dipende da come ci comportiamo! Vengono pure quelli che non ci sono mai!

– Tutti i soldi del mondo non valgono abbastanza per una serata del genere. Quando i capi sono così esaltati, meglio rifiutare! sospirava lei.

– Dai, Valeria, ci saranno troppe persone: mi nascondo in un angolo, faccio la comparsa e poi sparisco!

– Ho un brutto presentimento, Enrico

– Basta paranoie, andrà tutto bene.

Le paranoie, Valeria le aveva a mezzanotte.

– Se fosse tutto a posto, Enrico sarebbe già a letto. Magari sbronzo, ma a casa!

Alluna, col cuore pesante, si era coricata. Alle tre un campanello la tirò giù dal letto.

***

La notte trascorse tranquilla, ma la mattina fu inaugurata da una straziante urla.

Valeria si svegliò di soprassalto. Si ricordò alla svelta della consegna notturna del marito.

– Avrà visto la sua faccia allo specchio! pensò tra sé, senza riuscire a trattenere un sorriso.

Ma lurlo si ripeté, chiaro, e questa volta era unaltra voce

Non era quella del marito

– Dove sono? Oddio! Aiuto, dove sono finito?

Valeria deglutì, si avvolse nella vestaglia e andò verso il grido.

– Tu chi sei? chiese a un uomo sconosciuto al centro della sua sala.

– Ma dove sono, scusi? mugolò quello.

– Tu almeno ricordi chi sei? chiese Valeria spazientita.

– Mi chiamo Michele mi può dire dove mi trovo?

– A casa mia, ospite!

– Mi ha invitato lei? domandò ingenuo Michele.

– A dirla tutta, ti hanno recapitato ieri notte al posto di mio marito, dalla vostra festa aziendale

– Meno male! sospirò Michele sollevato Allora sono almeno in città! Di solito questi mi lasciano dappertutto!

Una volta mi sono svegliato sul treno per Torino senza soldi né documenti!

– Siete proprio spiritosi ironizzò Valeria.

– Eh già E unaltra volta addirittura su un volo per Palermo! Almeno lì avevo i documenti Qui sembra mi sia andata meglio!

– Felicitazioni disse seccamente Valeria. Mio marito dovè? Mi hanno lasciato te!

– Il suo marito chi è?

– Enrico Romano.

– Ma lui si è licenziato due giorni fa spiegò Michele. Ieri si è presentato solo allinizio per salutare tutti. Ha detto che si trasferisce in unaltra città.

Valeria, al limite dello svenimento, prese il telefono e compose il numero del marito. Attese Poi:

– Ciao! Hai conosciuto Michele? Ti piace?

– Che significa? chiese Valeria.

– Vale, noi ormai viviamo da estranei. Ho una nuova relazione. Mi sembrava brutto semplicemente sparire. Così ti lascio Michele, che è un bravuomo! Niente figli, niente ex, niente beghe! Guadagna quanto me, ha un carattere tranquillo. Un po scapestrato, ma solo perché non ha accanto una donna! Ma ti abituerai, fidati!

– Se questa è una battuta, non mi fa ridere, rispose Valeria.

– Non scherzo. Lascio a te e Andrea la casa e pure la macchina. Guardati Michele, è un bravo tipo! Addio, Valeria. Grazie di tutto. Il divorzio lo richiederò io.

Il telefono le cadde dalle mani. Nel mentre lei barcollava, Michele la sorresse.

– Quindi non scherzava disse Michele stupito. Vedendo lo sguardo di Valeria sul telefono: Era viva voce.

– Chi non scherzava?

– Enrico, spiegò Michele. Mi diceva che aveva una situazione da presentarmi. Solo che me laveva anticipato un mese fa

Valeria non restò con Michele. Ma non rimase nemmeno da sola. Dopo qualche anno trovò un vero uomo. Dallex non volle più saperne, non riuscendo mai a perdonargli quel tipo di addio.

Soprattutto perché aveva pensato che bastava una sostituzione, come uno scambio onesto, senza discussioni Ecco, serviva proprio fantasia.

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Lasciare il marito andare alla cena aziendale: pentimenti, consegne notturne e scambi improbabili – Cronaca esilarante di una serata oltremodo “creativa” con marito recapitato a domicilio, travestimenti improbabili e un finale da commedia tutta italiana
«Non voglio invecchiare con una carcassa vecchia!» sbottò mio marito — Basta, è ora di finirla! — gridò Igor sbattendo con forza il cassetto, facendo tremare i flaconi di colonia. — Non ne posso più di sentir parlare di dolori alle articolazioni e di pillole! Voglio vivere, non trascinarmi in questa casa trasformata in ospedale! Valentina era sulla soglia della camera da letto, osservando il marito che buttava nella borsa le sue poche cose. Trentadue anni di vita insieme finivano in uno zaino e una busta con delle scarpe da ginnastica. Il pensiero le fece più male di qualsiasi altra offesa. — Igor, — iniziò piano — la mamma, dopo l’ictus, non può restare da sola. Capisci? — Tua madre è affar tuo! — sbraitò lui, senza guardarla. — Ho cinquantotto anni, non ottanta! Non voglio trasformare casa nostra in una stanza di terapia intensiva! Valentina tremò. Da mesi ormai, le parole “gioventù” e “vecchiaia” erano diventati un muro tra loro. Igor aveva iniziato a tingersi i capelli, si era comprato una bici e una giacca di pelle. Poi era arrivata Sveta — la vicina del quinto piano, divorziata, trentacinquenne. — Allora vai da lei? — Valentina sapeva la risposta, ma chiese lo stesso. Igor si voltò di scatto. Nei suoi occhi passò qualcosa di simile alla vergogna, subito sostituita dalla sfrontatezza: — Sì, vado da lei. E sai perché? Perché con lei mi dimentico dell’età. Non conta che io abbia i capelli grigi o il cuore malandato. Lei è libera, capisce? Libera. “Libera.” Quella parola la colpì al cuore. Valentina si guardò allo specchio — vide il volto stanco e le nuove rughe vicino alle labbra. Igor una volta la chiamava “la sua bella”. E ora… — Fra poco ne fai sessanta, Igor, — sussurrò lei. — Davvero pensi che… — Che cosa? — sbottò lui. — Che non meriti la felicità? Una nuova vita? E tanti, alla mia età… — Lasciando le mogli per ragazzine? — Valentina sorrise amaramente. — Sì, triste statistica. Igor le diede una mano seccato: — Ecco che ricominci! Sempre a buttare tutto nel fango! Voglio solo respirare a pieni polmoni, capisci? Chiuse lo zaino. Il rumore della cerniera fu una sentenza. — Dille che le auguro buona salute, — borbottò dirigendosi alla porta. — Spero che starete bene. In due, — esitò, ma concluse: — In due vecchie amiche. La porta si chiuse di colpo. Valentina rimase seduta a lungo sul letto, fissando il vuoto. Risuonava nella sua testa: “In due vecchie amiche.” Ma aveva solo cinquantatré anni. Era davvero già vecchia? Dalla stanza accanto arrivò la voce debole: — Valentina? È successo qualcosa? — Niente, mamma, — si alzò a fatica. — Igor è dovuto uscire. Mentire le faceva schifo, ma non poteva dirle la verità. Non avrebbe sopportato che sua madre ottantenne si colpevolizzasse per il fallimento del suo matrimonio. Nei giorni seguenti la vita scorreva come un fiume grigio. Valentina faceva tutto come sempre: cucinare, pulire, prendersi cura della mamma. Ma continuava a chiedersi: quando? Quando aveva smesso di vedere che tra loro era nata una barriera? Si ricordava di Sveta. La vicina divorziata, la vedeva spesso alle cassette delle lettere. Energica, estroversa, vestita sempre colorata e con una risata travolgente. Valentina le aveva persino voluto bene — non era facile essere madre single. Poi aveva notato lo sguardo del marito, come indugiava alla finestra quando Sveta portava fuori il cane. Come “casualmente” si trovava all’ingresso quando lei tornava dal lavoro. E le lunghe notti passate in garage. — Figlia, — la voce della mamma la riportò alla realtà, — è mezz’ora che lavi una sola tazza. Vieni qui. Valentina si riscosse. Era alla finestra con la tazza in mano. — Eccomi, sto finendo. — Vale, — la mamma si sedette, stringendo lo schienale, — ho capito tutto. Non serve mentire. — Mamma. — Ti ha lasciata, vero? Se n’è andato con quella, la giovane del quinto piano? Valentina annuì, sentendo le lacrime affiorare. — Stupido, — commentò filosoficamente la mamma. — Lo sai che agli uomini vicino ai sessanta sembra d’impazzire? Cercano la gioventù dove non c’è. — Basta, mamma… — Che c’è da dire? — rise la mamma improvvisamente. — Anche tuo padre, a cinquantadue, era impazzito. Credeva che la vita passasse senza di lui. Valentina guardò la mamma sconvolta: — Papà? Ma tu non… — Che senso aveva raccontarlo? — scrollò le spalle la mamma. — Dopo due mesi è tornato strisciando. Ma io non lo aspettavo più. — Davvero? — Proprio così, — ammiccò la mamma. — In quei due mesi ho capito che la mia vita non era finita. Ho fatto un corso di ricamo. Ho capito che, senza di lui, si respirava meglio. Guardò le sue mani vecchie, macchiate, ma ancora vive. — Vedi, Vale, gli anni non contano davvero. Conta cosa abbiamo nel cuore. Ho ottantacinque anni, ma dentro di me c’è sempre quella ragazza. Valentina sorrise suo malgrado. La mamma, nonostante gli anni e le ferite, sprigionava un’energia speciale. Per questo tutti la volevano bene? — E Igor, — continuò la mamma, — non scappa da te. Scappa da se stesso. Teme la vecchiaia. Crede che con una giovane accanto sarà anche lui più giovane. — Lo difendi? — Valentina sentì l’amarezza. — Figurati, — scosse la testa. — Mi fa pena. Perché so che non troverà mai quello che cerca. Non si scappa dal tempo, Vale. Ti raggiunge sempre. C’era una risata fuori dalla finestra. Valentina si affacciò per istinto. Igor era con Sveta nel cortile, portava le sue borse. Sveta parlava gesticolando allegra, lui la guardava rapito. Il cuore di Valentina si strinse. — Non torturarti, — la mamma la allontanò dalla finestra. — Andiamo a bere il tè. Ho dei biscotti con il miele. — Mamma, — la voce di Valentina tremava. — Lui è uno sciocco, — ripeté paziente la mamma. — Ma quella è la sua strada. Tu trova la tua. E domani andiamo al parco. Dopo i lavori di rinnovo è una meraviglia. Valentina voleva protestare, ma la voce della mamma la convinse a tacere. E se avesse ragione? Forse era davvero ora di ricominciare a vivere? Il parco era cambiato. Dopo la ristrutturazione aveva nuovi sentieri, fontane e panchine. Al centro c’era un piccolo centro culturale da cui usciva musica. — Guarda, — la mamma si fermò davanti a una bacheca — c’è un club di letteratura. E una scuola di ballo. Ah, anche yoga per la terza età! — Mamma, — ridacchiò Valentina, — non dire che… — Cosa c’è di male? — sollevò le sopracciglia la mamma. — Alla mia età posso ancora stupire! Per dimostrarlo agitò il bastone, che cadde rumorosamente. — Oh… — si confuse. — Permettete, — intervenne un uomo con voce gentile. Un distinto signore di mezza età raccolse il bastone e lo porse con un sorriso: — Ecco a lei. — Grazie mille, — la mamma arrossì. — Molto gentile. — Michele, — si presentò. — Organizzo incontri letterari qui. Siete interessate? — No, noi… — cominciò Valentina, ma la mamma la interruppe: — Certo! Mia figlia scrive poesie meravigliose. Era pubblicata sul giornale dell’università. — Mamma! — arrossì Valentina. — Era secoli fa. — La poesia è senza tempo, — osservò Michele. — Se vuole può unirsi a noi subito. Stiamo leggendo testi nuovi. Così Valentina entrò nel club letterario. Era solo per accompagnare la mamma, eppure si trovò a suo agio. L’odore dei libri, il silenzio, le discussioni. Nessuno badava all’aspetto o all’età: contavano i pensieri, i sentimenti. Poi arrivò la serata di poesia. Intima, per pochi. Valentina era nervosa come per un esame. Recitò i suoi versi — sull’amore, sulle perdite, sulla vita che non finisce col dolore. E ad ogni strofa sentiva qualcosa in sé che si liberava, respirava, rinascendo. Tornando verso casa, incontrò Igor. Usciva da casa di Sveta. Rimase impacciato. — Vale, sei splendida. Lei lo fissò impassibile. Ora, guardandolo, non provava più dolore. Solo una pacata stanchezza. — Grazie, — rispose lei. — Tutto qui? — No, ascolta, — si avvicinò. — Voglio spiegare… Ho capito. — Che hai avuto una delusione? Che Sveta non è perfetta? Igor fece una smorfia: — Non capisci. Lei è giovane, sì, attraente, sì… Ma con lei non so cosa dire. — Ti aspettavi che a trentacinque si appassionasse alla cultura sovietica? — rise Valentina. — Sei proprio ingenuo. — Non è questo, — si rabbuiò. — Vale, ho fatto una sciocchezza. Forse… — No, — Valentina scosse la testa. — Niente “forse”. Anzi ti ringrazio. — Per cosa? — lui era smarrito. — Per essere andato via. Per avermi fatto scoprire che non si vive solo di cucina e pulizie. — Vale, ora ho capito. Voglio tornare a casa, — le prese la mano. — Possiamo sistemare tutto. Lei si ritrasse, gentile ma ferma: — No, Igor. Tu non vuoi tornare a casa. La vecchia Valentina che cucinava e taceva a cena non esiste più. E quella nuova non la conosci, ti spaventerebbe. — Perché? — Perché ora vive per sé stessa. In quel momento arrivò la mamma, senza bastone, sostenuta da Michele. — Oh, Igor, — lo fissò fredda. — Sei ancora qua? — Buongiorno, signora Elena, — borbottò lui. — Sto andando. — Bene, — annuì lei. — E quando vuoi scappare dalla vecchiaia, pensa: forse il problema non sono gli altri? Igor rimase colpito, poi si allontanò rapidamente. — Mamma! — Valentina protestò. — Che dovevo fare? — fece spallucce la mamma. — Dire la verità. A proposito, Michele mi ha proposto di condurre il laboratorio “Favole di una volta” per i nipoti. Che bello! — Elena — sorrise Michele. — I bambini saranno incantati. Valentina guardava la mamma — ringiovanita, con gli occhi pieni di luce — e pensava: forse la saggezza è questa? Accettare l’età come un dono, un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo? Due mesi dopo Igor lasciò Sveta, che nel frattempo si era fidanzata con un ragazzo. Poi scrisse a Valentina: poche righe, piene di rimorso e di scuse. Lei non rispose. Perché? Ora aveva una vita tutta sua. Due volte a settimana — il club letterario. E sapete una cosa? A cinquantatré anni, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva davvero giovane. Perché la giovinezza non è la pelle liscia. È il coraggio di essere se stessi. Sempre.